<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Silvio Paolini Merlo</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/silvio-paolini-merlo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Teramo: Filosofestival</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0021971_teramo-filosofestival/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0021971_teramo-filosofestival/#comments</comments> <pubDate>Wed, 07 Sep 2011 13:54:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=21971</guid> <description><![CDATA[Teramo Culturale: I “FILOSOFESTIVAL” nell’era post-filosofica Da un paio di anni a Teramo abbiamo un festival della filosofia. Idea in sé non molto originale, accodata com’è a un “Filosofestival” fiorentino capeggiato sin dal 2006 da un certo “movimento hyronista”, con logo un Socrate/Einstein che tira fuori la lingua. È la moda dei café-philò: parlare, chiacchierare, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-large wp-image-21972" title="Busto di Socrate (Museo del Louvre) 1" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Busto-di-Socrate-Museo-del-Louvre-1-450x600.jpg" alt="Teramo: Filosofestival" width="450" height="600" /></em></p><p><em>Teramo Culturale: I “FILOSOFESTIVAL” nell’era post-filosofica</em></p><p>Da un paio di anni a Teramo abbiamo un festival della filosofia. Idea in sé non molto originale, accodata com’è a un “Filosofestival” fiorentino capeggiato sin dal 2006 da un certo “movimento hyronista”, con logo un Socrate/Einstein che tira fuori la lingua. È la moda dei <em>café-philò</em>:<em> </em>parlare, chiacchierare, aggregare masse di giovani, occuparli (o disoccuparli) un po’, nella speranza di renderli più liberi e consapevoli. E intanto favorire la confusione tra discipline e aree tematiche, associare la metodologia interdisciplinare con la digressione, l’impegno con lo sballo, la metafisica con la pop-star. Obiettivo dichiarato dei suoi fautori è, anche a Teramo, quello di fare della filosofia una disciplina pratica, sull’onda di quella <em>Philosophische Praxis</em> divenuta di moda in Germania da qualche decennio.<em> </em>La filosofia una cosa pratica. Una filosofia “praticata”. Grande novità, non c’è che dire. Sin da prima dell’Accademia platonica, dunque già quantomeno nella tradizione presocratica, filosofare comportava azione al punto che la scrittura stessa era ritenuta superflua. I pitagorici, gli epicurei, gli stoici, erano tutti circoli in cui si praticava uno stile di vita, in cui si sperimentavano nuove scienze. In America da oltre un secolo esiste un movimento detto “pragmatismo”, e più di recente Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre hanno parlato, rispettivamente, di filosofia applicata e di filosofia <em>engagé</em>.</p><p>Come si spiega quest’ultima moda filosofica? Moda, a dire il vero, che a Teramo non sembra avere riscosso grande fortuna, al punto che qualche incontro dei più prestigiosi (vedi quello con Aldo Masullo di due anni fa) è saltato di punto in bianco senza suscitare particolari clamori. Il perché credo parta da piuttosto lontano. A dare uno sguardo complessivo al panorama filosofico italiano attuale, o meglio a ciò che ne rimane, la prospettiva che se ne ricava non si può precisamente dire esaltante, dilaniata tutt’ora com’è tra una fazione veteromarxista e una veterospiritualistica, ancorate a fedi e sistemi culturali che non hanno più alcun legame con la realtà. La prima pavoneggiatasi a lungo tra “pensiero negativo” e “pensiero debole”, la seconda persa dietro ad antiche chimere di presunte eternità dell’essere e dei valori. Tutte formule con le quali cercare di giustificare a se stessi e al mondo un ruolo del pensiero teoretico diventato sempre più marginale nella società del terziario avanzato, dove tutto è mercato e competizione di mercati, e dove tutto quello che non si conta e non si misura è poco più che verbosità fastidiosa. Il problema vero tuttavia non è questo, ma è semmai che in queste sue continue contorsioni e adattamenti formali, in queste costanti limature esteriori, la filosofia non ha recuperato nessuno smalto, non ha rigenerato niente di se stessa ma si è fatta più arrendevole ai predoni di ogni tempo, agli opportunisti di ogni specie. Per bene che vada, i filosofi che si rispettano oggi sono quelli che appaiono come tuttologi o come opinionisti in tv, quelli che diventano promoter pubblicitari o consulenti aziendali, o peggio quelli che fingono d’impegnarsi in politica come i cattocomunisti Cacciari e Vattimo. Risultati? In ogni caso deludenti. La filosofia non è fatta per generare appartenenze, ma per rimuoverle. Non serve a costruire partiti, a gestire apparati o altri bisogni materiali necessari alla sussitenza di uno stato o di una popolazione, ma a smontarli per vedere come sono fatti e che senso hanno.</p><p>E invece, daccapo, la filosofia si sta prostrando alle logiche del potere, andando alla ricerca di nuovi presunti fondamenti. Non fanno eccezione, anzi men che meno, i casi di quel finto “pensiero debole” auspicante una filosofia che, constatati i fallimenti dei regimi sinistro quanto destrorsi, mette a fondamento il fatto di non avere fondamenti, di avere smarrito la strada come nella parabola evangelica della pecorella e dell’ovile. Fatti uscire dalla porta, i vecchi dogmi rientrano come fantasmi dalla finestra. Resta il fatto che il senso del pensare filosofico non è mai stato questo. Esistono per il resto alcune eccezioni, non moltissime, di protagonisti “decaduti” come Umberto Eco, il quale, finita la stagione d’oro degli studi su semiotica e comunicazioni visive, esauritasi negli anni Settanta ma che ha poi avuto un certo sviluppo in Italia, non ha saputo dire molto altro di nuovo. Tra i vattimiani più recenti, a dare un’idea di questo stato confusionale della nostra filosofia, basti osservare il pontificare di Diego Fusaro sull’attualità di Marx, come se una sua rinascita in ambito “comunitarista”, come oggi usa dire tanto a destra che a sinistra, rappresenti chissà quale novità su cui dover meditare, in un paese qual’è il nostro nel quale, dopo l’ubriacatura fascista, di marxismo ed hegelomarxismo militante ci si è nutriti in tutte le salse fino all’altroieri. E si badi, non mi riferisco solo alle “primedonne” e ai suoi accoliti. Il fenomeno è ormai radicato e diffuso, e l’ultima tendenza ai teatrini filosofici non ne è che un sintomo. La filosofia come tale, la filosofia-filosofia, è stata scavalcata da scienze sociali e confessionismi. Finite le ideologie, le chiesuole politiche, sembra che per essa non ci sia più partita.</p><p>Certo: filosofare significa pensare, organizzare i propri saperi, ragionare con la propria testa prima di qualsiasi principio di autorità esterno, e oggi per farlo può bastare un computer collegato alla rete. Questo tuttavia non significa che la filosofia pura sia tramontata con la fine del XX secolo, come questi filosofestival sembrano (sciattamente) voler mostrare. La riflessione qui diviene un esercizio puramente narcisistico, compiaciuto, senza senso. Un omaggio a tutto ciò che pensiero <em>non </em>è o non è ancora. Il che naturalmente ci riporta alle situazioni più immediate, spesso scontate, quelle che sembrano determinare la nostra vita quotidiana, e che nel frattempo riducono la riflessione a un concentrato di luoghi comuni, a un intruglio di sciocchezzai esoterici pseudolibertari, insomma a tutto quanto possa confermare l’assoluta inutilità del pensiero. Come se davvero l’inutilità di qualcosa possa avere paradossalmente una sua utilità, un suo tornaconto. Nel caso dell’arte, così come per il gioco o le passioni, in certo senso avviene. Con il pensiero mai. Allora no: ciò che deve resistere oggi, e che solo avrà un senso per i prossimi decenni, è quella filosofia che dal confronto con le nuove tecnologie e le nuove conformazioni sociali torni a riflettere sul senso dell’esistenza umana, e che torni a farlo senza sottostare a nessun idolo, né scientifico, né politico, né religioso. Perché d’accordo la realtà del mondo che cambia, ma permane il rischio che ognuna di queste aree di applicazione della filosofia possa diventare totalizzante, trasformarsi in faziosimo fanatico, incitare allo scontro più che al dialogo, al consenso o al dissenso più che alla conoscenza e allo spirito critico propri di una società matura. Rischio oggi altissimo, di cui la filosofia non può diventare complice. Il cambiamento non sempre ci migliora, anzi: in nessun’altra epoca è stato così arduo essere filosofi, e agevole spacciarsi per tali. Ma proprio per questo, oggi più che mai, c’è bisogno di filosofia.</p><p>Silvio Paolini Merlo</p><p>(articolo apparso su “Teramani”, n.72, giugno-luglio 2011)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0021971_teramo-filosofestival/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Teramo: bilancio delle &#8220;Interferenze 2011&#8243;</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0021968_teramo-bilancio-delle-interferenze-2011/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0021968_teramo-bilancio-delle-interferenze-2011/#comments</comments> <pubDate>Sun, 04 Sep 2011 13:53:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Arte contemporanea]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=21968</guid> <description><![CDATA[Osservazioni sull’ultima edizione di “Interferenze” Inizio, doverosamente e senza subdoli riti adulatori, con una dichiarazione di principio. È bene che a Teramo vi siano realtà come Electa di Eleonora Coccagna. La realtà di provincia è sempre tendenzialmente restìa al cambiamento, e quando qualcosa di nuovo le si presenta tende a confonderlo e stemperarlo in fenomeni [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-21969" title="Festival-Interferenze-ieri-provocatorio-gran-finale_imagelarge" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Festival-Interferenze-ieri-provocatorio-gran-finale_imagelarge.jpg" alt="Interferenze 2011" width="448" height="597" /></em></p><p><em>Osservazioni sull’ultima edizione di “Interferenze”</em></p><p>Inizio, doverosamente e senza subdoli riti adulatori, con una dichiarazione di principio. È bene che a Teramo vi siano realtà come <strong>Electa</strong> di <strong>Eleonora Coccagna</strong>. La realtà di provincia è sempre tendenzialmente restìa al cambiamento, e quando qualcosa di nuovo le si presenta tende a confonderlo e stemperarlo in fenomeni di costume, tanto vistosi quanto effimeri, legati al momento, alla moda, alla futilità dei grandi numeri che, al di là del patetico tentativo da parte di qualcuno di darsi importanza lasciandosi rimorchiare da questo o quell’evento passeggero, per intenderci Giri d’Italia e cose simili, transitano senza lasciare tracce e tantomeno benefici duraturi. Le nostre amministrazioni locali, oggi come in passato, hanno con frequenza perpetuato la sciagurata abitudine di esaltare l’ospite famoso, con lo stesso atteggiamento prono e miope con cui – e mi torna in mente una scena di <em>Totò a colori</em> – nei paesini del sud si festeggiava il gangster benefattore, il compaesano arricchito un poco mafioso, a discapito degli “strimpelloni” locali.</p><p>Rassegne di danza interattiva come <strong><em>Interferenze</em></strong>, installazioni di “partiture fisiche” dove l’esperienza del post-teatrodanza tedesco – vedi ad esempio quello di Sasha Waltz – si fondono con i postumi di un’esperienza forse non del tutto conclusa come quella dell’<em>happening</em> e della <em>postmodern dance</em> americana, mostre come quella di Italo Rodomonti con abbinamenti coreografici al suono di campane tibetane e spring drum, spazi aperti a piccoli laboratori sperimentali come quello di Sara Marchetti, ospitato nei locali di Electa nell’aprile scorso con <em>Loops</em>, una interessante simbiosi di danza contemporanea e musica concreta nata dalla collaborazione di due giovani talenti locali come la stessa Marchetti e Giustino Di Gregorio, sono le molte facce di una città artisticamente fertile, piena di vita, dalle molte potenzialità, capace di aprirsi al futuro. Perciò, ripeto: è bene che in città una realtà come Electa esista e abbia tutte le possibilità di proporsi. E tuttavia, è appena il caso di ricordarlo, è bene che ve ne siano anche altre. Ed è bene che la disposizione al confronto, a crescere non solo in se stessi e di se stessi, non si presuma meno doverosa in realtà di più breve corso.</p><p>A conclusione della sesta edizione di <em>Interferenze</em>,festival di arte urbana promosso e diretto da Eleonora Coccagna, è stata inscenata una suggestiva “presa della Bastiglia” lungo Corso San Giorgio affidata a performer reclutati attraverso Facebook, dove la meta simbolica da occupare ed espugnare, assoggettata come evidentemente la si ritiene all’<em>ancien régime</em>delle attuali amministrazioni culturali locali, è stata il Teatro Comunale di Teramo. Tra le altre accuse, condivisibili, come quelle dell’onta che grava sulla storia della nostra città per aver permesso la decadenza e l’abbattimento di uno dei più antichi teatri d’Abruzzo lasciando spazio a <em>lobby</em> affaristiche che ne hanno per sempre sfigurato il volto e il significato, una in particolare mi è parsa sibillina: quella rivolta ai progetti culturali che, sebbene nati sul territorio, si rivolgono a promuovere spettacoli di importazione “preconfezionati”, indicati come uno dei segni, e forse come il principale segno, di una cecità nei riguardi degli artisti locali. E qui ci risiamo. È la solita tiritera vittimistica che si ripete, e che mi è già capitato di osservare a proposito di polemiche analoghe montate tendenziosamente dall’associazione “Nuove Armonie”.</p><p>Che di denaro pubblico e/o privato in città se ne sprechi molto è un dato di fatto incontestabile. Ma fare di tutt’erba un fascio è un segnale altrettanto sbagliato che si lancia alla cittadinanza. Per restare alla danza, ovvero alla neonata <em>Stagione Internazionale di Danza </em>della Società Riccitelli, che è con ogni evidenza il principale bersaglio del <em>j’accuse</em> finale pronunciato dai promotori del Festival, non ritengo produttivo questo proseguire a spararsi addosso l’un l’altro senza vedere le cose nella loro giusta prospettiva. Che Teramo si appresti ad accogliere il più grande teatro al chiuso d’Abruzzo (e non solo) è infatti altrettanto indubitabile. Che esso andrà riempito non solo di scuole e scuolette di danza, prolificatesi in ogni dove negli ultimi decenni e mediamente di livello tecnico e artistico assai mediocre, mi sembra altrettanto evidente. Credere di poter cambiare la mentalità degli amministratori locali senza aprire la nostra vetrina cittadina al confronto con le altre realtà, e beninteso non solo quelle estere ma anche quelle nazionali, che ancora resistono ma che hanno sempre meno possibiltà di trovare spazi per esprimersi, non è solo utopico ma del tutto deleterio, persino un po’ masochista. Già altri in passato hanno creduto a questa necessità, a L’Aquila o a Reggio Emilia, tanto per fare degli esempi, e finché lo si è fatto le realtà locali se ne sono avvantaggiate, il livello culturale e la dinamica interna delle associazioni private ne hanno tratto innegabili benefici. Perciò a che scopo prendersela con chi promuove arte avvalendosi dei circuiti nazionali e internazionali? Cosa fa credere a chi protesta che queste iniziative siano nate parassitariamente, senza sacrifici di singoli che vi hanno creduto senza porre condizioni, e soprattutto che non abbiano a loro volta, <em>mutatis mutandis</em>, dovuto fronteggiare difficoltà, ristrettezze di vario genere, scarsa comprensione sul territorio?</p><p>Perciò, in sintesi, si rifletta bene su quale sia l’atteggiamento giusto per ottenere l’obiettivo del necessario rinnovamento culturale della nostra città, cosa vada nella giusta direzione e cosa no per favorire un cambio di mentalità, da quella egocentrica, spesso ciarlatana e pressappochista, a quella aperta e matura, che dia delle possibilità reali ai giovani artisti teramani di talento e non chimere che si esauriscano con passerelle e lustrini di una serata. Da quelle iniziative che a qualcuno paiono come furti perpetuati nei confronti dei locali, da alcune almeno, forse potranno un domani scaturire occasioni di crescita e di confronto anche per loro. Come? Le formule in proposito non mancano, e tante se ne sono viste in passato anche nel nostro paese. Tutto sta a vedere se si sarà in grado di attuarle, di dialogare, di proporre, di agire con le idee e non solo con gli slogan, di vedere in ciò che esiste non solo bastiglie da abbattere ma potenzialità concorrenziali con le quali misurarsi. E questo perché talvolta, e forse sempre, il vecchio si nasconde in ciò che sembra nuovo e il nuovo resta latente, non visto, in ciò che sembra vecchio.</p><p>Silvio Paolini Merlo</p><p>(articolo apparso su “Teramani”, n.72, giugno-luglio 2011)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0021968_teramo-bilancio-delle-interferenze-2011/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Giovanni Melarangelo, maestro di libertà oltre le ideologie</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0020515_giovanni-melarangelo-maestro-di-liberta-oltre-le-ideologie/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0020515_giovanni-melarangelo-maestro-di-liberta-oltre-le-ideologie/#comments</comments> <pubDate>Sun, 12 Jun 2011 22:38:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[pittori]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=20515</guid> <description><![CDATA[  Nella schiera dei protagonisti della Teramo culturale rientra certamente la figura di quello che può dirsi uno dei maggiori pittori teramani del Novecento, poeta dell’emarginazione e dell’arte di strada, che attraverso le sue straordinarie visioni ci ha raccontato l’insopprimibile libertà dell’artista. Difficile sottrarsi all’incanto quasi ipnotico che emana dalle tele di Giovanni Melarangelo, pittore [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em> <img class="alignnone size-full wp-image-20517" title="Melarangelo_fotoritratto" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Melarangelo_fotoritratto.jpg" alt="Giovanni Melarangelo" width="600" height="659" /></em></p><p><em>Nella schiera dei protagonisti della Teramo culturale rientra certamente la figura di quello che può dirsi uno dei maggiori pittori teramani del Novecento, poeta dell’emarginazione e dell’arte di strada, che attraverso le sue straordinarie visioni ci ha raccontato l’insopprimibile libertà dell’artista.</em></p><p>Difficile sottrarsi all’incanto quasi ipnotico che emana dalle tele di Giovanni Melarangelo, pittore tra i più straordinari del Novecento pittorico teramano. Un incanto che si percepisce prima di qualsiasi riflessione o tentativo di analisi, quale che sia il grado di conoscenza o di istruzione, come avviene con ogni opera d’arte autentica. Fatto che può venire associato a vari fattori. Intanto la peculiare formazione dell’autore: allievo di un allievo di Teofilo Patini, uomo di notevole cultura, a sua volta influenzato dal vastese Filippo Palizzi, l’ascendenza di Melarangelo è segnata da una particolarissima commistione di naturalismo paesaggistico napoletano e di verismo umanitario, tipico del tardo Ottocento italiano. Nato da piccoli commercianti di origine contadina, viene indotto dal suo più diretto maestro, Vittorino Scarselli, a rivolgersi al mondo degli ultimi, dei vecchi, degli emarginati, degli orfani quale lui stesso sarà già dai sedici mesi di vita.</p><p>Assunto come caricaturista da un piccolo giornale locale, Melarangelo frequenta inoltre il mondo dell’arte popolare, specie del teatro di varietà e del circo. Ma qui, quasi da subito, avviene uno spostamento verso quella metavisualità che Melarangelo stesso dirà “post-impressionista”. Non gli sono estranei infatti la “scuola romana” di Scipione e Mafai, né il gruppo dei “Sei di Torino”, né l’arte di De Chirico, Carrà e Morandi. Se i suoi clown e le sue ballerine in riposo, d’istinto, fanno subito pensare alle tele di Renoir, Melarangelo in realtà sposa questa sua estasi dell’effimero con una volontà fortemente trasfigurante, proiettata verso l’utopia di un microcosmo dell’umano, quale è il teatro di strada, nel quale velatamente egli intende lasciare affiorare le illusioni di libertà e di emancipazione sociale di tutta una realtà rurale e piccoloborghese, a lui così vicina, dal proprio stato di degradazione materiale e culturale.</p><p>Questo è il Melarangelo in sé. Diverso il discorso per la sua fortuna. Malgrado i ripetuti inviti al Premio Michetti, una sua opera esposta a Sidney, mostre dedicategli dal Circolo Gramsci, dallo Svarietto di Carlo Marconi e dal suo partito (era iscritto al Pci dal 1921), salvo l’effimero siparietto di un noto talk show televisivo e la mostra antologica esposta tra il dicembre 1990 e il gennaio 1991, curata dal figlio Sandro con Paola Di Felice e Irene De Nigris, da cui un catalogo curato da Mario De Micheli, su Melarangelo entro e – soprattutto – fuori città si è finora visto ben poco. Sola compensazione a questo vuoto, forse, la voce apparsa su Wikipedia nel marzo 2009, voce, mi sia concesso dirlo, attivata e interamente redatta dal sottoscritto.</p><p>Che l’arte di Melarangelo sia vistosamente misconosciuta è un dato di fatto difficilmente contestabile, ma che resta in sé abbastanza incomprensibile vista l’oggettiva unicità nel panorama artistico teramano novecentesco. Perché vanno benissimo panoramiche sui protagonisti del secondo Ottocento pittorico abruzzese, come quella proposta nella mostra sulla Gente d’Abruzzo che si è allestita alla Pinacoteca di Teramo, ma non è possibile esimersi dal considerare il Novecento come un secolo anch’esso ormai concluso, su cui è necessario iniziare operazioni di bilancio e di vagliatura critica tali da porne e riproporne i risultati entro e fuori regione. Certo, la meno spinta evoluzione stilistica di Melarangelo rispetto a un Michetti, l’incalcolabile distanza dal verismo abruzzese – ad esempio – dei Celommi, per cui egli si colloca a metà strada fra questi ultimi e il metafisicismo di Guido Montauti, può aver disorientato qualcuno.</p><p>Esemplificando un po’, lo si può dire un genere d’arte nel quale ogni oggetto da ritrarre vale come “forma vivente” (così infatti Hölderlin definiva la poesia), come sorta di visione sempre in movimento, impossibile da trattenere – tutta – sulla tela. In movimento perciò gli oggetti, le sagome e i corpi, ma in movimento anche gli sguardi degli osservanti, di coloro che del quadro devono viverne il momento dell’approccio visivo, quasi che né l’artista né il fruitore possano più dirsi centri di coscienza fissi, individuati nel tempo e nello spazio, ma flusso continuo di azioni e di percezioni sempre rinnovate, sempre sospese e fuggevoli. Quale metafora migliore perciò del mondo dell’arte performativa, del circo, degli artisti girovaghi, della danza?</p><p>È una metafora viva, ma soprattutto libera. Perché sarà forse il caso di aggiungere che l’ipoteca ideologica che ha finora gravato, più o meno tacitamente, sull’uomo Melarangelo, ha in molti casi limitato – temo persino discriminato – la conoscenza e un’adeguata promozione della sua arte, la quale, come ogni genuina forma di espressione, non può venire costretta entro i parametri, spesso angusti e opportunistici, di un’appartenenza politica partigiana. La “militanza” nel suo significato di “impegno” lato sensu, priva di colorature ideologiche, è tutt’altro genere di cosa. Se così non è stato per il Melarangelo uomo, così certamente è stato per il Melarangelo pittore e artista. Perché l’arte è sempre e anzitutto questo: libertà. Nella sua pittura i temi dell’emarginazione, della povertà, dell’ingiustizia, divengono temi universali, ammonimento morale rivolto a tutti, a ogni coscienza, a ogni appartenenza, acquisendo lo statuto di patrimonio condiviso per qualsiasi individuo e per qualsiasi tipo di società, passata presente e futura.</p><p lang="en-US">Silvio Paolini Merlo </p><p><em>(articolo apparso su “Teramani”, n. 71, maggio 2011)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0020515_giovanni-melarangelo-maestro-di-liberta-oltre-le-ideologie/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Merlo e Carloni: primati della tradizione coreutica abruzzese</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0019991_la-merlo-e-i-carloni-primati-della-tradizione-coreutica-abruzzese/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0019991_la-merlo-e-i-carloni-primati-della-tradizione-coreutica-abruzzese/#comments</comments> <pubDate>Wed, 13 Apr 2011 12:58:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[danza]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=19991</guid> <description><![CDATA[Toccata di Liliana Merlo La storia della danza in Abruzzo può essere complessivamente configurata a partire da due figure, attive entrambe nella seconda metà del secolo scorso: Liliana Merlo a Teramo e Giovanni Carloni, detto Nino, a L’Aquila. L’una e l’altro, nei loro rispettivi ruoli, rappresentano una sorta di alfa e omega, di pionierismo demiurgico, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><em><img class="alignnone size-full wp-image-19992" title="Toccata di Liliana Merlo" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Toccata-di-Liliana-Merlo.jpg" alt="" width="600" height="422" /></em><br /> <em>Toccata di Liliana Merlo</em></p><p>La storia della danza in Abruzzo può essere complessivamente configurata a partire da due figure, attive entrambe nella seconda metà del secolo scorso: Liliana Merlo a Teramo e Giovanni Carloni, detto Nino, a L’Aquila. L’una e l’altro, nei loro rispettivi ruoli, rappresentano una sorta di alfa e omega, di pionierismo demiurgico, di divulgazione e impresariato artistico condotto a tutto campo. La Merlo si colloca come l’equivalente istituzionale di ciò che in Italia fu, tra il 1940 e il 1989, l’Accademia Nazionale di Danza di Jia Ruskaja e Giuliana Penzi. Carloni può dirsi una sorta di gemello elettivo del conte Guido Chigi Saracini, il patrono dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena. Con la non piccola discriminante che la prima, al contrario della Ruskaja, non ottenne mai – e tantomeno richiese – aiuti o solenni investiture dallo Stato, salvo la presa d’atto ministeriale, e che il secondo, ben diversamente dal collega toscano, malgrado una brillante carriera forense e la nota militanza politica che gli valse contatti governativi sia locali che nazionali, non potè beneficiare di eredità patrimoniali, peraltro ingentissime nel caso dei Chigi.</p><p>La situazione che i due trovarono era simile a quella di molte altre realtà territoriali del meridione: poco più che miserrima. Il teatro aquilano, inaugurato nel 1873, era ed è poi rimasto di dimensioni non ideali per la danza, e la sua tradizione in merito, non diversamente da Teramo, si legava a programmazioni marginali e di pressoché nessuna rilevanza sul piano artistico. I primi spettacoli di balletto di cui si abbia notizia in Abruzzo, in stile pomposo o vagamente fiabesco, si tengono al Teatro Marrucino di Chieti nel 1834. Anteriormente a questa data si registrano solo feste di ballo e mascherate per il Carnevale. Nel 1868 iniziano anche a Teramo, ma essi fanno capolino di tanto in tanto come retaggio del ruolo poco più che oleografico ed esornativo che il balletto svolgeva in Italia nel secolo del melodramma: quello di intermezzo floreale tra un atto e l’altro, o di mero riempitivo per le messe in scena operistiche. A Sulmona il primo spettacolo di danza di qualche rilievo è del 1970, ad opera del complesso di certo Lyubomir Goranov, con un programma a metà tra classico e neoclassico. A Pescara, a parte le parentesi con Carla Fracci e Pieter van Der Sloot nell’agosto del 1963, occasionate dall’inaugurazione del Teatro-monumento e dal centenario dannunziano, nulla accade di fatto sino al 1974. Proprio dal ’63, fra l’altro, Pescara non dispone più di un proprio teatro comunale: lo stesso Teatro “D’Annunzio” rimane indisponibile per diversi anni e, a parte il Cinema Michetti – di modeste dimensioni –, gli spazi per le arti teatrali sono praticamente assenti. A questo si aggiunga che la Società pescarese dei concerti, con Ennio Flaiano quale primo presidente, avvierà la sua attività solo nel 1966 e per vent’anni non programmerà altro che concertistica e prosa. Quanto agli apporti del Teatro Stabile d’Abruzzo e dell’Atam, salvo rare eccezioni, risultano del tutto privi di storia. Ma torniano alla Merlo e a Carloni.</p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-19994" title="Liliana Merlo" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Liliana-Merlo.jpg" alt="" width="600" height="749" /><br /> Liliana Merlo nel 1960</em></p><p><em><img class="alignnone size-full wp-image-19996" title="Nino Carloni" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Nino-Carloni.jpg" alt="" width="600" height="731" /><br /> Nino Carloni</em></p><p>In cosa consiste il loro primato? Non certo, o non solo, nell’avere introdotto il discorso della danza “classica”, la Merlo principalmente sul piano formativo, Carloni su quello della programmazione. Consiste anzitutto nell’avere aperto il discorso della danza moderna e contemporanea, mai veduta prima non solo in Abruzzo ma in più di metà dell’intera penisola. Procedo per ordine cronologico: il 5 maggio 1952 Carloni chiamava a L’Aquila <em>Les Étoiles de la Danse de Paris</em>, gruppo in sé forse non eccelso, ma con un repertorio che includeva tre coreografie di Maurice Béjart. Se questo pare poco, si pensi che la prima creazione di Béjart, ossia di uno dei padri fondatori della danza contemporanea europea, risale all’anno precedente. Si tenga conto che le prime esibizioni béjartiane proposte in Italia (Scala, Fenice, San Carlo) risalgono al 1960, l’anno della nascita del suo <em>Ballet du XXéme Siécle</em>. Si ricordi che Mario Porcile, il quale a Nervi darà vita al suo Festival Internazionale del Balletto nel 1955, tenterà invano di proporlo in quegli anni e dovrà attendere una maturazione del pubblico. Giancarlo Menotti, che ospiterà il marsigliese insieme a molti dei più importanti coreografi del Novecento, inaugurerà il Festival dei Due Mondi a Spoleto solo nel 1958. E non si creda a un caso isolato: già l’anno seguente Carloni invitava il Gruppo di Rosalia Chladek, tra le massime esponenti della danza “libera”. A seguire, avrà ospiti il <em>Balletto Moderno di Praga </em>con <em>Il Mandarino meraviglioso </em>(1967), la <em>Compagnia Teatrodanza Contemporanea di Roma </em>di Elsa Piperno e Joseph Fontano (1977), la <em>Pearl Lang Dance Company</em>, proveniente dalla scuola di Martha Graham (1978), il <em>Teatro Danza La Fenice</em> di Carolyn Carlson e l’<em>Aterballetto </em>di Amedeo Amodio (1981), la <em>Compagnia Danza Prospettiva</em> di Vittorio Biagi (1982) e altro ancora.</p><p>La <em>Scuola di Danza Accademica “Città di Teramo”</em> della Merlo, inaugurata nel settembre del 1959 ma di fatto attiva fin dall’aprile, rappresenta il caso più longevo di continuità didattica nel campo della danza di larga parte del mezzogiorno. La prima storica dimostrazione coreografica era peraltro del luglio 1959 al Convitto Nazionale, e come tale si poneva – di fatto – come risultato dell’anno accademico 1958-’59, al pari della scuola pescarese della romana Maggetti Grassi, tornata nella capitale nel ’65. Dopo il primo decennio, forgiato un primo vivaio di allievi danzatori, la Merlo chiamava Luisa Grinberg per quello che rappresenta il primo corso di <em>modern dance </em>americana tenuto nella nostra regione. Tra il 1970 e il 1979, avviava in proprio un gruppo di ricerca sulla fusione tra diversi linguaggi dove, ben oltre l’aspetto meramente didattico, nascevano molti dei primi compiuti esempi abruzzesi di danza moderna, con numerosissime creazioni originali. Ebbene, anche in questo caso il primato è tutt’altro che di portata locale. La prima scuola italiana di danza non accademica del Novecento apre a Torino nel 1923, ma è poco più che pantomima. Nel 1933, fortunosamente, Angiola Sartorio tenta di imbastire una scuola su tecnica Laban per conto del Maggio Musicale Fiorentino, ma il suo lavoro verrà presto asservito al teatro d’opera e la scuola vivrà solo pochi anni. Milloss stesso, malgrado lo sterminato potere, non avrà mai una sua scuola. La situazione prevalente è stantìa, classicista, manierista, sino a tutti gli anni Sessanta. La Merlo invece sperimenta tutto lo sperimentabile, in molti casi anticipando stili e tendenze che in Italia otterranno diritto di cittadinanza solo anni, in qualche caso decenni più tardi. Nel 1963 esegue a Teramo <em>La morte del cigno </em>di Fokine, altro capostipite della danza moderna. Fatto senza precedenti, non solo in Abruzzo. Nel 1973 propone con <em>La contestazione </em>quello che può dirsi uno dei primi esempi italiani di “teatrodanza”, quando il <em>Tanztheater </em>tedesco era non solo ai primordi e difatto sconosciuto al di qua delle Alpi ma ben lontano dall’aura <em>trendy </em>che avrebbe assunto nel decennio a venire. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, con un proprio laboratorio coreografico denominato <em>Teatro del Balletto di Teramo </em>(TBT), sviluppa i primi esempi di danza moderna mai realizzati in tutto il centro-sud del paese, tra cui autentici capolavori d’inventiva e di originalità stilistica. Andrebbe ricordata inoltre “Abruzzo Danza”, rassegna delle migliori scuole di danza svoltasi negli stessi anni, unica sul territorio a parte quella organizzata a Sulmona da un circolo amatoriale. Ebbene: sin dal primo dei Festival Regionali di Danza Classica sulmonesi, nel 1976, e contrariamente alle dichiarate finalità della manifestazione, Liliana Merlo introduce, assieme a titoli del repertorio neoclassico del primo Novecento, esempi di coreografie in stile decisamente più evoluto come <em>Impressionismo </em>e <em>Una notte sul Monte Calvo</em>, che sono di fatto le prime produzioni abruzzesi di danza moderna mai presentate a Sulmona e in tutta la provincia dell’Aquila.</p><p>Qualche considerazione conclusiva: nel corso della loro vita, pure così intensa, Nino Carloni e Liliana Merlo non si sono mai incontrati. Troppo presi, sui rispettivi fronti, dalle fatiche delle loro sfide quotidiane. Eppure il territorio ha risposto in eguale misura per ricordarli: la Merlo è stata celebrata a Teramo nel 2003, in occasione del primo anniversario della scomparsa, con un’assise nazionale, un’ampia mostra documentaria e un gala conclusivo col concorso degli allievi, iniziativa dalla quale altre sono scaturite. A Carloni, a cui la città dell’Aquila deve l’onore di essere assurta per quarant’anni a una delle capitali europee della musica, è stata dedicata lo scorso anno una tre giorni per il centenario della nascita, ispirata dall’<em>Aedificavit urbem</em> posto in calce allo stemma della Società Aquilana dei Concerti, la prima delle molte creature carloniane, un motto quantomai significativo in questo difficile momento della nostra storia. Si tratta, è il caso di aggiungerlo, di gesti importanti verso chi ha ben seminato e rappresentato tutti noi ma, per quel rischio sempre risorgente di ridurre l’esempio vivo a pura rammemorazione di un passato che non potrà tornare, non sono e non saranno mai abbastanza.</p><p>(<em>articolo apparso su “Teramani”, n. 70, aprile 2011</em>)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0019991_la-merlo-e-i-carloni-primati-della-tradizione-coreutica-abruzzese/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Filarmonica dell’Adriatico al debutto</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0019275_la-filarmonica-dell%e2%80%99adriatico-al-debutto/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0019275_la-filarmonica-dell%e2%80%99adriatico-al-debutto/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 Mar 2011 11:35:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=19275</guid> <description><![CDATA[Consorziarsi in musica: per vivere o sopravvivere? Si dice che l’unione, specie quando le energie mancano o scarseggiano, faccia la forza. E non c’è dubbio che di forza oggi, per fare e promuovere nel nostro paese l’ascolto di musica di non larghissimo consumo, ne occorra parecchia. Vorrei perciò sottoporre all’attenzione dei lettori alcune delle frasi [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Consorziarsi in musica: per vivere o sopravvivere?</em></p><p>Si dice che l’unione, specie quando le energie mancano o scarseggiano, faccia la forza. E non c’è dubbio che di forza oggi, per fare e promuovere nel nostro paese l’ascolto di musica di non larghissimo consumo, ne occorra parecchia. Vorrei perciò sottoporre all’attenzione dei lettori alcune delle frasi finali che il direttore d’orchestra abruzzese Donato Renzetti ha pronunciato venerdì 11 marzo al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, in occasione del debutto della “Filarmonica dell’Adriatico”.<span id="more-19275"></span></p><p>«Sono contento di vedervi così numerosi», ha esordito Renzetti, come se tornare in teatro – almeno di tanto in tanto – per ascoltare il pensiero musicale di uomini come Gustav Mahler, Maurice Ravel e Serghei Prokofiev, uomini che per la musica mondiale qualcosa hanno fatto, sia un evento fuori del comune, non solo singolare e inconsueto ma persino meritevole di elogio. Ahimé – purtroppo da noi lo è. Ma come può darsi che lo sia, in una nazione che fino a non molto tempo fa (meno di un secolo) era considerata da ogni angolo del pianeta una delle mecche della musica? Ha poi proseguito Renzetti: «È bene che la gente si ricordi che la musica non è solo divertimento, ma lavoro, impegno, disciplina, e che in Italia non ci sono solo il Grande Fratello e Amici, ma anche cose come quest’orchestra», e giù un applauso scrosciante. Perché – si sa – le verità, le verità beninteso di principio, da senso comune, che più spesso si tramutano in luoghi comuni e in facili moralismi anche quando dette dai migliori di noi, sono quelle su cui più facilmente si fa presto ad essere tutti d’accordo, salvo poi con altrettanta rapidità dimenticarle o fingere di dimenticarle.</p><p>Ha poi ricordato che la scelta di formare un’orchestra sinfonica di quasi cento elementi nasce dall’esigenza di proporre un repertorio più vasto, che diversamente non sarebbe possibile. «Non si può suonare sempre Verdi», ha chiosato a mo’ di battuta. Detto da lui, uno dei direttori italiani più solidamente versati nel repertorio italiano ottocentesco, e italiano-lirico in particolare, credo debba lasciare riflettere il doppio di quanto già si dovrebbe. Poco prima, quasi a mezza voce, Renzetti si lascia scappare un altro aspetto del problema, che non viene prima, e che non se ne sta <em>a latere</em>, ma che è in effetti il problema del problema: la formazione artistica in Italia. La scuola, i luoghi della formazione, i “maestri”. Si è detto spesso che senza possibilità concrete, formare risulta inutile. E in effetti molti di questi giovani neodiplomati (“neolaureati” come dopo la riforma 508 del 1999 si dovrebbe aulicamente chiamarli), se non se ne vanno a spasso, diventano spesso docenti a loro volta, cioè ripetitori di ripetitori, fossilizzandosi a fare solo il mestiere di chi li ha formati, e non quello che ogni musicista e artista dovrebbe poter fare: fare musica, spettacolo, teatro, insomma produrre cultura artistica, perpetuarla, valorizzarla, aiutare a scoprirla e ad accrescerla.</p><p>Verissima non di meno è poi la questione di uno svecchiamento del repertorio: è mai possibile che, a fronte di un <em>corpus</em> immenso qual’è quello della storia musicale occidentale, pressoché tutte le nostre maggiori istituzioni sinfoniche ripropongano puntualmente, stancamente, letargicamente, le stesse identiche cose? Le solite sinfonie, i soliti concerti, le solite opere del repertorio belcantistico e melodrammatico? E non si tratta, me lo si lasci aggiungere pur con tutto il rispetto per i promotori, solo un problema di dimensioni orchestrali. Capita infatti che anche i migliori dei nostri direttori, Muti e Abbado in testa, pur essendo specie il secondo passato per una vera e propria ubriacatura pseudoavanguardista negli anni Sessanta e Settanta, finiscano col rendersi proni alle richieste del mercato globalizzato (leggi massificato), verso il quale per lo più propendono ad accondiscendere le nostre attuali sovrintendenze. Se capitano casi assolutamente meritevoli in questo senso, ossia in senso del tutto controtendenziale, come certo è il caso ad esempio di Gianandrea Noseda, che da tempo sta riscoprendo il nostro repertorio sinfonico novecentesco, pressoché del tutto ignorato in patria, ebbene questi signori se la devono vedere in altri paesi (Inghilterra, Russia, America etc.).</p><p>Perciò va benissimo questa cosa della filarmonica adriatica, nata da una proposta congiunta tra i vertici dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese e il direttore generale della FORM, Fondazione Orchestra Filarmonica Marchigiana, sull’onda di quello che pare essere oggi l’ultimo espediente per calamitare fondi per la cultura: consorziarsi, stipulare accordi di mutuo soccorso pianificati tra regioni confinanti, nella fattispecie l’Abruzzo e le Marche. Riconosciute entrambe come Istituzioni Concertistico Orchestrali, come altre 13 dello stesso tipo in Italia, le due realtà vengono perciò a gemellarsi anzitutto allo scopo di sommare le – non opulentissime – risorse ministeriali di cui singolarmente godono grazie alla Legge 800 del 1967.</p><p>Insomma, per ridirlo più semplice, non c’è nessuna orchestra nuova ma due esistenti già da tempo, messe insieme. La novità è in questo senso solo virtuale. Un’orchestra più un’altra orchestra, con due storie, due formazioni, due derivazioni culturali e, si presume, due repertori non proprio coincidenti. Sarebbe un po’, <em>si parva licet</em>, se a un certo punto, per calamitare più fondi o raccogliere maggiore consenso da parte del loro pubblico, l’orchestra filarmonica di Monaco e quella sinfonica della Radio di Francoforte decidessero di unirsi per formarne una più grande. Chi mai ricorrerebbe a una cosa del genere in Germania o in uno qualunque degli altri paesi al di là delle Alpi, se non in occasioni e per finalità filantropiche del tutto eccezionali?</p><p>Detto questo, ma non si tratta certo di una scoperta, la neonata formazione si è comportata in modo eccellente. E la seconda serata, proposta all’Auditorium della Guardia di Finanza dell’Aquila la sera seguente, immagino non sia stata da meno. A parte qualche indecisione con la <em>Decima Sinfonia</em> di Mahler, specie negli attacchi e nelle intonazioni degli archi sui pianissimi (ma capita che la partitura sia tutt’altro che di facile esecuzione), l’orchestra ha dimostrato una padronanza e una bellezza di suono davvero notevoli con Prokofiev e Ravel. I due balletti <em>Romeo e Giulietta</em> e <em>Bolero</em>, opere di straordinaria invenzione e di altissima sapienza orchestrativa, hanno risuonato come meglio non ci si sarebbe potuti attendere. Del resto le due orchestre sono quello che sono, quanto di meglio abbiamo dalle nostre parti.</p><p>Tutto questo, ripeto, va benissimo. Ma basterà?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0019275_la-filarmonica-dell%e2%80%99adriatico-al-debutto/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Vincenzo Cerulli e l’Osservatorio astronomico di Collurania</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0017804_vincenzo-cerulli-e-l-osservatorio-astronomico-di-collurania/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0017804_vincenzo-cerulli-e-l-osservatorio-astronomico-di-collurania/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 Mar 2011 10:39:44 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/?p=17804</guid> <description><![CDATA[Il rischio di un accorpamento dell’Osservatorio astronomico di Collurania con quello di Roma ha provocato una serie di reazioni da parte delle autorità locali. Eppure si tratta di un bene culturale cittadino di lungo corso, tutt’altro che nuovo a rischi di degrado e di espropriazione. Per lungo tempo, come credo moltissimi teramani, sono stato portato [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Cerulli-al-telescopio-di-Collurania.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-17807" title="Cerulli al telescopio di Collurania" src="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Cerulli-al-telescopio-di-Collurania.jpg" alt="Vincenzo Cerulli e l’Osservatorio astronomico di Collurania" width="600" height="454" /></a></em></p><p><em>Il rischio di un accorpamento dell’<strong>Osservatorio astronomico di Collurania </strong></em><em>con quello di Roma ha provocato una serie di reazioni da parte delle </em><em>autorità locali. Eppure si tratta di un bene culturale cittadino </em><em>di lungo corso, tutt’altro che nuovo a rischi di degrado e di espropriazione.</em></p><p>Per lungo tempo, come credo moltissimi teramani, sono stato portato a considerare l’Osservatorio di Collurania alla stregua di una località turistico-paesaggistica, quasi a confonderlo con il gruppo di cipressi e di abeti che perimetrano la sommità della Specola. E questo malgrado l’immenso fascino che nella mia mente di adolescente esercitavano le profondità del cosmo e le sue leggi. Del suo fondatore Vincenzo Cerulli poi, fino a pochi anni fa, mi era ignota persino l’esistenza. <span id="more-17804"></span></p><p>Non lo si dica qualunquista, ma sono convinto che in gran parte l’attuale situazione di degrado della ricerca scientifica nel nostro paese dipenda proprio da questo tipo di situazione, che non è retaggio di una povertà solo materiale o economica – i Cerulli sono stati, e sono tutt’ora, una delle più ricche famiglie d’Abruzzo – ma di una penuria culturale, di un fenomeno di scollamento tra vita quotidiana e approccio scientifico alla realtà intrinsecamente radicato nel cuore della nostra storia e della nostra società. Le “politiche di rigore”, di cui oggi tanto si parla, seguono di fatto a decenni di politiche “dell’incuria”. Si può lecitamente contrastare un errore con lo stesso errore?</p><p>È delle ultime settimane la notizia dell’allarme lanciato da Oscar Straniero, attuale direttore dell’osservatorio, per denunciare il rischio chiusura di tutto l’impianto, una delle 20 strutture di ricerca dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, dove lavorano 16 ricercatori, e che comprende un telescopio di quasi 40 cm montato lì da Cerulli nel 1893, un secondo più moderno inaugurato nel 1994, un museo, un centro elaborazione dati interamente telematizzato, un laboratorio di elettronica da cui è nata AMICA, la camera a infrarosso che una motonave francese prima e aerei militari dopo hanno condotto fino a un importante complesso astronomico in Antartide.</p><p>Il rischio di una chiusura o di un accorpamento che ne comprometterebbe di fatto la teramanità, alquanto reale dopo la drastica razionalizzazione delle risorse messa in atto dal ministero, è stato accompagnato dalle reazioni dei politici locali. Giuste, senza dubbio, ma prevedibili. Si è controproposto nientemeno che un possibile “polo scientifico teramano e abruzzese”, il quale, malgrado la disparità degli enti da cui dipendono, vedrebbe consorziate le stazioni di Collurania e dei Laboratori del Gran Sasso, realtà quest’ultima come noto sorta in modo del tutto diverso, ossia per volontà di Antonino Zichichi e in seguito a sinergie nazionali. Il punto di fondo tuttavia è chiaro: l’osservatorio è nostro, e non ce lo facciamo portare via. Giusto, ripeto, ma vagamente goffo. Il pericolo di far cadere in mani esterne questo bene tutto teramano per reiterata incuria da parte delle amministrazioni locali è ben antico, e può essere fatto risalire quantomeno al 1956, quando la direzione dell’osservatorio passava a Napoli, o ancora prima al fallito tentativo, nel 1923, d’installare sulla collina a sud del comprensorio un riflettore di un metro di apertura, che avrebbe trasformato l’osservatorio in uno dei maggiori d’Italia. Si è dovuto attendere al 1987 perché, dal direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, la gestione tornasse interamente teramana con Vittorio Castellani.</p><p>La manifestazione per il primo centenario del complesso, svoltasi nell’aprile del 1992 a cura della sezione Mathesis di Teramo, che ha compreso l’inaugurazione di nuovi locali, è passata quasi sotto silenzio. Cosa ha fatto perciò in concreto la città, sinora, per valorizzare questo bene? Un bene che si è accresciuto di molto nel tempo, e che ha certamente conseguito un qualche ruolo nella ricerca astrofisica italiana. Cerulli, tutt’altro che un dilettante come spesso è stato romanticamente dipinto, oltre a una laurea in fisica aveva conseguito in vita un prestigio che lo pone tra i massimi pionieri dell’astronomia italiana, scopritore di pianeti e di comete ritenute disperse, fine teorico nel campo della fotometria e dello studio degli asteroidi, non solo presidente della Società Astronomica Italiana per diversi anni ma professore <em>ad honorem</em> all’Università di Roma.</p><p>Per riassumere rapidamente i risultati e le peculiarità del lavoro recente svolto dall’Osservatorio “Cerulli”, si possono ricordare gli studi condotti sulla teoria dell’evoluzione stellare e dell’astrofisica nucleare, la progettazione di nuovi sistemi di misurazione delle oscillazioni solari, oltre a una gran quantità di iniziative con cui l’osservatorio ha tentato instancabilmente di aprirsi al territorio cittadino, oggi così ricco di partner istituzionali come l’ateneo e il Parco della Scienza – nato anch’esso sotto i migliori auspici ma pare non altrettanto dotato di gambe –, sino alle iniziative prossime del premio artistico “Vittorio Castellani”, giunto alla Terza edizione. Tra i progetti tutt’ora in via di sviluppo il più rilevante è certamente lo SWIRT, incentrato sullo studio delle esplosioni stellari extragalattiche, le cosiddette <em>supernovae</em>. Un progetto che vede coinvolto l’Osservatorio di Teramo con quello di Roma e quello russo di Pulkovo, grazie al potente rilevatore a infrarosso del telescopio installato nella seconda cupola di Campo Imperatore.</p><p>(<em>articolo apparso su “Teramani”, n. 69, febbraio 2011</em>)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0017804_vincenzo-cerulli-e-l-osservatorio-astronomico-di-collurania/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Primo Riccitelli e la sua eredità</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0017325_primo-riccitelli-e-la-sua-eredita/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0017325_primo-riccitelli-e-la-sua-eredita/#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Jan 2011 11:03:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/?p=17325</guid> <description><![CDATA[Si è recentemente tornati a discutere sulla figura di Primo Riccitelli. Lo si è fatto, come spesso accade anche coi protagonisti del mondo culturale, per ragioni legate a polemiche abbastanza incomprensibili, fatte più di polvere al vento che di altro. E tuttavia dietro questa coltre di fumi qualcosa di reale è accaduto, introducendo elementi di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><a href="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Un-ritratto-di-Riccitelli.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-17326" title="Un ritratto di Riccitelli" src="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Un-ritratto-di-Riccitelli.jpg" alt="Primo Riccitelli" width="400" height="472" /></a></p><p lang="en-US">Si è recentemente tornati a discutere sulla figura di <strong>Primo</strong> <strong>Riccitelli</strong>. Lo si è fatto, come spesso accade anche coi protagonisti del mondo culturale, per ragioni legate a polemiche abbastanza incomprensibili, fatte più di polvere al vento che di altro. E tuttavia dietro questa coltre di fumi qualcosa di reale è accaduto, introducendo elementi di novità su cui credo sia importante riflettere, e che ritengo propizi non per qualcosa o qualcuno ma per la città intera. Chi è stato Primo Riccitelli? <span id="more-17325"></span></p><p lang="en-US">Poco da dire: il maggiore compositore che <strong>Teramo</strong> abbia mai avuto.</p><p lang="en-US"> C’è chi lo ha posto al vertice della storia musicale abruzzese di ogni tempo, forse sottovalutando l’indiscussa notorietà di un Tosti, o l’oggettiva statura di figure non meno trascurate come quella di un Lupacchino dal Vasto. Ma di certo Riccitelli, questo ometto timido e così tanto sprovveduto nei riguardi di un talento di cui pare essere stato solo in parte consapevole, ha raggiunto nella sua non facile vita traguardi difficilmente paragonabili a quelli di pressoché ogni altro musicista conterraneo.</p><p>Perché d’accordo la scarsa accortezza di affidare a finti amici diplomi autografi e partiture d’opera, l’umiliante ripetuta richiesta di aiuti dallo Stato (che allora era il Duce) per riuscire a lavorare, ma non accade per caso di ottenere fiducia da un Pietro Mascagni, avere librettisti come Illica e Forzano, trionfare alla Scala e poi al Metropolitan con Beniamino Gigli, trovarsi in cartellone con la <em>Salomè </em>di Richard Strauss, ottenere un primo premio assoluto quando in commissione ci sono signori come Puccini, Mascagni e Cilea. Collocato entro una prospettiva storica allargata a Otto e Novecento, Riccitelli è in effetti figura del tutto singolare. Salvo gli esordi abruzzesi col maestro di cappella del Duomo di Teramo Nicola Dati, non molto rilevanti e di cui è persa ogni traccia, la formazione artistica riccitelliana avviene a Pesaro, e risente notevolmente del clima verista della scuola toscana d’inizio secolo.</p><p>Caso più unico che raro, se si pensa che pressoché tutti gli altri corregionali, da Fenaroli a Braga, da Di Jorio e De Nardis in avanti, muovono i loro passi nel solco della scuola musicale napoletana, legata come noto al belcantismo settecentesco dei Pergolesi e dei Paisiello. Mi è capitato di scorrere qualche pagina della <em>Madonna Oretta</em>, la più matura delle due sole opere superstiti, e l’impressione è stata forte. La fluidità dell’intreccio vocale, la ricchezza ed eleganza del tessuto armonico sono sorprendenti. La scrittura non è certo di taglio avanguardista, ma propriamente non lo sono nemmeno quelle di Mascagni e di Puccini, né ad esempio quelle di un Wolf-Ferrari, a cui Riccitelli verrà accostato, o di un Umberto Giordano. E l’elenco potrebbe estendersi di molto anche in ambito non operistico. A ciò si aggiungano una freschezza e una fluidità melodica sempre avvincenti. E tuttavia che gloria e notorietà siano spesso effimere non è cosa di cui potersi meravigliare, e così è stato anche per Riccitelli.</p><p>Quanto pesano le accuse di chi auspica una Riccitelli <em>renaissance</em>? In ciò che esse indicano sul piano etico, diciamo “da grillo parlante”, un qualche peso lo hanno. Dopo i trionfi italiani e oltreoceano, la musica di Riccitelli è sparita dalle scene che contano. Questo non certo in ragione dell’esiguità del suo lascito musicale: che dire allora di autori come Boito, che in vita scrisse solo un’opera e mezza? O di autori come Ponchielli, o Catalani, o Leoncavallo, rimasti in repertorio per un solo titolo e tuttavia ancora oggi eseguiti e celebrati in tutto il pianeta? Ancora più inconsistenti le motivazioni di una presunta malasorte riccitelliana, comune ad artisti come Tomaso Albinoni, autore in vita di oltre cinquanta opere quasi interamente andate distrutte durante la seconda guerra mondiale.</p><p><a href="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Beniamino-Gigli-ne-I-Compagnacci-Metropolitan-Opera-House-di-New-York-1923.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-17327" title="Beniamino Gigli ne I Compagnacci (Metropolitan Opera House di New York 1923)" src="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Beniamino-Gigli-ne-I-Compagnacci-Metropolitan-Opera-House-di-New-York-1923.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a><br /> <em>Beniamino Gigli ne &#8220;I Compagnacci&#8221; (Metropolitan Opera House di New York 1923)</em></p><p>Perciò non v’è dubbio che su Riccitelli Teramo possa e debba fare di più, e tuttavia resta il fatto che da oltre trent’anni a Primo Riccitelli è intitolata la più prestigiosa istituzione nel campo della programmazione musicale che la città possa vantare, tra le migliori di tutto il centro Italia, che la sola esecuzione in data recente de <em>I Compagnacci</em>, nel 1999, sia stata artisticamente diretta e coordinata proprio dalla Società “Riccitelli”, e che in quel caso – e in quello soltanto – si sia assistito a un’edizione discografica e a una pubblicazione cartacea dedicate. Dei “Festival Riccitelliani” giuliesi, voluti dai pronipoti del musicista, non è possibile dire la stessa cosa. La <em>Madonna Oretta</em> eseguita in forma di concerto, e senza voci, al Porto Turistico di Giulianova nel 2008, la mostra organizzata a Teramo due anni prima, in agosto, non hanno ottenuto né potevano sperare di ottenere la stessa eco. L’eredità di Riccitelli è insomma ben vasta, e dell’altra ne è esistita in passato: si pensi a Gaetano Riccitelli, figlio di un fratello di Primo, maestro di coro in produzioni nazionali con Previtali, Gui, Carreras. Ritengo semmai più saggio prendere atto che, di fronte a un caso come quello di Riccitelli, le difficoltà di un recupero sono oggettivamente molte, e che non si può pretendere di risolverle alimentando polemiche sterili o contrapposizioni di scarsa utilità.</p><p>Giusto ai princìpi di dicembre 2010 è stato diramato un comunicato nel quale si annuncia il riallestimento nel 2011 dei <em>Compagnacci </em>al Lincoln Center di New York, per iniziativa di una compagnia operistica, la “Teatro Grattacielo”, sostenuta dall’apporto di due fondazioni newyorchesi, che si propone il recupero del repertorio lirico italiano meno conosciuto. Un’iniziativa meritevole, ma speriamo non isolata e chimerica come assai spesso accade in situazioni di questo genere. Inoltre, sia lecito aggiungerlo, sarà sufficiente estendere l’invito alla sola Agnese Riccitelli e alle autorità abruzzesi di rito, trascurando quanti, a cominciare dalla Società Riccitelli, hanno condotto – a nome dell’intera città e non di una singola famiglia – una significativa, anzi la più significativa, opera di rivalorizzazione? E soprattutto, basterà una singola messa in scena, inserita in un contesto che troppo facilmente potrebbe scadere nell’estemporaneo, a impedire che si favorisca e persino si confermi il dato di marginalità che ha finora impedito a Ricciteli di riemergere dall’ombra?</p><p>Atteniamoci perciò ai dati concreti, ai recenti ritrovamenti a Milano delle parti orchestrali ritenute perdute di <em>Madonna Oretta</em>, stampata da Sonzogno nel 1932, e a Roma di una romanza giovanile inedita risalente ai primi anni di studio pesaresi, anche se datata Bellante 1899, cui si deve aggiungere lo spartito completo di <em>Maria sul Monte </em>conservato dalla Biblioteca dell’Accademia di Santa Cecilia, la melodia <em>Chiamatelo destino</em>, tratta da <em>Lyrica </em>di Enrico Panzacchi e apparsa sul periodico “Albia” nel 1924, un’altra romanza autografa sempre su testo di Panzacchi per soprano e pianoforte, conservata dall’Istituto “Braga”, documenti che potranno presto – si spera – arricchire il Fondo Riccitelli conservato dalla Biblioteca provinciale di Teramo. Un Fondo che, sebbene non amplissimo, consiste di alcuni faldoni contenenti diversi fogli manoscritti, tutto materiale frammentario e solo in parte riordinato ma che per più ragioni ha notevole significato. Oltre alla riduzione per canto e pianoforte di <em>Madonna Oretta</em>, vi si trovano inoltre articoli, lettere e programmi, assieme a una nota bibliografica aggiornata al 2006 estratta dalla tesi discussa a “Tor Vergata” da Mauricia Di Meco, studiosa di Pescara oggi titolare di Organo al Conservatorio di Campobasso. </p><p><em>(articolo apparso su “Teramani”, n. 68, dicembre 2010)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0017325_primo-riccitelli-e-la-sua-eredita/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Teramo culturale. Una stagione di danza: perchè?</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0016314_teramo-culturale-una-stagione-di-danza-perche/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0016314_teramo-culturale-una-stagione-di-danza-perche/#comments</comments> <pubDate>Tue, 30 Nov 2010 00:00:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[danza]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/?p=16314</guid> <description><![CDATA[Al via la prima Stagione Internazionale di Danza a Teramo, intitolata alla figura di Liliana Merlo. Alcune riflessioni del curatore sulla lunga cronistoria, non priva di ostacoli e difficoltà, che ne ha predisposto e reso possibile il varo. «Gli italiani amano la danza, ma spesso non sono disposti a pagare il biglietto per vederla». Con [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><a href="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Serate-Liliana-Merlo-2007-Hungarian-National-Ballet-foto-T.-DAmbrosio.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-16317" title="Serate Liliana Merlo 2007 - Hungarian National Ballet (foto T. D'Ambrosio)" src="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/Serate-Liliana-Merlo-2007-Hungarian-National-Ballet-foto-T.-DAmbrosio.jpg" alt="Teramo culturale" width="500" height="323" /></a></p><p lang="en-US"><em>Al via la prima Stagione Internazionale di Danza a Teramo, intitolata alla figura di Liliana Merlo. Alcune riflessioni del curatore sulla lunga cronistoria, non priva di ostacoli e difficoltà, che ne ha predisposto e reso possibile il varo.</em></p><p lang="en-US">«Gli italiani amano la danza, ma spesso non sono disposti a pagare il biglietto per vederla». Con queste parole Robert North, uno dei maggiori coreografi viventi, intervenenendo due anni fa in un convegno a Teramo, sottolineava un punto dolente dell’attuale situazione della danza in Italia, ribadendolo anche in un’intervista televisiva. <span id="more-16314"></span></p><p>Cosa sono, nella loro quasi totalità, le nostre attuali scuole di danza private? Sono, ormai da un quindicennio, associazioni sportivo-dilettantistiche affiliate a una serie di organismi nazionali, per lo più del tutto estranei alla danza come tale, ovvero come forma d’arte autonoma. Queste affiliazioni garantiscono alle associazioni una notevole gamma di agevolazioni fiscali, divenute nel frattempo sempre più necessarie visto il prolificare di balzelli e l’aggravio dei costi di gestione. Fenomeno non casuale, dovuto sia a una politica di liberalizzazione selvaggia che a un fenomeno diffuso di commistione tra pubblico e privato. Ecco dunque coniate terminologie finora impensabili, per lo più senza senso, come “danza sportiva”, “danza atletica” e via dicendo. La subordinazione alla categoria delle attività agonistico-motorie, l’esplicito riferimento al mondo della pratica amatoriale, ha difatto provocato un’assuefazione generalizzata all’abbinamento automatico fra danza e svago, e il conseguente decadimento della danza ad attività ginnica, ricreativa e ludica.</p><p>Nulla di grave, in fondo, salvo che in questo modo l’arte sparisce. La danza “d’arte”, come si intendeva una volta la danza della grande tradizione occidentale, cede il passo alla moda, al conformismo, all’esteriorità, all’incultura. È inoltre da tempo consolidata anche a Teramo la consuetudine che, per l’intero mese di giugno, si svolga la rassegna dei saggi di fine anno delle ormai numerosissime scuole di danza e di ballo, rassegna che temo in città molti scambiano per una sorta di festival del balletto. Fatto sta che, coinvolgendo a vario titolo familiari e amici ed essendo per lo più a ingresso libero, in quei casi il teatro è strapieno. Che si tratti di un interesse sincero per la danza, naturalmente, è secondario. È un problema – a dirla tutta – che nasce da lontano, e che risale quantomeno al provincialismo italiano d’inizio secolo, allo stagnante manierismo di coreografi umbertini come Luigi Manzotti, all’ingerenza monopolistica dell’Accademia Nazionale di Roma, fortemente autoritaria e poco propensa al rinnovamento, alla reazione drastica e libertaria degli anni Ottanta, sino ad arrivare alla totale disapparizione di oggi.</p><p>Non so quanti fra i lettori abbiano preso coscienza che la danza d’arte è letteralmente sparita dai palinsesti televisivi italiani da almeno vent’anni, che nessun quotidiano nazionale ne parla più, che le sole produzioni di danza che richiamano l’attenzione dei media sono quasi esclusivamente <em>musical</em> e <em>talent-show</em>, che il maggiore dei nostri teatri di tradizione, La Scala di Milano, programma in media sei spettacoli di danza l’anno contro i circa venti dei restanti teatri d’Europa. Purtroppo, sembra davvero di essere tornati indietro di cinquant’anni. Come ai tempi bui della guerra e della forzata omologazione sociale, il neo-avanspettacolo spopola e detta legge. Non c’è da stupirsi, perciò, del fatto che i talenti espatrino, che le poche compagnie di alto profilo annaspino, che le scuole di danza private siano sempre meno luoghi di formazione e di ricerca e sempre più vivai di esibizionismo approssimativo e privo di sostanza, che il pubblico sia sempre più diseducato alla danza d’autore.</p><p>Quattro anni fa, dopo lunga gestazione, nasceva il progetto per una stagione abruzzese di danza internazionale, da affiancare a quelle teatrali e concertistiche. Non avendo precedenti, il progetto veniva baldanzosamente presentato dal sottoscritto a L’Aquila e sottoposto al vaglio dei dirigenti delle massime stagioni di L’Aquila, Pescara, Teramo e Sulmona. Lucida follia, sono pronto ad ammetterlo. Eppure per qualche momento la cosa si rivelò possibile, in linea del resto con quanto accade in regioni come l’Emilia Romagna e le Marche, che da decenni producono e programmano spettacolo in maniera consorziata. Restò in gara solo Teramo e di questo in fondo mi rallegrai perché, come Annino Di Giacinto una volta mi disse, «la vera danza in Abruzzo è nata a Teramo». Le premesse c’erano tutte e, nel 2007, il progetto veniva convintamente abbracciato da Maurizio Cocciolito e dalla Società Riccitelli. Prendeva il nome di <em>Serate Liliana Merlo</em>, e si prefiggeva lo scopo di introdurre una nuova forma di programmazione artistica, culturalmente di spessore, saldamente ancorata alla storia del territorio cittadino.</p><p>Con magri e discontinui aiuti istituzionali, ovvero con cospicuo dispendio del capitale di famiglia, ottenevo l’adesione di Elisa Guzzo Vaccarino, la più autorevole studiosa di danza del nostro paese, e un’esclusiva nazionale con l’<em>Hungarian National Ballet</em>, tra le più antiche e prestigiose compagnie del mondo, nella quale mio fratello Andrea lavora dal 1996 come solista e coreografo. Risultato: alla conferenza sulla danza contemporanea, curata come c’era da aspettarsi in maniera perfetta dalla Vaccarino e arricchita da numerosi video, circa una sessantina di persone; in una sala, quella principale della Facoltà di Scienze della comunicazione della nostra università, che potrebbe contenerne almeno trecento. Allo spettacolo, di impressionante bellezza, poco più di metà teatro. L’anno seguente, con la compagnia del <em>Krefeld Ballettensemble</em> in un magnifico trittico di North, la risposta è rimasta più o meno la stessa, malgrado i vari tentativi di agevolare la partecipazione di scuole di danza e di studenti. Insufficiente visibilità? Poca promozione? Forse sì, o forse non solo. Resta il fatto che alla conferenza-incontro, introdotta da Leonetta Bentivoglio con il maestro North, quasi solo adolescenti e nemmeno un universitario. Allo spettacolo, anch’esso di livello mai visto, galleria chiusa. Non ultimo l’ardire di qualcuno sul prezzo dei biglietti, di tre volte più bassi del costo medio che i civitanovesi pagano per assistere agli spettacoli del loro Civitanova Danza, dove i posti vanno a ruba. È capitato poi il disastro del 2009, gli strascichi di sanitopoli, commissariamento, terremoto, e il progetto è stato ovviamente accantonato per lasciare posto ad altre priorità, ammesso che ne esistano quando si parla di cultura. Francamente non so, nel caso il maestro Cocciolito non avesse preso a cuore l’iniziativa, quale destino sarebbe toccato a questo lungo progetto. Ma certo è facile immaginarlo.</p><p>E c’è dell’altro: ho dovuto convincermi, nel frattempo, che le idee in città su cosa sia una stagione di danza sono tutt’altro che chiare. Dopo l’avvio del progetto altre realtà culturali hanno rivendicato primati inesistenti, coalizioni coreutiche sono bellamente nate e morte lanciandosi in improbabili imitazioni, le scuole di danza cittadine hanno proseguito a moltiplicarsi coi loro <em>show </em>di fine anno. E dunque perché una stagione di danza a Teramo? Che senso potrà mai avere? C’è già dell’altro, c’è già di simile, a costi e prezzi decisamente più contenuti. E allora perché? A che scopo cambiare? Io naturalmente, avendo vissuto al fianco di una persona come Liliana Merlo per trentacinque anni, ho un <em>mio </em>perché, ma rivolgo il quesito ai lettori. Perché?</p><p lang="en-US">(<em>articolo apparso in parte su “Teramani”, n. 66, ottobre 2010</em>)</p><p><em>Foto di apertrua: Serate Liliana Merlo 2007 – Uncertain Harmony </em>di Andrea Paolini Merlo, <em>Hungarian National Ballet </em>(foto T. D’Ambrosio)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0016314_teramo-culturale-una-stagione-di-danza-perche/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Teramo: un Liceo coreutico al Delfico</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0014426_teramo-un-liceo-coreutico-al-delfico/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0014426_teramo-un-liceo-coreutico-al-delfico/#comments</comments> <pubDate>Sat, 24 Jul 2010 12:08:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=14426</guid> <description><![CDATA[Riflessioni chiaroscurali su di una riforma scolastica alquanto incerta e tardiva. È stata annunciata da un paio di mesi la nascita di un Liceo coreutico a Teramo. Grande soddisfazione, esternata a spron battuto come di prammatica, da parte di responsabili scolastici e amministratori locali, che hanno parlato di “risultato importante”, di “motivo di orgoglio”, persino [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Riflessioni chiaroscurali su di una riforma scolastica </em><em>alquanto incerta e tardiva.</em></p><p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Liceo-coreutico-teramo.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-14430" title="Liceo-coreutico-teramo" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Liceo-coreutico-teramo.jpg" alt="Teramo: un Liceo coreutico al Delfico" width="274" height="400" /></a></p><p>È stata annunciata da un paio di mesi la nascita di un <strong>Liceo coreutico a Teramo</strong>. Grande soddisfazione, esternata a spron battuto come di prammatica, da parte di responsabili scolastici e amministratori locali, che hanno parlato di “risultato importante”, di “motivo di orgoglio”, persino di “volano per la cultura della nostra provincia”. In realtà, temo non sappiano ancora bene cosa li aspetta. Si tratterebbe di un’innovazione premiante per la nostra città? <span id="more-14426"></span></p><p>Per la verità, di licei coreutici si parla da tempo immemore nel nostro paese, quelli di Latina e di Torino sono attivi già da anni, e oltre agli altri quattro previsti a Roma, Udine, Busto Arsizio e Genova, tutti peraltro scelti con quello di Teramo come sedi pilota, molti altri se ne prevedono in futuro: pare uno ogni due province. Di un “privilegio teramano” rispetto agli altri capoluoghi abruzzesi mi sembra perciò abbastanza azzardato parlare. Ma veniamo ai fatti certi.</p><p>Il nuovo liceo è uno dei due indirizzi del Liceo Musicale e Coreutico, una delle scuole secondarie di secondo grado introdotte dalla tanto contestata riforma Gelmini, che entrerà a regime non prima del 2013. A Teramo partirà a settembre prossimo nel nostro convitto nazionale, con una sola classe e per un massimo di 20 frequentanti. Dopo l’esame attitudinale, svoltosi a fine maggio, gli ammessi avranno 32 ore totali la settimana, di cui 14 di formazione coreutica nel primo biennio, che scenderanno a 11 nei tre anni seguenti. L’istituto sarà convenzionato con l’Accademia Nazionale di Danza, ossia verrà rifornito di docenti di danza tutti della stessa provenienza, a riprova di un’antica posizione accentratrice e nei fatti monopolistica tutt’ora mantenuta dall’istituzione romana. Al termine dei cinque anni l’allievo conseguirà la “maturità coreutica”, corrispondente al titolo di Diploma accademico di I livello, dal quale si potrà proseguire – ma praticamente si tratterà di un obbligo velato – iscrivendosi a un corso di II livello in Accademia, di altri due anni. In caso contrario, si potrà proseguire con un percorso universitario o di tipo similare, che tuttavia darà evidentemente sbocchi professionali alternativi a quelli della danza danzata.</p><p>Veniamo adesso ai punti che sono meno certi. Anzitutto il problema logistico. Il nostro convitto, come molti altri in giro per l’Italia, di fatto non dispone di spazi adeguatamente attrezzati per questo tipo di disciplina. Tant’è vero che la dirigenza scolastica del Delfico ha dovuto emanare un bando di gara per pubblica fornitura. Questo significa che, per almeno un anno o due, il liceo coreutico sarà obbligato ad appoggiarsi a strutture esterne per garantire lo svolgimento delle materie fondamenti del corso, con immaginabili disagi e costi aggiuntivi di vario genere, i quali, con ogni probabilità, ricadranno sui diretti fruitori. Pur in assenza (pare incredibile) di un decreto ufficiale sui requisiti tecnici minimi delle sale di danza, il bando, su indicazioni dell’Accademia, richiede superfici di almeno 140 mq, pavimentazioni in legno a nido d’ape (tralasciando il dato non meno importante dell’elasticità), un pianoforte verticale, spogliatoi separati e via dicendo. Strutture del genere di certo non abbondano in città, e non si trovano a pochi passi dal convitto.</p><p>In secondo luogo il piano di studi, di cui mancano ancora i dettagli. Se si rispetterà il parallelismo didattico con quelli che sono i programmi ministeriali stabiliti dall’Accademia, cosa assai più che probabile, i problemi per chi dovrà frequentare non saranno pochi. Chi si iscrive a un liceo, mediamente, ha tredici anni. Ebbene a tredici anni un aspirante ballerino, specie se ragazza, dovrebbe trovarsi già a un terzo-quarto corso normale. Il che significa che dovrebbe avere già diversi anni di studio alle spalle, essere già solidamente “impostato” nello studio della danza accademica. Pare poco? Chiunque conosca o abbia frequentato corsi di danza, sa quanto fondamentale sia la formazione di base. Iniziare tardi, a sviluppo fisico già avanzato, o iniziare male, con insegnanti non del tutto adeguati al compito, significa avere possibilità pressoché uguali a zero di poter riuscire bene in un corso del genere. L’incongruenza è del resto ben visibile già nell’apparente paradosso di un liceo che apre con un’unica classe in una città, e in un paese, che in questi ultimi vent’anni hanno registrato un’autentica esplosione di domanda e di offerta nel campo della danza. Esplosione avvenuta per una sorta di reazione a catena consentita da politiche liberiste quantomai disinvolte e da tam-tam mediatici affidati a varietà e <em>talent show</em> televisivi di dubbia valenza culturale. Sul piano didattico, per conseguenza, la situazione non è meno fosca e la formulo in questi termini: quante sono le scuole di danza private oggi attive nel nostro territorio, e in quelli confinanti, che possono garantire a un ragazzo di tredici anni una preparazione adeguata per la sua età? La risposta è: molto poche, e sempre meno. La danza non è ginnastica, non è gioco o sport, è arte. Per svolgerla sul serio, così come avviene per la musica o per qualunque altra disciplina artistica, servono molte qualità, serve selezione, servono insomma metodiche di insegnamento che, ormai da tempo, nelle nostre scuole di danza private sono cadute in disuso.</p><p>Perciò può dirsi bastevole una riforma simile, in un paese che non ha ormai da tempo una vera cultura coreutica né una varietà di compagnie o luoghi nei quali la danza d’arte possa esprimersi? Tutt’altro che un successo o un volano, e stando le cose per come le vedo ora, a me pare simile a una casa senza base e senza tetto, rischiosa per chiunque voglia abitarla o gestirla.</p><p><em>(articolo apparso su “Teramani”, n. 64, [luglio] 2010)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0014426_teramo-un-liceo-coreutico-al-delfico/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Un ricordo di Giulia Zauli</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0014424_un-ricordo-di-giulia-zauli/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0014424_un-ricordo-di-giulia-zauli/#comments</comments> <pubDate>Thu, 22 Jul 2010 12:06:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi celebri]]></category> <category><![CDATA[Atri]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=14424</guid> <description><![CDATA[A cinque anni dalla scomparsa, il ritratto di una delle figure di più alto profilo che abbiano frequentato Teramo negli anni Cinquanta e Sessanta, per molti anni pediatra a Teramo e Atri, ma anzitutto coscienza nobile della città. Cinque anni fa, ottantacinquenne, scompariva a Bologna Giulia Zauli Naldi. Di origini nobili &#8211; proveniva da una [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>A cinque anni dalla scomparsa, il ritratto di una delle figure di più alto profilo che abbiano frequentato Teramo negli anni Cinquanta e Sessanta, per molti anni pediatra a Teramo e Atri, ma anzitutto coscienza nobile della città.</em></p><p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Giulia-Zauli-con-Gabriele.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-14432" title="Giulia Zauli con Gabriele" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Giulia-Zauli-con-Gabriele.jpg" alt="Giulia Zauli" width="287" height="400" /></a></p><p>Cinque anni fa, ottantacinquenne, scompariva a Bologna <strong>Giulia Zauli Naldi</strong>. Di origini nobili &#8211; proveniva da una delle più antiche famiglie comitali di Faenza &#8211; giunse a Teramo dal capoluogo emiliano nei primi anni Cinquanta. Divenne parte del ristretto stuolo di collaboratori che il professor Giuseppe Emilio Gaspari, brillante pediatra e fratello del più noto parlamentare Remo, volle con sé per l’attivazione di una sede distaccata dell’Ospedale civile di Teramo in zona Santo Spirito, il cosiddetto “Ospedaletto” di via Taraschi. Fu il primo centro pediatrico attivato in città, nel 1950, dopo l’opera pionieristica svolta da figure come Mario Capuani. <span id="more-14424"></span></p><p>Si trattò certamente di un momento fortunato per la sanità teramana. Gaspari, allievo del senese Gian Paolo Salvioli, apparteneva al fior fiore della scuola medica bolognese, quella stessa nella quale si era distinto, fra gli altri, un altro medico teramano di grande prestigio, Antonio Gasbarrini. Fin dal suo arrivo l’attività di Giulia si distinse per competenza e serietà, che la condussero ad assumere il ruolo di primario all’Ospedale di Atri, dove prestò servizio fino all’andata in pensione.</p><p>Abruzzese d’adozione e teramana d’elezione, Giulia non è stata solo un’eccellente pediatra. I suoi interessi per la fotografia e per il disegno, fra l’altro, lo dimostrano: molti dei suoi scatti e fotoritratti, presi anche in caratteristiche località abruzzesi, sono autentiche opere d’arte. Organizzatrice perfetta, amò sempre viaggiare e andare alla ricerca di tutti gli aspetti e le usanze del mondo, che di fatto le riuscì di vedere quasi per intero. Sportiva, atletica, saliva sci in spalla da Pietracamela ai Prati di Tivo quando lassù non c’era nulla, e ancora negli ultimi anni proseguì a spostarsi in bici. Rimasta presto orfana di padre, e poi nubile per tutta la vita, decise di allevare e di tenere come un figlio uno dei suoi pazienti più bisognosi, quello che per tutti era “Gabriellino”, affetto da una rara forma di nanismo congenito. Quanto assolutamente unica fosse questa loro unione è qualcosa che solo chi ha visto può capire. Lei sempre serafica, poco loquace in pubblico e dai gesti misuratissimi; lui estroso e portato alla burla, dalla gestualità irrefrenabile, spesso canterino e clownesco. Sembrava impossibile che tra i due vi fosse quella perfetta intesa che invece vi era e vi fu sempre, fino alla scomparsa di lui. Ma il segreto di quella magica simbiosi aveva origine proprio nel carattere di Giulia: il suo Gabriele, un Peter Pan rimasto per sempre bambino, era in fondo l’<em>alter ego </em>profondo e nascosto della sua personalità.</p><p>Questo mi permette di giungere alla ragione vera per cui ho voluto ricordarla. Penso di dovere proprio a Giulia alcune delle cose fondamentali che ho imparato sul come vedere le cose che mi circondano. Nulla le sfuggiva mai. Conosceva sempre tutto di tutti i protagonisti della vita civile e culturale, della teramanità come del mondo intero. Le sue conversazioni erano <em>excursus </em>interdisciplinari di una vastità vertiginosa, e fu, devo aggiungerlo, la prima persona a sollecitarmi a realizzare un documentario sulla figura di Liliana Merlo, sottolineando che era soprattutto alla sua attività creativa che avrei dovuto dare rilievo, quell’attività che in fondo nessuno aveva mai realmente considerato prima. Il fatto è che Giulia amava avidamente ogni cosa fosse fonte di piacere estetico, dalle cose più prosaiche a quelle più elevate. Questo le riusciva naturale perché per lei non esistevano barriere tra vita “privata”, vita “professionale” e vita “mondana”. Le tre cose, quotidiano, lavoro e svago, erano in lei tutt’uno. Ogni cosa le suscitava la stessa attenzione: un bambino da curare, una faccenda da sbrigare, un luogo da fotografare, uno spettacolo o un evento culturale al quale assistere. Per tutto provava sempre lo stesso tipo di interesse, e in tutto sapeva trovare quello che c’era di importante, di istruttivo, andando oltre la sua mera apparenza immediata. Allo stesso tempo era una giudice severa e, quasi in ogni caso, giusta e obiettiva. Non manifestava mai entusiasmo in senso banale, ma sapeva distinguere in ogni occasione il più dal meno, ciò che vale da ciò che no, con infallibile intuito. Nella sua mentalità, il “valore” di qualcosa o di qualcuno aveva un sapore specialissimo, mai generico, in un’accezione che, ritengo, riacquisiva il suo significato essenzialmente militaresco. “Bello” era per lei non solo ciò che era in grado di opporsi alla banalità, al consueto, al facile consenso, a ogni moda o tendenza passeggera, ma anzitutto ciò che sapeva farsi valere per sue intrinseche virtù, al di là di ogni suo aspetto mondano, oltre ogni vacuo clamore. In questo, o meglio anzitutto in questo, ritengo che Giulia sia stata una delle più nobili coscienze della nostra città. Non ha lasciato scritti, salvo i carteggi e lo sparuto numero di pubblicazioni scientifiche per quella carriera universitaria che non le fu dato di percorrere, ma nella coscienza dei molti teramani che a lei si sono rivolti e che hanno potuto conoscerla, essa ha credo lasciato qualcosa di non meno importante: l’indicazione per noi tutti, dettata in modo spontaneo e discreto, sul come restituire alla vita la sua intensità.</p><p><em>(articolo apparso su “Teramani”, n. 64, [luglio] 2010)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0014424_un-ricordo-di-giulia-zauli/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Teramo, nuovo teatro al posto del vecchio stadio: cui prodest?</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0013423_teramo-nuovo-teatro-al-posto-del-vecchio-stadio-cui-prodest/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0013423_teramo-nuovo-teatro-al-posto-del-vecchio-stadio-cui-prodest/#comments</comments> <pubDate>Tue, 01 Jun 2010 05:43:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[teatro]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=13423</guid> <description><![CDATA[Breve rendiconto sul nuovo Teatro che a Teramo prenderà il posto del vecchio stadio clicca sull&#8217;immagine per ingrandirla Le relazioni di rendiconto hanno tutte un comune denominatore: sono tristi, squallide, poco edificanti. E tuttavia, esse in genere lo sono unicamente per dovere formale, non per le questioni che vi vengono trattate. In questo caso, metodo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><em>Breve rendiconto sul nuovo Teatro che a Teramo prenderà il posto del vecchio stadio</em></p><p lang="en-US"><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/progetto-nuovo-teatro-teramo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-13425" title="progetto-nuovo-teatro-teramo" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/progetto-nuovo-teatro-teramo-400x283.jpg" alt="Teramo, nuovo teatro al posto del vecchio stadio" width="400" height="283" /></a><br /> <em>clicca sull&#8217;immagine per ingrandirla</em></p><p lang="en-US">Le relazioni di rendiconto hanno tutte un comune denominatore: sono tristi, squallide, poco edificanti. E tuttavia, esse in genere lo sono unicamente per dovere formale, non per le questioni che vi vengono trattate. In questo caso, metodo e merito coincideranno in tutto. Me ne scuso col lettore.<span id="more-13423"></span></p><p>L’attuale amministrazione comunale, di centrodestra, vara una serie di lavori infrastrutturali per l’ammodernamento della città e, fra queste, propone una soluzione alla secolare questione di un teatro a Teramo, rimasta in sospeso dopo quello gettato alle ortiche cinquant’anni fa. E per farlo, propone la formula del <em>project financing</em>, un dare-avere tra chi chiede e chi offre, fra comune e ditta proponente. Primi sintomatici malumori da parte di qualche esponente dell’opposizione: la formula del <em>project</em> non va bene, perché alla città costerà troppo (in pratica, nulla). Il luogo è quello dell’area del vecchio stadio ma, durante questa prima fase, tutto tace su questo punto. Nel frattempo il bando per il progetto viene presentato, e alla gara rispondono in quattro.</p><p>Il progetto vincente viene reso noto, approvato, presentato dalla giunta Chiodi poco prima del disastro sanitopoli, ed è di un teramano da tempo attivo a Milano, Michele Reginaldi, laureato in architettura a Venezia e cofondatore della Reginaldi e Quattroassociati, con la consulenza di Franco Malgrande, direttore tecnico del Teatro alla Scala di Milano. Tutto alla luce del sole. Nel frattempo, nel giro di qualche mese, un potente gruppo immobiliare europeo, la Foruminvest, realizza &#8211; sempre con la formula del <em>project -</em> un megacentro commerciale a Piano D’Accio e, a fianco, nel marzo 2008, viene inaugurato un fiammante nuovo stadio da 7500 posti. Sommo gaudio. Salvo il particolare, non del tutto inedito, che in quegli stessi giorni la società del Teramo calcio fallisce e, dopo qualche mese, la squadra viene radiata dalla C2.</p><p lang="en-US">A marzo 2010 viene pubblicato il bando per la fase attuativa. I “ragazzi della est” (bravi e pacifici ragazzi, a parte il videoclip &#8211; poi autocensurato &#8211; con l’esplosione di una testa sul loro forum online) avviano nel frattempo una raccolta di firme che riesce a totalizzare le 4500 sottoscrizioni necessarie per il referendum, con il quale chiedono a viva forza che il vecchio stadio venga lasciato dov’è. Dalla perizia risultano valide, e si fa partire l’iter per la procedura referendaria, lunghissima, da svolgersi a più riprese, con spese di vario genere a carico dei soliti noti. Ma trattandosi di un referendum di tipo consultivo, dunque non vincolante circa la sostanza del progetto, tutto procede normalmente anche dall’altra parte.</p><p lang="en-US">Il sindaco, che per legge deve rispettare il diritto alla verifica referendaria, fa notare che al progetto possono essere apportate solo modifiche di tipo migliorativo, dal momento che esistono i precisi termini di un accordo, venendo meno ai quali scatterebbero penali e quant’altro. Ma la battaglia continua, imperterrita. In città ognuno, da qualche tempo, si sente autorizzato a dire la sua, a trovare pecche di ogni tipo al progetto (tipo: i contrabbassi che non starebbero nella buca d’orchestra, e amenità simili), a controproporre controprogetti, alcuni poco meno che deliranti, salvo aver taciuto fino a poco prima. Aver impiegato le stesse energie cinquant’anni fa… ma certo, quello era solo un teatro lirico. Non un’anima che si interroghi sulla cosa in assoluto più importante: come verrà gestito il nuovo teatro, e chi ne assumerà la direzione artistica?</p><p>A questo punto tiriamo una linea e facciamo la somma: <em>cui prodest</em>? <strong>Chi ci guadagna da tutto questo</strong>? I punti certi della faccenda mi paiono questi, tutti estremamente evidenti:</p><p>1) la costruzione di un nuovo teatro a Teramo non è considerata altro che un argomento di contesa, per tirare acqua a questo o quel mulino;</p><p>2) il problema dell’ubicazione e della salvaguardia del vecchio stadio comunale salta fuori con un ritardo quantomeno sospetto;</p><p>3) non esiste, da ogni possibile punto di vista, una sola ragione al mondo per impedire o ritardare la realizzazione di un’opera che è di fatto l’ultima speranza per una città dai connotati culturali alquanto vaghi;</p><p>4) non esiste, da ogni possibile punto di vista, un’ubicazione migliore per il nuovo teatro oltre quella già prevista e stabilita, da tempo, tra città e Straferro, ovvero nel cuore della città;</p><p>5) non esiste, da ogni possibile punto di vista, una soluzione alternativa al <em>project </em>per la sua realizzazione concreta, salvo che nelle favole della nonna;</p><p>6) la pretesa di voler conservare uno stadio decrepito, la rivendicazione della mancanza di strutture sportive in città (dove oltre a uno stadio nuovo di zecca esistono al momento un palazzetto, un campetto, una piscina comunale, più una dozzina di palestre e campetti sparsi a destra e a manca in città e provincia), e ancor più l’accusa rivolta dagli ultras nei riguardi di una presunta <em>lobby</em> politica, sono tutte prese di posizione semplicemente ridicole, colpevolmente alimentate da certune opposizioni e forze partitiche che, contro il bene comune, tentano di avvantaggiarsene a fini di mero apriorico ostruzionismo, non solo fazioso – che in fondo è <em>règle du jeu</em> – ma abbastanza irresponsabile.</p><p lang="en-US">Noticina a mo’ di legenda: non ho fedi politiche, non milito, e non amo molto i fanatismi ideologici. Forse parrà strano in un paese dove una comica innocua come la Littizzetto deve chiedere scusa al Torino per una battuta, ma sono convinto che una città dovrebbe tenere al proprio teatro almeno come ai propri luoghi di culto, e attorno a esso unirsi anziché dividersi. </p><p lang="en-US">(articolo apparso su “Teramani”, n. 63, Maggio 2010)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0013423_teramo-nuovo-teatro-al-posto-del-vecchio-stadio-cui-prodest/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Nuovi media e universo internet</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0013418_nuovi-media-e-universo-internet/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0013418_nuovi-media-e-universo-internet/#comments</comments> <pubDate>Mon, 31 May 2010 05:40:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=13418</guid> <description><![CDATA[Sapere, potere e scelta informata Cosa sono i “media”? Come dice la parola stessa, inglesismo di origine latina, medium sta per “mezzo intercomunicante”. Sebbene il termine sia di conio relativamente recente, il suo riferimento è antichissimo. Nessun uomo, essendo fisicamente finito e dotato di sensi limitati (due occhi, due orecchi, e un campo di percezione [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Sapere, potere e scelta informata</em></p><p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Nuovi-media-illustrazione-x-AC.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13421" title="Nuovi media - illustrazione (x AC)" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Nuovi-media-illustrazione-x-AC.jpg" alt="Nuovi media e universo internet" width="500" height="333" /></a></p><p>Cosa sono i “media”? Come dice la parola stessa, inglesismo di origine latina, medium sta per “mezzo intercomunicante”. Sebbene il termine sia di conio relativamente recente, il suo riferimento è antichissimo. Nessun uomo, essendo fisicamente finito e dotato di sensi limitati (due occhi, due orecchi, e un campo di percezione estensibile a qualche chilometro quadrato), potrebbe progredire nel proprio istinto di conoscenza senza affidarsi a “media” di qualche genere, siano essi la voce di un altro uomo o un supporto di qualche genere sul quale ciò che non ci è visibile viene raccolto e trasportato dal luogo di origine a noi. <span id="more-13418"></span></p><p>Mediale è perciò qualunque cosa risponda a questa nostra naturale esigenza conoscitiva. Medium per eccellenza è, tanto per cominciare, ogni forma di linguaggio. Ma medium lo è a maggior ragione ogni documento, come un libro, una lettera, un codice miniato, uno spartito, un reperto archeologico, e ogni altro strumento in grado di svolgere la stessa funzione. Nel corso del Novecento, lo sviluppo della tecnica e il parallelo espandersi di servizi e serializzazione produttiva hanno favorito l’incremento esponenziale di questo fenomeno. Si è perciò parlato di “mass-media” e, più di recente, di “nuovi media”, dove il riferimento è anzitutto all’universo della rete. Ma la natura in sé del fenomeno non è affatto cambiata. A essere cambiata è semmai la struttura generale della società, che sull’onda di un’ottica macroeconomica dei mercati e di un mondialismo postindustriale ha portato in breve a una moltiplicazione e decentralizzazione delle possibilità di informazione che fino a un secolo fa sarebbe stata impensabile.</p><p>Allo sviluppo di strumenti come il web, il cinema digitale, palmari e videofonini, si sono tuttavia profilati tutta una serie di problematiche legate agli effetti di ricaduta del fenomeno che, ripeto, in sé è strettamente antropologico, legato a ciò che ogni uomo è e fa. Il primo di questi problemi è stato quello dell’<em>uso</em> che può essere fatto di mezzi così sviluppati. Da che mondo è mondo, conoscere significa potere. Quale potere si apre a mezzi di tipo interattivo? Un secondo aspetto ha riguardato quello dell’<em>educazione alla fruizione</em> di questi nuovi mezzi. E qui la questione si rende subito molto complessa, perché è nello stesso tempo pedagogica, sociologica e filosofica. Che tipo di partecipazione sociale consentono questi nuovi media? Quanto sono attendibili? Come possono modificare i rapporti interumani, i modelli di apprendimento, i diversi linguaggi? Quanto incidono nella percezione delle cose e della realtà in un adolescente? Di questo genere di quesiti a Teramo si occupano dal 2005 una serie di incontri di studio dal titolo “<em>New Media, nuove generazioni. I giovani, la scuola, la famiglia tra Internet e Tv</em>”, uno dei quali si tiene anche quest’anno nel mese di maggio alla Sala Polifunzionale della Provincia, vedendo fra gli altri la partecipazione di Antonio Marziale, fondatore e presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, e di Mario Orsini, capoprogetto del programma “Tv Talk” di Rai Educational. Va ricordato, peraltro, che in Italia esistono da diversi anni organismi quali l’Istituto di Informatica e Telematica del CNR, con sede a Pisa, che si occupano proprio di gestione e di vigilanza della rete. Ma il loro, giustamente, è e non può che essere un ruolo tecnico, per nulla teorico o peggio vessatorio, le cui finalità si limitano al rispetto di princìpi di tutela e legalità elementari. Al tempo stesso si è iniziato a parlare di “educatori mediali” e di <em>media education</em>. Cosa spetti e cosa no a queste nuove figure e a questi nuovi settori della ricerca è ancora in gran parte da chiarire. A mio avviso è, anzitutto, un problema di divulgazione.</p><p>Il fenomeno della rete, per quanto ancora di limitata diffusione su scala mondiale, rappresenta senza dubbio la principale rivoluzione culturale degli anni Duemila, ma il suo sviluppo è stato in realtà del tutto indipendente da quello della televisione e degli altri media tradizionali (radio, giornali, telefonia fissa etc.), nati già “malati”, naturalmente destinati alla saturazione. Il progressivo degrado del sistema radiotelevisivo pubblico, la fine del concetto di “televisione di stato” e il passaggio alla Tv commerciale erano fenomeni già ampiamente iniziati prima dell’avvento di internet. Fenomeni come i “talent” o i “reality” sono in definitiva l’ultima spiaggia di un medium, quello televisivo appunto, che ha ormai preso atto della propria crisi, di una perdita d’identità radicale della sua funzione originaria: comunicare, appunto. Informazione e apprendimento sono stati trattati a lungo come fatti distinti, persino opposti. Una scissione manichea, di origine sessantottina, che solo internet ha colmato. Certo, di un pensiero critico le nuove generazioni hanno il più assoluto bisogno per gestire il <em>mare magnum </em>mediale, ma senza abilità operative servirebbe a poco. Che perciò da una forma di legittima prevenzione si passi a forme di imbrigliamento della rete, più o meno velate, mi sembra sbagliato. La rete è per sua natura il luogo della libertà.</p><p>Limitarne l’uso o la sua capacità di espansione è illusorio. Internet in definitiva non è nient’altro che il medium di tutti i media, lo strumento per eccellenza di qualunque veicolazione di senso possibile. Esso è uno strumento che va solo compreso, adottato come materia di studio fin dalle elementari &#8211; come del resto già avviene in molti altri paesi &#8211; ma niente di più. Il suo potere mediale è decentrante, tutt’altro che omologante, e possiede i criteri per autoregolamentarsi e autocorreggersi. Attenti perciò a non passare dall’equivoco sessantottino, per cui formare significava automaticamente omologare, a quello opposto, per cui ogni nuovo mezzo di informazione sarebbe, in se stesso, potenzialmente nocivo. Altri paventano l’impossibiltà di archiviare e di trasmettere alle generazioni future l’enorme patrimonio di conoscenza che esso contiene, vedendovi un flusso magmatico dove tutto si crea e si distrugge. Ma anche questo è uno sbagliato modo di intendere il problema: internet non crea in realtà alcun contenuto, e come tale non può neppure distruggerlo. Non è internet a essere “virtuale”, ma l’umanità a essersi fatta sempre più fluida. Internet ne è solo lo specchio. Il suo compito è, come da sempre lo è quello di ogni medium, di veicolare una realtà da un luogo a ogni altro. E questo è già tutto. </p><p lang="en-US"><em>(articolo apparso su “Teramani”, n. 63, Maggio 2010)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0013418_nuovi-media-e-universo-internet/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quale identità per Teramo?</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0011337_quale-identita-per-teramo/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0011337_quale-identita-per-teramo/#comments</comments> <pubDate>Mon, 29 Mar 2010 10:02:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[Personaggi celebri]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=11337</guid> <description><![CDATA[La scorsa estate un gruppo di amici bolognesi, che non avevano mai visitato Teramo, mi ha chiesto di fare loro da Cicerone. Con piacere li ho portati a vedere la cattedrale, il teatro e l’anfiteatro di età romana, i tre corsi, le piazze, la porta “reale” dalla quale pare sia passato Ferdinando I di Borbone. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/gonfalone-Teramo-particolare.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11341" title="gonfalone Teramo (particolare)" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/gonfalone-Teramo-particolare.jpg" alt="" width="500" height="425" /></a></p><p lang="en-US">La scorsa estate un gruppo di amici bolognesi, che non avevano mai visitato Teramo, mi ha chiesto di fare loro da Cicerone. Con piacere li ho portati a vedere la cattedrale, il teatro e l’anfiteatro di età romana, i tre corsi, le piazze, la porta “reale” dalla quale pare sia passato Ferdinando I di Borbone. Giunti al momento dei saluti, uno di loro in confidenza mi ha chiesto: “<strong>Ma per che cosa Teramo è davvero conosciuta ?</strong>&#8221; La domanda, molto semplice ma chiaramente retorica, mi ha dato parecchio da riflettere.<span id="more-11337"></span></p><p lang="en-US">Ogni città italiana che si rispetti è nota in virtù di una figura o di un evento culturale di larga risonanza: Roma per Cesare e S. Cecilia, Firenze per Michelangelo e il Maggio Musicale, Venezia per Goldoni e la Biennale, Pesaro per Rossini, Spoleto per il Festival dei Due Mondi, Verona per l’Arena e la casa di Giulietta Capuleti. Per restare in Abruzzo, L’Aquila ha i Solisti Aquilani, Pescara D’Annunzio e Flaiano, Sulmona Ovidio. E Teramo, cosa può vantare? Cos’ha, Teramo, che la ponga indiscutibilmente alla ribalta nazionale, che ne faccia un’attrazione e un polo di interesse generale? Quale immagine di sé lascia impressa al visitatore di passaggio, sia esso turista, professionista, politico, investitore o altro, a parte qualche monumento e la buona cucina? Poco o nulla, e aggiungerei più nulla che poco.</p><p lang="en-US">Bella forza, dirà qualcuno, ma purtroppo il quesito è tutt’altro che banale. Al contrario, lo ritengo d’importanza centrale. Perché uno Shakespeare parli di un centro urbano, perché un evento o una personalità che si impongono a livello mondiale nascano in un certo posto, non basta il caso o la fortuna. Non c’entrano la geografia o l’estensione demografica. Ma non bastano neppure, com’è evidente, qualità come il talento e la laboriosità, che senza alcun dubbio Teramo, nella sua lunga storia, ha dimostrato in misura non inferiore a tante altre città italiane, talvolta più talaltra meno. Battere sul chiodo della “povertà”, nel suo significato meramente materiale, è poi un colossale errore di prospettiva. Un territorio non è incapace di crescere perché è povero, ma è povero quando è incapace di crescere. Perché una città, un territorio, una popolazione, si rendano degni di ricordo e di ammirazione, è sempre anzitutto una questione di educazione e di promozione culturale, di abitudine mentale, e, me lo si lasci sottolineare per l’ennesima volta, di lungimiranza politica.</p><p lang="en-US">Se Teramo non è conosciuta altro che come un punto sulla cartina, un luogo che s’interpone fra la costiera adriatica e il Gran Sasso d’Italia, se per il resto essa non sembra avere nessuna identità, nessuna dignità storica, nessuna peculiarità, eccetto (forse) per Delfico e la ceramistica di Castelli, è perché essa non ha trovato in se stessa la spinta a progredire, a rendersi capace di innovazione autentica, quell’innovazione che, come sottolineava Pasolini, non sta nello sviluppo, che è il semplice progresso economico, ma nel progresso delle coscienze. Per essere più chiari ed empirici, il problema è che Teramo non ha sinora fatto abbastanza per valorizzare se stessa, ciò che essa è, ciò che ha avuto e ha. Che essa abbia avuto è fuori discussione. Tanto per fare due esempi: Luigi Antonelli, il cui premio di narrativa sembra essere finito nel nulla, o Giovanni Melarangelo, grande pittore post-impressionista, del quale nel dicembre 2008 sono ricorsi i trent’anni della scomparsa nel più assordante silenzio, e nel più totale immobilismo da parte delle istituzioni.</p><p lang="en-US">Per tornare all’amico bolognese, dopo aver fatto spallucce non ho saputo proprio che dirgli, tranne qualche frase di circostanza. Il suo monito tuttavia resta, come un tarlo, a sollecitare la mia riflessione.</p><p lang="en-US">(articolo pubblicato in precedenza sulla rivista “Teramani”, n. 59, Dicembre 2009)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0011337_quale-identita-per-teramo/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>6</slash:comments> </item> <item><title>Il mio ricordo di Annino</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0011364_il-mio-ricordo-di-annino/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0011364_il-mio-ricordo-di-annino/#comments</comments> <pubDate>Mon, 22 Mar 2010 11:16:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[danza]]></category> <category><![CDATA[Annino Di Giacinto]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=11364</guid> <description><![CDATA[A un anno dalla scomparsa di Annino Di Giacinto rimane difficile tracciare il bilancio di una vita e di un personaggio che sembrano sfuggire a ogni definizione e classificazione. Sulla base di una serie di riflessioni condotte sul filo della memoria, Silvio Paolini Merlo fornisce qui un primo ritratto complessivo di Di Giacinto, abbastanza distante [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><em>A un anno dalla scomparsa di Annino Di Giacinto rimane difficile tracciare il bilancio di una vita e di un personaggio che sembrano sfuggire a ogni definizione e classificazione. Sulla base di una serie di riflessioni condotte sul filo della memoria, Silvio Paolini Merlo fornisce qui un primo ritratto complessivo di Di Giacinto, abbastanza distante dall’opinione corrente. </em></p><p lang="en-US"><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Annino-ritratto.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11365" title="Annino - ritratto" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Annino-ritratto.jpg" alt="" width="350" height="522" /></a></p><p lang="en-US">Dopo la fulminea, crudele scomparsa di Annino Di Giacinto, un anno fa, Teramo e i teramani hanno voluto ricordarlo in vario modo. Nei giornali come sulla rete, informalmente come anche in occasioni ufficiali. Vorrei perciò lasciare anch’io una mia testimonianza, e tentare di fornire, dal mio punto di vista, un ritratto fedele della sua complessa figura.<span id="more-11364"></span></p><p lang="en-US">I miei primi ricordi di lui sono, per ragioni cronologiche, successivi al suo allontanamento dal corpo di ballo del Teatro dell’Opera, avvenuto nel 1980, come è noto, per via del suo convinto attivismo sindacale. Ero molto giovane allora, per cui compresi poco questo episodio, quanto emblematico di tutta una vita fosse per lui. Ricordo la forte impressione che mi procurava sapere dei suoi studi universitari, ai quali si applicava sempre di notte per poter trovare la massima concentrazione. Ricordo quando, salendo a giocare nella soffitta della sua abitazione, in una delle case popolari di via Po dove Annino viveva insieme ai genitori adottivi, mi capitò di leggere una lettera alla madre Paolina, scritta durante il servizio militare. Una lettera amara, disillusa, nella quale dichiarava tutto il suo rancore per un certo tipo di società e di autorità. Lo ricordo quando tentò incautamente la carriera politica, faccenda troppo poco idealista per un fiero idealista come lui, e in tante altre circostanze, sempre sagace, pungente, spiazzante. Mi feci presto di lui l’idea che è poi rimasta quella prevalente, e di cui sono ancora oggi convinto: quella di una fortissima personalità, di una non comune intelligenza, che nello studio e nella cultura, come egli stesso dichiarerà in varie occasioni, aveva trovato uno strumento di emancipazione sociale e di lotta civile.</p><p>Certo, Annino è stato anche un artista, ma credo non per propria scelta. Nell’intimo è sempre rimasto anzitutto un intellettuale e un uomo di studio, con la duplice fortuna di essere nato con un grande talento atletico, e di aver incontrato sulla sua strada una delle più straordinarie insegnanti di danza che l’Italia del dopoguerra abbia avuto. Entrambe le cose sono state determinanti, ma entrambe hanno poco a che fare col merito. Il fisico ci è dato dalla natura, l’incontro con la persona giusta dal <em>fatum</em>. Invece i meriti di Annino sono stati altri. La sua attività di docente pubblico, di sociologo e di giornalista, di scrittore e poeta, gli approfondimenti per “Interamnia” e per “La Città”, con le cui conclusioni per la verità non mi sono sempre trovato d’accordo, sono da vedere come i maggiori esiti della sua vita di uomo e di professionista. Negli ultimi anni, tornò più volte a chiedermi un’opportunità per tornare a occuparsi di danza, aggiungendo che in città non ne aveva più avute. È stato per me sempre un piacere coinvolgerlo, e sono consapevole che la mancanza di una persona come lui peserà non poco nella vita culturale cittadina. Io stesso sarò tra i primi ad avvertirne e rimpiangerne l’assenza. Ma resta il fatto che, dopo l’esperienza romana, l’attività artistica di Annino è stata tutta in discesa. Le sue scuole, prima a Teramo e poi a Pescara, hanno avuto vita limitata e in qualche caso non priva di vicissitudini. Cosa poi mia madre abbia sempre pensato della sua decisione di darsi all’insegnamento della danza, fra l’altro in aperta competizione con lei, credo sia noto e non starò qui a rimarcarlo. Posso solo aggiungere che, quando mi capitò di fargli notare l’implicito riferimento a lui in un mio pezzo per la Rivista Abruzzese, nel quale affronto il tema della “diaspora” avvenuta negli anni Ottanta fra Liliana Merlo e alcuni dei suoi ex allievi, contrariamente a quella che era la sua indole, non replicò nulla.</p><div id="attachment_11366" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Annino-con-Liliana-Merlo-nel-1972-particolare.jpg"><img class="size-full wp-image-11366" title="Annino con Liliana Merlo nel 1972 (particolare)" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Annino-con-Liliana-Merlo-nel-1972-particolare.jpg" alt="" width="500" height="382" /></a><p class="wp-caption-text">Annino con Liliana Merlo nel 1972</p></div><p lang="en-US">Un ultimo ricordo che voglio trascrivere, significativo per più ragioni, è la cena alla quale Annino venne invitato con la sorella Angela, non appena mia madre venne a sapere del suo problema di salute. Ricordo che Annino, molto affabile e cordiale ma visibilmente provato per via delle cure, rimase per tutto il tempo con un cappuccio di lana in testa. Discorremmo a lungo, del suo concorso a cattedra, del progressivo sfaldamento della scuola italiana, e di tante altre cose. Quasi nulla, invece, sul tema danza. Fu un momento di palpabile commozione, perché non era solo il segno dell’affetto profondo di una maestra mai venuto meno nei confronti dell’allievo, ma anche l’occasione per una definitiva conciliazione fra i due personaggi, tanto legati e distanti, alla cui vicenda privata io ho avuto il privilegio di prendere parte.</p><p lang="en-US">Conserverò sempre questi ricordi di Annino, spirito ribelle, battagliero e anticonformista, acuto osservatore della società, forse un po’ vittima della sua natura libertaria, ballerino per sua &#8211; e nostra &#8211; fortuna.</p><p lang="en-US"> </p><p lang="en-US"> </p><p lang="en-US">Silvio Paolini Merlo</p><p lang="en-US"> </p><p lang="en-US"> </p><p lang="en-US">(articolo apparso su “Teramani”, n. 60, Gennaio 2010)</p><p lang="en-US"> </p><p lang="en-US"> </p><p lang="en-US">Didascalie immagini:</p><p lang="en-US">- Annino in uno dei suoi ultimi ritratti</p><p lang="en-US">- Annino con Liliana Merlo nel 1972, lo stesso anno in cui si diplomava alla Scuola del Teatro dell’Opera di Roma</p><p lang="en-US"> </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0011364_il-mio-ricordo-di-annino/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Il Coro Sine Nomine e il progetto “Rondeaux”</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0011536_il-coro-sine-nomine-e-il-progetto-rondeaux/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0011536_il-coro-sine-nomine-e-il-progetto-rondeaux/#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Mar 2010 15:27:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvio Paolini Merlo</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=11536</guid> <description><![CDATA[In un ciclo di quattro lezioni-concerto l’Associazione Corale “Sine Nomine” di Teramo ha fornito con pregevoli risultati un primo excursus sulla polifonia profana dal Medioevo al Rinascimento. Teramo ha ormai una terza formazione corale stabile. Il ciclo dei quattro concerti denominato Rondeaux, Ballate, Villotte et altera, presentato tra il 21 febbraio e il 14 marzo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>In un ciclo di quattro lezioni-concerto l’Associazione Corale “<strong>Sine Nomine</strong>” di <strong>Teramo</strong> ha fornito con pregevoli risultati un primo excursus sulla <strong>polifonia</strong> <strong>profana</strong> dal <strong>Medioevo</strong> al <strong>Rinascimento</strong>.</em></p><p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Coro-Sine-Nomine.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11540" title="Coro Sine Nomine" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Coro-Sine-Nomine.jpg" alt="Coro Sine Nomine" width="281" height="285" /></a></p><p>Teramo ha ormai una terza formazione corale stabile. Il ciclo dei quattro concerti denominato <em>Rondeaux, Ballate, Villotte et altera</em>, presentato tra il 21 febbraio e il 14 marzo 2010, per quattro domeniche consecutive, nella Villa Corallo di Sant’Omero, all’Auditorium S. Agostino di Atri, a Palazzo Re di Giulianova e all’Aula Magna del Convitto Nazionale di Teramo ne è stato, per molti aspetti, la prova tangibile. Per la verità il coro “Sine Nomine” esiste già da quasi un decennio, nascendo nel 2001 in forma di laboratorio corale di polifonia antica, ma si è costituito legalmente solo a partire dal settembre del 2004. <span id="more-11536"></span></p><p>Da subito, esso si è venuto nettamente a distinguere rispetto alle altre formazioni già presenti in città, quella storica del “Giuseppe Verdi” fondata da Ennio Vetuschi nel 1948 e l’altra del “Santa Cecilia”, nata ufficialmente nel 1986 in seno alla comunità parrocchiale domenicana. Se la Corale “Verdi” ha svolto per lungo tempo di preferenza un repertorio centrato sulla valorizzazione del repertorio folkloristico abruzzese, se la “Santa Cecilia”, nata per attendere alle funzioni liturgiche, si è progressivamente spinta verso un repertorio molto variegato che va da Palestrina al Novecento, il coro “Sine Nomine” si è invece dedicato in modo esclusivo alle origini della vocalità, con intenti chiaramente pedagogici e programmatici. L’altra particolarità distintiva del “Sine Nomine” è quella di essere sorto su impulso di un docente di scienze naturali del Liceo Scientifico “Albert Einstein” di Teramo, il professor Ettore Sisino, iniziando così molti giovani studenti alla polifonia antica in un ambiente che, se non altro per ragioni curricolari, potrebbe dirsi del tutto estraneo alla musica antica.</p><p>Non intendo soffermarmi sul riscontro che il coro ha ottenuto oltre i confini del territorio abruzzese, non perché non si tratti di cosa importante (il “Sine Nomine” è stato richiesto per animare cerimonie sacre dal Sovrano Ordine di Malta e dal Gran Priorato di Napoli e Sicilia), ma perché credo più significativo il lodevolissimo lavoro di divulgazione, insieme artistica e culturale, che esso ha inteso svolgere sul territorio cittadino e provinciale. Dopo numerosi concerti eseguiti nelle chiese romaniche del teramano, il coro del professor Sisino ha affrontato sistematicamente la genesi della musica vocale sacra, dalle prime forme monodiche dell’era paleocristiana fino al Rinascimento, specializzandosi nell’esecuzione del meraviglioso repertorio gregoriano. Coadiuvato da Cinzia D’Angelosante, che ne è il presidente, Ettore Sisino, direttore artistico nonché componente stabile della commissione artistica dell’A.R.C.A. – Associazione Regionale Cori d’Abruzzo, ha inteso subito l’attività artistica del coro come attività di studio e di ricerca, ovvero come un’alta forma di divulgazione storica e culturale, varando la formula, inedita per Teramo e il teramano, della “lezione-concerto”. Avvalendosi della consulenza di studiosi e musicologi, ogni concerto è stato sviluppato attorno a un tema, articolandosi in modo quasi enciclopedico, e intramezzato da letture introduttive. Iniziativa che non esito a definire audace data la difficoltà già intrinseca al repertorio stesso, ma che denota il senso autenticamente culturale che ne sta a capo, e che ha caratterizzato infatti anche il progetto “Rondeaux” sulla polifonia secolare.</p><p>L’ultima e non meno significativa peculiarità del ciclo di concerti ora presentato è stata infatti la scelta di spostarsi dal repertorio sacro a quello profano, non meno importante, ricco e compositivamente decisivo del primo, sviluppandone anche in questo caso l’ampia parabola in modo da offrire all’uditorio una visione d’insieme che, seppure sommaria, ha fornito numerose chiavi di accesso estremamente suggestive per accedere all’aspetto storico ed evolutivo attraverso cui la musica occidentale colta si è sviluppata nel corso dei secoli. Il concerto è stato perciò articolato in quattro parti principali: Ars antiqua (XIII secolo), Ars nova (XIV secolo), prima metà del XV secolo, seconda metà del XV secolo e il Cinquecento. Tra le forme musicali eseguite, un mottetto politestuale anonimo del Codice di Montpellier, rondeaux e chansons di De la Halle, De Machaut e De Senleches, madrigali e ballate di Francesco Landini e di Zachara da Teramo, brani tratti dal repertorio della musica trovadorica e goliardica di epoca medioevale, per giungere a forme più evolute come la chanson franco-fiamminga di Dufay e Des Prés, la villanella a 3 voci e il madrigale cinquecenteschi. Trattandosi tecnicamente di un coro “a voci pari”, ovvero limitato nell’estensione dei registri vocali, e quasi interamente femminile, dunque monotimbrico, i risultati sono stati decisamente encomiabili. Attacchi precisi, intonazione ottima, sonorità rotonde ed equilibrate, notevole musicalità. A questo si aggiunga una garbata forma di sincero entusiasmo, di autentica volontà di fornire un messaggio di civiltà attraverso l’arte, di rigore composto, di mitezza unita a fiera capacità di impegno, di severità e insieme di autoironia, che mi sembrano il sigillo della migliore specie di programmazione culturale che Teramo possa augurarsi, per l’oggi e in avvenire.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0011536_il-coro-sine-nomine-e-il-progetto-rondeaux/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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