<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Nicoletta Travaglini</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/nicoletta-travaglini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Roccasale. La collina delle Fate</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022562_roccasale-la-collina-delle-fate/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022562_roccasale-la-collina-delle-fate/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:32:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22562</guid> <description><![CDATA[Roccasale è posto sotto le Monte Morrone nel cuore della Valle Peligna in provincia de L’Aquila. Su di un poggio che domina il paese si erge ieratico un suggestivo maniero costruito intorno al XI secolo con funzione difensiva, divenuto poi presidio di soldati ed infine castello baronale. Pare che i primi abitanti della zona siano [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-large wp-image-22605" title="Roccacasale (Aq), inverno, veduta del borgo e del castello con la neve" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-roccacas20-600x400.jpg" alt="Roccacasale " width="600" height="400" /></strong></p><p><strong>Roccasale</strong> è posto sotto le Monte Morrone nel cuore della Valle Peligna in provincia de L’Aquila. Su di un poggio che domina il paese si erge ieratico un suggestivo maniero costruito intorno al XI secolo con funzione difensiva, divenuto poi presidio di soldati ed infine castello baronale.</p><p>Pare che i primi abitanti della zona siano stati gli Italici e questo è confermato da delle Mura Ciclopiche e da un centro fortificato situato nella zona chiamata &#8220;Colle delle fate&#8221; non lontano dal paese, dove è stata anche ritrovata una statuetta in pietra che riproduce la dea Madre Mediterranea.</p><p>Si racconta che all’interno del Colle delle Fate vi sia celato un castello incantato ove risiedono le fate che per uscire si servono di un pozzo situato all’interno del cortile del castello di Roccasale. Si dice che tutte le donne di questo paese hanno facoltà divinatorie.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022562_roccasale-la-collina-delle-fate/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L’assedio San Pio delle Camere</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022564_lassedio-san-pio-delle-camere/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022564_lassedio-san-pio-delle-camere/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:31:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22564</guid> <description><![CDATA[San Pio delle Camere si posiziona lungo l’antico tratturo L’Aquila &#8211; Foggia e il paese è dominato da un castello recinto risalente al XII secolo circa. Fu di proprietà dei baroni Poppleto e, successivamente divenne un possedimento dei Benedettini di San Benedetto in Perillis. Fu rasa al suolo dalla furia devastatrice di Braccio da Montone [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-large wp-image-22601" title="San Pio delle Camere (Aq), borgo e castello recinto medievale" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-sanpio025-600x400.jpg" alt="San Pio delle Camere " width="600" height="400" /></strong></p><p><strong>San Pio delle Camere</strong> si posiziona lungo l’antico tratturo L’Aquila &#8211; Foggia e il paese è dominato da un castello recinto risalente al XII secolo circa. Fu di proprietà dei baroni Poppleto e, successivamente divenne un possedimento dei Benedettini di San Benedetto in Perillis. Fu rasa al suolo dalla furia devastatrice di Braccio da Montone nel 1424.</p><p>Secondo vox populi, la scena dell’ assedio di Braccio da Montone viene rivissuta nella sua drammaticità, in determinati giorni dell’anno, ed alcuni dicono che i ruderi del castello siano popolati dai fantasmi dei loro antichi abitanti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022564_lassedio-san-pio-delle-camere/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Morgia di Gessopalena. L’abbazia scomparsa</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022566_la-morgia-di-gessopalena-labbazia-scomparsa/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022566_la-morgia-di-gessopalena-labbazia-scomparsa/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:30:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22566</guid> <description><![CDATA[L’antico paese di Gessopalena, del quale rimangono i ruderi, era arroccato su un masso detto “ Pietra Lucente”, attorno ad un antico castello che dominava la valle del Aventino. Il nome deriva da numerose cave di gesso presenti nella zona. Nel punto di congiunzione tra la parte vecchia del comune “Piedicastello” e la nuova “Torrenuova” [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-22597" title="Gessopalena (Ch), dettaglio del paese vecchio abbandonato" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-gessopalena012-600x400.jpg" alt="Gessopalena " width="600" height="400" /></p><p>L’antico paese di <strong>Gessopalena</strong>, del quale rimangono i ruderi, era arroccato su un masso detto “ Pietra Lucente”, attorno ad un antico castello che dominava la valle del Aventino. Il nome deriva da numerose cave di gesso presenti nella zona. Nel punto di congiunzione tra la parte vecchia del comune “Piedicastello” e la nuova “Torrenuova” si vedevano fino alla fine dell’Ottocento i resti di una porta merlata. Niente però resta del castello che doveva sorgere nel punto più elevato dell’abitato.</p><p>Non lontano dal paese si erge un masso roccioso chiamato “La Morgia” che la tradizione attribuisce a Sansone che con un passo lo portò da Palena a Gessopalena, posizionandolo qui e nel fare ciò egli lasciò l’impronta del suo piede proprio alla base della roccia in questione.</p><p>Si narra che da queste parti fu costruita un’antica e fiorente abbazia e che i monaci, dopo essere stati vessati dai loro concittadini, lasciarono questo luogo di culto e con il passare del tempo se ne perse la memoria. Si dice che spesso nei paraggi della Morgia si incontrano fantasmi di monaci che cercano la loro antica dimora!</p><p>Altri sostengono che questo spuntone roccioso sia in realtà uno delle tante porte di accesso spazio temporali che portano al regno delle fate!</p><p><strong>Bibliografia</strong></p><ul><li>“I Castelli d’Abruzzo” di Ireneo Bellotta Newton Compon Editori 2006 )</li><li>Mystero La Rivista dell’Impossibile n.7,10,16,19,24,27.</li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022566_la-morgia-di-gessopalena-labbazia-scomparsa/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Montebello Sul Sangro. Castel di Malanoctem</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022568_montebello-sul-sangro-castel-di-malanoctem/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022568_montebello-sul-sangro-castel-di-malanoctem/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:29:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22568</guid> <description><![CDATA[Montebello sul Sangro fu fondata intorno al XII secolo; nel 1300 era un feudo di Oderisio e dopo di lui, passò nelle mani dei Caldora, successivamente fu signore di queste terre Raimondo Annichino. Nel XVIII secolo divenne un possedimento dei Malvezzi Malvini di Bologna. La fondazione di Montebello è legata a una cruda leggenda impressa [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone  wp-image-22594" title="Montebello del Sangro (Ch)" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-montebello_ds1-600x408.jpg" alt="Montebello del Sangro" width="600" height="408" /></strong></p><p><strong>Montebello sul Sangro</strong> fu fondata intorno al XII secolo; nel 1300 era un feudo di Oderisio e dopo di lui, passò nelle mani dei Caldora, successivamente fu signore di queste terre Raimondo Annichino. Nel XVIII secolo divenne un possedimento dei Malvezzi Malvini di Bologna.</p><p>La fondazione di Montebello è legata a una cruda leggenda impressa nel suo toponimo, Montebello, cioè “Mons Belli”che significa “Monte della Battaglia”, infatti qui si svolse uno scontro che lasciò un profondo segno nella mente e nel cuore dei suoi abitanti. Alla epoca dei fatti a cui è legato il toponimo, questo borgo era, come tutti i borghi medioevali, fortificato e protetto da un castello oggi inaccessibile. In ricordo di quella tragica e violenta notte in cui il signore del castello fu sconfitto e dovette piegarsi a una vergognosa resa, cedendo, per una notte intera, ai vincitori tutte le donne del borgo, e da allora, questo feudo fu chiamato Malanoctem; poi vincitori la ribattezzarono con il nome di Buonanotte; infine nella seconda metà del Novecento esso divenne Montebello sul Sangro.</p><p>Si narra che nelle notti di luna piena si odano dei cavalli al galoppo, rumori metallici di spade, strane urla levarsi dai ruderi anneriti del mastio che sembra illuminato da una luce irreale, proveniente dal interno della rocca.</p><p>Un&#8217;altra leggenda dice che nella notte di San Lorenzo quando la volta celeste è attraversata da una miriade di stelle cadenti, si vedono delle ombre furtive attraversare le vie deserte di Malanotte, essi portano delle fiaccole accese che si spengono in seguito ad una folta di vento gelido che si alza all’improvviso.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022568_montebello-sul-sangro-castel-di-malanoctem/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Pennadomo. “Le Buche delle Fate”</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022570_pennadomo-le-buche-delle-fate/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022570_pennadomo-le-buche-delle-fate/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:29:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22570</guid> <description><![CDATA[Secondo alcuni racconti pare che le dimore delle fate siano arredate con mobili lussuosi e tendaggi di seta che servono ad ornare i loro ricchi salotti, le loro camere da letto e immense stanze da pranzo, ove spesso si sente un melodioso suono proveniente da una orchestra inesistente. Esternamente, quando non sono sotto l’effetto dell’incantesimo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-22591" title="Pennadomo (Ch), veduta" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-pennadomo04-600x408.jpg" alt="Pennadomo " width="600" height="408" /></p><p>Secondo alcuni racconti pare che le dimore delle fate siano arredate con mobili lussuosi e tendaggi di seta che servono ad ornare i loro ricchi salotti, le loro camere da letto e immense stanze da pranzo, ove spesso si sente un melodioso suono proveniente da una orchestra inesistente. Esternamente, quando non sono sotto l’effetto dell’incantesimo delle fate, tali luoghi somigliano a capanne in rovina e a vecchie fattorie.</p><p>Spesso le fate costruiscono le loro case nelle viscere della terra e quindi, solo l&#8217;imboccatura di una grotta o una fessura nel terreno segnalano l&#8217;esistenza delle fiabesche dimore sotterranee.</p><p>Le aperture nelle pareti di roccia che si vedono nei dintorni di molti paesi dell’Abruzzo sono note con il nome di “Buche delle Fate”ed esse segnalano delle passaggi che portano al loro mondo incantato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022570_pennadomo-le-buche-delle-fate/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Castello di Crecchio. Il fantasma del Barone De Riseis</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022572_castello-di-crecchio-il-fantasma-del-barone-de-riseis/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022572_castello-di-crecchio-il-fantasma-del-barone-de-riseis/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:28:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22572</guid> <description><![CDATA[“Menzionato per la prima volta nel XI secolo, assunse la fisionomia di borgo fortificato durante il regno degli Angioini. Nel borgo racchiuso da una cinta di mura, era possibile accedere solo attraverso due porte, quella detta “da capo” sotto il castello e quella detta “da piedi”, a nord-est. Il castello di origine normanno–sveva, a pianta [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-22589" title="Crecchio (Ch), il castello" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-crecchio026-600x400.jpg" alt="Crecchio (Ch), il castello" width="600" height="400" /></p><p>“Menzionato per la prima volta nel XI secolo, assunse la fisionomia di borgo fortificato durante il regno degli Angioini. Nel borgo racchiuso da una cinta di mura, era possibile accedere solo attraverso due porte, quella detta “da capo” sotto il castello e quella detta “da piedi”, a nord-est.</p><p>Il castello di origine normanno–sveva, a pianta quadrangolare, fu edificata attorno a una torre d’avvistamento intorno all’XI-XII secolo. La torre originaria, parte di un sistema difensivo territoriale, era collegata visivamente con la torre Mucchia sulla costa e con la città di Lanciano e Guardiagrele nell’interno. A essa, detta anche torre dell’Ulivo, sono legate molte leggende relative alla crudeltà di un suo proprietario che, governando questi luoghi con terrore, decapitava i suoi oppositori sulla torre più alta, quella d’avvistamento. La torre divenne simbolo di terrore e repressione fino a quando i De Riseis, alcuni feudatari di Crecchio (XVII secolo), piantarono un ulivo sulla sua sommità, in segno di pace con la popolazione, da qui il nome.” (da “I Castelli d’Abruzzo” di Ireneo Bellotta Newton Compon Editori 2006 pag. 175-176)</p><p>Il castello, attraverso una serie di vicissitudini e vari proprietari, nel 1789 diviene residenza dei De Rieis, duchi di Bovino, di Taormina e baroni di Crecchio, e in breve tempo questo maniero fu uno dei posti più ricercati dalla nobiltà dell’epoca per i suo giardino, con piante rare e le sue fontane zampillanti, riccamente decorate da statue marmoree e naturalmente per le lussuose e fastose feste che si tenevano sia in estate che in inverno.</p><p>Purtroppo una fredda mattina del settembre 1943 l’incanto e la spensieratezza della vita di corte fu spezzata dall’arrivo del re Vittorio Emanuele III, di sua moglie e dello Stato Maggiore, che in fuga da Roma e prima di imbarcarsi dal porto di Ortona, furono ospiti del castello per una notte. Questi erano incalzati dai tedeschi, poiché Crecchio era attraversata dalla “Linea Gustav”, appena il re riuscì a fuggire verso Ortona e nonostante i tentativi di Gaetana De Riseis di far recedere Vittorio Emanale III dalla sua grave decisione di abbandonare l’Italia, i tedeschi minarono il castello dalle fondamenta riducendolo un cumulo di macerie fumanti e per uno scherzo del destino la torre più antica è quella che oggi, dopo i restauri, è l’unica praticabile!</p><p>Alcuni sostengono che il fantasma di un De Riseis e dalla sua avvenente amante dimorino nelle sale del maniero. Si sussurra che al piano superiore si sentano, all’improvviso, rumori di passi pesanti seguiti da un tintinnio metallico. Altri dico che ogni tanto si vede passare una signora bellissima che attraversa le stanze del castello velocemente e senza far rumore come se fosse sospesa a mezz’aria!</p><p>Si sussurra che salendo i cinquantacinque gradini che portano all’antica torre d’avvistamento, conosciuta anche con il nome di “torre dell’ulivo”, si sentono come dei lamenti provenire dalle mura e alcuni avvertono delle strane presenze proprio ai piedi di tale edificio!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022572_castello-di-crecchio-il-fantasma-del-barone-de-riseis/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Altino. Fantasmi allo specchio</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022574_altino-fantasmi-allo-specchio/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022574_altino-fantasmi-allo-specchio/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:28:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22574</guid> <description><![CDATA[Altino si trova su di un poggio alla confluenza tra il fiume Aventino ed il fiume Sangro. Originariamente, proprietà degli De Anichino, fu donata ai Democcicao ed infine fu comperata da Giovanni Vincenzo Crispiano. Dopo l’Unità d’Italia venne devastata e saccheggiata da bande di briganti. Si bisbiglia che in un palazzo antico nel cuore di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-large wp-image-22585" title="Altino (Ch), veduta del paese" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-altino1-600x408.jpg" alt="Altino " width="600" height="408" /></strong></p><p><strong>Altino</strong> si trova su di un poggio alla confluenza tra il fiume Aventino ed il fiume Sangro. Originariamente, proprietà degli De Anichino, fu donata ai Democcicao ed infine fu comperata da Giovanni Vincenzo Crispiano. Dopo l’Unità d’Italia venne devastata e saccheggiata da bande di briganti.</p><p>Si bisbiglia che in un palazzo antico nel cuore di Altino vecchia si sentono delle voci echeggiare nel silenzio della notte e pare che, a volte, si vedano delle immagini sfocate riflesse negli specchi. La tradizione, infatti, vuole che gli specchi catturino le anime dei moribondi e perciò quando qualcuno muore e necessario coprirli per evitare che l’anima del defunto vi rimanga intrappolato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022574_altino-fantasmi-allo-specchio/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Vasto. La leggendaria città di Buca e il Castello</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022576_vasto-la-leggendaria-citta-di-buca-e-il-castello/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022576_vasto-la-leggendaria-citta-di-buca-e-il-castello/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:27:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22576</guid> <description><![CDATA[Se una leggenda attribuisce a Diomede la fondazione di Histonium, un’altra, invece, ritiene che un compagno del re franco Pipino, Aimone, dopo aver distrutto la città romana sulla terra spopolata (guasto) ne ricostruì una nuova che si chiamò Vasto di Aimone.Vasto fu un municipio romano con il suo porto di Punta Penna, in cui approdò, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-22583" title="Vasto (Ch), castello Caldora," src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-Vasto010-600x411.jpg" alt="Vasto (Ch), castello Caldora," width="600" height="411" /></p><p>Se una leggenda attribuisce a Diomede la fondazione di <em>Histonium</em>, un’altra, invece, ritiene che un compagno del re franco Pipino, Aimone, dopo aver distrutto la città romana sulla terra spopolata (guasto) ne ricostruì una nuova che si chiamò <strong>Vasto</strong> di Aimone.Vasto fu un municipio romano con il suo porto di Punta Penna, in cui approdò, per scampare ad una tempesta, persino papa Alessandro III nel 1177 in viaggio per Venezia per incontrare Federico Barbarossa.</p><p>Anche Papa Celestino V per sfuggire alle guardie di Bonifacio VIII partì da questo porto.Dominata dal condottiero Giacomo Caldora che ricostruì il vecchio castello medioevale potenziandolo, dopo alterne vicende e vari saccheggi Vasto entrò nei domini dei D’Avalos che vi costruirono un grande palazzo che guarda sul mare nello stupendo golfo, ed altre ville, con l’arricchimento delle dimore con opere d’arte e con la presenza di artisti.</p><p>Pare che nei pressi di Punta Penna a pochi chilometri da Vasto si ubicasse una fiorente città chiamata <strong>Buca</strong>. Essa, secondo alcune leggende, sprofondò misteriosamente nel mare. Si dice che quando c’è bassa marea si possono ancora vedere i ruderi di questa misteriosa città. Si mormora che quando il mare ruggisce contro le coste di Punta Penna ed i venti sferzano il faro ubicato sulla sommità di un poggio, Buca, per una frazione di secondo, riemerge tra i flutti del mare, tornando al suo antico splendore con le strade brulicanti di fantasmi e le dimore riccamente adornate sembrano splendere di una luce sinistra, inquietante e fredda.</p><p><strong>Bibliografia</strong></p><p>Guida Insolita ai mister, ai segreti, alle leggende e alle curiosità dell’Abruzzo” di Ireneo Bellotta/ Emilino Giancristoforo Newton e Compton Editori.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022576_vasto-la-leggendaria-citta-di-buca-e-il-castello/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I magi di Guardiagrele</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022306_i-magi-di-guardiagrele/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022306_i-magi-di-guardiagrele/#comments</comments> <pubDate>Thu, 27 Oct 2011 09:24:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22306</guid> <description><![CDATA[E’ noto che i saggi che, secondo il Nuovo Testamento fecero visita a Gesù Bambino, erano i cosiddetti re Magi. Si narra, infatti, che questi uomini, avendo visto una stella apparsa ad oriente nel giorno della nascita di Cristo, la seguirono. Essi dopo essere partiti dai loro paesi d’origine, seguirono il cammino dell’astro che li [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-22307" title="Guardiagrele (Ch)," src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2011/10/foto-Guardiagrele001-600x400.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p><p>E’ noto che i saggi che, secondo il Nuovo Testamento fecero visita a Gesù Bambino, erano i cosiddetti re Magi. Si narra, infatti, che questi uomini, avendo visto una stella apparsa ad oriente nel giorno della nascita di Cristo, la seguirono.</p><p>Essi dopo essere partiti dai loro paesi d’origine, seguirono il cammino dell’astro che li guidò in Giudea, ove si rivolsero al re Erode, il quale non sapendo di cosa si stesse parlando, si documentò in proposito. Lasciato Erode alle sue ricerche i Magi videro riapparire in cielo la stella che lì condusse a Betlemme in una grotta dove videro Maria, Giuseppe e Gesù e dopo averli omaggiati con ricche offerte, furono avvertiti da un angelo di non fermarsi dal re Erode durante il viaggio di ritorno.</p><p>Si racconta che nella cattedrale teutonica di Colonia vi siano custodite tre teste appartenenti ai re Magi. Essi sono conosciuti nella tradizione come: Gaspare, il bianco; Melchiorre, re della luce; e Baldassarre, signore delle ricchezza. In un monastero dell’Egitto copto, vi sono le immagini di costoro a cui sono appaiati i nomi di: Melechior, il più vecchio dei tre, il cui nome in aramaico significa signore o re; Baldassarre che deriva, forse, dal nome del re babilonese Balthazar, che corrisponderebbe anche alla possibile regione di provenienza del sovrano stesso ed infine Gaspar che potrebbe essere il signore e padrone di Saba. Nel Nuovo Testamento, però, non vi è menzione né del numero né del nome dei re Magi. I tre doni che essi recavano erano oro, simbolo della regalità, l’incenso, simbolo della divinità e la mirra simbolo della morte di Gesù. Alcune fonti sostengono che essi fossero in realtà Sem, Cam e Iafet del Vecchio Testamento svegliatisi dal loro sonno eterno per celebrare la nascita del Redentore.</p><p>Secondo una suggestiva teoria suffragata anche da uno stemma nobiliare, pare che Baldassarre abbia dato vita a un ramo delle famiglie del Graal, le quali, alcune erano semplici custodi della sacra reliquia altre erano, invece, erano il lignaggio di sangue del San Real, che si trasmetteva attraverso il DNA mitocondriale.</p><p>Lo stemma araldico antico della famiglia dei Des Baux italianizzato poi in Del Balzo, è costituito, infatti, da una stella in argento con sedici punte in campo rosso che sembrerebbe essere l’elemento distintivo della discendenza dei re Magi e più precisamente di Baldassarre.</p><p>Anche la gens Balt o Balsha, nobile famiglia di origine albanese, ha nel suo stemma una stella a sette punte e pare che questi Re Balti siano venuti più volte in Europa come soldati di ventura e potrebbe essersi stanziati in Provenza patria dei Des Baux ed aver dato origine a questa casata.</p><p>Secondo un&#8217;altra leggenda l’urna d’oro che conserva i resti di Filippo il Macedone, padre di Alessandro Magno è fregiata da una stella a sedici punte simbolo della stirpe di Alessandro Magno.</p><p>A tal proposito si narra, in una favola medievale, che Olimpiade, moglie di Filippo il Macedone e madre di Alessandro Magno, abbia generato suo figlio durante un rito dedicato al dio Bacco di cui era una seguace, unendosi a un sacerdote di nome Balthazzar e sembra che, in Macedonia, i magi o maghi persiani portassero tutti questo nome.</p><p>La famiglia dei Des Baux è originaria della Provenza dove poteva contare su diversi possedimenti. Essi vennero in Italia al seguito di Carlo I d’Angiò nella prima metà del 1200.</p><p>Pare che tale stirpe come molte altre del sud della Francia avesse legami strettissimi con i Templari e quindi, durante la battaglia di Benevento, sembra che, non fosse la prima volta che questa casata venisse a contatto con i monaci guerrieri.</p><p>I Des Baux si unirono sia ai d’Angiò che ad altre casate nobili come: ai D&#8217;Orange, agli Orsini e agli Altamura, mentre consolidavano sempre più il loro potere nell’Italia Meridionale attraverso i propri feudi.</p><p>Questo consolidamento portò anche alla trasformazione del cognome da Des Baux in Del Balzo, che divennero, nel Sud Italia, dopo la scomparsa dei Templari a causa della loro feroce persecuzione da parte di Filippo il Bello, i custodi di molti beni di quest’Ordine. Infatti uno dei tanti stemmi di questo nobile casato consta di un cimiero con una “croce patente” tipica dei cavalieri dell’Ordine del Tempio, che potrebbe essere un chiaro richiamo ai loro antichi compagni d’armi e custodi dei loro possedimenti avendone incamerato i beni. Tra queste ricchezze appartenute ai Templari forse poteva essere presente anche la reliquia più ambita della cristianità cioè il Santo Graal in quanto sappiamo che i Del Balzo sono annoverate tra le famiglie del Graal?</p><p>Come si è visto la stirpe dei Del Balzo si unisce a quella degli Orsini nel XIII secolo dando vita a una casata chiamata Orsini Del Balzo. Essa nasce da matrimonio di Roberto Orsini figlio di Romanello e Sveva Del Balzo figlia di Ugo. La famiglia Orsini ha annoverato tra i suoi possedimenti anche Guardiagrele.</p><p>Le origini di questo meraviglioso paesino definito da D’Annunzio nel Trionfo della morte “nobile città di pietra”, si perdono nelle pieghe del tempo.</p><p>Le tracce antropologiche, supportate anche da ritrovamenti archeologici, rinvenute nella tradizione di questo paese, ne attribuiscono la sua fondazione a genti preromane.</p><p>Il suo primo agglomerato urbano sembra prendere le mosse da rocca posta in posizione predominate, di probabili origini longobarde, conosciuta nella tradizione come Torre Orsini o il Torrione.</p><p>Questa rocca, le cui tracce antropologiche la individuano, come il castrum Guardia Graelis o Guardia Grele, aveva il compito, secondo la tradizione, di difendere il borgo.</p><p>Alcune leggende nate intorno al suo nome, dicono che esso era chiamata Aelion, dalla radice greca Helios, cioè sole, ed era conosciuta,anche, come Città del Sole.</p><p>In seguito essa fu chiamata Grelio dal nome di un condottiero greco e da qui il nome Graelium, Graelle, Graeli, ed infine Grele.</p><p>Tutto questo ci riporta, almeno, per assonanza alla parola Graal, quindi se si uniscono le due parole di cui è composto il nome viene fuori Guardia Graal!</p><p>Ma qui ci troviamo nel campo delle ipotesi, non suffragate da alcuni elementi ben precisi!</p><p>Essa fu feudo dei Palearia, con la contessa Tomasa, ramo cadetto della potente famiglia dei Di Sangro, successivamente essa passò nelle mani degli Orsini che ne detennero il possesso, tra alterne fortune per circa duecento anni.</p><p>Sotto il dominio degli Orsini essa divenne una roccaforte del Regno di Napoli e le fu dato il privilegio di battere moneta.</p><p>Durante il secolo dei Lumi Guardiagrele fu pesantemente penalizzata da terremoti, insurrezioni e repressioni dell’esercito francese che si abbandonò ad ogni tipo di violenza.</p><p>Questo paese, rinomato anche per l’arte di lavorare i metalli, vi sono chiare tracce di elementi pagani inglobati, poi dal sincretismo cristiano in due splendide chiese, quella di Santa Maria Maggiore che nasce sul tempio pagano dedicato alla Grande Madre Majella, la chiesa di San Nicola di Bari che è la più antica sorge su un antico tempio dedicato a Giove, ed infine, quello di San Silvesto sul tempio della dea Diana. Sulla facciata della chiesa di Santa Maria Maggiore vi è dipinto San Cristoforo, patrono dei Paladini o Palladini nella loro accezione abruzzese.</p><p>Inoltre essa annovera nel suo territorio anche la Chiesa di San Pietro di cui oggi si trovano solo dei ruderi incorporati all’interno di Porta San Pietro, edificata secondo la tradizione, da Pietro da Morrone medesimo, che come è risaputo, fu, secondo alcune fonti, legata alla sacra reliquia del Calice Santo.</p><p>Infine a Guardiagrele vi è un luogo chiamato Piazza Cavalieri a quali cavalieri è stato dedicato, forse ai Templari?</p><p><strong>Le Fonti</strong></p><p>A.A.V.V<strong>.</strong>, <em>L’enciclopedia dei misteri</em>, Arnaldo Mondadori Editori S.p.A. Milano 1993</p><p>A.A.V.V<strong>.</strong>, in rivista “<em>Graal</em>” n.0 Novembre/ Dicembre 2002.</p><p>CHEVALIER, Jean; GHEERBRANDT Alain; <em>Dizionario dei Simboli</em><strong>, </strong>Biblioteca Universale Rizzoli, quarta edizione, luglio 2001</p><p>MERCATANTE, Antony S., <em>Dizionario Universale dei miti e delle leggende</em>, Newton &amp; Compton Editori S.r.L, Roma 2001.</p><p>PANSA, Giovanni, <em>Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo</em>, Arnaldo Forni Editore Sulmona 1924.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022306_i-magi-di-guardiagrele/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Magna Mater Luna</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0020761_la-magna-mater-luna/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0020761_la-magna-mater-luna/#comments</comments> <pubDate>Wed, 13 Jul 2011 12:49:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=20761</guid> <description><![CDATA[Uno studio sulla tradizione della Grande Madre Terra. Una divinità che sembra essere stato un elemento comune a quasi tutte le culture è quella della fertilità, identificata anch’essa con la Luna. Nelle religioni naturalistiche e arcaiche, infatti, al pari della luce e dell’acqua vi era la terra, dal quale fecondo grembo nasceva ogni essere vivente. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-20764" title="luna" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/luna.jpg" alt="" width="600" height="424" /></p><p><em>Uno studio sulla tradizione della Grande Madre Terra.</em></p><p>Una divinità che sembra essere stato un elemento comune a quasi tutte le culture è quella della fertilità, identificata anch’essa con la Luna. Nelle religioni naturalistiche e arcaiche, infatti, al pari della luce e dell’acqua vi era la terra, dal quale fecondo grembo nasceva ogni essere vivente.</p><p>Tuttavia, essa, rappresentava anche il sepolcro dei suoi “prodotti”, in quanto ricopriva, con il suo pietoso manto, tutto ciò che aveva creato, si nasceva da essa per tornare ad essa. Sempre, nel suo misericordioso grembo, andavano, in inverno, a ritemprarsi le energie, che poi in primavera, tornavano a riaffiorare.</p><p>E’ ovvio, quindi, che lo scorrere del tempo e il volgere delle stagioni, per gli antichi, sembravano opere divine, compiute da una o più divinità legate alla terra. Alcuni lieti, come la nascita, altri tristi e dolorosi come la morte erano, in ogni caso, celebrati in maniera appassionata e rumorosa che spesso degeneravano in riti orgiastici o sacrifici anche umani.</p><p>La Madre Terra, la dea creatrice di tutte le cose nonché personificazione del terreno, per essere produttiva e feconda, comunque, abbisognava di un seme maschile e per questo motivo le venne affiancata un paredro o padre che la inseminava e un figlio che rappresentava il frutto di questa operazione, cioè le messi.</p><p>Nelle società matriarcali, la Dea Madre Terra, era considerata unica e sola, ma con il passare del tempo e con l’avvento del patriarcato, le fu equiparata una divinità maschile che crebbe a tal punto da mettere in ombra il suo antico prestigio, fino a sostituirla del tutto, si pensi ad esempio, a Zeus, Giove o il Dio cristiano, che potrebbero essere il suo relativo maschile.</p><p>La Terra era considerata una benigna dispensatrice di messi presso le genti stanziate lungo i corsi d’acqua, personificazione di entità divine maschili che rendevano fertili il suolo, al contrario essa diveniva una madre cattiva, sterile e avida quando gli uomini erano costretti, con il duro lavoro, a strappare dalle sue viscere i suoi frutti, in questi casi era chiamata “Mater Dolorosa”.</p><p>Questa dea universale era, quindi, conosciuta con nomi diversi presso culture lontane tra di loro. Per esempio, Freya per i popoli teutonici era la dea della fertilità, signora e padrona della giovinezza, della bellezza, dell’amore sia platonica che quello passionale e ovviamente di tutto ciò che era associato ad esso. Questo nume bellissimo, moglie di Odur, in alcune versioni del mito consorte di Od e in altre addirittura compagna del potente Odino, figlia di Njordhr , sorella di Freyr e madre di Hnossa, era una delle più potenti divinità dei Vani nonché figlia del protettore dei naviganti, veniva raffigurato come un guerriero selvaggio e crudele. Essa conosceva anche l’arte della divinazione che mise al servizio di Odino quando questi perse l’uso della vista; essa divenne, così, potente da indossare il mantello del destino, decretando la vita e la morte degli uomini, esigendo, inoltre, il tributo di metà dei guerrieri periti in battaglia. Il giorno consacratole era il venerdì da cui prende anche il nome, i suoi animali sacri erano i gatti , il falchi, le farfalle, il cuculo e cavalli.</p><p>Con l’avvento del cristianesimo, si cercò di sradicare questo culto pagano demonizzandolo, e così il venerdì divenne un giorno infausto, i gatti alati che trainavano il suo cocchio si mutavano in streghe dopo sette anni e infine i cavalli neri divennero i messaggeri degli inferi.</p><p>L’emblema del suo potere era rappresentato da una collana, chiamata Brising o collana dei nani, che ella pretese dai suoi proprietari, in cambio di una notte d’amore. Quando il suo sposo venne a conoscenza del fatto la lasciò ed ella al colmo della disperazione versò lacrime d’oro e d’ambra;Odino, comunque, per lavare l’onta subita e per punire il diabolico dio del fuoco che aveva rubato la collana, scatenò una guerra fratricida tra gli uomini.</p><p>La celtica Brigid era una triplice dea figlia e forse anche sposa di Dagda, potente signore della fertilità. Egli era il dio dell’abbondanza in quanto il suo magico calderone dava sostentamento, non solo materiale ma anche spirituale, a tutti i popoli della Terra, essendo custode del sapere infinito.</p><p>Questo portentoso oggetto fa parte della tradizione di molte culture antiche, come quella asiatica, per esempio, secondo cui esso è il “progenitore” del Graal.</p><p>Si narra, infatti, che alcuni messaggeri degli dei, forse angeli, sarebbero scesi dal cielo e fermatisi nel deserto avrebbero insegnato agli uomini tutto ciò che sapevano, facendoli partecipi della loro cultura superiore. Prima di partire, avrebbero lasciato quattro oggetti magici: una pietra, un calderone, una lancia e una spada, che sono rispettivamente la pietra nera de la Ka’ba, la spada di Re Artù, il Graal e la lancia di Longino.</p><p>La dea Brigid, quindi, essendo la figlia di Dagda signore, tra le altre cose anche dei Tuatha de Danann, aveva come oggetti sacri a lei dedicati la coppa, la ruota del filatoio e lo specchio. La coppa era il simbolo dell’abbondanza ed anche il ventre da cui ha origine tutto il creato, il filatoio simboleggiava il centro del cosmo, la ruota delle stagioni e la durata della vita degli uomini. Attraverso lo specchio Brigid poteva scorgere altri mondi essendo una porta di accesso valicabile solo da eroi o iniziati. Questo nume era il fuoco che ardeva nel cammino, come allegoria dell’abbondanza, fertilità, della tradizione, protettrice della vita domestica e della salute degli abitanti delle case. Essa era anche il fuoco dell’ispirazione e quello della forgia. I suoi animali totemici erano in primis i serpenti come simbolo di della vita che si rigenera, il gallo che annunciava il nuovo giorno e la mucca immagine della fertilità per antonomasia.</p><p>La dea Brigid è la Gran Bretagna; con la cristianizzazione essa divenne Santa Brigida, chiamata anche la Maria Gaelica, era la balia e madre adottiva del Nazzareno, figlia del druido Dogal il Bruno. Questa beata aveva il potere di moltiplicare le libagioni ed era la badessa del monastero irlandese di Kildare, ove 19 suore vegliavano un fuoco perpetuo a lei consacrato e questo luogo era interdetto agli uomini.</p><p>Codesta tradizione affonda le radici in riti che si perdono nella notte dei tempi come quello delle Galliceniae, una confraternita di druidesse, proibiva agli uomini di entrare nel loro recinto sacro, oppure le vestali romane che erano addette al sacro fuoco offerto alla dea Vesta, ed ancora durante le festività dedicate alla dea Maja, gli uomini non potevano intervenire in nessuna maniera. Retaggio di queste cerimonie pagane sono anche le congreghe cristiane come quella tutta al femminile del Santo Rosario.</p><p>La Grande Madre induista era il fiume chiamato Saraswani, che dal cielo scorre verso la terra rendendola fertile e ricca di messi e soprattutto dispensando l’immortalità tra gli uomini. Questa divinità era una donna che vola su un cigno, metafora della fertilità, recava tra le mani uno strumento musicale, un rosario e un fiore di loto, come simbolo della resurrezione e quindi della rigenerazione.</p><p>Presso i Navajos e gli Apache la Estsanatlehi era la Madre di tutti gli esseri viventi che all’alba del mondo, quando si unì al sole, partorì due gemelli che sconfissero i mostri che popolavano il suolo terreste.</p><p>Essa era la Donna che si Rinnovava, dal momento che personifica la natura, nel suo continuo rigenerarsi. Questa divinità rappresentava, anche la parabola della vita della donna, nascendo nella stagione dei fiori, cioè la primavera, maturando con l’estate, invecchiando con l’autunno per morire poi in inverno; il momento più importante della sua esistenza, comunque era la pubertà, poiché, diventava fertile e come tale depositaria di prosperità per l’intera comunità. Questa dea creatrice del mondo insegnò agli uomini tutto ciò che sanno compreso la costruzione dei loro Hogan,con il suo peculiare tetto arrotondato.</p><p>I Sumeri veneravano la dea Inanna come la Signora del Cielo e della Terra, intesa come il rinnovarsi dei cicli naturali e come tale aveva una doppia valenza: dispensatrice di vita, in quanto da ella nascevano tutte le cose e di morte poiché ammazzava tutti i suoi numerosi amanti. La sua furia omicida, arrivò, persino, a uccidere il suo legittimo consorte, protettore dell’agricoltura, pastorizia etc. ed anche signore degli inferi, sostituendosi a lui.</p><p>Già i cristiani delle origini attribuirono alla Madre di Dio molte peculiarità appartenuta alla Grande Madre Terra tanto è vero che ne avevano concepito l’immagine tradizionale della Madonna con il Bambino simile a quella di Ishtar o Iside.</p><p>Il sincretismo cristiano vide nel segno zodiacale della Vergine l’immagine della Magna Mater dalle infinite epifanie, personificazioni e volti, che si venne a sovrapporre a quella di Maria Vergine.</p><p>Queste peculiarità pagane si vennero a perdere completamente quando le festività dedicate a questo nume furono inserite tra due importanti celebrazioni dedicate alla Madonna cristiana la Natività della Beata Vergine Maria l’8 settembre e il Santissimo nome della Beata Vergine Maria il 12 dello stesso mese.</p><p>Con il passare dei secoli la Magna Mater cominciò a delinearsi sempre più nei tratti della Vergine Maria che così divenne la Regina dei Cieli con il mantello azzurro istoriato da stelle, ai suoi piedi vi era il serpente e la luna crescente. Ad essa venne accostata molti simboli pagani come l’olivo sacro ad Atena, la stella di Ishtar, la spiga di Demetra etc…</p><p>Se per gli antichi rappresentare una madre nel momento di allattare il figlio era una consuetudine, il sincretismo cristiano ne ha fatto una rarità; come la Pala, risalente alla fine del 1200, nella quale è dipinta la “Madonna del Latte” nella piccola chiesa di Santa Maria Ad Cryptas del IX secolo d.C., a Fossa, nell’aquilano, riproduce proprio quest’azione, rappresentando una delle poche immagini esistente.</p><p>Qui la Madonna diventa, quindi, come le dee sue antesignane, il tramite tra Cielo e Terra e soprattutto è il simbolo della fecondità come Madre nell’atto di cibare il figlio, metafora dell’umanità tutta, è assisa sul trono con la corona posta sul suo capo come Regina del Cielo sede per eccellenza degli dei di tutte le culture. Il suo manto è rosso, presumibilmente tenuto insieme sul fianco sinistro, da un nodo coperto dalla figura del “Cristo Bambino Pantocrato”.</p><p>Il colore rosso significa liturgicamente, la fede e la grazia ed è associato ad alcune festività dello Spirito Santo, dei Martiri e naturalmente del Nazareno. Il nodo è simile a quello isiaco che campeggia in tutte le riproduzioni artistiche della dea egizia che il sincretismo ha trasformato nella nostra Maria Vergine.</p><p>La Magna Mater anatolica era Cibele adorata sottoforma di una pietra nera, forse quella che le antiche leggende fanno risalire ai 4 amuleti lasciati agli uomini da entità sovrannaturali. Questa divinità aveva un carro tirato da leoni o pantere che erano anche i suoi animali totemici. I leoni che la trasportavano erano rappresentati sempre con le fauci spalancate, come tropo, del sesso femminile; il suo nome significa, invece “grotta o recesso”. Il sincretismo trasformò i leoni in elementi sacri togliendo tutte le valenze che li ricollegavano alla sua antica dea, diventando addirittura il simbolo di Gesù.</p><p>Secondo la mitologia, Cibele amava Attis e questi per un po’ di tempo corrispose all’amore della dea, ma successivamente si invaghii di una principessa e la dea per vendicarsi, durante il banchetto nuziale, riempì di timor panico gli animi dei commensali, che si uccisero, compreso Attis. Cibele volle che i funerali del suo amato si celebrassero durante l’equinozio di primavera, in una sorta di catarsi rigenerativa, come la primavera che rinasce a nuova vita. Questa dea viene associata alla greca Gea o Gaia, principio ancestrale da cui venne generato la stirpe degli dei. Essa nacque appena dopo il Caos, ma precedette Eros; fu in grado di concepire figli senza l’ausilio di una divinità maschile. Dette alla luce il Cielo, Urano; le Montagne e la personificazione maschile dell’elemento marino, Ponte.</p><p>Queste “donne celesti” erano ambivalenti perché in esse vi convogliavano, tutte le energie sia positive che negative, il bene e il male, l’interno e l’esterno, il tutto ed il nulla, l’infinito e il finito, il terreno e l’ultraterreno, l’alfa e l’omega, il principio e la fine, etc.</p><p>Questo dualismo venne sincretizzato nella figura della Vergine Maria della religione cristiana e così quando i primi missionari trovarono alcuni indigeni della Gallia nell’atto di adorare una divinità partoriente, questi vi fecero costruire sopra una chiesa dedicata alla Madonna, per esorcizzare gli antichi miti. Le prime rappresentazioni della Madre di Gesù furono con il volto metà bianco e metà nero nell’intento di riprodurre sia aspetti negativi sia quelli positivi della Grande Madre Terra.</p><p>La negritudine di questa “Madonne” disseminate un po’ da per tutto, sono da ricollegarsi principalmente alla dea Iside, la madre bruna come la terra, che è presente, nella sua versione cristiana, nelle cripte di molte chiese, come quella della Gran Madre di Dio di Torino, città da sempre legata all’Egitto e ai suoi culti.</p><p>Questi sono solo alcuni delle caratteristiche in cui il sincretismo ha convogliato i numerosi aspetti e sfaccettature di questa deità universale, che divenne ancor più importante e diffusa in tutto il mondo quando, nel 1571, durante la battaglia di Lepanto, fu istituito il “Santo Rosario” come buon auspicio per la vittoria della cristianità contro i Turchi, da allora il culto della Madonna è stato uno dei più celebrati attraverso chiese, cappelle o basiliche a lei dedicate.</p><p>L’italica divinità Bona Dea era conosciuta anche con il nome di Fauna protettrice della castità e fecondità. Era la moglie di Fauno che fu l’unico essere che vide dopo le sue nozze.</p><p>Le vergini vestali gestivano il suo culto che culminava con le celebrazione della ricorrenza della fondazione del suo tempio il primo maggio, durante le quali si recitavano preghiere per scongiurare i terremoti. Tra il 3 e 4 maggio le matrone tenevano una festa segreta in casa di un alto dirigente.</p><p>La padrona di casa officiava la cerimonia a cui non potevano partecipare gli uomini e durante tale rito dopo aver sacrificato un maialino da latte si ballava al suono di strumenti a corda o a fiato.</p><p>Essa era rappresentata con uno scettro in mano, una corona di pampini sulla testa e una giara di vino ai suoi piedi. Vicino a lei vi era anche un serpente ad essa consacrata. Nel suo tempio vi erano serpenti addomesticati e piante medicinali.</p><p>Costei era accostata a un&#8217;altra potente divinità italica poco nota: Angizia.</p><p>Angitia è il nome latino della dea Osca Anagtia e della peligna Ana ceta, che deriva da anguis cioè serpente; siccome il serpente era considerato come una divinità apportatrice di vita e collegata alla medicina, essa era il nume della guarigione, adorata, specialmente, dai Marsi, che discenderebbero da Marso, inventore della magia e delle arti venefiche, figlio di Medea, sorella di Circe e Angitia.</p><p>Queste tre divinità dedite all’arte della medicina, figlie di Eeta, re di Colco, dopo essere giunte in Italia, Circe si fermò presso i monti Circei; Angitia nei presso del lago del Fucino e Medea nella terra dei Marsi.</p><p>Angizia dimorò presso le acque del lago Fucino e ad essa venne attribuita l’invenzione dell’arte magica e quello di incantare i serpenti, animali a lei sacri. Ad essa andava il merito di aver insegnato alle sue genti l’erboristica, a maneggiare e rendere innocui il veleno dei serpenti. La sua magia era così potente da prendere la Luna nel cielo, era in grado di comandare le acque dei fiumi e di rendere brulle le montagne.</p><p>Ella era famosa per la sua abilità di curare gli avvelenamenti da morsi di serpenti o cani rabbiosi; poteva, attraverso le sue parole ed un suo semplice tocco, era in grado di uccidere i serpenti. Ella insegnò queste arti ai suoi seguaci, cioè i Marsi, i quali divennero ottimi maghi, indovini, incantatori di serpenti e guaritori, la loro terra fu considerata la culla della stregoneria.</p><p>Essa nonostante fosse una dea o una potente maga, secondo alcune fonti, cercò, inutilmente di salvare la vita a Umbrone, sacerdote e capo della rivolta dei Marsi contro Roma; la si vide, infatti, spesso piangere sulle onde del Fucino, la sua casa, per la ria sorte del condottiero. Ella pianse altre volte per il destino avverso delle sue genti, ed ancora adesso il suo apparire nelle vicinanze di ciò che rimane di questo lago prosciugato è foriero di disgrazie.</p><p>Angizia era una divinità tra le tante cose, dell’oltretomba che accompagna anche le anime dei defunti nel loro ultimo viaggio, uno psicopompo. Una sua epifania è Angerona, la dea del silenzio e del solstizio d’inverno, un&#8217;altra è Medea, che alcuni dicono essere sua sorella, la quale giunta vicino al lago Fucino, si fermò presso alcuni popoli stanziati in quel luogo ai quali insegnò a curasi contro il veleno dei serpenti ed essi le diedero il nome di Angizia, dal latino angere cioè soffocare, poiché, ella era in grado di soffocare i serpenti con il suono della sua voce.</p><p>Alcuni affermano che il culto di questa divinità marsicana, od osca, dal nome che i greci davano ai marsi in quanto territorio pieno di serpenti, osco, infatti, deriva dal nome da un potente veleno di un serpente, minore sia stato circoscritto solo alle terre che oggi definiamo Marsicane, quindi, sembra molto curioso il fatto che a Tivoli nel giardino degli Estensi vi fosse una statua identificata come Angizia.</p><p>Il sincretismo cristiano sostituì il suo culto con quello della Madonna delle Grazie, la cui chiesa sorgeva nelle vicinanze del suo tempio, costruito sulle sponde del Fucino che alcuni chiamano Lucus Angitiae.</p><p>Gli incantatori di serpenti eredi dei popoli che adoravano Angizia, vennero chiamati, in seguito, Serpari che passarono, con l’avvento del cristianesimo, ad indicare i fedeli di San Domenico dei Marsi.</p><p>Così i culti pagani legati a questa dea ctonica nei quali le offrivano serpenti vivi, vennero sostituti da quello cristiano della processione di San Domenico a Cocullo, Villalago e Pretoro.</p><p>Nella suggestiva processione di San Domenico a Cocullo, il primo giovedì di maggio, il Santo, portato in spalla dai fedeli, è preceduto da altre statue di santi.</p><p>Dopo l’assordante suono delle campane intervallato da fuochi pirotecnici e dalla banda, la statua del Santo, sotto il baldacchino, viene inondata da una massa di serpenti buttati su di esso dai serpari, che forma una massa viscida e multicolore, la quale si avvinghia o cade lungo il tragitto, diligentemente raccolta e incrementata dagli altri serpari.</p><p>San Domenico, infatti, protegge contro il veleno delle serpi, degli aspidi e contro i morsi dei cani rabbiosi; egli è invocato anche in caso di incontro con questi animali. C’è un famoso adagio che dice: “Non chiamare San Domenico prima di aver visto la serpe”.</p><p>Anche a Pretoro si svolge una cerimonia simile e tutti gli abitanti, già da bambini, iniziano a familiarizzare con i rettili. Inoltre, qui, c’è una curiosa tradizione che vuole che le donne di questo paese conoscano perfettamente le proprietà curative delle piante, come la Dea Madre Angizia e le sue numerose epifanie.</p><p>Il serpente strisciando sulla nuda terra, per gli antichi, era direttamente in contatto con la Madre Terra ed essendo un elemento ctonio, lo si vedeva spesso entravano in un contatto diretto con lei, intrufolandosi tra le sue crepe e i recessi.</p><p>Esso rappresenta l’allegoria del ciclo vitale e per questo è sempre presente nel mito della Grande Madre Terra.</p><p>Una delle prime divinità che rappresentano la fertilità era “la<strong> Dea dei Serpenti</strong>” di <strong>Cnosso</strong>, che l’arte raffigurava con uno stretto bustino sbottonato con e due serpenti tra le mani a mo’di saette, con un gatto accovacciato sulla testa. I pithoi erano, invece, delle olle per la conserva dei cereali sacri alla dea, decorati con serpenti sulle pance.</p><p>Il nome Eva deriva da una parola semita che significa serpe. Nei miti egiziani <strong>Apep</strong> era il serpente nemico di <strong>Ammone-Ra</strong>, il sole che sorgeva ogni giorno. Il dio della medicina <strong>Asclepio</strong> recava un caduceo raffiguranti due serpenti intrecciati con due piccole ali ed un elmo sempre fornito di ali. Il serpente, infatti, aveva anche le proprietà curative; il suo morso poteva dare la morte ma anche la vita.</p><p>Molti grandi condottieri del passato vantavano chiare parentele con questa divinità, arrivando, perfino a dire di essere stati concepiti dal serpente stesso. Nell’antichità avere un tatuaggio con il serpente significava portare un segno dalla divinità. <strong>Quetzalcoat</strong> della mitologia azteca era un serpente. Ahirman divinità del pantheon persiano, era lo spirito del male che trasformatosi in serpente si penetrava nelle anime degli esseri umani per traviarli.</p><p>Alcune volte, la regina del cielo sumera Inanna, recava tra le mani dei serpenti.</p><p>Se gli antichi davano una valenza positiva a questo animale, il sincretismo cristiano, lo trasforma nell’epifania di Satana, l’emblema per del male per eccellenza su cui, però, trionfa il bene con la Vergine Maria, lo schiaccia sotto il tallone.</p><p><em>Di Nicoletta Camilla Travaglini</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0020761_la-magna-mater-luna/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L’Arcangelo Michele a Liscia</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022488_larcangelo-michele-a-liscia/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022488_larcangelo-michele-a-liscia/#comments</comments> <pubDate>Sun, 27 Feb 2011 10:06:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22488</guid> <description><![CDATA[E’ notorio che il territorio abruzzese è trapunto di luoghi di culto che testimoniano una devozione fortemente radicato in questa regione. Tra di essi bisogna annoverare la grotta, di origine naturale, ove si venera il culto di San Michele Arcangelo proprio ai piedi della collinetta dove sorge l’agglomerato urbano di Liscia, meta ogni anno di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img class="alignnone  wp-image-22489" title="Liscia (Ch), eremo di San Michele Arcangelo, processione" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/uploads/2011/12/foto-SMichele013-600x400.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p><p align="JUSTIFY">E’ notorio che il territorio abruzzese è trapunto di luoghi di culto che testimoniano una devozione fortemente radicato in questa regione. Tra di essi bisogna annoverare la grotta, di origine naturale, ove si venera il culto di San Michele Arcangelo proprio ai piedi della collinetta dove sorge l’agglomerato urbano di <strong>Liscia</strong>, meta ogni anno di molti pellegrini devoti.</p><p align="JUSTIFY">Liscia è un ridente paesino della provincia di Chieti ubicato nell’entroterra di Vasto, nota località balneare del chietino, sulla riva sinistra del fiume Treste, posta tra due lussureggianti colline ammantati da immensi boschi di cerri e roverelle che la incastonano come un preziosissimo diamante tra i monti che una volta erano abitati da antiche popolazioni Frentani e che oggi, invece fanno da confine tra Abruzzo e Molise.</p><p align="JUSTIFY">Il suo toponimo potrebbe derivare dalla parola “Liscie”, cioè pietre piatte che servivano per la copertura delle case, oppure una grande roccia che oggi si trova al centro del paese formandone la piazza, ma che una volta faceva da cornice per l’incontro di briganti che attraversavano la nostra regione e in alcuni casi vi trovavano anche ricetto. Sembra, quindi, che questo paesino della provincia di Chieti, racchiuda in se le diverse anime della tradizione dell’Abruzzo, che per la sua conformazione geomorfologia pare abbia fornito rifugio a Pastori, Santi e Briganti.</p><p align="JUSTIFY">Negli Abruzzi, infatti, la pastorizia con relativa transumanza, è stata praticata da tempi remotissimi. Questa attività si diffuse nel VII secolo a. C., ma già nell’età del bronzo, la pastorizia rappresentava l’unica fonte di sostentamento per “l’uomo della Majella”. Essa, dapprima, verticale, cioè ci si spostava, dai monti verso le valli, successivamente diventò orizzontale, dopo la pace forzata imposta dai romani, ci si trasferiva dagli Abruzzi verso la Puglia. I pastori e gli armenti si muovevano lungo sentieri chiamati “Tratturi”; questi erano vere e proprie autostrade sterrate che si snodavano dall’Aquila fino a Foggia, che traboccavano di gente e torme di ovini.</p><p align="JUSTIFY">Nel 1447 re Alfonso d’Aragona costituì la “Dogana della Mena delle pecore della Puglia”, con sede a Foggia, con la quale riordinò e riorganizzò questa attività, che stava diventando un grande affare commerciale per le casse dello stato, grazie alle dogane a cui si doveva pagare il pedaggio. I bracci tratturali più importanti da cui si diramavano altri secondari, erano, oltre al succitato Aquila – Foggia, chiamato tratturo del Re o tratturo Magno, vi erano: Centurelle – Montesecco, Celano – Foggia, Pescaseroli – Candela, Ateleta – Biferno.</p><p align="JUSTIFY">Questi sentieri erano disseminati di “Pajari” che erano dei ricoveri per uomini e armenti costruiti con pietra a secco la cui struttura è simile a quello dei Tholos; erano alti circa sei metri, con il tetto a falsa volta, ottenuto attraverso la sovrapposizione ellittica di pietre calcaree non lavorate.</p><p align="JUSTIFY">Lungo questi sentieri erano nati anche dei templi pagani dedicati alle più disparate divinità, riconducibili, sempre, alle dee dell’abbondanza, come la Grande Madre, divinità femminile universale, creatrice del mondo. Con l’avvento del cristianesimo, attraverso la sua opera di sincretismo, questi luoghi furono riconvertiti in chiese o abbazie.</p><p align="JUSTIFY">Molti di questi culti erano celebrati in grotte, anfratti o fenditure della montagna; essi, poi, divennero santuari di santi cristiani, in primis la Vergine Maria e San Michele.</p><p align="JUSTIFY">Il nome Michele significa, secondo alcune fonti, “ Chi come Dio”, altri sostengono che l’etimo del suo nome significhi “Dio Guarisce”; comunque sia Egli è colui che diffonde la parola di Dio facendola rispettare, a volte, anche in maniera coercitiva; questo Santo rappresenta il tramite tra mondo fisico e metafisico, tra Dio e gli uomini.</p><p align="JUSTIFY">L’arte sacra lo ha rappresentato con le ali, come la Vittoria alata, con una lucente armatura e con una spada sguainata e una lancia con le quali sconfigge il male identificato con Satana che gli appare sottoforma di drago; a volte porta ,anche, la lunga bacchetta degli ostiari, cioè di coloro che avevano il compito di custodire luoghi sacri; altre volte,invece, viene raffigurato con una bilancia con la quale pesa le anime, le più leggere, quindi prive di gravi peccati andranno in Paradiso, quelle appesantite dal peccato andranno all’inferno. L’iconografia Bizantina lo rappresenta come un nobile di corte, a differenza di quella occidentale che lo raffigura come un santo guerriero molto fiero e maestoso, capo delle milizie celesti. Egli è protettore dei commercianti, maestri d’arme, poliziotti, farmacisti, schermidori e fabbricanti di bilance.</p><p align="JUSTIFY">Secondo la tradizione orale pare che San Michele partito da Oriente per sconfiggere il paganesimo si sia fermato in un bosco nelle vicinanze di Liscia prima di arrivare sul Gargano; tale bosco si ubica intorno a Monte Sorbo, zona che anticamente aveva un alta densità antropica, come si può rilevare dal notevole materiale archeologico qui rinvenuto e proveniente da tombe italiche.</p><p align="JUSTIFY">Sempre in tema di leggenda si narra che un uomo di Palmoli, paesino dell’alto vastese confinante con Liscia, intento a pascolare le mucche vicino al fiume Treste, notò che, tutti i giorni un giovane toro si perdeva per poi ritornare alla sera.</p><p align="JUSTIFY">Un giorno,però, l’allevatore, incuriosito da tale comportamento misterioso, decise di seguire il suo animale e vide che la vegetazione si apriva, come d’incanto, al suo passaggio come per indicare una direzione da seguire; questo strano percorso lo condusse fino ad una grotta dove vide il toro inginocchiato davanti ad un immagine lignea di San Michele Arcangelo, la quale fece sgorgare, miracolosamente, dell’acqua affinché l’uomo si potesse dissetare e riprendersi dalla scoperta per essere testimone di questo evento sovrannaturale.</p><p align="JUSTIFY">In memoria di tali eventi accaduti a Liscia, i Marchesi d’Avalos, nel settecento inglobarono la grotta all’interno di una piccola chiesetta, forse, per regolare il grande afflusso dei pellegrini richiamati, qui, dalla devozione popolare all’Arcangelo Michele, culto che si perde nella notte dei tempi. Al suo interno si trova una statua in legno del Santo che è probabilmente settecentesca ed è un opera attribuita ad uno scultore napoletano. Sulla destra si può vedere una cavità con una conca naturale che raccoglie l’acqua che cola da alcune curiose formazioni rocciose modellatesi nel corso del tempo attraverso la lenta erosione delle gocce d’acqua che scendono lentamente e continuamente dalla roccia, che poi formano piccole pozze dove i fedeli prendono l’acqua servendosi di un mestolo di rame. Su di un&#8217;altra parete vi sono due bassi cunicoli, che oggi sono stati chiusi ma che in tempi lontani, probabilmente, portavano ai degli angusti vani abitati da eremiti. Al centro della grotta vi è un piccolo altare che fa capolino tra due pilastri di origine naturale.</p><p align="JUSTIFY">All’alba dell’otto maggio, mese dedicato alla Madre di Gesù, da Liscia e da San Buono, dove pare vi sia ostello dove si fermavano i pellegrini che percorrevano l’antica via Francigena, partono due processioni di fedeli e devoti che con il loro passo lento e le loro preghiere ed orazioni scandiscono, separatamente, il tratto di strada che porta al santuario e poco prima di giungervi, le due processioni si riuniscono per poi proseguire insieme. Al loro arrivo si inizia un solenne rito religioso che rappresenta il momento più emozionante, poiché, segna il culmine della celebrazione, in quanto i fedeli si recano nella grotta per rendere omaggio al Santo e nello stesso tempo ci si rinfrescano dopo la faticosa camminata. I fedeli, si mettono in fila per bere e per riportare a casa l’acqua prodigiosa; mentre camminano strofinano lungo le pareti della grotta fazzoletti, pezzi di stoffa, mani ed oggetti sacri come segno di devozione al Santo o per ricevere protezione. Dopo le funzioni i fedeli si riuniscono per fare una piccola passeggiata nel vicino bosco, per poi mangiare la “Ventricina”, tipico salame dell’entroterra vastese, in compagnia di amici e parenti. Questo rituale si ripete anche l’ultimo venerdì di maggio quando arrivano diversi fedeli da Vasto e poi il 29 settembre.</p><p align="JUSTIFY">E’difficile descrivere con le parole le emozioni che si provano in questo posto così pregno di religiosità e misticismo, sentito in maniera ancora più forte durante i riti religiosi che la ammantano di un aura di trascendenza ed è proprio in quel momento che si sente più intensamente la vicinanza con il divino.</p><p align="JUSTIFY"><strong>Fonti</strong>:</p><ul><li><div align="JUSTIFY">Maria Concetta Nicolai: “Calendario abruzzese” ed. Menabo Pescara 1996</div></li><li><div align="JUSTIFY">Ireneo Bellotta, Emiliano Giangristofaro: “Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità dell’Abruzzo” ed Newton &amp; Comptons Roma 1999</div></li><li><div align="JUSTIFY">AAVV: “Eremi d’Abruzzo” Carsa Edizioni Pescara 2000</div></li></ul> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022488_larcangelo-michele-a-liscia/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Mozzagrogna, Castel di Septe. Il Fantasma senza testa</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022578_mozzagrogna-castel-di-septe-il-fantasma-senza-testa/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022578_mozzagrogna-castel-di-septe-il-fantasma-senza-testa/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 Feb 2011 09:22:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22578</guid> <description><![CDATA[Nel territorio di Mozzagrogna, in provincia di Chieti, posizionato sulla riva occidentale del Sangro su un collinetta rocciosa, sorge il bellissimo e suggestivo Castello dei Septe dal glorioso passato ed oggi hotel-ristorante. Tra i castelli medioevali della zona frentana è quello più famoso e forse anche il più incantevole, anche per la sua travagliata e [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel territorio di <strong>Mozzagrogna</strong>, in provincia di Chieti, posizionato sulla riva occidentale del Sangro su un collinetta rocciosa, sorge il bellissimo e suggestivo Castello dei Septe dal glorioso passato ed oggi hotel-ristorante.</p><p>Tra i castelli medioevali della zona frentana è quello più famoso e forse anche il più incantevole, anche per la sua travagliata e intensa storia che si snoda attraverso le pieghe del tempo, a partire dai Conti longobardi teatini che lo costruirono nel IX &#8211; X secolo, adibita a residenza estiva per la sua particolare posizione, diventa anche sede dei presidi di soldati oltre che fabbrica di armi e coloro che transitavano sul tratturo L’Aquila-Foggia dovevano pagare il dazio ai signori del Castello.</p><p>Nel 1400 la mancanza di fondi, le forti carestie e le gravi pestilenze portarono, in breve tempo, a un massiccio esodo di quelle terre e al conseguente deterioramento del Castello.</p><p>Dal 1700 al 1900 “ Sette” fu posseduto dai Conti Genuino, ma nel 1943 durante la battaglia del Sangro, esso fu danneggiarono pesantemente ed irrimediabilmente.</p><p>Si racconta che durante le notti di tempesta si sentivano delle urla seguite da agghiaccianti risate e poi… dei lampi squarciavano la notte illuminando a giorno le rovine del mastio; inoltre si diceva che non era raro imbattersi in delle ombre furtive che si aggiravano per questi luoghi cercando qualcosa… forse il tesoro del castello?</p><p>Infine qualcuno sostiene di aver visto un cavaliere senza testa passeggiare lungo le merlature del castello…!!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022578_mozzagrogna-castel-di-septe-il-fantasma-senza-testa/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L’albero cosmico delle fate</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022560_lalbero-cosmico-delle-fate/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022560_lalbero-cosmico-delle-fate/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 Feb 2011 09:12:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22560</guid> <description><![CDATA[Secondo una leggenda senza fondamento storico si dice che, Giovanna D’Arco, durante un temporale, si fosse rifugiata sotto una enorme albero, dove, avrebbe incontrato le Norne o Parche che le avrebbero mostrato il proprio destino. Le voci che essa sentiva, secondo quanto si narra in questo racconto tradizionale fossero, in realtà, i suggerimenti di queste [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Secondo una leggenda senza fondamento storico si dice che, Giovanna D’Arco, durante un temporale, si fosse rifugiata sotto una enorme albero, dove, avrebbe incontrato le Norne o Parche che le avrebbero mostrato il proprio destino.</p><p>Le voci che essa sentiva, secondo quanto si narra in questo racconto tradizionale fossero, in realtà, i suggerimenti di queste divinità che vivevano sotto l’albero cosmico o Yggdrasill. Secondo Antony S. Mercatante esso è:</p><p>Yggdrasil, il cavallo del terribile, oppure, il destriero di Odino, nella mitologia nordica, il grande albero di frassino cosmico, conosciuto anche come l’albero del mondo. L’Edda di Snorri lo descrive come &lt;&lt; il più grande e il migliore degli alberi. Suoi rami, estesi su tutto il mondo, s’innalzano oltre il cielo. Ha tre radici molto grandi. Una si estende fino agli Asi …, un&#8217;altra fino ai Giganti del Ghiaccio dove prima c’era Ginnugagap (l’abisso primordiale), la terza poggia su Niflheimr (la terra delle brume fredde e oscure), e sotto la sua radice, costantemente rosicchiata da Nidhogg ( il drago) , c’è Hvergelmir.&gt;&gt; In cima all’ Yggdrasill c’è un’aquila appollaiata. In mezzo agli occhi dell’uccello c’è un falco, Verdurfolnir. Uno scoiattolo chiamato Ratatosk corre su e giù per l’ Yggdrasill, cercando di far litigare l’aquila e Nidhogg. Quattro cervi … passano da un ramo all’altro mangiando i suoi germogli. Le Norne siedono sotto la fonte Urdar, situata alla terza radice dell’albero (1).</p><p>Laura Rangoni dice a proposito di questa leggenda:</p><p>Ecco alcuni dell’interrogatorio che mi pare siano particolarmente indicativi: &lt;&lt;Vicino a Dorèmy c’è un albero, lo chiamano l’albero delle Dame oppure, talvolta, l’albero delle Fate. Lì nei pressi c’è una sorgente. Ho sentito dire che gli ammalati vanno a bere l’acqua di quella sorgente per riacquistare la salute. Qualche volta sono andata con altre ragazze a fare delle ghirlande di foglie per adornare la statua di Nostra Signora di Dorèmy. I vecchi raccontano che le fate venivano a chiacchierare vicino all’albero. Ho sentito la Jeanne Aubry, che era la moglie del podestà e mia madrina, raccontare a me che vi sto parlando, di aver veduto le fate in quel posto. Ma io non so se questo sia vero. Ho visto delle ragazze al mio paese posare ghirlande di fiori sui rami dell’albero e, quindi, qualche volta l’ho fatto anch’io con loro; certi giorni ce li portavamo via con noi, altre volte le lasciavamo là.&gt;&gt; (2)</p><p>La leggenda relativa a Giovanna D’Arco e le Norne sembra riecheggiare una narrazione orale abruzzese tramandata per generazioni e generazioni all’interno di una cerchia familiare, dove si riprende la leggenda delle fate della Majella, e secondo tale racconto, pare che, un loro componente, abbia incontrato le fate superstite.</p><p>Secondo quando dice la leggenda non tutte le fate rimasero intrappolate all’interno della grotta del Cavallone, ma alcune di esse fuggirono e si rifugiarono all’ombra di un grande albero che si trovava nella zona di Roccascalegna, proprio di fronte all’ingresso murato dell’antro.</p><p>Un giorno d’estate una donna di nome Anna Vittoria, andò a lavorare vicino a questo albero magico.</p><p>Ella era intenta nel lavoro dei campi quando vide delle ragazze discinte danzare intorno alla pianta, Anna le si avvicinò, ed esse le dissero di seguirla ma la contadina si rifiutò categoricamente e… queste, dopo averla schiaffeggiata le chiesero se aveva un desiderio da realizzare, la donna chiese di poter fare tutto ciò che le aggradava e così… da quel giorno la donna ebbe in dono una forza spropositata.</p><p>Ella, infatti, con la sola forza del pensiero trasportò una macina per la spremitura delle olive notevolmente pesante dalla roccia del castello di Roccascalegna dove fu prelevata fino al luogo dove ha operato per molti anni e dove oggi si può ancora ammirarla.</p><p>La donna sottoposta al sortilegio, la notte munita di un fucile e con l’ausilio di uno sparuto gruppo di uomini, girava per le stradine del paese e dei boschi limitrofi per cercare malefiche creature della notte, le streghe nemiche giurate delle fate oppure le fate stesse?! Il racconto, purtroppo non ce lo dice!</p><p>Era un Venerdì Santo, quando la donna intenda a zappare in compagnia del padre iniziò a schernirlo per la sua lentezza e questi, in preda all’ira, le tirò in testa il manico della zappa. Anna Vittoria cadde a terra tramortita, ed il padre continuò a lavorare nei campi senza preoccuparsi della sorte della sventurata!</p><p>Di lì a poco arrivò la madre che vide la figlia priva di sensi appoggiata ad un pozzo, chiese spiegazioni al marito il quale le chiarì la dinamica dell’accaduto e la madre in preda al panico, per la presunta morte della figlia, si mise ad urlare!</p><p>Le grida del genitore richiamarono un gruppo di fedeli ed il parroco che stava officiando una funzione religiosa nelle vicinanze, questi si precipitarono sul luogo dell’accaduto ed il prete iniziò a darle l’estrema unzione, pensandola morta, questa, però, raggiunta da una goccia di acqua santa, si risveglio improvvisamente e iniziò a rimettere alcune ciocche di capelli biondi e da quel momento la donna tornò ad avere un comportamento normale per i canoni dell’epoca!</p><p>Molte persone che hanno conosciuto questa donna, realmente vissuta a cavallo tra otto e novecento, parlano di lei come di una virago che in diverse occasioni è stata in grado di salvare la vita ai suoi cari; si dice che una volta la famiglia di Anna era a digiuno da diversi giorni perché una forte nevicata seguita da una altrettanto rigida gelata aveva fatto ghiacciare tutto, impedendo di raccogliere i frutti di Madre Terra.</p><p>La donna in preda allo sconforto uscì di casa e rientrò poco dopo con delle verdure miracolosamente salvatesi dalla forte gelata!</p><div><p><strong>Note</strong></p><p>1<sup>#</sup> MERCATANTE, S. Antony: op. cit. pag. 660</p></div><div><p>2<sup>#</sup> RAGONI, Laura, op. cit. pag. 87.</p></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022560_lalbero-cosmico-delle-fate/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le origini di Lanciano</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0022475_le-origini-di-lanciano/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0022475_le-origini-di-lanciano/#comments</comments> <pubDate>Sat, 22 Jan 2011 19:47:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Storia]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=22475</guid> <description><![CDATA[Un antica leggenda narra che Lanciano fu costruita da Solima compagno di Enea e fondatore anche di Sulmona, che diede, a questo piccolo villaggio, il nome di suo fratello Anxa, disperso durante la fuga da Troia. Anxa o Anxanon divenne in breve tempo la capitale dei Frentani, potente popolo italico. Nel medioevo al nome Axanon [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un antica leggenda narra che Lanciano fu costruita da Solima compagno di Enea e fondatore anche di Sulmona, che diede, a questo piccolo villaggio, il nome di suo fratello Anxa, disperso durante la fuga da Troia. Anxa o Anxanon divenne in breve tempo la capitale dei Frentani, potente popolo italico. Nel medioevo al nome Axanon venne aggiunto l’articolo così da diventare Lanxanon e da qui il nome Lanciano.</p><p>Molti autori latini come: Plinio, Varrone e Livio hanno parlato di Lanciano e delle sue fiere così importanti da richiamare molta gente anche da zone limitrofe. Lo splendore della capitale dei Frentani non si oscurò neanche durante il medioevo, ma fu nel rinascimento che essa raggiunse l’apice e anche se la polvere del tempo ha appannato un po’ la sua fama Lanciano celebra, ancora oggi, il suo magnifico passato attraverso fastose tradizioni e rappresentazioni a cominciare dal Mastrogiurato per finire al “Lutto Rappresentato”, celebrazione che si svolge durante la Settimana Santa.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0022475_le-origini-di-lanciano/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Salle, il borgo abbandonato, tra miti e leggende</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0016346_salle-il-borgo-abbandonato-tra-miti-e-leggende/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0016346_salle-il-borgo-abbandonato-tra-miti-e-leggende/#comments</comments> <pubDate>Sun, 14 Nov 2010 15:16:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Nicoletta Travaglini</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzo misterioso]]></category> <category><![CDATA[Salle]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/?p=16346</guid> <description><![CDATA[Salle è un bellissimo paese dell’entroterra pescarese che si ubica alle falde del monte Morrone di celestina memoria. Questo borgo fu distrutto parzialmente, prima da una frana e poi dal terremoto del 1933. Secondo alcune leggende la frana fu provocata da una strega che abitava in un anfratto del monte, altre leggende sostengono che questo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/castello-salle-leggende.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-16349" title="Salle (Pe), il Castello e il paese nuovo sullo sfondo" src="http://www.abruzzocultura.it/wp-content/castello-salle-leggende.jpg" alt="Salle, il borgo abbandonato, tra miti e leggende" width="500" height="361" /></a></p><p>Salle è un bellissimo paese dell’entroterra pescarese che si ubica alle falde del monte Morrone di celestina memoria. Questo borgo fu distrutto parzialmente, prima da una frana e poi dal terremoto del 1933. Secondo alcune leggende la frana fu provocata da una strega che abitava in un anfratto del monte, altre leggende sostengono che questo smottamento fu opera del drago che abitava nelle fenditure del Morrone e custodiva il favoloso tesoro dell’anticristo che verrà a reclamarlo alla fine dei tempi!</p><p>L’antico borgo di Salle Vecchia risale all’anno mille con il suo bellissimo <strong>castello</strong> di pietra scura, che nelle giornate tempestose sembra quasi un sinistro maniero ospitante qualche entità magica! Esso fu prima possedimento di San Clemente a Casauria, per poi passare ai Colonna, quindi ai Gonzaga, poi ai Carafa, ai d’Aquino ed infine agli attuali proprietari i baroni di Genova che lo hanno ristrutturato recentemente.</p><p>A Salle riposano in una statua reliquiario, le spoglie mortali del Beato Roberto da Salle, uno dei più devoti seguaci di Celestino V e suo confratello; secondo alcune fonti, in una pisside d’argento, all’interno della teca dove vi è il corpo del Beato, vi sarebbe il chiodo che fu conficcato nel cranio di Celestino V prima di morire!</p><p>Salle è famosa anche perché qui si fabbricano le corde per i prestigiosi violini “<strong>Stradivari</strong>”, in quanto la tecnica usata dagli artigiani che realizzano le corde musicali, poi esportate in tutti paesi del mondo, è unica e si tramandata tale e quale da diverse generazioni!</p><p>Salle Vecchia fu abbandonato, come abbiamo detto, per il terremoto del 1933 e adesso non è raro udire, nelle notti solstiziali, un galoppo frenetico di cavalli e scorgere in lontananza la figura di un cavaliere che sul suo nero destriero blandisce una enorme spada lucente, molti sostengono che esso sia uno spoirito guardiano del tesoro del castello!</p><p>Si dice, inoltre, che spesso le notti buie che avvolgono questo borgo fantasma siano rotte dall’eco di una risata agghiacciante che si spande per le vie deserte del paese!!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0016346_salle-il-borgo-abbandonato-tra-miti-e-leggende/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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