<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Patrizia Angelozzi</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/patrizia-angelozzi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>recensione &#8211; &#8220;L&#8217;Isola delle crisalidi&#8221; di Marco Tabellone</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0010776_recensione-l-isola-delle-crisalidi-di-marco-tabellone/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0010776_recensione-l-isola-delle-crisalidi-di-marco-tabellone/#comments</comments> <pubDate>Sun, 21 Feb 2010 10:42:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Angelozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=10776</guid> <description><![CDATA[L’Isola delle Crisalidi, per Runde Taarn Edizioni, è l&#8217;ultimo lavoro letterario di Marco Tabellone. Patrizia Angelozzi lo ha intervistato per AbruzzoCultura. Intriso di sentimenti ed emozioni, toccante e leggero al tempo stesso, conduce a piccoli passi il lettore dentro la narrazione, in uno scenario avvolto di sentimenti, di sogni sorretti dal coraggio e dalla capacità [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>L’Isola delle Crisalidi,</strong> per Runde Taarn Edizioni, è l&#8217;ultimo lavoro letterario di <strong>Marco</strong> <strong>Tabellone</strong>. Patrizia Angelozzi lo ha intervistato per AbruzzoCultura.</em></p><p>Intriso di sentimenti ed emozioni, toccante e leggero al tempo stesso, conduce a piccoli passi il lettore dentro la narrazione, in uno scenario avvolto di sentimenti, di sogni sorretti dal coraggio e dalla capacità di regalare fiducia in una nuova possibilità. A tratti inaspettato, contiene una retrospettiva emotiva che conduce il lettore dentro la storia, assimilandola, in una simbiosi con la storia, nell’identificarsi con i personaggi. L’autore sceglie come contesto la natura, inneggiandola e riscoprendola, offrendo meraviglie, riflessioni ed immersioni dentro l’ambiente. Un nuovo umanesimo, che rappresentato in una cornice fantastica, “pone la natura e l’universo al centro dello spirito umano”, come dice l’autore.<span id="more-10776"></span></p><p>Domande:</p><ul><li>Come nasce un romanzo dove il coraggio diventa necessità?</li></ul><p>La letteratura è sempre stata fondamentale nella mia vita, fin da adolescente, quando ho cominciato a prendere coscienza della mia intellettualità. Allora avrei risposto a questa domanda affermando che un romanzo nasce da pulsioni profonde, da un bisogno spontaneo di fare scrittura e di esprimersi. Oggi a ciò aggiungo che nasce anche dalla visione della realtà, dalla critica della realtà, in primis della realtà sociale. L’<em>Isola delle crisalidi</em> è legato ad un messaggio ben preciso, l’esigenza di una rivoluzione ambientale, di un ritorno a considerare la natura come un bene primario, anzi il bene primario. Non so se in questo ci sia del coraggio, sicuramente è una necessità; ho avvertito, cioè, come una necessità quella di scrivere una storia che non fosse semplicemente una storia, ma che investisse anche un’esigenza di cambiamento.</p><ul><li>Nel suo racconto, c’è una riconciliazione uomo-ambiente molto incisiva, da cosa è nata l’esigenza di descriverla così intensamente?</li></ul><p>L’intensità delle mie descrizioni naturali, e la forza dei miei paesaggi nasce da un rapporto appunto intenso con la natura, quasi religioso, se si può definire così. Ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza in un paesino di appena cento abitanti, Musellaro; la natura, all’interno del parco della Maiella nella valle dell’Orta, era tutto quello che avevo. Ho trascorso quasi tutte le domeniche della mia vita a scoprire posti meravigliosi, a vivere di escursioni, immersioni in luoghi incontaminati. La natura è il mio punto di riferimento principale, la mia divinità. Nel senso che la contemplazione e il coinvolgimento che provo quando sono circondato da fiumi, montagne, boschi, è talmente intenso da diventare quasi mistico, religioso. Ho pianto spesso in montagna, e naturalmente ho scritto anche molto in montagna. In particolare l’<em>Isola delle crisalidi</em> nasce dalla scoperta di un luogo di mare, connesso con le isole Eolie che hanno ispirato il romanzo. Si tratta di un’eccezione rispetto alle mie esperienze precedenti, come nel caso de <em>Il riso dell’angelo</em> un romanzo sulla Maiella e sulla vita della montagna. Tuttavia se nel mio ultimo lavoro cambia il luogo, in realtà le vibrazioni e le emozioni non cambiano.</p><ul><li>Come distinguerebbe la sua ispirazione, quando poesia? E quando narrazione?</li></ul><p>Non c’è una vera distinzione, o meglio da parte mia c’è uno sforzo, un tentativo di tradurre in prosa la mia naturale propensione al verso e alla poesia, e dunque di esprimermi letterariamente in uno stile per narrazioni, che possa aprirsi alla fruizione di un pubblico non elitario, come quello che invece caratterizza la produzione in versi. Però non potrei dire che si tratta di cose diverse, la mia narrativa dico e la mia poesia, nascono entrambe da un nucleo comune, una sorta di scrittura musicale che avverto in me. Quando scrivo mi sembra di seguire una musica interiore, dei ritmi e delle melodie ataviche, inconsce. Quando scrivo è come se entrassi in trance, non faccio nessuno sforzo, non penso, non elaboro, semplicemente mi lascio andare, lascio che la mia musica interiore si incarni in frasi e parole. Non è difficile, basta sintonizzarsi; in realtà mi comporto come un medium, non faccio altro che contattare la parte più segreta di me. Il difficile viene dopo, soprattutto nell’ambito della narrativa, quando si tratta di correggere, rielaborare, rendere tutto in una forma comunicabile, non solo espressiva, ma anche in grado di stabilire un contatto ed una comunione con il pubblico. La difficoltà dello scrivere sta in questo secondo momento, ed è qui che la prosa si distingue dalla poesia, perché mentre la poesia mantiene intatta la sua peculiarità musicale, e i versi esigono pochi ritocchi, un racconto, la frase di un romanzo, invece, vanno tagliati, riscritti, insomma hanno bisogno di più lavoro posteriore.</p><ul><li>In questo suo ultimo lavoro letterario lei si sente dentro o fuori il contesto narrativo?</li></ul><p>Ho cercato in tutte le maniere di uscirne, di evitare la soggettività tipica della poesia lirica. Ma ovviamente quando immagino il protagonista e gli faccio dire o fare delle cose immagino me, che agisco in prima persona. Però in fondo questo è vero per qualsiasi personaggio o situazione, credo sia inevitabile per uno scrittore narrare calandosi nelle parti dei personaggi. Il punto è tutto in quel calarsi, nella distanza che l’autore riesce a mettere tra sé e i suoi personaggi, il modo in cui riesce a oggettivarli, a proiettarli in situazioni e ambienti plausibili. Naturalmente la parabola evolutiva del protagonista risente della mia esistenza, della maturità che ho conseguito come uomo, l’esperienza della famiglia, la responsabilità verso i figli; sono fatti che segnano, che ci fanno comprendere un po’ di più la vita, e questo credo sia stato inevitabilmente riversato nel romanzo. Sicuramente se lo avessi scritto qualche anno prima sarebbe venuto diverso; non molto però, perché l’idea centrale e cioè la vocazione ambientalista del protagonista, è maturata in me quasi subito, come ho detto prima in età adolescenziale.</p><ul><li>Se lei potesse diventare un libro, quale sceglierebbe? E perché?</li></ul><p>Di libri ne ho amati tanti, tantissimi. La lettura e la frequentazione della letteratura rappresentano per me il portale privilegiato verso il mondo e la realtà, addirittura spesso verso gli altri anche se ovviamente non in maniera esclusiva. Da ragazzo, preso dalle inquietudini dell’adolescenza, da un forte senso di estraneità al mondo e di conseguenza da un desiderio di negatività e nichilismo, che poi, con la maturità ho superato, ho amato svisceratamente <em>La nausea</em> di Sartre da una parte e <em>I fiori del male</em> di Baudelaire dall’altro, ma ripeto sono letture che ho superato e sinceramente non credo di voler essere come quei libri, che per certi versi sono tremendi nella loro negatività. Quindi dovendo selezionare un lettura, o meglio dovendo scegliere di essere un libro, sceglierei <em>Le elegie duinesi</em> di Rainer Maria Rilke, il grande poeta tedesco. E’ un libro in cui Rilke dialoga con gli angeli, con presenze misteriose, e giunge ad una comprensione davvero profonda dell’esistenza, ad una saggezza meravigliosa, soprattutto nel finale che è fra le prove più alte della letteratura mondiale, cito a memoria: “Ma se i morti infinitamente dovessero destare mai in noi un simbolo, vedi che forse indicherebbero i penduli rami dei noccioli spogli o la pioggia che cade su terra scura a primavera. E noi che pensiamo la felicità come un’ascesa, ne avremmo l’emozione quasi sconcertante di quando cosa che è felice cade”. C’è una scoperta qui che ho fatto col tempo: la gioia non è un volo, o meglio non è soltanto un volo, non si esaurisce nel volo, la felicità è un cadere, la felicità, l’unica nostra possibilità di felicità, è nell’accettare la vita e i suoi modi, brutti o belli che siano, incantati o dolorosi che siano. Questa scoperta mi ha reso felice, e devo ringraziare anche Rilke. Ecco, vorrei essere quel libro, quel suo bellissimo libro.</p><h4>Biografia dell&#8217;autore:</h4><p>La passione per la letteratura è una costante del suo percorso formativo, a partire dai primi anni di studio. Sceglie come argomento di tesi “le avanguardie poetiche degli anni Sessanta” e la discute con il poeta Alfredo Giuliani.</p><p>Si specializza in Giornalismo e comunicazioni di massa alla Luiss e da oltre dieci anni collabora con diverse testate e quotidiani (Il Centro, cultura – Gazzetta per il Mezzogiorno di Bari).</p><p>Insegna materie letterarie al Liceo con nitida passione, tanto da renderlo vicino al ruolo di</p><p>‘professore’ di famose pellicole cinematografiche.</p><p>Poeta e scrittore, pubblica con successo raccolte di poesia, con importanti riconoscimenti:</p><p>Incanti, Tra Cielo e Mare, Gli uni e gli altri bui, L’Alba vincitore del premio Giovani autori, tra le pubblicazioni un saggio sul giornalismo televisivo L’immagine che uccide ed il saggio di letteratura La cura dell’attimo, il suo primo romanzo Il riso dell’Angelo, viene accolto con grande entusiasmo.</p><p><strong>L’Isola delle Crisalidi, Runde Taarn Edizioni</strong> è il suo ultimo lavoro letterario.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0010776_recensione-l-isola-delle-crisalidi-di-marco-tabellone/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Intervista a Leo Muscato, regista e drammaturgo</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001262_intervista-a-leo-muscato-regista-e-drammaturgo/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001262_intervista-a-leo-muscato-regista-e-drammaturgo/#comments</comments> <pubDate>Tue, 05 Aug 2008 15:04:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Angelozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[teatro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1262</guid> <description><![CDATA[   Leo Muscato, dopo aver studiato Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, entra far parte della compagnia di Luigi De Filippo, come attore. Nel 1997 si trasferisce a Milano per studiare Regia alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” dove mette in scena i suoi primi spettacoli, orientandosi sulla drammaturgia contemporanea. Fra i suoi maestri, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div> </div><div> Leo Muscato, dopo aver studiato Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, entra far parte della compagnia di Luigi De Filippo, come attore. Nel 1997 si trasferisce a Milano per studiare Regia alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” dove mette in scena i suoi primi spettacoli, orientandosi sulla drammaturgia contemporanea.</div><div><span id="more-1262"></span></div><div></div><div>Fra i suoi maestri, Gabriele Vacis, Kuniaky Ida, Jerzy Sthur, Roberto Bacci, Jury Alschitz, Jean-Claude Carriere. Insegna drammaturgia al Centro Studi Holden diretto da Alessandro Baricco e al D.A.M.S. di Torino. Dal 2006 è il Direttore Artistico della Compagnia LeART’ &#8211; Teatro con la quale ha avviato un interessante progetto di ri-scrittura di grandi classici della letteratura teatrale mondiale.</div><div><div>L’11 giugno 2007 al Piccolo Teatro di Milano l’Associazione Nazionale dei Critici Teatrali gli assegna il Premio della critica 2007 come Miglior regista emergente.</div><div></div></div><div>Leo Muscato, lei riceve nel 2007 il premio come migliore regista emergente, dall’Associazione Nazionale dei Critici Teatrali. Quando e dove nasce la sua passione per il Teatro? </div><div>«Ho conosciuto il Teatro un giorno preciso a un’ora precisa: avevo sedici anni e per seguire degli amici, mi ritrovai ad assistere alla prova di uno spettacolo di filodrammatici del mio paese. L’attore che interpretava il ruolo del protagonista era particolarmente bravo e interpretava il ruolo di un tenerissimo uomo che aveva come migliore amico un coniglio bianco, alto un metro e ottantacinque centimetri. Il fatto è che il coniglio non c’era, ma io lo vedevo benissimo. All’epoca, non avrei mai potuto pensare che quell’esperienza mi avrebbe segnato così profondamente l’esistenza, perché mi rendo conto che, ancora oggi, nell’affrontare ogni lavoro, vado alla continua ricerca di segni che diano la possibilità a chi guarda di vedere ciò che non c’è».</div><div>Letteratura e Teatro, una coniugazione nelle sue famose ri-scritture, percorsi che generano il coinvolgimento, lo stupore, stimolando con ironia lo spettatore. Dove nasce la vena creativa e rivoluzionaria per realizzarle?   </div><div>«Forse nasce dalla paura che con il tempo, anche il Teatro si trasformi in puro e semplice intrattenimento. Mai come in questo momento credo ci sia bisogno di un teatro necessario; un teatro che non parli allo spettatore, ma nello spettatore; un teatro che sia in grado di interrogare con fermezza il proprio presente, ma che lo faccia con la leggerezza e l’ironia di chi risponderebbe con un’altra domanda.  Il Progetto Ri-scritture  nato ormai tre anni fa, chiede soccorso ai grandi autori del passato e prova a capire cosa delle loro opere è veramente utile per far si che quelle storie, necessarie agli spettatori per cui sono state scritte, siano altrettanto necessarie oggi. È per questo che proviamo a traslarle nel tempo; e non per migliorarle o resuscitarle o per mantenerle vive. Ma per essere vivi nel volerlo fare. E non conta che quelle storie siano state scritte secoli fa, perché il tempo che è trascorso e che trascorre diventa valore aggiunto: vita. Ovviamente, per poter sfruttare pienamente tale valore, drammaturgia e regia devono interagire». </div><div>I suoi laboratori teatrali  presenti sul territorio nazionale, promuovono &#8220;sane passioni&#8221;. Non deve essere semplice valorizzare il ‘talento’ di ognuno, potrebbe essere un&#8217;indicazione anche per i docenti.</div><div>«Questo è un problema annoso. Troppo spesso accade che si “insegni” per ripiego o per soddisfare un proprio ego. In realtà, nulla come la pedagogia dovrebbe nascere da necessità. C’è bisogno di una forte sensibilità e di una grande capacità di ascolto e osservazione per poter intuire e valorizzare le fragilità delle persone che si incontrano.</div><div>Nei mesi scorsi ho condotto Verso Cechov,  un laboratorio itinerante rivolto a soli attori professionisti, organizzato in sette tappe e finalizzato alla formazione del gruppo di lavoro con il quale metterò in scena il &#8220;Gabbiano&#8221; da Anton ?echov, il Capitolo III del Progetto Ri-scritture. Durante il laboratorio ho incontrato più di cento attori provenienti da tutta l’Europa e non solo. Tutti con la stessa urgenza di interrogarsi sul proprio fare teatro. In questo senso, il testo di ?echov ci ha aiutato moltissimo. Ci poneva domande troppo forti sul senso di questo nostro mestiere. E tutte le risposte che sono state trovate, in realtà stimolavano già una nuova domanda. Kostja, uno dei protagonisti del &#8220;Gabbiano&#8221;, ha poco più di 20 anni e vive un conflitto enorme: sente di avere un talento smisurato, crede che il teatro abbia bisogno di nuove forme e lui sente di possederle. Si sente Grotowskji, ma è circondato da gente che gli restituisce un immagine di nullità. Nella sua testa, per tutta la vita gli ronza una domanda: “Chi sono io veramente? Grotowskji o una nullità?” Quando sei giovane e hai tante domande che ti affollano la mente, hai anche bisogno di qualcuno che ti dia delle certezze. E Kostja, davanti a sé ha molte risposte contrastanti; la ragazza che ama e che lui considera la sua Musa ispiratrice gli dice che nei tuoi testi, non c’è niente, non ci sono nemmeno personaggi vivi; sua madre gli dice che non è in grado di scrivere nemmeno uno stupido vaudeville; invece un signore che ha appena visto un suo spettacolo gli dice: “Io non ho capito niente, ma lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo… Tu hai tanto talento e devi andare avanti. Devi continuare a scrivere solo ciò che è importante e serio”. A chi credere? È difficile essere giovani.</div><div>Lei ha detto che l’immaginazione aiuta a sognare. Come rendere un sogno realtà? </div><div>«La forza dei sogni è portarci in quei luoghi della mente in cui è possibile far accadere ogni cosa, bella o brutta che sia. Solo che i sogni non possiamo governarli, né tanto meno sceglierli. Se riusciamo difenderci dai continui furti dell’immaginazione privata, a favore di un’immaginazione collettiva e globale, forse ci è ancora data la possibilità di scegliere.In teatro vale una regola fondamentale: i personaggi sono quello che fanno, non quello che dicono; e i veri personaggi vengono fuori quando sono messi sotto pressione. Più forte è la pressione che hanno addosso, più viene fuori l’essenza ultima di quel personaggio. L’immaginazione aiuta a sognare. Il sogno aiuta a credere a ciò che sogno non è. Ma per non correre il rischio di credere a tutto, a un certo punto tocca pure imparare a selezionare. In questo senso, il finale de “Le città invisibili” di Calvino mi ha aiutato a capire. Se lo ricorda? “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce a facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”».</div><div>Congedarsi da Leo Muscato, è un po’ come uscire da Teatro, con l’entusiasmo che resta in circolo, la consapevolezza di aver ricevuto un dono da elaborare e l’appassionante  responsabilità di metabolizzare……</div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001262_intervista-a-leo-muscato-regista-e-drammaturgo/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>A colloquio con Mimmo Urzia</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001250_a-colloquio-con-mimmo-urzia/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001250_a-colloquio-con-mimmo-urzia/#comments</comments> <pubDate>Mon, 04 Aug 2008 15:26:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Angelozzi</dc:creator> <category><![CDATA[fotografi]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1250</guid> <description><![CDATA[Mimmo Urzia vive a Roma dove svolge l’attività di fotografo. Ha collaborato alle trasmissioni televisive “D.O.C.” di Renzo Arbore  e “L’altro spettacolo” di Gianni Minà. Possiede un impressionante – per mole e qualità – archivio fotografico su musicisti di ogni genere e nazione. In una ‘cornice’ di grande spessore umano ed artistico, troviamo foto-ritratto di importanti [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mimmo Urzia vive a Roma dove svolge l’attività di fotografo. Ha collaborato alle trasmissioni televisive “D.O.C.” di Renzo Arbore  e “L’altro spettacolo” di Gianni Minà. Possiede un impressionante – per mole e qualità – archivio fotografico su musicisti di ogni genere e nazione.</p><div><span id="more-1250"></span></div><div>In una ‘cornice’ di grande spessore umano ed artistico, troviamo foto-ritratto di importanti musicisti sud americani come Compay Segundo, Cacao Lopez, Ruben Gonzales, etc…</div><div>Urzia cattura con il suo teleobiettivo ogni piccola ruga che “s’arriccia”, un respiro, un accenno di sorriso e ferma, in maniera emblematica, il pensiero di quel loro intimo momento.</div><div>Un obiettivo che diventa il ‘suo’ gioco, immagini da ritrarre, lontane e  vicine in base alla necessità, per particolari o per l’insieme di movimenti da immortalare per sempre nella storia.</div><div>La curiosità e la necessità del fotografo oltrepassano il musicista famoso per arrivare in uno spazio creativo, dei ritratti dei musicisti di strada, con le loro espressioni pure avvolte nei colori della loro anima.L’accoglienza che ci regala, è calda, ospitale. I suoi gesti lievi sono carichi di vita spesa ad osservare, carpire.</div><div>Dove nasce, per Mimmo Urzia, la passione per la fotografia? </div><div>«La passione nasce durante l’infanzia, nell’osservare il mondo, curiosando con gli occhi di un bambino. Crescendo, ognuno di noi, sviluppa al meglio uno dei cinque sensi. Nella mia generazione erano gli anni in cui tutti suonavano uno strumento, presi in mano una chitarra, ma capii che non era faceva per me. Poi, un giorno, si realizzò un mio sogno: un amico dovette vendere la sua macchina fotografica ed io l’acquistai. In quel momento la vita mi ha fatto salire sul quel treno, che mi ha portato a Gianni Minà, realizzando le fotografie di scena de “L’Altro Spettacolo”. E, da qui, continuo a vivere questa grande emozione».</div><div>Come si intuisce, si sente, il momento in cui la fotografia diventa trasmissione di sensazione, emozioni, viaggio?</div><div>«Quando riesco a conoscere l’anima di un soggetto e capisco che altri vedono e leggono le mie emozioni».</div><div>Ci sarà una mostra che la vede presente a New York, molto il lavoro organizzativo, per la scelta delle foto da esporre. In ogni foto, una parte di sé, riesce un artista ad organizzare la passione?</div><div>«No, ci vogliono tempo ed energie. Non è facile, avendo archiviato 25 anni di immagini…, sceglierne alcune da esporre. L’umore,a volte, non mi permette di vedere…con l’obiettivo di un altro».</div><p> </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001250_a-colloquio-con-mimmo-urzia/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tonino Pinto, un inviato davvero speciale</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001202_tonino-pinto-un-inviato-davvero-speciale/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001202_tonino-pinto-un-inviato-davvero-speciale/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 Jul 2008 19:51:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Patrizia Angelozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1202</guid> <description><![CDATA[Intervista al noto giornalista cinematografico.  Tonino Pinto eredita la passione per il cinema dalla sua famiglia, che opera da oltre ottant’anni in questo campo. Critico cinematografico e letterario, noto in Italia quanto all’estero. Dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre, per Cinema , Spettacolo, Costume). Giornalista [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Intervista al noto giornalista cinematografico. </p><p><strong>Tonino Pinto</strong> eredita la passione per il cinema dalla sua famiglia, che opera da oltre ottant’anni in questo campo. Critico cinematografico e letterario, noto in Italia quanto all’estero. Dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre, per Cinema , Spettacolo, Costume). Giornalista dal ’72, collabora con le più prestigiose testate: Corriere della Sera, Il Resto del Carlino, TV Sorrisi e Canzoni,L’Espresso, Il Messaggero, Il Mattino e La Gazzetta di Mezzogiorno. <span id="more-1202"></span></p><p>Per la Radio, insieme a Maurizio Costanzo cura programmi come “Buon Pomeriggio”, numerose anche altre sue collaborazioni. Inviato speciale RAI per Cinema, Spettacolo, Costume. Esperto di Festival e Rassegne Cinematografiche Internazionali, realizza oltre ventimila reportage in tutto il mondo, curando documentari come ‘Hollywood’,’ La storia del cinema americano’, ‘Caro Antonioni’.</p><p>L’incontro sembra l’aprirsi di un sipario che si alza, in un flash-back repentino di sapere, regalato dal passato fino alla consistente consapevolezza del valore dell’odierno e di quello che sta accingendosi ad arrivare. Disponibile si concede, con la passione che lo distingue a rispondere a qualche domanda.</p><p><em>Nella sua esperienza che avvicina filosofia, passioni, letteratura, cultura e cinema, Lei dove si sente più inserito?</em></p><p>«Mi sento maggiormente inserito in quello che è l’habitat cinematografico ovviamente, però se andiamo a pensare che questo habitat annovera nel suo zaino, nomi come Thomas Mann, Elia Kazan, Arthur Miller, allora non si può…sarebbe riduttivo. Attraverso il cinema ho respirato letteratura a pieni polmoni e soprattutto quella contemporaneità che mi dà quello che Rossellini odiava fosse chiamato ‘neorealismo’».</p><p><em>Nello Star System, con esperienze che vanno da Gabriel Garcia Marquez a Madonna, Tonino Pinto nutre con le sue interviste tutti noi, un pubblico enorme che raccoglie diverse età, diversi indirizzi di gusto e cultura, qual è l’esperienza che divide ed unisce queste due fette di cultura generazionale?</em></p><p>«Certo questa è una bella domanda, e la risposta deve partire dal cuore, e mi dice che in questo momento forse quel legame a cui si fa riferimento, in quanto personalità, ma anche umanamente e moralmente disponibile, proprio dall’interno del suo Dna, ad una congiunzione fra generazioni, è Garcia Marquez. ‘Gabo’ forse è la persona che io vedo più vicino alle nuove ed eccessive generazioni, un esempio per tutti è la sua scuola di giornalismo a Cartegena, in Colombia, voluta da lui in quella città che lo ha visto nascere come praticante di un piccolo giornale di provincia, ancora oggi portatore di novità, che conserva il suo passato giornalistico, a cui lui ha dedicato tutta la vita. Ha vinto un Nobel, dai suoi romanzi sono stati tratti forse i più bei film della storia del cinema, ed ha pensato ai giovani, in questa scuola del cinema dove non si danno diplomi, dove non si paga niente, dove si va e si vive il giornalismo dettato da Marquez, dove si impara andando per la strada a parlare con la gente, la letteratura ed i suoi segreti, i segreti del cinema, i segreti del raccontare, generazioni; molti sono cresciuti su se stessi, si raggiunge la celebrità e la popolarità, ma poi cosa succede… una cosa che mi ha spaventato di Marquez è una sua frase: “noi pensiamo a cos’è il successo: è vincere un premio Nobel? Essere sui cartelloni? La popolarità è quella? Quando la gente ti ferma per la strada e ti chiede l’autografo? E cosa accade dopo che l’hai raggiunta? Come la spendi? Ad un ragazzo di 16 o 18 anni cosa insegni, cosa vuoi dire, cosa deve essere tramandato? Corri, fai presto, raggiungila anche tu…Ma allora andiamo a fare l’ ‘Isola dei Famosi’…”, molto banale. Marquez è fuori da tutto questo».</p><p><em>Festival di Venezia, Giffoni Film Festival, Vasto Film Festival, a Lei consegnato il futuro del grande Cinema Italiano, attraverso manifestazioni che offrono al piccolo e grande pubblico ed anche a quello meno attento, un momento per soffermarsi a guardare il cinema nelle sue espressioni. Quale il comune denominatore di questi Festival?</em></p><p>«I giovani sono il comune denominatore di questi Festival, dobbiamo guardare come fanno i padri con i figli, le mamme, al futuro e non possiamo farlo se non attraverso le nuove generazioni. Lo hanno detto tanti, non sono solo io a dirlo, se il comune denominatore della vita sono le nuove generazioni, allora noi dobbiamo guardare verso i nostri figli con maggior attenzione, con maggior amore. Lo deve fare il cinema, lo fa Giffoni, e lo fa anche Vasto. La magia di Vasto, per esempio, che la unisce a Giffoni, è la matrice rivolta ad un pubblico di nuovi, un nuovo medico, una nuova massaia, un nuovo giornalista, un nuovo agricoltore. Al Festival di Venezia quest’anno un film mi ha colpito particolarmente, che immagina un futuro, tra 100, anni, senza bambini, dove per uno strano meccanismo tecnico le donne non possono più avere figli, senza possibilità di inseminazione, chirurgie. Il mondo si piega su se stesso perché non ha più bambini, i bambini sono fondamentali, i figli sono fondamentali, Giffoni è fondamentale, Vasto diventa fondamentale».</p><p><em>In uno stage sul cinema, organizzato per una scuola superiore, Lei insegna ed invita alla verità, al rispetto, alla morale, che paga anche in questo settore. Lei è un grande promotore di questa linea di condotta, sia come giornalista che nella vita quotidiana. Si è quindi rivolto ai ragazzi in questo senso?</em></p><p>«Si lo confermo. Certo che se vuoi veramente essere utile ai giovani, bisogna che ci rendiamo disponibili, ma dobbiamo anche farci capire. Da ragazzo ho faticato per lavorare e studiare, andavo male in latino e benissimo in italiano, facevo dei temi strabilianti, tanti dieci, e la mia professoressa di letteratura non capiva come mai. Sono diventato un ‘modesto’ giornalista, e questo è accaduto perché avevo dei professori, come per il latino, assai poco inclini a spiegare e a capire. Certo che se nel linguaggio noi usiamo parole meno complicate possibili, anche per l’argomento Cinema, argomento vasto, che abbraccia letteratura, storia, possiamo senz’altro parlare ai giovani un linguaggio più semplice, se invece cominciamo a scivolare con i paroloni allora diventiamo noiosi, ed è pericoloso. Se utilizziamo la nostra esperienza per regalarla ai giovani nella maniera più ovvia possibile ben venga…e che tutti lo facciano, perché tutti possono farlo».</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001202_tonino-pinto-un-inviato-davvero-speciale/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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