<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Patrizia Tocci</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/patrizia-tocci/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Rumiz: la febbre dei luoghi abbandonati</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022356_rumiz-la-febbre-dei-luoghi-abbandonati/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022356_rumiz-la-febbre-dei-luoghi-abbandonati/#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 Nov 2011 13:52:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Terremoto]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22356</guid> <description><![CDATA[Paolo Rumiz con l&#8217;autrice a L&#8217;Aquila “ La febbre dei luoghi abbandonati mi prese in Grecia”: con questa frase Paolo Rumiz, inesausto viaggiatore e scrittore, giornalista del Piccolo di Trieste e di Repubblica, comincia e giustifica il suo viaggio dell’estate 2011, alla ricerca delle “Dimore del vento”, dei luoghi abbandonati, delle case degli Spiriti. Per [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-22357" title="patrizia e rumiz" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2011/11/patrizia-e-rumiz.jpg" alt="" width="600" height="337" /></em><br /> <em>Paolo Rumiz con l&#8217;autrice a L&#8217;Aquila</em></p><p>“ La febbre dei luoghi abbandonati mi prese in Grecia”: con questa frase Paolo Rumiz, inesausto viaggiatore e scrittore, giornalista del Piccolo di Trieste e di Repubblica, comincia e giustifica il suo viaggio dell’estate 2011, alla ricerca delle “Dimore del vento”, dei luoghi abbandonati, delle case degli Spiriti. Per la prima volta il viaggio è stato filmato da Alessandro Scillitani : diventato poi un dvd, distribuito con Repubblica.</p><p>Nel suo viaggio lento, Paolo Rumiz percorre i “sentieri dei nidi di ragno”ormai chiusi, sbarrati; entra con delicatezza, scosta , cerca, domanda ai pochi umani presenti in quella totale desolazione. Tutti rispondono allo stesso modo: un luogo E’ memoria. E’ il concentrato dei volti e dei nomi che lo hanno addomesticato; la storia di intere comunità può essere racchiusa in un toponimo, nella ruggine di una centrale abbandonata, nel nero di una torbiera, in una stazione dismessa, in una fabbrica sprangata, in un faro che non risplende più. Non sono ancora “rovine” nel senso archeologico del termine; fanno parte di un passato ancora prossimo , espunto velocemente dalla nostra memoria.</p><p>Luoghi che non troverete in nessuna guida, libro di viaggi o mappa. Rumiz aveva la sua, di mappa. Una carta fatta a mano, piena di nomi, numeri di telefono, contatti, suggerimenti, ombre da inseguire. L’ho vista, quella mappa, sul tavolo di uno dei pochi bar riaperti in una città abbandonata: L’Aquila, la città che non c’è. La mia città. Ho accompagnato Rumiz e Scilliitani nella zona rossa ad incontrare le ombre e il silenzio, le lancette ferme degli orologi,; scortati da un branco di cani, unici custodi del luogo. Meno male che qui &#8211; e altrove &#8211; esistono ancora i custodi dei luoghi: animali totemici, parole o persone che mantengono vive le memorie; piccole divinità benefiche che lottano disperatamente contro i mangiatori di loto.</p><p>Dai Forti della Maddalena al deposito di scorie di Saluggia, dai ruderi di Rocca Calascio alla desolazione di Venezia, dalla casa del poeta Tommaso Landolfi al cimitero di Lavezzi,: per ritrovare la voce dei luoghi sopravvissuti alla legge inesorabile della dimenticanza. Le immagini girate e catturate da Alessandro Scillitani si sposano perfettamente con le parole e l’andare di Rumiz, impreziosite da musiche e silenzi che ne sottolineano i paesaggi e i passaggi geografici; documentano lo spazio del cibo, la sosta o la magia degli incontri . Viviamo o cerchiamo di vivere in un paese dalla memoria corta che lascia marcire i suoi tesori, cancella i tratturi, incrementa le diaspore; un paese che rinnega le sue origini, le sue caratteristiche peculiari. Così può accadere che il passato prossimo si trasformi in passato remoto: rimosso dall’oggi , confinato invece in un eterno presente che ha tutte altre ragioni, tutte altre necessità. Ma nessuna destinazione e neppure memoria di sé.</p><p><img class="alignnone size-full wp-image-22358" title="RRR" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2011/11/RRR.jpg" alt="" width="231" height="218" /></p><p>(La regia del video, tratto dai racconti di viaggio &#8220;Le case degli spiriti&#8221; pubblicati su &#8220;la Repubblica&#8221; nell&#8217;agosto 2011 e prodotto dalla Tico Film Company, è di Alessandro Scillitani.)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022356_rumiz-la-febbre-dei-luoghi-abbandonati/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nuovo libro di Gianfranco Giustizieri su Laudomia Bonanni</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0016211_nuovo-libro-di-gianfranco-giustizieri-su-laudomia-bonanni/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0016211_nuovo-libro-di-gianfranco-giustizieri-su-laudomia-bonanni/#comments</comments> <pubDate>Thu, 04 Nov 2010 23:10:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Laudomia Bonanni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/?p=16211</guid> <description><![CDATA[“Nuovi documenti, venuti fuori da archivi dimenticati e sollecitazioni testimoniali che hanno varcato i confini nazionali per giungere fino a noi, hanno determinato la convinzione che il viaggio intrapreso con Io che ero una donna di domani. In viaggio tra gli scritti di Laudomia Bonanni non poteva dirsi concluso.” Questa certezza e contemporaneamente insoddisfazione , [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Nuovi documenti, venuti fuori da archivi dimenticati e sollecitazioni testimoniali che hanno varcato i confini nazionali per giungere fino a noi, hanno determinato la convinzione che il viaggio intrapreso con <em>Io che ero una donna di domani. In viaggio tra gli scritti di Laudomia Bonanni </em>non poteva dirsi concluso.” Questa certezza e contemporaneamente insoddisfazione , hanno spinto <strong>Gianfranco</strong> <strong>Giustizieri</strong> a mettersi di nuovo in cammino, nella stessa direzione.</p><p>Ne è nato un secondo libro, continuazione ideale del primo: <em>Laudomia. Scrittrice senza tempo. Secondo viaggio tra gli scritti di <strong>Laudomia</strong> <strong>Bonanni</strong></em> ( Lanciano, Carabba 2010). <span id="more-16211"></span></p><p>Gianfranco Giustizieri è da tempo, ormai, sulle “tracce “ di Laudomia Bonanni . Alla scrittrice aquilana ha dedicato gran parte dei suoi studi e dei suoi interessi, sia con atti concreti ( tra i primi fondatori della Associazione internazionale di Cultura Laudomia Bonanni) che con studi approfonditi. Il primo volume <em>Io che ero una donna di domani</em> ha colmato un vuoto perché è stato uno dei primi volumi sistematici dedicato alla scrittrice, in cui Giustizieri ha, con dovizia documentaria e filologica ricostruito alcuni percorsi; ma proprio questo lavoro lo ha spinto ad indagarne più a fondo l’anima. Così ha rintracciato documenti o articoli sconosciuti ai più, comparsi sotto altri pseudonimi, recuperando prospettive importanti per lo studio di alcuni temi o suggerendone nuovi o approfondendone altri appena accennati.</p><p>Del resto la critica bonanniana è ormai concorde nel sottolineare come fondamentali due aspetti solo apparentemente antitetici della scrittrice: da una parte la sua “vita solitaria” e dall’altra il suo essere a contatto con le principali correnti letterarie e filosofiche del suo tempo. Tra lo studioso e la scrittrice si è stabilito quindi ormai un sodalizio profondo: emerge infatti un disegno-ritratto della scrittrice finalmente definito: i contorni sono netti e ben tracciati, lo sguardo più luminoso e pieno. Il ricco apparato fotografico e documentario, in gran parte ancora inedito, la presenza di scritti autografi, la biografia e la bibliografia entrambe accuratissime ne fanno uno strumento indispensabile per chi voglia accostarsi seriamente all’opera di una scrittrice che presenta ancora qualche lato nascosto.</p><p>La possibilità infatti di aver potuto visionare direttamente i due romanzi inediti ( Il diluvio e la corrente) , la capacità di seguire nell’arco di anni alcuni nuclei tematici della scrittrice, ne fanno un libro interessante e variegato, anche se Laudomia Bonanni resta, per ammissione dello stesso Giustizieri, una scrittrice non facilmente assimilabile né assimilata. I suoi “esercizi di stile” ( maestra, consulente del tribunale, giornalista di varie testate nazionali ) hanno sicuramente fornito al suo linguaggio e ai suoi temi quel particolare impasto che la connota. Allo stesso modo alcuni intrecci tra temi locali ( l’Abruzzo, i terremoti, la città dell’Aquila, le istituzioni aquilane culturali o musicali) ben si collegano con alcuni temi più universali come la condizione della donna, “la cognizione del dolore”, le riflessioni sulla moda o sulla tv, sul cinema, la violenza e l’istituto carcerario. L’organizzazione del secondo volume risulta infatti più compatta e motivata anche nella capacità di individuare alcuni “affluenti “ fondamentali per collocare la scrittrice in un panorama internazionale”, tessendo i giusti collegamenti o i rimandi e evidenziando alcuni rapporti o somiglianze davvero interessanti.</p><p>L’autore si muove ormai come un detective sulle tracce di Laudomia Bonanni; con sicurezza ne rintraccia luoghi deputati e nuclei dell’ispirazione o di carattere metodologico, analizzando persino le rare interviste che la nostra scrittrice concesse: “ mi sono sempre servita della vita degli altri per scrivere. Ancora oggi vado in autobus e ogni persona che osservo mi racconta una storia. “ Il nucleo fondamentale di quel particolare realismo della Bonanni è già in questa affermazione, come il distacco tra la sua vita biografica e quella dei suoi personaggi. Del resto la consuetudine tra Giustizieri e la scrittrice emerge anche nel titolo scelto per il secondo volume, nel quale il nome Laudomia campeggia definitivamente sul cognome. I due ormai sono diventati amici, si frequentano e sono passati quasi ad un “tu” colloquiale: anche se scritto e pronunciato con estremo rispetto e con estrema attenzione, senza facili entusiasmi né inutili confidenze. Un libro quindi importante sia perché offre un apparato iconografico nuovo e interessante, un denso corredo di note e di reperimenti puntuali, sistematizza date e incontri, ristabilisce alcune importanti priorità e soprattutto affronta anche il problema relativo ad alcune genesi di tematiche specificatamente bonanniane. Segue infatti la scrittrice, ne ripercorre il cammino guidandoci nella comprensione di una scrittrice non facile e non etichettabile; in questo momento poi, della nostra storia cittadina, anche per Giustizieri il recupero della memoria è un importante obbiettivo da perseguire.</p><p>L’Aquila descritta e raccontata da Laudomia Bonanni è presente in alcuni testi del libro, in particolare ne <em>L’Aquila rivisitata</em> ( riprodotto in forma autografa tra i documenti ) ; con grafia minuta e chiara la scrittrice ci racconta luoghi e persone che ora non ci sono più. Anche questo secondo corto-circuito tra le opere della Bonanni e il tempo presente del suo critico fa scaturire una riflessione sul nostro oggi, radicando decisamente l’appartenenza di Laudomia alla nostra storia. E’ importante preservare e conservare ciò che gli scrittori hanno visto e poi descritto nelle loro opere; pensiamo a Gavino Ledda e ad alcune zone della sua Sardegna, salvate recentemente grazie a questa nuova sensibilità, da sicura distruzione; al Caffè di Lisbona, impensabile senza la statua in bronzo di Ferdinando Pessoa, alla Ferrara di Giorgio Bassani dove si è creato un parco letterario con guide e itinerari per far conoscere il Giardino dei Finzi-Contini, a Pamuk e alla sua Istanbul …</p><p>Questa nostra città, che ha dato i natali alla Bonanni, dovrebbe comprendere e valutare adesso ancora più di prima, il dono prezioso che la scrittrice ci ha fatto, consegnandoci uno scrigno pieno di memorie storiche e antropologiche, dettagli topografici ed architettonici, usi e abitudini, dimensioni emozionali nel ricordo di colori, profumi, rumori. Il libro “Laudomia, scrittrice senza tempo” si muove appunto con agilità tra passato e presente, consegnandoci un ritratto vero e fresco della scrittrice; colloca finalmente la scrittrice nella giusta dimensione che le spettava ma soprattutto ci fa riflettere ancora una volta su quanto possa diventare importante uno sguardo che si trasforma in scrittura. Lo sguardo della scrittrice certo , ma anche quello, indagatore ed attento, del suo critico.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0016211_nuovo-libro-di-gianfranco-giustizieri-su-laudomia-bonanni/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Aquila: Amarcord, il dovere della testimonianza</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0013900_laquila-amarcord-il-dovere-della-testimonianza/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0013900_laquila-amarcord-il-dovere-della-testimonianza/#comments</comments> <pubDate>Wed, 23 Jun 2010 07:27:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Terremoto]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=13900</guid> <description><![CDATA[Mi sono chiesta in questi mesi se le mie parole fossero giunte a destinazione: se avessero saputo raccontare davvero quello che ho vissuto e visto, se avessero potuto trasferire un po’ di quella polvere, di quelle urla, di quella paura, di quella desolazione. Ero lontana quando la tv trasmetteva servizi speciali strazianti: la prima settimana [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono chiesta in questi mesi se le mie parole fossero giunte a destinazione: se avessero saputo raccontare davvero quello che ho vissuto e visto, se avessero potuto trasferire un po’ di quella polvere, di quelle urla, di quella paura, di quella desolazione. Ero lontana quando la tv trasmetteva servizi speciali strazianti: la prima settimana a Roma e poi a Pescara . Vedevo volti conosciuti ingigantiti, guardavo attonita quegli sfondi che erano stati fino a qualche settimana prima la mia vita.</p><p>E pensavo : c’è sempre qualcosa di stonato, una voce troppo forte dell’intervistatore, un’affermazione inesatta, una verità incompleta. Raramente ho potuto dire: Sì. è proprio così. Forse questo è il privilegio e la dannazione del testimone, la sensazione di colui che ha vissuto direttamente quell’esperienza e a cui, come dice Primo Levi, mancano le parole perché quelle parole non esistono. Qualche volta possono supplire le immagini. Ho visto fotografie più eloquenti di tante parole. Eh, si forse siamo un po’ troppo sensibili. Ma per noi in quelle case c’erano amici, vita, storie, ricordi, anni, . momenti. Dopo l’abbuffata mediatica durata mesi è piombato un silenzio; s’è alzato un muro di gomma, non c’erano più i volti straziati e rigati di sangue o di dolore, non c’erano più storie strappalacrime da raccontare.</p><p>Silenzio.</p><p>Anzi, le accuse e il dileggio: “ che vogliono , questi aquilani piagnoni? Gli hanno fatto le case, gli hanno dato i soldi e gli aiuti, che vogliono ancora? “ Per mesi abbiamo cercato di spiegare che solo un terzo degli aquilani sono sistemati nel progetto C.A.S.E, e che i due terzi sono ancora in sistemazioni ancora più provvisorie e lontane; che l’economia della città è in ginocchio, che tutte le attività produttive sono ferme, che viviamo in una città che non c’è. Con fatica con tenacia con compostezza. Eravamo in 20.000 a dirlo pochi giorni il 16 giugno. Avete potuto leggere il bel resoconto di Nando Giammarini su queste stesse pagine, eppure altrove siamo stati quasi ignorati. Oggi le principali testate nazionali televisive e giornalistiche sono all’Aquila, in giro per il macery tour.</p><p>Finalmente.</p><p>Che facciano vedere.</p><p>Anche senza parlare. Sono immagini così evidenti che non hanno nemmeno bisogno del commento sonoro. Bastano da sole. Speriamo che questo muto di gomma si sgretoli, com’è accaduto ai muri delle nostre case. Senza un contributo di solidarietà, senza una tassa di scopo per la ricostruzione non ce la faremo a salvare questa città. Un capoluogo di regione, una città candidata a diventare bene dell’Unesco, che ha il quinto centro storico per estensione ridotta a macerie. Come un anno fa. Portavo un cartello, alla manifestazione del 16 con una semplice domanda: L’Aquila come Pompei?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0013900_laquila-amarcord-il-dovere-della-testimonianza/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Studenti e professori aquilani a Palermo, contro la mafia</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0013238_studenti-e-professori-aquilani-a-palermo-contro-la-mafia/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0013238_studenti-e-professori-aquilani-a-palermo-contro-la-mafia/#comments</comments> <pubDate>Fri, 21 May 2010 09:00:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=13238</guid> <description><![CDATA[Il 23 maggio 2010, nell’anniversario della strage di Capaci, Il Ministero dell’istruzione insieme alla Fondazione Falcone organizzano una visita a Palermo, grazie al progetto della Nave della legalità. Partecipano scuole di tutta Italia di ogni ordine e grado, vincitrici del concorso “Un patto per la legalità”, tra le quali una aquilana. Quest’anno visto l’alto numero [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/itis-aquila.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13240" title="itis-aquila" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/itis-aquila.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p><p>Il 23 maggio 2010, nell’anniversario della strage di Capaci, Il Ministero dell’istruzione insieme alla Fondazione Falcone organizzano una visita a Palermo, grazie al progetto della Nave della legalità. Partecipano scuole di tutta Italia di ogni ordine e grado, vincitrici del concorso “Un patto per la legalità”, tra le quali una aquilana.<span id="more-13238"></span></p><p>Quest’anno visto l’alto numero dei partecipanti partiranno due navi, una in partenza da Civitavecchia, l’altra da Napoli che porteranno gli studenti e gli insegnanti a Palermo. Dal 22 al 24 maggio ci sarà una rappresentanza dell’’Itis dell’Aquila Amedeo di Savoia Duca d’Aosta formata da cinque studentesse : Francesca Guetti, Susanna Properzi, Arianna Sebastiani, Maira Cialone , Carolina Marinangeli che accompagnate dalle prof. Annarita Cioni e Patrizia Tocci, visiteranno l’Aula Bunker dove si è svolto il maxiprocesso alla mafia, porteranno gli striscioni per le vie di Palermo fin sotto l’Albero Falcone e parteciperanno a incontri e dibattiti sulla legalità. E’ già la quarta volta che l’istituto viene selezionato per partecipare a questo incontro, proprio per l’attenzione dedicata in questi anni alle tematiche relative alla legalità. </p><p>Nella foto: (da sinistra) CAROLINA MARINANGELI, SUSANNA PROPERZI, PROF. PATRIZIA TOCCI, FRANCESCA GUETTI, PROF. ANNA RITA CIONI, ARIANNA SEBASTIANI, MAIRA CIALONE</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0013238_studenti-e-professori-aquilani-a-palermo-contro-la-mafia/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Panni stesi</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0011994_panni-stesi/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0011994_panni-stesi/#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Apr 2010 13:41:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Terremoto]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=11994</guid> <description><![CDATA[Del resto, quella domenica sera siamo usciti di casa alla prima scossa forte, quella delle undici e trenta, con la stolida certezza di tornarci, come era accaduto già altre volte. Ho preso con me il telefonino, la cartella di scuola con il notebook portatile, i materiali per gli scrutini del giorno dopo, gli occhiali, il [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Del resto, quella domenica sera siamo usciti di casa alla prima scossa forte, quella delle undici e trenta, con la stolida certezza di tornarci, come era accaduto già altre volte. Ho preso con me il telefonino, la cartella di scuola con il notebook portatile, i materiali per gli scrutini del giorno dopo, gli occhiali, il portafoglio con i documenti. L’abitudine rende gli uomini ottusi ma li salva dal dolore. Per giorni interi non avrei potuto scrivere una riga. Solo silenzio, dentro, vibrazioni di silenzio, faglie di identità in continuo doloroso mutamento. Un senso di precarietà nelle gambe che non sapevano più rilassarsi e camminare. La notte, insonnie durevoli. L’anima contratta, l’essere abbracciato a se stesso, spaventato. Saltati tutti i rapporti umani. <span id="more-11994"></span></p><p>Il telefonino continuamente in carica, l’unico contatto. Telefonavo al mio numero fisso. Sentivo la voce della segreteria telefonica e pensavo : allora la mia casa esiste ancora … il filo del telefono deve essere appeso a qualche muro. Casa. Che parola dolorosa. Che parola orfana. Dormiamo, facciamo finta di dormire nel nostro camper. Si scappa, prima a Roma; una settimana dopo a Pescara. Con la vita tutta in una borsa, abiti di fortuna, cambi che conserviamo sempre nel camper.: se non l’avessimo avuto saremmo rimasti a dormire in casa, nel centro storico e le macerie ci avrebbero sommerso, alle tre e trentadue di quella notte. Venti secondi ci hanno cambiato la vita. A Pescara si tenta di ricostruire una normalità. Un piccolo bilocale, accogliente, caldo, amico. Sul tavolo troviamo persino la colomba e l’uovo di pasqua. Non si piange. Non piangiamo quasi mai. Ognuno lo fa in segreto, in silenzio, per dare forza all’altro.</p><p>Scatta qualcosa di primordiale. Siamo precari ma non vogliamo avere l’aria di esserlo. Vado ad insegnare in una scuola superiore. Riesco a parlare di Pirandello e di Pascoli ma gli studenti vogliono che io racconti del terremoto. Non li accontento, non ne ho voglia, non sono sicura di saper oggettivare, di reggere quel racconto. Rimangono delusi. Succederà tante altre volte, con altre persone. Non si condivide, questa esperienza. Però tra noi – i testimoni – ci si capisce, invece. Basta guardarsi negli occhi. Sono occhi spaventati. Abbiamo inventato un vocabolario nuovo, per dire l’indicibile. A volte riusciamo persino a scherzarci su: e quando ci incontriamo , adesso, a distanza di un anno ci chiediamo “ come sta casa tua?” “ ah, la mia per fortuna è A” “ la mia invece è B, bene, in quattro cinque mesi, un anno forse riuscirò a rientrare.” “ per le case C invece si prevedono tempi più lunghi, Ci sono danni strutturali …” “Se ti hanno dato E … Eh … puoi dimenticarti di tornare”.</p><p>Questi discorsi facciamo quando ci incontriamo, in rare occasioni in una città che non ha più luoghi, e siamo sparsi sparpagliati deportati, un po’ sulla costa negli alberghi e nelle strutture ricettive, un po’ nei MAP ( moduli abitativi provvisori) un po’ negli insediamenti del Progetto CASE, un po’ dai parenti o dagli amici, un po’ in affitto o in autonoma sistemazione, un po’ non sappiamo più nemmeno dove. Saltate tutte le regole sociali, le prossimità di quartiere o di strada, le conoscenze stratificate di anni. Tutto sconvolto, un miscuglio terribile. Persone scomparse dall’orizzonte visivo. Ma le donne sono dure ad impazzire, reagiscono con più forza, con più coraggio degli uomini, nonostante siano saltate proprio le nostre coordinate: lo spazio e il tempo scandito dai ritmi di una casa, gli spazi organizzati, la cura di se e degli altri. A Pescara ho scoperto le lavasciuga automatiche. Due volte la settimana , come a casa, il bucato; nella sala di attesa passavo intere mezzore in compagnia di donne straniere, emigranti, migranti, clandestine o regolari; mentre i panni si centrifugavano ed uscivano già asciutti, pensavo che sarebbe stato bello poter fare così anche per il proprio dolore, asciugarlo, piegarlo con cura e riporlo in una borsa di tela, farlo scomparire alla vista. Metterlo a tacere per un attimo. Anche loro portavano in una borsa tutta la vita.</p><p>Somigliavano a quelle contadine che nel mercato della mia città vendevano la cicoria di campo, qualche manciata di fagioli, tre o quattro cipolle e gli asparagi selvatici. Facce rugose, con i capelli bianchi, quasi accovacciate per terra o sedute su una piccola seggiola di fortuna. Precarie eppure così forti, con le borse di tela da cui uscivano i sedani o i carciofi. Chissà dove saranno quelle donne. Forse sperdute in qualche albergo della costa, uno di quegli hotel a tre stelle, con una stanza per orizzonte e un mare ostile ed infuriato dietro il vetro. Prede della nostalgia, prede del dolore per una casa che non hanno più – la casa degli affetti, il luogo della vita e della memoria. Donne, o uomini che muoiono di solitudine. In luoghi che il mare d’inverno rende ancora più tristi e solitari. Che non sanno come passare il tempo. Già, il tempo. Prima del terremoto, dopo il terremoto. Prima della guerra, dopo la guerra. I ricordi si sommano. Si confondono. Altra prova terribile per una donna: il recupero dei beni. Che cosa si porta via da una casa? Che cos’è che a questo punto diventa essenziale?</p><p>Le donne sanno che è la vita, l’essenziale. Sono state forti e coraggiose. Le mie studentesse hanno preparato l’esame di stato, a giugno, studiando su una scatola di cartone, in una tenda, con otto persone. Donne che hanno reagito cucinando per nuclei familiari raddoppiati, scambiandosi e prestandosi vestiti. Con la vita in una borsa, i cambi lavati stesi ogni giorno per essere comunque in ordine e non perdere mai la dignità di persone. Sempre a testa alta. Ne ho viste tante di queste donne, più forti, più pazienti, più capaci di non aver paura. Le ho viste nelle manifestazioni, in mezzo agli uomini, a volte più arrabbiate degli uomini. Dure ad impazzire, negli abbracci e nei sorrisi, nel pianto di qualche lacrima asciugata in fretta. Già, il tempo. Sono stati giorni a scomparto, cassetti chiusi e mandate su mandate. Ho vissuto un mondo sparpagliato. Per mesi i miei vestiti sono stati dentro i sacchi neri dell’immondizia- borse volanti trasportate qua e la dal camper alle case temporanee in cui abbiamo vissuto. Alcuni di questi sacchi erano stati riempiti direttamente dai Vigili del fuoco quelle volte in cui sono tornata a casa per prendere un po’ di biancheria, qualche documento necessario, una fotografia particolarmente cara.</p><p>Che cos’è che diventa essenziale ? Ho benedetto le nuove tecnologie, le penne usb per archiviare ciò che venivo scrivendo e pensando, la chiavetta di internet per essere in contatto con il mondo, le spese pazze per il telefonino cellulare, gli indirizzi email per contattare gli amici. Non abbiamo più ricevuto la posta per mesi. Ho dovuto assistere al trasloco di vent’anni di vita. Dove vivo ora, non c’è posto per venti anni di vita. Il dolore della memoria. Quando è morta Alda Merini volevo rileggere le sue poesie. ma i suoi libri stanno nell’altra casa, in un&#8217;altra vita. Avevo già deciso nella piccola casa di Pescara che avrei raccontato questa storia. Lavoravo appesa al computer portatile come fosse una zattera di salvataggio. Sembrava strano, una terremotata col portatile. Ma ho il dovere di raccontare la forza d’animo che ci vorrà per affrontare questo tempo sospeso, per poter ripensare il futuro senza troppa paura, senza troppo dolore. Ho visto donne coltivare gerani persino nelle tendopoli. Così, anch’io in questo inverno nevoso, ho piantato dei bulbi nel giardino di questa casa provvisoria. Tra poco sarà di nuovo Pasqua. Soltanto un anno – dice il calendario. E’ stato come camminare su una superficie di ghiaccio, con il passo malsicuro; che fatica stiamo facendo tutti per camminare su quella superficie ghiacciata, liscia, pronta ad incrinarsi per un nonnulla.</p><p>Mi sono sentita molto sola su quella superficie ghiacciata. Mi sembrava che tutti fossimo impegnati ad attraversare quel lago &#8211; ad alcuni sarà sembrato un mare. Qualcuno scivola. Qualcuno comincia ad approdare, su una riva o sull’altra … senza mai dimenticare lo sforzo che c’è voluto per arrivare sulla terra ferma. Qualche volta l’acqua o la terra trema ancora. Ci svegliamo un po’ prima un po’ dopo le tre e trentadue, affannandoci a coprire un vuoto, ostinandoci a negare un dolore. Ma il ventuno marzo pianteremo un fiore, in mezzo alle macerie. Porteremo i colori di una piantina fiorita. Metteremo forse un vestito a fiori, faremo pace con le scarpe dai tacchi alti che non indosso più da quando è cominciata questa guerra. Voglio coltivare un bulbo, un granello di speranza. Le piante più forti nascono attaccate ad un granello di terra: spaccano il cemento armato, pur di fiorire. Vorrei affacciarmi alla finestra di questo nuovo anno come da un davanzale fiorito. Mi sembra quasi di vederli stesi, come panni al sole, tutti i giorni che verranno: e ognuno ha il suo colore. Li ho fissati, ai lati, con tante mollette colorate: anche il vento forte non potrà portarli via. Ci vorrà tempo perché si asciughino. Quando saranno asciutti li ripiegherò, con attenzione, nella mia memoria. Alcuni saranno consumati e lisi, altri sembreranno proprio nuovi. Parleranno ancora nel buio dei cassetti. Per qualche tempo. Già, il tempo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0011994_panni-stesi/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Terremoto a L&#8217;Aquila: Ode all&#8217;Ingenuità</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0011744_ode-all-ingenuita/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0011744_ode-all-ingenuita/#comments</comments> <pubDate>Thu, 25 Mar 2010 09:07:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Terremoto]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=11744</guid> <description><![CDATA[Noi. Noi che non dormiamo più la notte, e che ci svegliamo più o meno intorno alle 3 e 32, un po’ prima, un po’ dopo e che non riusciamo a  riprendere sonno, e  rivediamo ogni notte tutta la nostra vita fino a quel momento, perché il tempo, quello di oggi,  è come bloccato, sospeso, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Aquila-ingenuita.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11747" title="Aquila-ingenuita" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/Aquila-ingenuita.jpg" alt="" width="600" height="322" /></a></p><p><strong>Noi.</strong></p><p>Noi che non dormiamo più la notte, e che ci svegliamo più o meno intorno alle <strong>3 e 32</strong>, un po’ prima, un po’ dopo e che non riusciamo a  riprendere sonno, e  rivediamo ogni notte tutta la nostra vita fino a quel momento, perché il tempo, quello di oggi,  è come bloccato, sospeso, irriconoscibile. Noi che siamo così ingenui da pensare che la ricostruzione di una città debba essere fatta con trasparenza e con giustizia, per il bene di tutti, per il bene comune. Noi che siamo così ingenui da indignarci per le parole di quelli che  ridevano alla stessa ora in cui  stavano morendo 308 persone e <strong>si sgretolavano case, identità e sogni</strong>. <span id="more-11744"></span></p><p>Noi che siamo così ingenui da pensare che  ce la faremo, a ricostruire la nostra bella città e le nostre vite.  Ingenui,  da continuare a dare speranza a quegli  anziani  che  ancora  non sono morti di dolore perché non possono rientrare nella propria casa e vivono in una stanza d’albergo,nelle case di legno, nei camper, nei container, negli agriturismi: che non hanno nulla da fare tutto il giorno se non ruminare i ricordi e i pensieri. Noi che siamo così ingenui da pensare che questa esperienza possa lasciare appena una traccia nella psiche dei ragazzi che l’hanno vissuta: e che col tempo tutto si dimentica e tutto tornerà alla normalità ;  così ingenui da volere che si faccia presto e bene,  indipendentemente dalle appartenenze politiche e partitiche : davvero  ingenui nello sperare che tutti i politici – dal comune, alla provincia , alla regione, al Parlamento fino al governo  sentano l’urgenza di questo momento e si impegnino anima e corpo nel produrre leggi, nel decidere le  regole necessarie, nel far si che ci siano tempi certi per ricominciare a pensare il nostro futuro.</p><p>Noi che siamo stati così ingenui da pensare che i media avrebbero raccontato la verità, e non solo le storie strappalacrime.  Ingenui anche i volontari  che da ogni parte d’Italia sono venuti a darci una mano. Come tutti i vigili del fuoco che ci hanno accompagnato a recuperare  ciò che si poteva nelle nostre case, tra le nostre lacrime spesso nascoste insieme alle loro.  Come tutti gli uomini e le donne della Protezione Civile, come gli Alpini, la Guardia di finanza e tutte le altre Forze dell’ordine che ci hanno aiutato in tutti i modi possibili. Anche loro, tutti ingenui. Come tutte quelle persone che  quando possono rientrare,  anche se per pochissimo,   nel centro storico dell’Aquila,  provano  dolore profondo nel  vedere un lampadario ancora appeso, un quadro storto su una parete sventrata, una ciabatta in mezzo alle rovine, un quaderno, un libro aperto nella  polvere, fradicio di pioggia e di tempo trascorso. Tanti, ingenui come me , che hanno partecipato alle fiaccolate, silenziosi e composti, senza cartelli, senza striscioni, attraversando  il corpo buio di una città desolata che ostinatamente, ingenuamente continuiamo a sentire come la nostra città.</p><p>Ingenui come quei tanti, che pur potendo andar via, decidono di rimanere qui, in un vuoto assoluto, fatto di due strade e qualche bar perché nutrono la speranza disperata che prima o poi anche questo cambierà. Quelli così ingenui  che fanno  una carezza alle colonne fasciate dei portici nel centro storico, il luogo della passeggiata e degli incontri, il luogo dello struscio e degli appuntamenti. Gli ingenui- tanti – che conservano gelosamente tutte le fotografie di questa città, sia della sua faccia sorridente che di quella ferita.  Ingenui che  soffrono nel vedere gente seduta negli studi televisivi che parla di noi  senza aver sentito la terra tremare, la paura e lo spavento crescere, destabilizzare la razionalità e la capacità di fare. Ingenui , così ingenui da pensare che tutto ciò interessi a qualcuno, più della canzone che ha vinto il festival di Sanremo, più dell’ultima puntata del Grande Fratello, più dell’ultimo scandalo, più dell’ultimo gossip … Così ingenua da pensare che siano davvero tanti, gli ingenui. Più,  molti di più degli smaliziati, più , molti di più della iena ridens o degli sciacalli pronti a spartirsi le fette della torta. Così ingenua da pensare che queste parole ( in cui davvero la scrittura si fa vita e la vita scrittura) possano servire a capire qualcosa di più. E non solo di me.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0011744_ode-all-ingenuita/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Ripuliamo L&#8217;Aquila, dalle macerie e non solo</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0010824_ripuliamo-laquila-dalle-macerie-e-non-solo/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0010824_ripuliamo-laquila-dalle-macerie-e-non-solo/#comments</comments> <pubDate>Mon, 22 Feb 2010 13:23:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Terremoto]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=10824</guid> <description><![CDATA[Cari amici e lettori di Abruzzo Cultura, dopo la manifestazione di ieri nel centro storico ( Mille chiavi per l&#8217;Aquila) abbiamo ripreso un  vecchio progetto che avevo lanciato tempo fa ( anche grazie alla vostra rivista) e che si è trasformato in &#8220;Ripuliamo L&#8217;Aquila, dalle macerie e non solo&#8220;. Il 28 febbraio torneremo, dalle ore [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/macerie-piazza-palazzo-laquila.jpg"></a></p><p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/macerie-piazza-palazzo-laquila-02.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-10830" title="macerie-piazza-palazzo-laquila-02" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/macerie-piazza-palazzo-laquila-02.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p><p>Cari amici e lettori di Abruzzo Cultura, dopo la manifestazione di ieri nel centro storico ( <strong>Mille chiavi per l&#8217;Aquila</strong>) abbiamo ripreso un  vecchio progetto che avevo lanciato tempo fa ( anche grazie alla vostra rivista) e che si è trasformato in &#8220;<strong>Ripuliamo L&#8217;Aquila, dalle macerie e non solo</strong>&#8220;.</p><p>Il <strong>28 febbraio</strong> torneremo, <strong>dalle ore 11 in poi, a Piazza Duomo</strong>, con carriole, ramazze, cofane, recipienti&#8230; per pulire la nostra città: vi aspettiamo, tanti, numerosi. <span id="more-10824"></span></p><p>Una manifestazione di cittadini, pacifica, come lo sono state tutte le altre, con fierezza e dignità, ma anche con la nostra rabbia e la nostra stanchezza per attese che si prolungano sempre di più. </p><p>Dopo la delusione di AnnoZero (condivisa da molti) vorrei lanciare una proposta ai cittadini aquilani e  ai nostri amministratori: LE CHIAVI DELLA CITTA&#8221; a Riccardo Iacona, di &#8220;Presa diretta&#8221; (Rai Tre). E&#8217; stata l&#8217;unica trasmissione, finora,  in grando di raccontare davvero le luci e le ombre di questo nostro momento così duro e difficile.  </p><p>Patrizia Tocci, Comitato UN CENTRO STORICO DA SALVARE</p><div id="attachment_10828" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/piazza-duomo1.jpg"><img class="size-full wp-image-10828" title="piazza-duomo" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/piazza-duomo1.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a><p class="wp-caption-text">La fontana di Piazza Duomo - ph. Patrizia Tocci</p></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0010824_ripuliamo-laquila-dalle-macerie-e-non-solo/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Aquila, orfana delle sue campane</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0010720_laquila-orfana-delle-sue-campane/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0010720_laquila-orfana-delle-sue-campane/#comments</comments> <pubDate>Fri, 19 Feb 2010 17:14:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Terremoto]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=10720</guid> <description><![CDATA[Un suono ha punteggiato per anni l’armonia della mia città: un suono di campane, vario e diverso ad ogni ora del giorno e della notte: sicuramente legato alla sua origine storica, al numero 99. Novantanove fontane, novantanove piazze, novantanove chiese. In ogni caso, le chiese sono davvero molte. Hanno campane che segnano pazientemente il tempo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/LAquilaTRt124.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-10721" title="LAquilaTRt124" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/LAquilaTRt124.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p><p>Un suono ha punteggiato per anni l’armonia della mia città: un suono di <strong>campane</strong>, vario e diverso ad ogni ora del giorno e della notte: sicuramente legato alla sua origine storica, al numero 99. Novantanove fontane, novantanove piazze, novantanove chiese. In ogni caso, le chiese sono davvero molte. Hanno campane che segnano pazientemente il tempo e scandiscono il quarto d’ora con un suono metallico e argentino; quelle che sottolineano cristianamente il vespro, l’Ave Maria o l’orario della messa mattutina; quello civile, cupo e grave che proviene dalla torre campanaria, adiacente al palazzo del Comune, con i suoi novantanove rintocchi che diventano più malinconici nelle sere d’autunno, quando si pensa con nostalgia all’estate appena trascorsa, in quelle lunghe sere invernali così avare di luce, chiusi nel caldo delle case. <span id="more-10720"></span></p><p>Gli stessi rintocchi sottolineano l’arrivo dell’estate quasi con allegria: si può uscire fuori, fare una passeggiata dopo cena, gustare un gelato camminando lentamente per i vicoli del centro, godendo del vento piacevole che si insinua tra un cantone e l’altro. “I quattro cantoni” sono il cardo e il decumano della mia città: dividono ed orientano il traffico e la passeggiata, mentre si spande il profumo dei tigli che sovrasta tutti gli altri e annuncia l’estate. Le <strong>campane di piazza San Pietro in Coppito</strong> hanno scandito, per anni, il mio risveglio, seguite a un breve intervallo da quelle di piazza San Silvestro; certificavano l’inizio della giornata e il conto delle ore. Tutti i campanili delle chiese punteggiano e delineano il profilo della città. Svettano, riconoscibilissimi da lontano, individuano il quartiere e la chiesa corrispondente. Svettavano.</p><p>Le campane a Piazza Duomo facevano tremare, benignamente, le pareti delle case. Quella onda sonora percorreva l’aria chiamando, festeggiando, piangendo, benedicendo. Adesso la città è muta. Ma come da una città sommersa quelle campane continuano a suonare, nella mia memoria e scandiscono in modo oscuro il silenzio di questi giorni, questo tempo bloccato, sospeso, irriconoscibile. Un concerto muto trascritto sul pentagramma della malinconia e dell’incertezza; poche note, sperdute anch’esse, come rondini sui fili della luce, pronte a partire perché quest’anno l’ inverno è arrivato davvero troppo presto.</p><p>Questo brano fa parte del mio libro “La città che voleva volare” ed. Tabula fati, Chieti 2010, interamente dedicato alla città dell’Aquila. Nella foto di qualche giorno fa, proprio<strong> una di quelle campane, lasciata per terra, ai lati del campanile della chiesa di San Pietro senza nessuna accortezza, maceria tra le macerie</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0010720_laquila-orfana-delle-sue-campane/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Terremoto &#8211; Lettera aperta a tutti gli amici di L&#8217;Aquila</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/005737_terremoto-lettera-aperta-a-tutti-gli-amici-di-laquila/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/005737_terremoto-lettera-aperta-a-tutti-gli-amici-di-laquila/#comments</comments> <pubDate>Wed, 12 Aug 2009 09:24:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Architettura]]></category> <category><![CDATA[Degrado]]></category> <category><![CDATA[Terremoto]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category> <category><![CDATA[Patrizia Tocci]]></category> <category><![CDATA[ricostruzione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=5737</guid> <description><![CDATA[Tutto è troppo fermo e troppo immobile, nel centro storico dell&#8217;Aquila, nella cosiddetta “Zona rossa” che è sempre più rossa di vergogna per le condizioni in cui è stata lasciata da quel 6 aprile 2009. Si prospettano tempi che non possiamo tollerare. All&#8217;inizio della prossima primavera il vento, la neve e la pioggia avranno distrutto [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tutto è troppo fermo e troppo immobile, nel centro storico dell&#8217;Aquila, nella cosiddetta “Zona rossa” che è sempre più rossa di vergogna per le condizioni in cui è stata lasciata da quel 6 aprile 2009. Si prospettano tempi che non possiamo tollerare. All&#8217;inizio della prossima primavera il vento, la neve e la pioggia avranno distrutto ciò che non aveva fatto il terremoto. Le nostre case saranno polvere, prive come sono di manutenzione e puntellamenti. Il generale Inverno e la burocrazia vinceranno sui nostri sentimenti e sulle nostre emozioni. Oppure no, se ci aiuterete, tutti. <span id="more-5737"></span></p><p>Adottate una casa, una via, un vicolo, una strada dell’Aquila. Ai Torinesi bisognerebbe affidare almeno tre strade e i relativi palazzi: Viale Duca degli Abruzzi, Viale Regina Margherita e Corso Vittorio Emanuele; ai Siciliani i palazzi che insistono sul Corso Federico II, la via dello “Stupor mundi”. Ai Fiorentini, inevitabilmente, sia Via dei Guelfi che Via dei Ghibellini; ai Romani le case che si affacciano su Via Roma, una delle arterie principali della città; ai Milanesi Via dei Lombardi; ai Veneti Via ed Arco dei Veneziani; alla disponibilità dei Napoletani il restauro di Porta Napoli. Dall’arco della Porta non si vede il mare, ma una distesa verde di montagne e colline che in certe stagioni gli somiglia. Più difficile assegnare a qualcuno Via dei Gaglioffi, pur se all’Aquila non è un aggettivo plurale ma il nome d’una antica e nobile famiglia.</p><p>Con un po’ di fantasia il restauro della Prefettura (Palazzo del Governo) potremmo affidarlo ai Ministri, magari con il soccorso dell’intero Parlamento; allo Stato del Vaticano l’intero Quarto di San Pietro. Agli arabi di varie nazionalità residenti in Italia l’affido di Via della Mezzaluna; c’è persino una Via degli Albanesi, una Via ed Arco dei Francesi, una Via degli Alemanni, una Via dei Pavesi, se qualcuno volesse prenderle in considerazione. Più difficile mi sembra il caso di Via delle Streghe, senza finestre che vi prospettano, ma se qualche associazione femminista volesse ricordare le sue origini, saremmo ben lieti di affidargliela. Anche Via Pescara potrebbe essere affidata alle cure degli abitanti della città abruzzese sorella, sancendo così definitivamente la fine di un assurdo e inutile conflitto campanilistico.</p><p>Abbiamo poi Piazza Battaglione degli Alpini, Via degli Ortolani, Via dei Calzolai, Via dei Tintori, Via degli Scardassieri. Come pure Sdrucciolo dei Poeti e… Sdrucciolo dei Ciuchi, per carità, senza alcuna relazione tra i titolari dei due vicoli. Insomma, ce n’è davvero per tutti, semplicemente seguendo la toponomastica cittadina. Potreste seguire direttamente l’inizio dei lavori, fino al momento della bandiera italiana sui tetti. Metteremmo una targa più piccola, sotto quella che indica la strada, con le vostre generalità. Sareste invitati &#8211; purtroppo tra qualche anno &#8211; a tagliare il nastro inaugurale del vostro vicolo, dove troverete vasi di fiori, finestre aperte sui sorrisi e virgole di gatti in un raggio di sole. Ma che città morta, ma che città fantasma … la nostra città vi aspetta. Vi informeremo sui ritardi, gioiremo con voi per i progressi, vi invieremo immagini e vi terremo al corrente. Infine faremo festa. In ogni caso, spero vogliate continuare ad avere notizie dall&#8217;Aquila.</p><p><em>* Patrizia Tocci è nata a Verrecchie (L’Aquila) nel 1959. Si è laureata in filosofia alla Sapienza di Roma. Insegna materie letterarie negli istituti superiori. Ha pubblicato Un paese ci vuole, l’ Aquila 1990 (prose e poesie) con introduzione di Vittoriano Giannangeli e Pietra serena, Chieti 2000 con introduzione di Anna Ventura. Tra i segnalati al premio «Eugenio Montale», Patrizia Tocci ha vinto il primo premio &#8220;Marianna Fiorenzi&#8221; per una poesia d’amore, con giuria presieduta da Cesare Garboli. Alcuni testi poetici sono presenti nell&#8217;antologia L&#8217;Altro Novecento II, a cura di Vittoriano Esposito (Ed. Bastogi, 1997). Patrizia Tocci è infine studiosa di Laudomia Bonanni, scrittrice aquilana tra i grandi della letteratura del Novecento.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/005737_terremoto-lettera-aperta-a-tutti-gli-amici-di-laquila/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Patrizia Tocci: una poesia per L&#8217;Aquila</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/005359_patrizia-tocci-una-poesia-per-laquila/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/005359_patrizia-tocci-una-poesia-per-laquila/#comments</comments> <pubDate>Sat, 25 Jul 2009 10:13:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category> <category><![CDATA[Patrizia Tocci]]></category> <category><![CDATA[poesia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=5359</guid> <description><![CDATA[Un esilio improvviso come fossi la regina tradita e spodestata dall&#8217;ultima impudente favorita. ma io conservo lacrime segrete nell&#8217;anfora di vetro veneziano azzurra come tutti i fiordalisi della mia terra.]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un esilio improvviso come fossi<br /> la regina tradita e spodestata<br /> dall&#8217;ultima impudente favorita.</p><p>ma io conservo lacrime segrete<br /> nell&#8217;anfora di vetro veneziano<br /> azzurra come tutti i fiordalisi<br /> della mia terra.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/005359_patrizia-tocci-una-poesia-per-laquila/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La città che voleva volare</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/003687_la-citta-che-voleva-volare/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/003687_la-citta-che-voleva-volare/#comments</comments> <pubDate>Mon, 20 Apr 2009 12:59:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Terremoto]]></category> <category><![CDATA[L'Aquila]]></category> <category><![CDATA[Patrizia Tocci]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=3687</guid> <description><![CDATA[L’ho vista dal finestrino di un camper, la città che voleva volare. L’ho sentita e vista tremare, nella notte. I lampioni che si muovevano, in una danza macabra. L’atmosfera rossastra, infernale. Una polvere sottile ed alta impediva persino di capire cosa non c’era più. Mutato improvvisamente il profilo, mancavano dei campanili, c’erano dei vuoti ma [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’ho vista dal finestrino di un camper, la città che voleva volare. L’ho sentita e vista tremare, nella notte. I lampioni che si muovevano, in una danza macabra. L’atmosfera rossastra, infernale. Una polvere sottile ed alta impediva persino di capire cosa non c’era più. Mutato improvvisamente il profilo, mancavano dei campanili, c’erano dei vuoti ma la notte oscura proteggeva cullando la paura, che cresceva e montava come un mal di mare, il terreno all’improvviso diventato liquido. La paura per i cari, per gli altri, per tutto. Una sensazione di perdita dell’equilibrio, qualcosa di atavico che scatta: contemporaneamente i sensi tutti all’erta e un ottundimento. Con la prima luce dell’alba, l’evidenza del disastro, la colonna sonora delle ambulanze, degli elicotteri , delle sirene, la ricerca spasmodica dei familiari, degli amici. <span id="more-3687"></span></p><p>L’Aquila, un’aquila con le ali spalancate, la città sopra la collina. Voglio pensarla così, la mia città. Una città sospesa. C’erano, fino a qualche anno fa due aquile in gabbia, dentro una specie di piccola grotta, sulla strada del vecchio ospedale civile. Tutti gli aquilani le ricorderanno. Metafora e simbolo della città. Perché questa città, invece deve “restare a terra”, ingabbiata, ferita. Ma qui, su questa collina dalla quale ha tentato altre volte di prendere il volo. Non la lasceremo volare. Le cureremo le ali spezzate, le zampe ferite, ma solo a patto che resti dov’è prigioniera dei nostri sogni e delle nostre paure, e che la sua gabbia diventi la nostra salvezza. La città sospesa, non la città fantasma. Certo molte vite perdute, certo le strade tutte vuote, certo le macerie. I sogni custoditi dalle case anch’esse in frantumi e sbriciolate. I palazzi lesionati e sventrati.</p><p>E’ stata una via crucis di ricordi, mentre camminavamo in fila indiana in Via Garibaldi, al centro della strada vuota e con gli elmetti sulla testa; un pellegrinaggio silenzioso. I vigili del fuoco – ragazzi e uomini rudi e gentili &#8211; a farci compagnia e a guidarci come si fa con i piccoli scolari a cui si vuole bene, discreti, attenti, vigili; perché saremmo rimasti ore dentro le case a prendere l’utile e l’inutile, con il rischio di mettere a repentaglio la nostra vita e la loro. Voglio ringraziare Raffaele, un vigile di Pisa. Non so altro di lui. Ma la sua stretta di mano e la reciproca commozione mi basterà per molto. Uno per tutti quelli che in questi giorni ci hanno aiutato, sorretto, capito, ascoltato. Perché in questi momenti si diventa davvero un “ ci” un noi; la mia gente aquilana, fiera e caparbia, che cela le emozioni, nasconde le lacrime e si sottrae alle telecamere, nasconde il dolore o lo comunica con poche parole. Tutte le persone che abbiamo incontrato; poche parole, una stretta di mano, la lista dei lutti, la casa, “ tutto bene e adesso dove vai… ?” Tra le tante, due immagini conservo: una ciabatta impolverata, una sola, che qualcuno aveva pietosamente messo su un muretto e un gatto macilento a cui abbiamo dato dell’acqua.</p><p>Ci sarà tempo per i ricordi e per elaborare tutto questo. Non è ancora il momento. Quella ciabatta sapeva di casa e di fuga. Anche lei spaiata e disorientata, anche lei in cerca dell’altra di sé. Manca tutta una parte della mia identità: le cose, gli odori, i rumori e i suoni, le piccole abitudini quotidiane, le certezze. Ma se i simboli hanno un senso, L’Aquila deve restare così com’è nel gonfalone della nostra città. Ferma, con le ali spalancate sulla collina. Incatenata a terra da uomini resi più saggi dal dolore. Fissata con sapienza alla terra, nei piloni delle sue stanze, nelle fondamenta. Il gatto magro ma vivo, a guardia della casa. Ricostruiremo le case della nostra città. Riempiremo le strade e le finestre, apriremo saracinesche e vetrine. Torneremo, come dopo una lunga transumanza. Siamo abituati alle lunghe attese e a vivere sobriamente. Voglio dedicare a Giustino Parisse e a sua moglie questi pensieri, a quell’ immenso dolore. A tutti quelli che in questo momento soffrono, spaesati, lontani, divisi. A tutti quelli che lottano perché la nostra città resti dov’è e come era.</p><p><em><strong>Patrizia Tocci </strong>è nata a Verrecchie (L’Aquila) nel 1959. Si è laureata in filosofia alla Sapienza di Roma. Insegna materie letterarie negli istituti superiori. Ha pubblicato </em><strong>Un paese ci vuole</strong><em>, l’Aquila 1990 (prose e poesie) con introduzione di Vittoriano Giannangeli e </em><strong>Pietra serena</strong><em>, Chieti 2000 con introduzione di Anna Ventura. Una silloge inedita è stata pubblicata, con il commento di Angelo Fabrizi, sul n. 1 anno 2003 di «Caffè Michelangiolo». Tra i segnalati al premio «Eugenio Montale», Patrizia Tocci ha vinto il primo premio </em><em>&#8220;Marianna Fiorenzi&#8221;  per una poesia d’amore, con</em><em> giuria presieduta da Cesare Garboli. Patrizia Tocci è infine  studiosa di Laudomia Bonanni, scrittrice </em><em>aquilana tra i grandi della letteratura del Novecento.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/003687_la-citta-che-voleva-volare/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Giuseppe Ayala: un uomo con il vizio della memoria</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001705_giuseppe-ayala-un-uomo-con-il-vizio-della-memoria/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001705_giuseppe-ayala-un-uomo-con-il-vizio-della-memoria/#comments</comments> <pubDate>Mon, 08 Dec 2008 19:14:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1705</guid> <description><![CDATA[Una recensione-intervista al magistrato siciliano autore del libro “Chi ha paura muore ogni giorno”. Il volume sarà presentato all’Aquila, l’11 dicembre 2008 alle 17:30 nella Sala delle assemblee della Carispaq nell’ambito degli incontri organizzati dall’Associazione Dante Alighieri. Oltre all’autore, interverrà, tra gli altri, il direttore generale della Carispaq Rinaldo Tordera. Giuseppe Ayala è il magistrato [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una recensione-intervista al magistrato siciliano autore del libro “Chi ha paura muore ogni giorno”. Il volume sarà presentato all’Aquila, l’11 dicembre 2008 alle 17:30 nella Sala delle assemblee della Carispaq nell’ambito degli incontri organizzati dall’Associazione Dante Alighieri. Oltre all’autore,  interverrà, tra gli altri, il direttore generale della Carispaq Rinaldo Tordera.<span id="more-1705"></span></p><p>Giuseppe Ayala è il magistrato che ha fatto parte del pool antimafia con Falcone e Borsellino e ha appena pubblicato con Mondadori “Chi ha paura muore ogni giorno”. Storia italiana, dolorosa, densa di avvenimenti che ci hanno segnato profondamente. Notevole lo sforzo di dominare il sentimento, la nostalgia, l’emozione nel ricordare quegli anni vissuti con Falcone (Giovanni) e Borsellino (Paolo).</p><p>Perché per l’autore, ovviamente,  sono stati e sono soprattutto amici che si chiamano per nome,  con cui ha condiviso non solo  un percorso investigativo, giudiziario ma soprattutto relazionale, umano. Per questo cerca di  non cadere nell’epitaffio, nella celebrazione rituale.</p><p>Non è facile raccontare quegli anni, ricostruirne l’atmosfera, riportare nella giusta dimensione fatti e dettagli, testimoniare. Perché è questa la molla più segreta del libro: rendere vicine due persone che hanno pagato con la vita la voglia di essere coerenti.</p><p>È un Paese il nostro, in cui la memoria ha una breve durata. Si dimenticano in fretta le stragi, gli attentati, i morti ammazzati: mafia, camorra, n’drangheta purtroppo segnano ancora con episodi di vario genere, la nostra vita pubblica o privata, anche se le ultime catture dei boss o degli affiliati hanno sicuramente assestato duri colpi a queste organizzazioni.</p><p>Il libro è organizzato per capitoli e anche i titoli sono significativi: comincia con il racconto della strage di Capaci, la morte di Falcone (rimasto ucciso con la moglie e la scorta), per poi ripercorre a ritroso gli anni e gli avvenimenti precedenti.</p><p>Il 23 maggio 1992 l’assassinio di Falcone, il 19 luglio quello di Paolo Borsellino: queste due date fissano, in apertura, i punti dolorosi e terribili da cui partire. Poi la nascita del pool antimafia, le vacanze trascorse insieme in libertà “vigilata”, vivere sotto scorta lunghi anni e dimenticare il sapore delle piccole cose.</p><p>Abbiamo intervistato Giuseppe Ayala: ci ha colpito la sua vena ironica, siciliana, la sua voce gradevole e bassa, il tentativo di sdrammatizzare i ricordi e i momenti che saranno stati sicuramente difficili e pesanti; la sua disponibilità alla speranza e la fuga da ogni rassegnazione, il tentativo di vedere nei segnali positivi qualcosa di più… «E’ come se Stato e mafia  stiano giocando  una partita difficilissima: non sempre purtroppo i colori delle maglie sono precisi e netti, sono chiari». Cosa ha provato a rientrare nell’aula bunker del maxiprocesso? «Due anni trascorsi lì dentro, per istruire il maxiprocesso…Devo ammettere che mi fa sempre un certo effetto tornarci». Ayala è anche di essere autoironico: «Non so bene come mi ci sono trovato. Avevo una gran voglia di schierarmi». Scherzoso, sulla sua intimità in particolare con Giovanni Falcone: «Lavoravamo nelle stesse stanze,  dormivamo insieme negli stessi posti, facevamo le vacanze insieme…insomma eravamo una coppia di fatto».</p><p>Il libro racchiude bene lo spirito dell’uomo: ha una leggerezza tutta sua, una capacità di raccontare senza dramma. Il dramma è nel fatto raccontato; le parole e gli aggettivi usati da Ayala sono asciutti ed essenziali; gli somigliano. E se la fisiognomica ha una sua verità, riconosciamo anche nelle parole scritte quel sorriso che ogni tanto si lascia scappare, la battuta sagace o la parola giusta.</p><p>Anche i silenzi all’interno di alcuni capitoli, il fermarsi un attimo prima della rivelazione diventano densi e pieni di significato; ci fa conoscere più  da vicino Falcone e Borsellino, ricostruisce il clima, i veleni e i successi di quegli anni, ma lancia uno sguardo anche sull’oggi, su tanti misteri irrisolti e occasioni perse.</p><p>Contiene domande non sempre esplicitate, ma importanti: di fronte al fenomeno della Mafia, complesso,  inquietante: «La speranza ci deve essere: nella società civile, nei giovani che creano associazioni come “Addio pizzo” o “Libera”, nell’informazione capace di offrire conoscenza del fenomeno mafioso».</p><p>Il libro è un invito a tenere desta la memoria di quegli anni terribili, a non  dimenticare; a coltivare il vizio della memoria, a fare in modo che questo virus del ricordo contagi anche chi non ne ha sentito parlare, come le nuove generazioni, chi non ne  vuole parlare o preferisce ancora pensare che «la peste non esiste».</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001705_giuseppe-ayala-un-uomo-con-il-vizio-della-memoria/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La poesia di Vito Moretti</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001426_la-poesia-di-vito-moretti/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001426_la-poesia-di-vito-moretti/#comments</comments> <pubDate>Mon, 29 Sep 2008 13:48:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1426</guid> <description><![CDATA[Nella raccolta &#8220;Di ogni cosa detta&#8221; si palpa l&#8217;inquieto re-sistere del poeta. “Tante volte mi sono chiesto se abbia un senso la mia parola e se proprio in questo linguaggio di assedi e di enigmi si celi il mio destino” ( “Da parola a parola”). A questa domanda che il poeta si pone nella sua [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nella raccolta &#8220;Di ogni cosa detta&#8221; si palpa l&#8217;inquieto re-sistere del poeta.<span id="more-1426"></span></p><p>“Tante volte mi sono chiesto se abbia un senso la mia parola e se proprio in questo linguaggio di assedi e di enigmi si celi il mio destino” ( “Da parola a parola”). A questa domanda che il  poeta si pone nella sua ultima raccolta “Di ogni cosa detta”cerchiamo di rispondere partendo  da  questi tre versi che aggiungono un ulteriore significato al titolo del libro.</p><p>È infatti questo lo spazio privilegiato: c’è un intreccio continuo tra la parola “detta”  (dialoghi con più persone, vere o immaginarie, presenti o assenti) e parola  “scritta”, quella che il poeta sembra raccogliere, filtrando alla fine di ogni giornata, la sua vita: “mi esercito in brandelli di diario”.</p><p>Perché anche la parola scritta ha le sue leggi, spazi e necessità: una necessità di dire che ha antiche vocazioni e che si ricollega spesso, come una profonda radice a fittone, al paesaggio dell’infanzia, utilizzando metafore consuete rinnovate con  più profonda sensibilità: “C’è tutta la forza di un chicco / nella zolla che gela alle nebbie e c’è l’oro di un’estate/ nella foglia del grano che secca”.</p><p>Il destino individuale conflagra, si scontra e lambisce quello della Grande Storia ( che entra in modo prepotente nelle pagine del libro con temi importanti e severi); ed è inevitabile chiedersi il senso e la ragione dell’essere poeta, perché ormai di questo si tratta. Il dialogo si abbandona a volte ad un fitto silenzio interiore, lasciando alla parola scritta la responsabilità di rispondere ai numerosi dubbi ed interrogativi che si  accavallano nei versi: “il poeta è solo un uomo / che sa quanto sia lustro / il fondo delle sue domeniche e come non paghi mai / il sudore della sua fronte”.</p><p>Nelle due sillogi iniziali (“La conta delle cose” e  “Oggi dodici del mese”) la brevità delle poesie è strettamente legata ad una concentrazione delle immagini, dei paesaggi e delle situazioni; nella seconda parte, che comincia con la raccolta “Il superstite e la testimone( tre quadri a due voci)”i dialoghi predominano tanto da diventare parti e strumenti della stessa poesia.</p><p>L’orizzonte della riflessione si allarga fino a sfiorare argomenti metafisici e religiosi, sulle “venture di questo decennio” sui “ civili smarrimenti”, sulla “storia a tranello” che “imbriglia e confonde”, perché “il futuro reinventa ogni volta le proprie radici”. Non è un interrogarsi vano o sterile se s’affaccia anche un barlume di speranza nella capacità della parola poetica ( propria o di altri): “La parola – voglio dirti – è sempre un inquieto resistere”.</p><p>In questa inquietudine, fatta di opere e di giorni, è forse il destino del poeta: quello di attraversare, da sempre, sogni e miti, maturando nel silenzio delle proprie riflessioni: “Il mio essere / spesso matura in prolisse solitudini / e si svia nei rivoli, nelle rughe / nella trama del finito / vittima e complice”.</p><p>In questa r-esistenza, in questo “ottimismo disperato” si gioca, per Vito Moretti, il senso della parola, del qui e dell’ora: il significato delle delusioni e delle conferme, la necessità di continuare ad interrogarsi e cercare: “Cercalo, l’ago nel pagliaio”ci consiglia ancora una volta, il poeta per non lasciare nulla di non detto, di intentato.</p><p>Parola detta e scritta s’intrecciano profondamente in questo ultimo lavoro continuando  a scavare in quel solco che il poeta aveva già preparato con le raccolte precedenti. Ancora una volta gli inganni del tempo e della storia (privata e pubblica)  si incontrano, sorretti e circondati da  una tenerezza timida e appena accennata, rivelata da alcuni nomi e dediche presenti nel testo in un gioco continuo di antinomie e di ossimori permanenti.</p><p>Il verso si diffonde, soprattutto nella seconda parte, quasi seguendo il filo di un lungo ragionamento che però non è mai uno sterile soliloquio: “Ah, le mie esigue esche; / resti di poesie le poche clausole; / una virtù acerba / nel grembo degli amori e dei silenzi”.</p><p>Da questa virtù acerba sono nate tutte le parole di Vito Moretti: quelle dette, scritte o solamente pensate che si sono affinate e maturate nel tempo, raggiungendo purezza ed equilibrio nella versificazione e che per questo possono  aiutarci, nell’incerta navigazione della vita, a seguire un tracciato, un itinerario di pensieri, emozioni, riflessioni e suggestioni nate proprio nel cuore della scrittura e della poesia.</p><p>(Vito Moretti, “Di ogni cosa detta”, Tracce &#8211; Fondazione Pescarabruzzo, 2007)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001426_la-poesia-di-vito-moretti/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Laudomia Bonanni e “L’imputata”</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/00837_laudomia-bonanni-e-%e2%80%9cl%e2%80%99imputata%e2%80%9d/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/00837_laudomia-bonanni-e-%e2%80%9cl%e2%80%99imputata%e2%80%9d/#comments</comments> <pubDate>Wed, 05 Mar 2008 16:16:34 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/laudomia-bonanni-e-%e2%80%9cl%e2%80%99imputata%e2%80%9d</guid> <description><![CDATA[Ristampato uno dei maggiori libri della scrittrice aquilana. Una ristampa davvero gradita ed annunciata, quella del romanzo più famoso di Laudomia  Bonanni, e la terza in ordine di tempo della casa editrice Textus con la quale sono già stati pubblicati la ristampa de “Il fosso” e del romanzo inedito e postumo, “La Rappresaglia”, ambedue con [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">Ristampato uno dei maggiori libri della scrittrice aquilana.<br /> </font></p><p><font size="2">Una ristampa davvero gradita ed annunciata, quella del romanzo più famoso di Laudomia  Bonanni, e la terza in ordine di tempo della casa editrice Textus con la quale sono già stati pubblicati la ristampa de “Il fosso” e del romanzo inedito e postumo, “La Rappresaglia”, ambedue con l’introduzione di Carlo De Matteis. Questa volta, la ristampa de “L’Imputata” porta l’introduzione  di Liliana Biondi e si situa in un momento cronologico e celebrativo molto importante, sia per il centenario della nascita della scrittrice (L’Aquila 1907-  Roma 2002) sia per il convegno di studi organizzato dall’Università dell’Aquila- Facoltà di Lettere e Filosofia e dall’Associazione internazionale di cultura Laudomia Bonanni che avrà luogo proprio all’Aquila l’11 e il 12 aprile 2008. Con questo romanzo Laudomia Bonanni vinse nel 1960 il XXXI PREMIO VIAREGGIO. In una lettera dell’Epistolario, pubblicato da Fausta Samaritani, scrive a Maria Bellonci il 1 maggio 1960: “ Bompiani sta facendo un lancio straordinario. Ha mandato qui alla libreria più importante, una foto enormemente ingrandita, da diva; entrando, me la sono trovata davanti e…ho arrossito, scappandomene subito via”. chissà a  quale libreria si riferisce  la Bonanni: la libreria Agnelli ( nella quale è ritratta in una fotografia con le sue alunne, in una partecipazione alla Fiera del libro)   o quella di Ferri? In una lettera inedita infatti, Laudomia Bonanni scrive a  Ferri, molti anni più tardi, quando si era già trasferita stabilmente a Roma,  nel 1979: “  verrò all’Aquila per le elezioni ( e spero di trovare da lei una bella vetrina col mio libro ultimo, come faceva suo padre).”<br /> Anche  nella stampa  ed in particolare in quella abruzzese si sentono  gli echi di questa vittoria. Laudomia Bonanni era consapevole pienamente della forza del suo romanzo; non mancarono però tra i consensi e  le critiche letterarie alcuni giudizi che la fecero soffrire molto.<br /> Il 14 giugno 1960, ne “Il messaggero” dell’Aquila troviamo una intervista lunga e preziosa, firmata da Mario Stara, per la prima presentazione de l’Imputata, fatta a Roma , presso L’Open Gate da Geno Pampaloni. L’articolo è corredato da due fotografie, una degli ospiti presenti con Maria Bellonci, estimatrice e amica per lungo tempo di Laudomia Bonanni, e una foto con Laudomia seduta e Geno Pampaloni mentre sta  presentando al pubblico “L’Imputata”. Dopo aver descritto il luogo, Mario  Stara ci racconta  “abbiamo scorto improvvisamente un sorriso familiare e cordialmente simpatico: quello di Laudomia Bonanni che ci veniva incontro sottobraccio a Gianna Manzini….era emozionata e confusa – si capisce – e cercava di nascondere quei suoi sentimenti dietro un sorriso aperto ed intelligente…poi sono cominciati a giungere i grandi nomi: Raffaello Brignetti, Maria Bellonci, Bonaventura Tecchi, Fabio Mauri, Antonietta Drago, Maria Luisa Spaziani” Anche Geno Pampaloni scherza sul titolo del romanzo: “ha detto, scherzando, che per lui era un vero piacere testimoniare a favore de “L’Imputata”. E ancora qualche notazione illuminante di Geno Pampaloni: “la Bonanni è una scrittrice rara e appartata. Non è una scrittrice lieta. Il suo sguardo sul mondo è vivido ma pieno di consapevolezza. Del resto i suoi lettori sono significativi; basterà ricordare Eugenio Montale.” Nella seconda parte dell’articolo il giornalista intervista direttamente la Bonanni; “ L’imputata segna una tappa importantissima nel corso della mia attività.Ho impiegato sette anni a scrivere questo romanzo ma posso esserne giustamente soddisfatta. È stato venduto molto a Milano…”<br /> Il giornalista ne approfitta subito e chiede “ E All’aquila, come sono andate le cose?” “ Molto bene a giudicare dalle vendite: quattro dozzine in pochi giorni. Penso che sia molto interessante, per i miei concittadini che l’azione si svolga all’‘Aquila. Molta gente si può riconoscere in questo libro e la città stessa ne esce in quelle poche descrizioni di vita vera.”<br /> All’Aquila il libro venne presentato dalla giornalista Olga Lombardi nel luogo deputato agli incontri della sezione Aquilana dell’Associazione Dante Alighieri, diretta in quell’anno da Antonio Silveri e di cui Laudomia era entrata a far parte nel 1952.; la serata per la Bonanni fu “un omaggio di fiori e d’affetto”.<br /> Ne “Il messaggero” dell’Aquila ( la redazione a via Fortebraccio)  , troviamo lunedì 29 agosto 1960 un articolo firmato con lo pseudonimo “Nemo”sull’assegnazione del premio a Laudomia Bonanni non privo di spunti polemici riguardanti in verità ,sostanzialmente,  l’organizzazione del premio letterario. Il titolo , quasi a nove colonne e a caratteri stampati recita: “ il XXXI premio Viareggio per la narrativa assegnato a “L’imputata” di Laudomia Bonanni” il sottotitolo: “la serata conclusiva al Grand hotel Royal- terza allo Strega, prima al Viareggio la scrittrice aquilana – i nomi di alcuni degli illustri ospiti”  due fotografie sulla serata ed una con Laudomia Bonanni che riceve il premio e un bacio da Leonida Repaci, presidente della giuria.;  Una giuria qualificata: Salvatore Quasimodo, Giovanni Titta Rosa, Libero Bigiaretti, Eugenio Montale; ma erano presenti anche Valentino Bompiani, l’editore del libro, Edoardo de Filippo ( al quale era stato dato il premio per il teatro), l’artista Fabio Mauri, .. insomma un evento cultural-mondano come spesso finiscono per essere gran parte dei premi letterari. “ In alto sul palco della commissione giudicatrice erano riprodotte le copertine dei libri premiati: quello della Bonanni mancava. Altro mistero da spiegare in un prossimo futuro. I giudici – come lei stessa ha detto, chiamata al microfono – hanno difeso L’imputata”. L’articolo si conclude poi con le felicitazioni per la vittoria: “Il nome d’Abruzzo ha ancora una volta l’occasione di girare il mondo per suo merito né speriamo sia l’ultima volta.” Nello stesso giornale, di qualche giorno precedente una piccola nota nella rubrica NOVANTANOVE ALL’ALBA, sempre anonima ma molto interessante: “ Laudomia Bonanni… si guadagna da vivere nella scuola, facendo la maestra elementare da più di vent’anni. La signorina Bonanni era venuta dall’Aquila, dove abita, fino alla casa dei Parioli, di Maria  e Golfredo Bellonci: e sedeva in un angolo, coi suoi guanti velati neri, il vestito di seta fantasia  e l’inevitabile e quasi sospetta dolcezza negli occhi e nel tono della voce, che si collega alla figura ottocentesca della maestrina. Invece Laudomia Bonanni si rivela abbastanza diversa , quando incomincia a parlare  &#8211; per esempio del Tribunale dei Minorenni di cui fa parte all’Aquila, e di come sia stata ricca per lei questa esperienza fino a darle l’ispirazione per questo suo libro, “L’Imputata”. Allo Strega la Bonanni è stata presentata da Eugenio Montale e Geno Pampaloni.”<br /> Questa ristampa del libro si inserisce in un rinnovato interesse che molte persone, associazioni enti culturali e istituzioni stanno finalmente portando avanti nella nostra città, ma non solo, il nome e il cognome di Laudomia Bonanni meritano di essere tolti da quella dimenticanza che aveva invece segnato – e dolorosamente – soprattutto gli ultimi anni della sua lunga e solitaria vita.</p><p>Patrizia Tocci</p><p></font></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/00837_laudomia-bonanni-e-%e2%80%9cl%e2%80%99imputata%e2%80%9d/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Laudomia Bonanni a cento anni dalla nascita</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/00836_laudomia-bonanni-a-cento-anni-dalla-nascita/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/00836_laudomia-bonanni-a-cento-anni-dalla-nascita/#comments</comments> <pubDate>Wed, 05 Mar 2008 16:12:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Tocci</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/laudomia-bonanni-a-cento-anni-dalla-nascita</guid> <description><![CDATA[Scritti, pubblicazioni, video, trasmissioni televisive per  celebrare insieme  l’anno bonanniano. Laudomia Bonanni nacque all’Aquila, in via Garibaldi 75, l’8 dicembre 1907 &#8211; e proprio sulle mura  di questo palazzo,  finalmente,  l’8 dicembre  2007 verrà posta una targa per ricordarla.  Con la partecipazione al concorso di  racconti inediti  bandito da “ Gli amici della Domenica”,  nella [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">Scritti, pubblicazioni, video, trasmissioni televisive per  celebrare insieme  l’anno bonanniano.</p><p>Laudomia Bonanni nacque all’Aquila, in via Garibaldi 75, l’8 dicembre 1907 &#8211; e proprio sulle mura  di questo palazzo,  finalmente,  l’8 dicembre  2007 verrà posta una targa per ricordarla.  Con la partecipazione al concorso di  racconti inediti  bandito da “ Gli amici della Domenica”,  nella cui giuria figuravano nomi  del calibro di: Golfredo e Maria Bellonci, Emilio Cecchi, Vitaliano Brancati, Aldo Palazzeschi, Alberto Moravia,  la Bonanni vinse -  nel 1948, con i racconti de Il fosso, il primo premio.  Seguirono numerose le pubblicazioni di  romanzi e   racconti, quasi tutti pubblicati  con Bompiani. La guerra e la presenza di figure femminili  sono dominanti nell’opera della scrittrice; ma altrettanto importante fu  la sua attività da giornalista – scrisse più di mille articoli per varie  testate -  e la sua esperienza di giudice  laico nel tribunale minorile dell’Aquila.  Ci fu però nella sua produzione una lunga battuta d’arresto, legata anche a situazioni personali problematiche e difficili che la portò a vivere la seconda parte della sua vita a Roma,  dove si era trasferita dal 1969, in un isolamento e in una solitudine che si andò solidificando sempre più negli ultimi anni.<br /> Assistiamo  invece,  finalmente,   a rinnovati  segnali di  interesse  nei suoi confronti: sicuramente il Premio  Internazionale  di Poesia Città dell’Aquila-Carispaq,  giunto ormai alla sua sesta edizione e  a lei intitolato, ha avuto il grande  merito di riportare,  per primo,  l’attenzione sul nome della scrittrice  con una giuria di nomi eccellenti e premiati di fama internazionale. L’Associazione  Internazionale di Cultura “Laudomia Bonanni”, fondata nel 2006  da Gianfranco Colacito, Pietro Zullino, Gianfranco Giustizieri e Giuliano Tomassi, ha lo scopo di  promuove lo studio e la conoscenza delle opere di Laudomia. Sono stati attivati numerosi circoli all’estero e  in varie città italiane:  il  circolo aquilano dell’Associazione, intitolato  “L’Imputata”, ha già proposto la presentazione dell’Epistolario di Laudomia Bonanni, curato da Fausta Samaritani ( Carabba, Lanciano 2006) che   ha rintracciato  lettere preziose – le copie della Bonanni in molti casi sono andate distrutte. Vorrei almeno citare  i corrispondenti a noi più vicini: Ottaviano Giannangeli,  Bruno Sabatini e Antonio Cordeschi.  Sempre nella  sede della Carispaq, che sostiene tante nostre iniziative, il circolo L’IMPUTATA  ha proposto  “ Immagini e parole per Laudomia Bonanni” in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e la  proiezione  del video “Come se il fiore nascesse dalla pietra: omaggio a Laudomia Bonanni” di Patrizia Tocci e Carlo Nannicola. E’ possibile rivedere il video www.archive.org./details/comeseilfiorenascessedallapietra, ma anche su L’Aquila tv e   Il capoluogo.it.</p><p>D’intesa con il Provveditorato Regionale,  il circolo “L’Imputata” organizzerà conferenze e incontri  nelle scuole:  ha già aderito il Liceo Classico dell’Aquila,  con alcune classi del  Liceo pedagogico, guidate dalle professoresse Loretta Bonifaci Di Marzio  e Elisabetta di Stefano. Maria Luisa Iori,  torinese,  ha curato la riedizione  Noterelle di cronaca scolastica ( Aragno, Torino 2006). Il  piccolo  libro della Bonanni  venne stampato nel 1932 all’Aquila  dalla tipografia Vecchioni  in poche copie, quasi tutte perdute.  Importanti   le pubblicazioni  della  Editrice Textus,  sia la ristampa  de Il fosso ( L’Aquila. Textus 2006) che  la stampa del romanzo inedito La Rappresaglia( l’Aquila, Textus 2003).  Entrambe con l’introduzione di Carlo de Matteis.  Manca ancora  una monografia  esaustiva  ma  Gianfranco Giustizieri sta  preparando la catalogazione di tutti gli scritti -  opere inedite, lettere, articoli, racconti, elzeviri  – della scrittrice; spesso  infatti  la Bonanni scriveva utilizzando un materiale che veniva di volta in volta riadattato e  poter seguire la tematica delle varianti sarebbe davvero  importante per comprenderne  la  tecnica e la  poetica.  Freschi di stampa: Laudomia Bonanni: Elzeviri, a cura di Annamaria Giancarli (Tracce, Pescara 2007) che  mette a disposizione un numero cospicuo di articoli della Bonanni giornalista  e il libro dello scrittore Alfredo Fiorani “Laudomia Bonanni e il solipsismo di  genere femminile” (Noubs Chieti 2007),  un indagine a tutto tondo sulla poetica di Laudomia Bonanni.  L’Associazione,   d’intesa con la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila,  sta organizzando per  Aprile 2008  un convegno internazionale ; con giusto  orgoglio  l’Associazione annuncia  che la professoressa Maria Paynter di New York sta curando la traduzione in inglese de Il fosso.   Anche la RAI  ( Rai Educational )  si è già interessata all’opera di Laudomia con  una puntata  della serie  “Vuoti di memoria”  trasmessa  il 6 aprile  2007. L’ intera trasmissione – che ha per titolo:  “Io che ero una donna di domani” – verrà proiettata,  sempre  nella sala delle assemblee  CARISPAQ ( Corso Vittorio Emanuele II, 48) il 6 dicembre 2007 alle ore 17, alla presenza  delle autrici:  Loredana Rotondo,  Luciana Luconi e Tiziana Toglia. La manifestazione è  promossa dall’Associazione Internazionale Laudomia Bonanni, dal Comune e dalla Provincia dell’Aquila, dall’Università degli Studi dell’Aquila, dal comitato aquilano della  Società Dante Alighieri e    vuole  celebrare  il centenario con una serata nutrita e alla presenza di  numerose autorità:  prevede l’introduzione ai  lavori del Magnifico Rettore Ferdinando di Orio,  una videolettura  dell’attrice Ludovica Modugno,  la relazione su  la “Nuova” Imputata di  Liliana Biondi. I lavori saranno coordinati da Carlo de Matteis.<br /> Numerosi segni  di un interesse che sta  convergendo  attorno a Laudomia Bonanni, comprese la trasmissione in diretta da parte dell’emittente  TVUNO del premio Laudomia Bonanni    e altre varie trasmissioni che la riguardano.    Anche la stampa si è occupata di Laudomia Bonanni, con alcuni articoli di Patrizia Tocci. Le atmosfere scaturite dalla penna di Laudomia Bonanni sono ancora sotto i nostri occhi e per fortuna conservano una parte di quella bellezza: il chiassetto del Campanaro, gli archi a sesto acuto che si affacciano sui vicoli a schiena d’asino, le bifore e i portali con gli stemmi, la luce riflessa  e conservata dalla pietra  e quella che ogni sera si spegne sul Gran Sasso, il colore rugginoso dei tetti, i trafori dei rosoni… I romanzi e i racconti della Bonanni non sono però solo questo: cercano di indagare a fondo i sentimenti, i moventi delle azioni  negli  uomini e  soprattutto delle donne, dai personaggi de Il  Fosso fino agli ultimi de La Rappresaglia, nella quale possiamo leggere in un certo senso le sue  ultime volontà :“ Io scomparirò, ma che restino le carte. Voglio salvarle. Dopo morti si è accettati. E magari meditati.”<br /> Almeno questo dobbiamo alla “penna dell’Aquila” – così la definì scherzosamente Golfredo Bellonci &#8211; : che la sua dedizione alla scrittura e il suo “ mestiere di vivere” non vengano cancellati  dall’incuria e dalla dimenticanza.  Ci piacerebbe anche che in questo fervore di iniziative e di attività, si possa annoverare,  grazie anche all’interesse degli enti culturali, provinciali o regionali, una riedizione e ristampa completa delle opere della scrittrice,  in gran parte rare o introvabili. Laudomia ne sarebbe davvero contenta.<br /> </font></p><p><font size="2">Patrizia Tocci </font></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/00836_laudomia-bonanni-a-cento-anni-dalla-nascita/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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