<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Maria Rita Copersino</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/maria-rita-copersino/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>I letti funerari in osso della necropoli di Fossa (Aq)</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/00301_i-letti-funerari-in-osso-della-necropoli-di-fossa-aq/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/00301_i-letti-funerari-in-osso-della-necropoli-di-fossa-aq/#comments</comments> <pubDate>Tue, 19 Jun 2007 07:51:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Maria Rita Copersino</dc:creator> <category><![CDATA[Arte antica]]></category> <category><![CDATA[Culturalia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/i-letti-funerari-in-osso-della-necropoli-di-fossa-aq</guid> <description><![CDATA[L&#8217;archeologa Maria Rita Copersino illustra analisi e confronti sui letti funerari in osso della necropoli di Fossa. I letti funerari in osso della necropoli di Fossa (Aq) sono certamente il rinvenimento più interessante che sia stato fatto a riguardo da almeno dieci anni ad oggi. Lo studio dei letti funerari dal punto di vista tipologico, iconografico [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><font color="#800000">L&#8217;archeologa Maria Rita Copersino illustra analisi e confronti sui letti funerari in osso della necropoli di Fossa</font>.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti funerari in osso della necropoli di Fossa (Aq) sono certamente il rinvenimento più interessante che sia stato fatto a riguardo da almeno dieci anni ad oggi. Lo studio dei letti funerari dal punto di vista tipologico, iconografico e ricostruttivo è stato affrontato e portato avanti negli ultimi venti anni da molti studiosi che hanno posto le basi per una ricerca scientifica su questi esemplari. Le molteplici proposte di studio sono state rivolte all’individuazione delle caratteristiche specifiche dei vari tipi di letti. L’indagine è stata focalizzata soprattutto sul modo di realizzazione di questi esemplari, sul tipo di produzione, le botteghe e gli artisti, anche se, in un secondo momento, grazie alle fonti letterarie e alle testimonianze dei reperti, si è tentato un confronto fra i letti stessi, in cerca dei modelli che li avevano ispirati. Infine la ricerca è stata indirizzata verso l’interpretazione della simbologia funeraria presente nella decorazione di questi manufatti. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’analisi antroposociologica sembra al contrario non aver costituito un interesse precipuo della ricerca: infatti non ci si è mai soffermati, forse per mancanza di dati, a studiare attentamente i contesti di rinvenimento dei letti funerari. La comprensione del rito funerario in rapporto all’uso del letto in ambito locale è viceversa un dato fondamentale che non va perso di vista.<br /> Diverse notizie sul ritrovamento di letti funerari sono state affidate tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 alla rivista di Notizie degli Scavi di antichità, con relazioni che però hanno il difetto di essere molto diaristiche e, nella maggior parte dei casi, poco utili alla documentazione scientifica.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Una pietra miliare per la conoscenza e la classificazione dei letti è certamente lo studio di C. Letta, che, partendo dall’esame analitico della struttura della decorazione sia dei letti in avorio che di quelli in osso, ne ha fornito un metodo di lettura.<br /> Molti studiosi hanno cercato di evitare un’eccessiva rigidità di categorizzazione, che si rivela nella problematicità di attribuire alcuni esemplari all’una o all’altra serie .<br /> Questa difficoltà viene riscontrata da J. C. Béal il quale ha studiato il caso del letto proveniente dal mausoleo di Cucuron3 in Francia.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Una strada differente è stata intrapresa da E. Talamo che ha evitato il riferimento ai modelli d’origine e ha operato una divisione sulla base delle differenze qualitative e stilistiche riscontrabili nella decorazione, attribuibili al diverso livello tecnico delle maestranze.<br /> L’analisi si specializza in diversi campi e l’interesse si orienta sempre più sull’evoluzione stilistica di questi manufatti. Il lavoro di Sabine Faust sui fulcra dei letti raccoglie informazioni e dati sulla maggior parte degli esemplari noti.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Per oltre un decennio l’interesse verso i letti in osso è rimasto sopito, ma negli ultimi anni ci sono state nuove pubblicazioni.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nel recentissimo lavoro di Chiara Bianchi sui letti in osso della necropoli di Cremona si tenta, attraverso una attenta documentazione, di risalire ai centri di produzione dei letti di un’area che resta fuori dall’orbita commerciale.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il rinvenimento dei letti in osso della necropoli di Fossa ed il confronto con quelli della vicina necropoli di Bazzano evidenziano un quadro complesso dell’Abruzzo in età ellenistico – romana (Fig. 1). La scoperta integra le nostre conoscenze sui costumi funerari dell’epoca e sui significati religiosi e sociali che concernevano l’uso di questi letti.<br /> Inoltre la presenza di simili oggetti di lusso va letta come un significativo documento del tenore dei manufatti circolanti nell’area aquilana in epoca romana e permette di chiarire meglio i rapporti con le più grandi e ricche città del centro Italia in cui essa gravitava. Da questo dato si può, forse, dedurre anche il compito svolto presso i popoli Vestini dalla romanizzazione.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Le tombe della fase ellenistica</strong><br /> E’ possibile delineare il quadro della fase ellenistico &#8211; romana della necropoli di Fossa attraverso l’analisi di circa centocinquanta tombe, escluse quelle neonatali, che permettono di conoscere il costume funerario locale nel periodo compreso fra la metà del IV a.C. ed il I sec. a.C.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il tipo prevalente di sepoltura è sicuramente quello a fossa, che fu utilizzato con continuità per quattro secoli in tutta la necropoli senza alcuna volontà distintiva di tipo sessuale o di classe.<br /> Solo intorno alla fine del III sec. a.C. sembra esserci un primo tentativo di monumentalizzazione, o perlomeno di diversificazione, delle strutture tombali. E’ importante infatti sottolineare che alcune deposizioni (tt. 224, 333 prima e tt. 503, 504, 542, 110, 401, 410, 469, 431, 432 poi) si distinguono dalle altre ed anticipano alcune caratteristiche che saranno tipiche delle tombe a camera, come alcune particolari associazioni fra gli oggetti del corredo. Le maggiori dimensioni della fossa di inumazione, in alcuni casi, e la presenza di numerosi chiodi, staffe, angolari e perni all’interno della tomba permettono di definire tali deposizioni come “tombe a cassone”.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Un elemento che certamente differenzia queste tombe dalle normali fosse terragne è la lucerna, la cui presenza testimonia una ormai diversa concezione del sepolcro come ambiente delimitato in uno spazio vuoto costruito rispetto ai riempimenti in terra e pietra della semplice fossa. Bisogna infatti considerare che nelle fosse lo spazio vuoto fra il piano d’inumazione ed il tavolato ligneo di copertura era solo quello strettamente necessario ad ospitare l’ingombro di un corpo umano disteso (25-30 cm) mentre nelle tombe a cassone lo spazio vuoto si dilatava in altezza raggiungendo a volte le dimensioni necessarie a permettere l’accesso ad un uomo in piedi (150-200 cm).</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il ritrovamento di numerosi chiodi, staffe, angolari e perni all’interno di queste sepolture rafforza l’ipotesi dell’intento costruttivo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Questo sistema di seppellire fu affiancato più tardi, intorno agli inizi del II sec. a C., da tombe a camera costruite ed elevate in alzato a circa due metri dal terreno. Finora le tombe a camera rinvenute e portate alla luce sono otto ( t.1, t.2, t.63, t.124, t.330, t.430, t.516, t.520), ma solo in cinque di esse (t.1, t.2, t.124, t.430, t.520) sono stati ritrovati i letti con decorazione in osso.<br /> Sembra che la disposizione di queste tombe rispetti un preciso piano ordinatore: di fatto sono disposte ad angolo retto, probabilmente in asse con la strada, secondo una lottizzazione della necropoli creata da coloro che ne usufruivano. Le camere sono costruite, in alcuni casi su crepidini di sepolture più antiche, dai quali hanno prelevato e reimpiegato il materiale da costruzione. Nel caso della tomba 124 si nota, accanto ai blocchi in opera quadrata, una lastra concava sul lato sud orientale di sicuro riutilizzo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Queste tombe hanno una struttura ricorrente: la pianta esterna e il vano interno sono irregolarmente rettangolari, mentre le pareti esterne sono realizzate in opus incertum con blocchi litici, di dimensione variabile, cementati da malta e pietrisco (Fig. 2).<br /> La copertura non si presenta piana in tutte le tombe: a volte sono utilizzate pietre squadrate e piccole lastre, altre volte è ottenuta accostando due o più lastre litiche. L’accesso è consentito solitamente da un dromos inclinato sotto il piano di calpestio ed è rivolto a Nord &#8211; Ovest per le tombe 63 e 124, a Nord &#8211; Est per le tombe 1, 2, 330, 430, 516 e 520.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’apertura è realizzata a sistema trilitico: gli stipiti della porta e l’architrave sono formati da grossi blocchi calcarei ben tagliati e perfettamente accostati. Il vano della porta è chiuso solitamente da due lunghe lastre grezze verticali vicine, con la funzione di sigillare l’entrata, altre volte da una pietra monolitica. La tomba 520, recentemente scavata presentava conci litici di media grandezza disposti in fila per chiudere l’ingresso (Foto 3) .<br /> All’interno le pareti sono intonacate, anche se ne restano poche tracce. Il pavimento della tomba è solitamente in ghiaino pressato oppure è costituito da uno strato sabbioso, che presenta una o più buche nel terreno, all’interno delle quali vengono solitamente deposti i resti di sepolture precedenti. Effettivamente le tombe a camera di Fossa non vennero utilizzate per una sola sepoltura: i resti antropologici testimoniano due o tre momenti di frequentazione, per cui è probabile ipotizzare che una stessa famiglia, nel corso degli anni, deponesse i propri defunti all’interno della medesima tomba. Solo la tomba 1 (Scavi Usai) pare sia stata destinata ad un’unica deposizione, almeno in base ai dati esistenti, ma è credibile che al momento dello scavo non si sia scesi in profondità fino alla buca di riduzione.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Le prime tombe a camera (tt. 63, 2, 330) vengono costruite all’inizio del II sec. a.C. ed hanno una continuità di utilizzo maggiore rispetto alle successive. In un secondo momento, intorno alla metà del II sec. a.C. sembra esplodere il “fenomeno” della tomba costruita in alzato (tt. 124, 516), simbolo e ricordo delle famiglie emergenti di una certa comunità, mentre fra gli ultimi decenni del II a.C. e la prima metà del I a.C. si hanno le ultime testimonianze (tt. 1, 520 e 430).</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">E’ interessante sottolineare però che proprio nel periodo in cui comincia l’utilizzo delle tombe a camera c’è un’inflessione nel numero delle sepolture (Grafico 1).<br /> Sembra possibile ipotizzare che da parte della famiglia a cui apparteneva la t.63 ci fosse una precisa volontà di collocare il sepolcreto sul più grande tumulo della prima età del Ferro, forse come ricerca e testimonianza di un legame con gli avi, e ciò è dimostrato non solo dalla presenza, intorno alla tomba a camera, di sepolture esclusivamente precedenti (datate al IV &#8211; III sec. a.C.) ma anche dall’assenza di tombe coeve nella stessa area.<br /> Bisogna osservare che le tombe successive tendono ad allinearsi e riempire gli spazi fra le tre capostipiti (tt.63, 2 e 330), anche se nel caso della t.516 la posizione è avanzata, data la scarsa disponibilità di terreno per la presenza di un cospicuo gruppo di tombe a fossa terragna più antiche . In molti casi le tombe a camera vengono costruite su deposizioni a fossa precedenti, mentre al contrario avviene che inumazioni terragne più tarde si adeguino alle pareti della struttura tombale.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’abitudine di deporre all’interno delle camere i catafalchi funebri è certamente più tarda: dall’inizio del I sec. a.C. fino ai primi anni dell’impero.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">E’ pur vero che all’interno delle tombe a camera non sempre troviamo catafalchi funebri con decorazioni in osso, per cui si ipotizza che gli inumati fossero posti sopra letti semplici, fercula, costituiti da assi di legno bloccate da chiodi, di cui abbiamo numerose testimonianze. In relazione a ciò bisogna ipotizzare che solo alcune delle famiglie, che in precedenza avevano avuto la possibilità di costruire tombe a camera, avevano mantenuto lo stesso status, tale da permettere anche l’acquisto di un oggetto così pregiato.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>I corredi<br /> </strong>Appare spesso più facile comprendere il significato e la complessità di alcuni fenomeni solo partendo da un chiaro quadro di riferimento, pertanto sembra utile mostrare come si è articolata la necropoli di Fossa nei quattro secoli considerati (IV – I sec. a.C.), soffermandosi in particolare su quelli centrali che hanno offerto più materiale di studio.<br /> Dall’analisi dei corredi risulta evidente una netta distinzione in due fasi della necropoli: la prima inerente alle deposizioni databili fra la metà del IV e la fine del III sec. a.C., la seconda circoscritta tra gli ultimi anni del III a.C. ed i primi decenni dell’età imperiale.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Per ciò che attiene la prima fase si osserva come l’elemento costante, e che resterà tale anche nel secondo periodo, sia l’olla globulare, deposta il più delle volte ai piedi dell’inumato, ed affiancata alternativamente da pocula, coppe o skyphoi. Accanto ai materiali ceramici è frequente la presenza di ornamenti personali come armille, anelli, fibule e vaghi di collana, che si trovano indistintamente sia in tombe femminili che maschili. Al contrario una netta distinzione sessuale sembra presente nell’utilizzo di nettaunghie da parte delle donne e di pinzette da parte degli uomini .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">La seconda fase (III &#8211; I a.C.) sembra avere inizio proprio con la costruzione delle tombe a cassone (tt. 224 e 333) in cui oltre ad una maggiore quantità di oggetti ceramici si comincia a trovare anche l’associazione, che sarà poi ricorrente, di coltello- spiedo- kreagra.<br /> La ricchezza e complessità del materiale ceramico delle tombe a cassone e delle tombe a camera distingue certamente questa seconda fase di vita della necropoli. Alla ormai consueta associazione olla &#8211; olletta si accosta anche il binomio piatto- coppa e balsamario- pisside, mentre scompaiono del tutto gli elementi dell’ornato personale.<br /> Il corredo presente nelle tombe a camera è molto ricco ed eccelle rispetto alle coeve deposizioni a fossa non tanto per la varietà delle forme quanto per la quantità delle stesse e la presenza di particolari oggetti. Un elemento distintivo e certamente di grande importanza è il letto funerario, che però non è stato rinvenuto in tutte le camere sino ad ora scavate . </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nelle sepolture è attestato il vasellame da banchetto, deposto, il più delle volte, presso le gambe o ai piedi del defunto: sembra attendibile la ricostruzione di un corredo &#8211; base per ogni deposizione a partire dai materiali ricorrenti. Nei corredi delle tombe a camera è frequente l’associazione di un piatto e di una coppetta in vernice nera, che a volte è sostituita o accompagnata da una ciotola a vasca più ampia. Questi due oggetti sono ovviamente legati alla sfera del banchetto e della mensa, riproposta nel corredo funebre. Solitamente i vasi in vernice nera si rinvengono vicini: a volte la coppetta è posizionata dentro al piatto, testimoniando il significato strettamente simbolico di tale vasellame.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Altre forme rinvenute sono la lagynos (tt. 2, 63, 124, 330) che sostituisce lo skyphos, presente più frequentemente nelle tombe a cassone, e le anforette, che si trovano esclusivamente nelle camere, peraltro in tutti i momenti deposizionali, sia nelle riduzioni che nell’ultimo piano di inumazione sul pavimento della camera.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I vasi a pareti sottili non compaiono fra il materiale ceramico del corredo, ma alcune forme di ceramica comune sembrano imitare proprio questo tipo. Tale imitazione sembra frequente nei bicchieri in ceramica da mensa che presentano pareti molto sottili e lavorate al tornio, pur distinguendosi per le forme. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Un elemento sempre, anche se non esclusivamente , associato alla deposizione in tomba a camera con letto funebre è lo strigile in ferro.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Lo strigile, finora ritenuto un oggetto legato solamente alla sfera maschile, serviva alle donne oltre che per detergere anche per togliere una quantità eccessiva di unguento profumato sulla pelle prima di indossare gli abiti. Il tipo più comune nelle tombe si presenta come un cucchiaio lungo e stretto piegato a gomito, la ligula, con un manico ricurvo, il capulus, senza traccia di decorazione. Dal momento che nelle sepolture si trovano solitamente due o tre strigili dall’immanicatura diversa si può ipotizzare una vera e propria differenziazione fra strigili maschili e femminili, ma anche pensare alla presenza di un set che comprendesse strumenti di varie misure in base all’esigenza.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">E’ interessante notare che all’interno di una tomba a camera gli strigili si trovano non solo nella deposizione principale, ma anche in quelle più antiche, a testimonianza di una continuità d’uso. Accompagna questo oggetto per la pulizia personale il balsamario, sia quello fusiforme che quello piriforme, prevalentemente in ceramica comune, di cui troviamo spesso un set di esemplari di varie dimensioni; all’interno di due tombe a camera è stata trovata anche la pisside miniaturistica in vernice nera (t.124 e t.520). L’associazione di balsamari e strigili è giustificabile in quanto sono utilizzati insieme per la pulizia e la cosmesi del corpo. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Alla sfera femminile sono comunque riconducibili l’ago crinale e lo specchio, che si rinviene in modo esclusivo nelle tombe a camera. Nella tomba a camera 124 sono stati recuperati balsamari e specchio accanto ad una borchia in bronzo a pelle di bue, probabile elemento di chiusura di una cassetta in legno . E’ evidente che l’individuo adagiato sul letto aveva fra gli oggetti personali anche una sorta di cofanetto, kibotion, che conteneva gli strumenti di bellezza.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nel corredo delle camere si trovano accanto alle lucerne, presenti anche nelle tombe a cassone, i thymiateria in ferro, che probabilmente erano stati utilizzati durante la cerimonia funebre e poi lasciati in situ al momento della chiusura della tomba. Bisogna notare però che all’interno di una tomba non si trova una singola lucerna per ogni individuo, ma una per ciascun momento deposizionale. Infatti nella t.124 ci sono cinque inumati e soltanto tre lucerne, che documentano come il loro utilizzo fosse legato al rito della sepoltura e non alla persona defunta. Questo indizio permette di stabilire verosimilmente la cronologia dei momenti di sepoltura, grazie alle datazioni fornite dalla tipologia delle lucerne stesse, ma anche di differenziare, come nel caso della già ricordata t.124 e della t.2, quali e quanti furono i corpi sepolti contemporaneamente.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Un elemento interessante e distintivo del corredo delle tombe a camera rispetto a quelle a fossa è rappresentato dalla presenza di numerose pedine in pietra e dadi in osso (Foto 4). Tali oggetti non sono in associazione esclusiva con i letti in osso, dal momento che sono stati rinvenuti anche nelle camere che ne sono prive (tombe 63, 516). Sono possibili confronti con la vicina necropoli di Bazzano (Aq), dove però sia le pedine che i dadi accompagnano anche il corredo di tombe a fossa. Le tombe di Fossa hanno restituito circa sessantacinque pedine ed una ventina di dadi: in particolare nella t.1 sono stati rinvenuti piccoli elementi in osso di forma romboidale, che potrebbero essere interpretati come speciali pedine da gioco o meglio come parti di una scacchiera di piccole dimensioni. Le pedine rinvenute hanno una forma semisferica a base piatta e sono realizzate in pietra tenera, ma anche, come nel caso della tomba 63, in pasta vitrea colorata. Numerosi sono i colori delle pedine: prevalgono il bianco, il nero ed il rosa, ma sono presenti anche il marrone, il grigio ed il blu. Il diverso colore delle pedine potrebbe corrispondere al valore assegnato ad esse durante il gioco oppure potrebbe indicare la posizione all’interno di una supposta tabula lusoria.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I dadi recuperati sono tutti in osso e di dimensioni pressoché identiche; sulle facce recano numeri impressi con punti coronati. All’interno di una tomba si rinvengono al massimo tre dadi, per cui si può supporre che il gioco prevedesse l’utilizzo di una terna.<br /> Il ritrovamento di dadi e pedine insieme e nella stessa tomba può essere giustificato ipotizzando l’esistenza di un gioco che prevedesse l’utilizzo combinato di entrambi, come l’attuale gioco dell’oca. Numerosi sono i confronti che confermano tale ipotesi, dalle fonti scritte (Cic. De Orat., I, 50, 217; Quint. Iust., XI, 2, 38) alle decorazioni sulle lucerne (Museo di Tebessa, Algeria) .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">E’ significativo che in molte tombe sia le pedine che i dadi siano stati ritrovati vicino alla mano dell’inumato o in prossimità degli arti superiori, forse ad indicare una consuetudine al gioco da parte del defunto.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il significato della presenza di questi instrumenta può essere solo ipotizzato, dal momento che l’identificazione del personaggio a cui appartenevano è alquanto difficile e destinata a rimanere nel campo delle ipotesi. E’ certo che tali oggetti di ampia diffusione avevano una funzione esclusivamente ludica ed erano diletto soprattutto di persone di alto rango che potevano permettersi il tempo ed il lusso del gioco.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Sono possibili raffronti con la tomba 329 di Spina , la tomba XXII della necropoli di Montefortino , Vulci , Capestrano , Foruli, Teramo La Cona, nonché in sepolture di letti in ustrina provenienti da Corfinio , da Ostia , ma anche da Imola.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">A S. Vittore di Cingoli troviamo pedine sia in osso, con numero romano inciso, che in pasta vitrea bianca, nera e azzurra, mentre i dadi sono identici ai nostri esemplari.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Una importante testimonianza è data dai ritrovamenti pompeiani: l’enorme quantità di reperti ludici conservati ha permesso il confronto ed una migliore conoscenza di questi oggetti .<br /> Dall’analisi del corredo di accompagno risulta evidente che la deposizione in una tomba a camera presenta un contesto più ricco rispetto alle tombe a fossa dello stesso periodo. Ad un’attenta osservazione appare chiaro un processo di standardizzazione per quei manufatti “comuni” alle deposizioni a fossa e a camera . Dunque il corredo, che in qualche modo rispecchiava la ricchezza in vita dell’individuo, permette di fornire indicatori certi dello status dei vari segmenti in cui era articolato il popolo vestino.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Si distinguono, verosimilmente, più livelli sociali in base alle deposizioni: dal ceto basso delle tombe a fossa a quello medio delle tombe a cassone fino a quello elevato delle strutture tombali a camera. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">In tal senso va letta la presenza del letto funebre, in quanto simbolico elemento distintivo per le famiglie di ceto “aristocratico”, alle quali la collettività riconosceva un ruolo prestigioso.<br /> La natura decisamente particolare del mobile suggerisce alcuni caratteri del personaggio che lo utilizzò: innanzitutto relativamente all’adesione che questi accordò ad un rituale funerario che prevedeva un cerimoniale piuttosto elaborato, certo finalizzato ad esaltare la figura del defunto mediante la deposizione delle spoglie su un oggetto tanto prezioso , probabilmente caricato anche di valenze simboliche attraverso il contenuto del ricco apparato figurativo.<br /> Si ha la netta impressione che le deposizioni in fosse semplici avessero carattere piuttosto individuale, di rilevanza privata o al massimo familiare, mentre le cerimonie con l’utilizzo del letto, relative alle sepolture in tombe a camera, avessero una valenza pubblica, investendo probabilmente l’intera comunità quasi come fossero funerali di stato.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">La sola analisi dei corredi, pur aiutando a chiarire alcuni aspetti del costume funerario, non esaurisce il difficile problema del significato e dell’attribuzione del manufatto in osso al singolo inumato. In ciò risulta un efficace alleata l’indagine antropologica degli individui rinvenuti nelle tombe a camera. Le sepolture della necropoli vestina, esclusivamente ad inumazione, quindi non intaccate dal fuoco come avviene per le incinerazioni, hanno reso più facile il compito di chi ha studiato ed analizzato i reperti ossei. Se per le tombe scavate precedentemente in ordine di tempo era possibile sostenere un’attribuzione per via matrilineare delle tombe a camera con o senza letto funebre, ora alla luce delle nuove scoperte risulta difficile provarlo. Infatti, come evidente dal catalogo, le tombe 1, 63, 124, 330 recano come deposizione principale un inumato di sesso femminile, mentre le tombe 2 e 430 presentano una situazione impossibile da interpretare dal momento che non si può ricondurre il corredo di accompagno all’uno o all’altro individuo. Le tombe 516 e 520 ospitano inumati di sesso maschile: questo dato può risultare ininfluente per quanto riguarda la t.516 poiché è priva di letto in osso, mentre per la restante camera fornisce un elemento preciso di distinzione.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Problematica dell’uso dei letti<br /> </strong>Il letto ha avuto nell’antichità funzioni molto più ampie di quelle attuali: esso era destinato sia ad un uso privato &#8211; come i letti triclinari per banchetto o quelli per dormire &#8211; sia a cerimonie pubbliche come le Teossenie e il lettisternio.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il letto costituisce il mobile per eccellenza , destinato al riposo e al sonno (lectus cubicularius); esso era formato in modo che vi si potesse rimanere comodamente in posizione orizzontale anche durante il pasto ed il simposio (lectus convivialis). A partire dal VI sec. a.C. esso presenta una forma fastosa con gambe tornite di influsso orientale. In età ellenistica subisce un cambiamento divenendo più ricco e lussuoso: a Pompei nella Casa degli Amorini (VI 16,7) il piccolo e raffinato cubicolo decorato con amorini dorati incisi su foglia d&#8217;oro custodiva il grande letto iugalis.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nel triclinio, invece, le klinai erano tre e disposte a forma di ferro di cavallo: gli uomini mangiavano sdraiati, mentre le donne e i bambini seduti.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Solo più tardi, intorno al II sec. a.C. il letto fu utilizzato anche nelle ritualità cultuali dei morti (lectus funebris). La differenza fra i letti tricliniari e quelli funebri non è molto chiara, tanto che alcuni studiosi sostengono la possibilità che il medesimo letto fosse usato durante la vita quotidiana e infine anche nella cerimonia funebre.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti, che sono oggetto di questo studio, avevano una funzione esclusivamente funeraria, dato che sono stati ritrovati in contesti tombali. Nelle cerimonie funebri il letto era utilizzato per l’esposizione del defunto (prothesis) ma anche per il funerale vero e proprio (ekphorà).<br /> La base delle nostre conoscenze è data soprattutto dalle fonti letterarie, ma anche dalle rappresentazioni figurate: la ceramica greca, i rilievi funerari greci, etruschi e romani nonché gli specchi e le pitture.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Si può sostenere che l’impiego del letto funebre fosse molto antico e che trovasse una forma propria, modellata sulla cultura della civiltà che ne faceva uso.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Probabilmente il tipo di letto funerario più antico è documentato dagli esemplari provenienti dalle tombe dell’Egitto: il museo del Cairo ne possiede quindici perfettamente conservati. Il materiale utilizzato è il legno, l’ebano o altri materiali pregiati, mentre a volte i letti sono semplici e ricoperti di stucco dorato. Il mobile è spesso reso prezioso da intarsi in oro, avorio o faience. La forma è molto semplice: il piano, sostenuto da quattro gambe terminanti a zampe feline, è talvolta rialzato nella parte della testata.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Un esemplare ricchissimo proveniente dalla tomba di Tutankhamon (XVIII dinastia) presenta due pannelli laterali che fungono da spalliera . Sembra che un tipo particolare di letto egiziano a forma di animale fosse usato solo per l’imbalsamazione della mummia . </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">La decorazione del letto era concentrata soprattutto sulle gambe, che acquistavano la forma di zampe di animali, soprattutto felini. Questo tipo è assai frequente in Egitto, più raramente in Grecia. In età ellenistica l’Egitto doveva essere considerato uno dei maggiori produttori di tali manufatti se, come sostiene Emilia Talamo , il letto rinvenuto in una tomba dell’Esquilino a Roma, databile al I sec. a.C. risulta opera di importazione da Alessandria d’Egitto o produzione di maestranze di origine alessandrina che operavano in ambiente italico. Dunque l’estrema specializzazione nella lavorazione dell’osso aveva reso questa città un vivo centro di produzione. A questo filone sembra possibile ricondurre in ambito centro italico anche i letti di Ostia, mentre nel settore settentrionale gli esemplari di Aosta , di Cucuron (Francia meridionale) e di Vindonissa (Germania).</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Esemplari provenienti da centri egiziani sono i cilindri di una località sconosciuta e ora conservati nel museo di Atene , i fulcra di Alexandria e Sammanud .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’utilizzo del letto con funzioni specificatamente funerarie non sembra attestato presso i popoli orientali né dai ritrovamenti archeologici né dalle rappresentazioni figurate. Pochi sono gli esemplari noti: un’armatura in metallo di un semplice letto del periodo persiano proviene dalla Palestina, mentre modellini fittili si trovano in vari musei. Alcuni pannelli in avorio, riccamente decorati, testimoniano l’uso del letto da parte del sovrano di Damasco .<br /> Si fa risalire alla tradizione achemenide il tipo di gambe detto “a bobina”, che è costituito dalla sovrapposizione di tori, elementi globulari, a campana e a rocchetto o “bobina”.<br /> Dalla citta di Ai Khanoum , fondata da coloni greci in Partia, provengono frammenti decorativi identificabili come parti di letto o di trono, essendo stati rinvenuti in un tempio. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">La prima documentazione sulla forma di un letto greco ci è offerta dalla descrizione assai accurata che Omero fa del giaciglio di Odisseo (Od. XXIII, 195 – 201): l’eroe rivela il modo in cui ha realizzato il letto, fornendo la prova per il suo riconoscimento. Il letto omerico descritto era usato quotidianamente ed era in legno “arabescato d’oro, d’argento e d’avorio”. Questa dato fornisce indicazioni importanti sulla decorazione dei talami in un periodo che è rimasto ancora fra la storia e la leggenda.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’utilizzo del letto in una cerimonia funebre in Grecia sembra essere molto antico: infatti nella zona metopale del vaso del Dipylon , datato all’VIII sec. a.C., è rappresentata una scena di compianto davanti al defunto esposto su un letto. Questa raffigurazione testimonia dunque che l’esposizione e il corteo funebre su un letto erano già noti agli antichi greci. Lo stesso vaso documenta che la forma dei supporti del letto era quadrata e priva di decorazione.<br /> Nel VI sec. a.C. la gamba diviene molto elaborata e raffinata: tale evoluzione trova riferimenti in vasi corinzi (si veda “Eracle a banchetto” dal Louvre) . Sono considerate originarie della Ionia le gambe a sezione rettangolare decorate a intaglio sul lato anteriore. Anche questo tipo con figure intarsiate è raffigurato sulla ceramica corinzia (Hydria del Louvre con il compianto funebre di Achille) e su quella attica. La decorazione è assai diffusa in Grecia, ma è sempre limitata ai letti funebri, poco a quelli domestici.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Ritrovamenti di letti in pietra e marmo si trovano nelle necropoli euboiche del IV secolo a.C.: alcuni esemplari provengono da Eretria e presentano sostegni quadrati. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’utilizzo di letti in sepolture è comunque testimoniato nel IV sec. a.C. dai ritrovamenti delle tombe reali in Macedonia , dove fu recuperata la decorazione in avorio delle fasce laterali di un letto, che è stato da molti studiosi attribuito a Filippo II. E’ interessante notare che la tipologia del letto macedone è assai diversa dai nostri letti, ma la tematica dionisiaca è già presente.<br /> Numerose testimonianze provengono dalla città di Nisa , dove sono stati recuperati elementi in avorio pertinenti ad almeno ventidue mobili. Fra le città dell’odierna Turchia ricordiamo Mirmeki , Phanagoria, che ha restituito il più antico esemplare di letto funerario datato al III sec. a.C., e Tiriteki .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’utilizzo del letto funebre presso il popolo etrusco è testimoniato da fonti indirette quali le raffigurazioni su vasi o le pitture nelle tombe. Un esemplare di letto funebre fu rinvenuto nella tomba orientalizzante Regolini Galassi della necropoli di Cerveteri. Questa kline in bronzo era disposta nella parte centrale della tomba ed era certamente pertinente alla sepoltura femminile.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">In ambito etrusco il letto funebre fu rappresentato su sarcofagi ed urne cinerarie . Questi contenitori per i resti combusti del defunto acquistarono nel tempo forme diverse: dal primo tipo a capanna (VIII sec. a.C.) si passa a quello a casetta, con tetto a doppio spiovente ( VII sec. a.C.), fino al VI sec. a.C. quando acquista la forma di un letto, con piedini spesso sagomati e volute laterali o zoomorfe. Diventa motivo predominante la rappresentazione sul coperchio delle urne cinerarie dell’esposizione del defunto sul letto funebre, soprattutto alla fine del VI &#8211; inizio V secolo a.C. L’urna cineraria acquista pian piano la forma di letto funebre o kline con personaggio recumbente.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il tipo del defunto semisdraiato per il simposio sulla kline trova la massima realizzazione negli esemplari famosi dei due sarcofagi degli sposi del Louvre e di Villa Giulia . Lo schema del grande sarcofago è ripetuto in modulo minore in una serie di piccole urne, dapprima con coppia coniugale poi con il singolo defunto.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">In questi cinerari il rito del banchetto diviene esaltazione di un ideale di vita aristocratico, che a Cerveteri sembra, nell’avanzato arcaismo, patrimonio di una più estesa classe aristocratica. Bisogna sottolineare che nella realizzazione dell’opera vengono tralasciati tutti gli accessori tipici del banchetto, quali i vasi potori, che invece sono ampiamente raffigurati negli affreschi tombali. La raffigurazione pittorica del simposio in molte tombe sancisce il passaggio dalla vita alla morte e cristallizza la situazione finale del defunto.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nella situla della Certosa , opera in bronzo di incerta lavorazione paleoveneta e di influenza etrusca, è raffigurato un letto dalle gambe lavorate e dalle spalliere a forma di protome animale. Non è chiaro se si tratti di una kline funebre o una sorta di divano, dal momento che una fascia simile ad uno schienale, con riquadri ornati ad anatre, congiunge le due spalliere. Anche nel caso si trattasse di un mobilio quotidiano , è interessante che riproponga lo stesso modello di quelli funebri.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Sullo specchio di Castelvetro datato al V sec. a.C. è graffito un letto con fulcra terminate a collo di volatile. Su un’urna cineraria da Cerveteri (Roma, Museo di Villa Giulia) è raffigurato il defunto su un letto funerario con due fulcra sulle testate e gambe decorate. Solitamente le urnette cinerarie recano sui letti numerosi cuscini o coperte, che invece non sono presenti nella cerimonia funebre.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nella tomba dei Rilievi a Cerveteri è raffigurato un letto che presenta sulle gambe le stesse decorazioni dei letti macedoni.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Le gambe a forma di zampa sono scarsamente presenti nel mondo etrusco e romano, dove invece è frequente nel resto della mobilia. Tavole e sgabelli presentano spesso terminazioni teriomorfi (tavolo in bronzo con zampe a piede ferino da Pompei; Napoli, Museo Nazionale) .<br /> Antiche città etrusche hanno restituito elementi decorativi pertinenti a letti funebri: a Praeneste in una tomba della necropoli di IV – I sec. a.C. fu ritrovato un fulcrum a testa di cigno , ora conservato al Museo di Villa Giulia. Elementi di un letto in bronzo e frammenti in osso furono invece trovati in una tomba ellenistica ad inumazione nell’antica Arna , presso Perugia. Letti in osso di classificazione incerta sembrano gli esemplari provenienti da Bolsena e da Volterra .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">La produzione dei letti ha inizio come imitazione del letto del sovrano, in Macedonia Filippo II e ad Alessandria Tolomeo Filadelfo. Gli esemplari venivano prodotti in serie e riproducevano in bronzo gli arredi regali: ricordiamo i famosi letti deliaci, noti grazie a Plinio (N.H. XXXIV, 14), eseguiti dalle officine di Delo che realizzavano il miglior tipo di lega bronzea; i letti punici, di misura inferiore, e i boethiaci, così detti da Boethos di Calcedonia che per primo realizzò le torniture delle zampe al tornio.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti deliaci erano più grandi e per la loro ricchezza erano ricercati a Roma, mentre quelli punici erano corti, bassi e coperti di placche d’argento (Plin., N. H. XXXIV, 8). “..punicani lecti parvi, et humiles, primum a Carthagine advecti, et inde nominati.” (Isidoro XX, II, 3). Secondo Greifenhangen i letti deliaci apparvero a Roma in epoca imperiale in seguito alla grande celebrità del bronzo di Delo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">A Roma i letti vennero introdotti durante il trionfo di Gneo Manlio Vulsone, vincitore sui Galati nel 189 a.C. (Livio, XXXIX,6,7; Piso, fr.34 P.). Questi primi esemplari, giunti come bottino di guerra in seguito ai saccheggi delle città greche, diedero impulso ad una nuova moda (Plauto, Stichus 377; Properzio II,13), e i letti romani divennero una naturale continuazione di quelli ellenistici. Molti imperatori furono esposti e cremati su letti funebri, come Cesare , Augusto, Pertinace e Settimio Severo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">In età ellenistica e romana si fanno più frequenti e diffusi i letti in metallo o in avorio ed osso.<br /> Certamente i letti funerari riproducevano forme e tipi che erano in uso quotidianamente, dal momento che spesso presentano forme analoghe ai mobili domestici. La tipologia delle gambe ripropone spesso la decorazione usata anche in sedie, sgabelli, tavole e troni. Nel sarcofago di Simpelved sono raffigurati i principali mobili che arredavano la casa romana, mentre su un lato è rappresentata la defunta adagiata sul letto, che reca nelle gambe gli elementi decorativi ricorrenti. Il letto per dormire era dunque assai simile a quello destinato alla sepoltura, con spalliere dal profilo ad esse e gambe tornite, ma presentava un lato lungo rialzato a schienale: un modello si trova nell’ara funeraria di Vitellius Successus (Roma, Museo Vaticano) .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Tipologia dei letti funerari e confronti</strong><br /> La tipologia dei letti in osso è stata affrontata, come già detto, nell’esemplare studio di C. Letta. La suddivisione dei letti in osso in due serie distinte facilita notevolmente il compito di chi vuole classificare questi campioni, ma è necessario evitare un’eccessiva rigidità nell’attribuzione all’una o all’altra categoria.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Alla prima serie Letta appartengono i letti che si ispirano ai modelli eburnei, alla seconda serie Letta quelli che adottano il tipo degli esemplari bronzei.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il letto in avorio presentava particolari caratteristiche che si riscontrano nelle imitazioni: le gambe erano decorate con cilindri alti e slanciati con figure ad alto rilievo, solitamente alate (tipo I) a cui talvolta si affiancava un secondo tipo di cilindro figurato con figure più piccole rese a basso rilievo, come gli amorini (tipo II). Il telaio aveva un cassa alta decorata da pannelli incassati con tralci vegetali incisi a giorno e recava negli angoli quadretti che incorniciavano sfingi alate o eroti. Il fulcrum era decorato a basso rilievo con cornici intagliate nella stessa lamina con sprone acuto e sporgente, mentre nel campo centrale era raffigurata a basso rilievo una scena bacchica o vegetale. Teste di satiro o Dioniso, oppure protomi di animale (cavallo o uccello) sormontavano il culmen; i medaglioni presentavano busti o teste di profilo, raramente di prospetto.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti derivati dai modelli ellenistici in bronzo erano caratterizzati da gambe costituite da elementi in genere più larghi e meno affusolati, con cilindri figurati più massicci, resi con più lastre accostate (tipo IV). Le lastre erano decorate a rilievo e bassorilievo con eventuali lamelle sovrapplicate. Raramente si trova il cilindro figurato lavorato su un unico osso tubolare che raffigura una testa umana (tipo III).</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I medaglioni erano lavorati ad alto rilievo fino al tutto tondo e composti da diverse lamelle di completamento.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il telaio poteva essere basso ed ornato da elementi tubolari lisci oppure alto con pannelli incassati sui lati lunghi con decorazioni a giorno e cornici di vari tipi. Tipica di questa serie è la presenza di protomi leonine poste agli angoli del telaio. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti di Fossa, come quelli di Bazzano, non seguono un unico modello, infatti per i cilindri sembrano riprendere prevalentemente il tipo dei letti eburnei, mentre per il medaglione e per il fulcrum il modello bronzeo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nei casi in cui è testimoniato, il cilindro, che è la parte che più agevolmente si presta alla decorazione, appare il più delle volte nella forma alta e slanciata, tipica dei letti in avorio, ma talvolta anche in quella più massiccia, frequente negli esemplari di bronzo. Purtroppo gli esemplari di Bazzano non hanno restituito nessuna appliques decorativa pertinente ai cilindri, per cui risulta difficile un confronto con gli esemplari di Fossa.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Più complesso sembra il discorso circa i fulcra, dal momento che per alcune protomi è ipotizzabile una collocazione anche all’angolo del telaio. E’ comunque evidente che i fulcra dei letti di Bazzano presentano in tre casi su quattro una lavorazione della protome animale solo sulla parte anteriore, lasciando liscia quella posteriore per l’attacco, mentre il tipo di Fossa mostra una più complessa resa a tutto tondo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I medaglioni, al contrario, rispondono tutti ad una stessa scelta tipologica, in quanto presentano un personaggio aggettante posto di prospetto. Un’unica eccezione è costituita dal medaglione del letto della tomba 470 di Bazzano che reca inciso un volto femminile di profilo, molto simile al tipo proveniente da Aielli e alle effigi delle monete della prima età imperiale.<br /> L’associazione iconografica fra culmen e medaglione sembra rispettare una norma valida per tutti i letti in osso: nel culmen è sempre presente la protome felina mentre nel medaglione quella umana (fig.3). Gli animali raffigurati nella sommità dei fulcra dei nostri letti sono sempre leoni e linci: a Fossa si trovano indistintamente entrambi gli animali mentre nella necropoli di Bazzano sono esclusive le teste di lince.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I cilindri pertinenti ai letti di Fossa, per la loro ricchezza e complessità, permettono di apportare nuove considerazioni in merito al complesso dibattito sull&#8217;ideologia funeraria di queste klinai. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">La sfera funeraria a cui è legato il letto in osso è attestata oltre che da ritrovamenti esclusivi in contesti tombali anche dall’iconografia presente sugli elementi figurati.<br /> Pur nella frammentarietà delle parti conservate è abbastanza chiaro che le scene rappresentate sono ricollegabili all’ambito dionisiaco . Solitamente sono proposte scene di thiasos bacchico con Dioniso fanciullo, con eroti , talvolta alati, con satiri e menadi gradienti. Il corteo è arricchito da una complessa coreografia ottenuta da cornucopie ricolme di grappoli d’uva, tirsi a cui sono legate le tenie sacerdotali, come nella tomba 2. Gli animali sacri al dio lo affiancano nella raffigurazione: le linci, le pantere, i leoni e i delfini, che rientrano nella serie delle trasformazioni mitiche di questa divinità (Foto 5). </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’iconografia ispirata a Dioniso è presente già in età ellenistica sui letti tricliniari, ma assume in ambito funerario una valenza escatologica. L’interpretazione di queste rappresentazioni dionisiache è stata oggetto, per lungo tempo, di critiche ed argomentazioni, ma è chiaro il significato della presenza del dio in contesti funebri.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Dioniso diviene il simbolo della speranza della vita dopo la morte: egli è sceso nell’aldilà ed è tornato in vita. Gli antichi lo chiamavano “il tre volte morto”, perché era riconosciuto, fin dall’inizio dei tempi, come Faneto, poi come Zagreus figlio di Zeus e Demetra, ed infine in Dioniso figlio di Semele.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Questa ultima versione è più nota e diffusa come modello mitologico della doppia nascita: il dio viene alla luce prematuramente da Semele fulminata e poi cucito nella coscia di Zeus, da cui torna a nuova vita.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Dunque Dioniso è ritenuto il responsabile dei cicli alterni della vita e della morte per cui presiedeva all’eterna palingenesi delle stagioni . Lo stretto legame del rito bacchico con la morte fu evidenziato anche da Plutarco che a ragione sosteneva che i termini morire, “????????”, e iniziarsi, “?????????”, sono simili non solo foneticamente ma anche semanticamente.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Dalla divinità dell’irrazionale e della tragedia per i Greci , diventa in età ellenistica il dio della natura e della vegetazione, perdendo i connotati di sfrenatezza che gli erano attribuiti all’origine.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Secondo una concezione ellenistica di origine alessandrina Dioniso fu la divinità più celebrata dalla dinastia dei Tolomei, che vedevano nel dio l’origine della loro stirpe. Tolomeo II Filadelfo (283-246 a.C.) aveva organizzato una grande processione simile ad un vero e proprio corteo bacchico, di cui ci è pervenuta una descrizione particolare.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">A Roma entrò a far parte del pantheon con il nome di Bacco, ma nel 186 a.C. dal Senatusconsultum de Bacchanalibus il suo culto fu messo fuori legge e si proibì di celebrare cerimonie religiose in privato se prima il pretore urbano non avesse dato l’autorizzazione (CIL, I², 581) . In età imperiale acquistò caratteri molto più inoffensivi e divenne la divinità degli alberi da frutto e del vino.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Un rinnovato impulso al culto dionisiaco fu alimentato dalla politica di Cleopatra e di Antonio, che si definì “??????????????” all’indomani delle vittorie sugli Armeni .<br /> Iconografie dionisiache come simbolo di apoteosi mistica sono attestate già nel IV sec. a. C. nelle tombe reali di Macedonia. A Vergina nella Tomba del Principe sono state rinvenute decorazioni in avorio che rappresentano un corteggio bacchico con un giovane Pan con il flauto che accompagna una coppi identificata in Dioniso ed Arianna o più facilmente in un satiro ed una menade.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">L’infanzia di Dioniso, allevato dalle ninfe , viene celebrata nel letto dell’Esquilino studiato dalla Talamo, ma anche in molti sarcofagi di età romana , quale quello di Baltimora e della villa Albani, e nel vaso di Salpion a Napoli.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Le nozze di Dioniso e Arianna si concludono con l’ascesa al cielo de due sposi su un carro trascinato da leoni, pantere e cervi, secondo la raffigurazione sulla coppa di Fineo a Würzburg, oppure da tori, come è raffigurato in un affresco pompeiano.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il viaggio di Dioniso e di Arianna su una kline viene sempre associato all’idea del viaggio nell’oltretomba. Le protomi di linci, muli o leoni presenti sui fulcra dei letti funebri potrebbero essere interpretate come allegoria di quel viaggio mistico.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il collegamento fra la kline ed il banchetto è assai antico, dal momento che quasi tutte le urne cinerarie etrusche presentano il defunto disteso e nell’atto di fare libagioni. Un significato ideologico pregnante è dato proprio dall’idea del banchetto: il letto diventa un simbolo non solo delle gioie conviviali, ma anche della vita eterna intesa come simposio divino.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti rappresentano dunque in ogni loro elemento decorativo simboli che rinviano alla sfera dionisiaca. Dei fulcra con protomi feline si è già parlato, mentre è interessante l’interpretazione che viene data sui personaggi raffigurati sui medaglioni. Come nel letto della t.124 di Fossa è frequente nel medaglione la presenza di soggetti alati, che vengono solitamente identificati come eroti o come Lasae , demoni etruschi. Molto spesso il rilievo raffigura busti femminili con una grande corona (?????????) intorno al collo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I cilindri sono le sezioni del letto che maggiormente si prestano, per la forma e le dimensioni, ad una complessa decorazione. Infatti il letto della t.2 presenta nel cilindro una vera e propria scena del rito bacchico (fig.4): Dioniso fanciullo che sorregge con un braccio il tirso, a cui è legata una tenia, e con l’altra una cornucopia. La divinità è affiancata alternativamente da un corteo di fanciulle, che possono essere identificate come menadi o come stagioni , e di fanciulli, che per la mancanza di attributi significativi, possono riconoscersi come satiri oppure come erotini. Altri elementi riconducibili alla sfera dionisiaca sono le anfore vinarie, i pomi di papavero e i tralci di vite.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Una scena più semplice e composta di processione dionisiaca è rappresentata nell’apparato decorativo dei cilindri del letto della t.430. Oltre alle menadi fermate in una danza composta, sono presenti figure femminili vestite con chitone ed himation dalle abbondanti pieghe: con la mano sinistra sorreggono una piega dell’abito sulla gamba leggermente avanzata, mentre il braccio destro è piegato sul petto in segno di lutto. L’apparato decorativo del cilindro del letto della t.520 è certamente notevole per ricchezza e qualità degli elementi (Foto 6). Il restauro e la ricostruzione dell’intero catafalco hanno reso possibile la lettura dell’impianto iconografico . Il grande volto di Dioniso barbato campeggia sulla prima metà del cilindro, mentre i due eroti a cavallo di ippocampi lo affiancano incorniciandone le estremità (si veda catalogo tav. 175). Le paste vitree incastonate negli occhi e l’eccezionale quantità di sottili listelli in osso per il rivestimento denotano la volontà di rendere ancora più preziosa la kline funebre.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Confronti possibili con i personaggi bacchici dei nostri cilindri (Fig. 7) sono da ritrovarsi nei resti del letto da Castelvecchio Subequo , l’antica Superaequum, fra le decorazioni del letto di Pianella (conservato come il precedente al Museo Nazionale di Chieti); nei cilindri del letto di Fagnano Alto, Aufenginum ; dagli elementi dei letti di Aielli . Molti letti provenienti da una località imprecisata dell’Abruzzo propongono il corteo dionisiaco.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il rilievo con Bacco fanciullo con cornucopia e pantera è presente nel letto conservato a New York, anche se è incerta la sua collocazione come cilindro o come rivestimento del telaio .<br /> In ambiente italico scene di corteo bacchico sono documentabili negli esemplari umbri di S. Maria degli Angeli e di Orvieto, ed in quelli campani di Pompei.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il culto vero e proprio di Bacco nella vita religiosa di Aveia è testimoniato da un’iscrizione, che ne individua anche il luogo a lui sacro. Nell’attuale paese di Fossa in fondo a Via Tra le Querce, nella rupe sotto il monastero di S. Spirito di Ocre e sopra Coscinaro, fu ritrovata una nicchia votiva, a quattro metri da terra, con due idoli . Sotto un’iscrizione su viva roccia (C.I.L. IX, n. 3603) localizzava il culto di Silvano e Bacco (Fig. 8).</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Centri di produzione e cronologia</strong><br /> Per quanto riguarda l’individuazione dei centri di produzione sono state fatte solo ipotesi circa i luoghi dove, presumibilmente, erano impiantate le botteghe che realizzavano i letti in osso. Tutti gli studiosi hanno avanzato proposte differenti sui possibili centri produttivi, ma sono stati concordi nel ritenere che i punti di diffusione fossero i grandi insediamenti abitativi del centro &#8211; Italia.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Sulla base dei ritrovamenti precedenti era stata ipotizzata l’esistenza di centri di produzione medio &#8211; italici come Norcia ed Ancona oppure allogeni come la Grecia e Alessandria d’Egitto . E’ evidente che nessuno degli studiosi ha mai preso in considerazione la possibilità di una produzione artigianale regionale o, ancor meglio, locale, svincolata dai grandi centri italici. Erano certamente attive officine locali che ripetevano, in modo meno raffinato, i prototipi derivati dal mondo ellenistico.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Non è documentabile l’esistenza di una bottega stabile, ampia e ben consolidata, che creasse questi manufatti, né tantomeno la possibilità che artisti nomadi realizzassero tali opere nel breve periodo in cui sostavano in un determinato centro. E’ difficile credere che chiunque volesse un letto di osso conservasse per lungo tempo le ossa di animali aspettando l’arrivo, magari stagionale, dell’artigiano specializzato. Se ipotizziamo l’esistenza di botteghe qualificate nella lavorazione dell’osso, dobbiamo pensare che esse fossero inserite in un sistema complesso di produzione, che comportava la vicinanza con luoghi di macellazione, con conciatori di pelle, fabbricanti di colla e falegnami. Per questo motivo si può scartare l’ipotesi che tale classe di arredo mobiliare fosse realizzata esclusivamente da artisti itineranti, mentre pare opportuno considerare la possibilità di un’officina stanziale. Quindi sembra convincente ipotizzare un autonomo sviluppo produttivo, avvenuto in area provinciale e periferica, a partire verosimilmente da un apporto itinerante iniziale, a cui fece seguito l’attivazione di officine artigianali locali.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti di area abruzzese recano principalmente appliques lavorate in osso, materiale che viene usato come succedaneo dell’avorio. In alternativa a questo materiale assai raro e raffinato, l’osso viene utilizzato perché più facilmente reperibile e di costo sensibilmente inferiore . Questo materiale era ricavato dai grandi mammiferi (buoi, cavalli, maiali) ed era usato sia per oggetti di uso comune &#8211; quali dadi, aghi, pettini – sia per oggetti più importanti. Sembra che l’osso fosse lavorato senza aver avuto alcuna preparazione “all’uso artistico” .<br /> I due materiali erano con ogni probabilità lavorati dai medesimi artigiani specializzati: lo dimostrano le analogie riscontrate nella tecnica, nel repertorio ornamentale e nella stessa tipologia dei manufatti .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Per la lavorazione si impiegano strumenti metallici da taglio quali i seghetti dentellati, i bulini, il tornio ad archetto, per le parti figurate la sgorbia e lo scalpello, l’archetto con differenti tipi di punte, il tutto veniva poi levigato con la pietra pomice.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Alcuni letti dimostrano chiaramente, nello stile e nella realizzazione, che il manufatto fu realizzato da più “artisti”: in uno stesso letto cambia il modo di rappresentare i volumi, l’intensità di espressione e la perfezione di incisione; la differenza è evidente fra le figure umane e quelle animali. Dunque con buona approssimazione si può asserire che i letti erano prima ideati e disegnati nello schema; poi avveniva l’esecuzione assemblando, secondo uno motivo ricorrente, le varie parti.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Con molta probabilità alcuni cilindri di questi letti erano anche dipinti, spesso con il colore rosso, come testimoniano le numerose tracce conservatesi e rinvenute sull’osso.<br /> I cinque letti provenienti dalla necropoli di Fossa ed i quattro esemplari di quella di Bazzano (Foto 9 e 10) sembrano far parte di uno stesso filone di produzione, al di là delle differenze stilistiche dovute per lo più alla maggiore o minore antichità di ciascun esemplare. Certamente i nostri letti sono il risultato di un lavoro artigianale, di un’arte popolare che rappresenta gli stretti legami con l’ambiente di provenienza e fa affiorare da questo rapporto non tanto i propri limiti, quanto una sua orgogliosa ed affascinante genuinità. E’ chiaro che l’eleganza del prodotto e il suo valore ornamentale non reggono il paragone con i modelli greco &#8211; orientali in avorio o con quelli medio &#8211; italici in bronzo, ma sono espressione di una clientela raffinata appartenente a questi centri montani.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Dall’analisi complessiva dei letti di Bazzano e di Fossa è evidente il legame con l’area centrale italica sia a livello iconografico che tipologico, ma è ormai possibile affermare l’ipotesi dell’esistenza di uno o più centri abruzzesi di produzione. Appare evidente che la grande quantità di manufatti in osso trovati nella regione testimonia una elevata capacità di produzione e di distribuzione, che non avrebbe senso se fosse allogena (Fig. 11).<br /> L’Abruzzo ha infatti la più alta concentrazione di rinvenimenti di tutta l’Italia per quanto riguarda i letti funerari: ben diciassette località hanno restituito questi esemplari (Aielli, Bazzano, Castelvecchio Subequo, Civita di Bagno, Civitatomassa, Corfinio, Coste di Serra – Atessa, Fagnano Alto, Fossa, Gioia dei Marsi, Pianella, Penne, Poggio Picenze, S. Vittorino, Teramo, Valle d’Amplero, Venere).</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">E’ interessante osservare che, fra i luoghi di ritrovamento dei letti, in tutto l’Abruzzo molte sono antiche città vestine : Fossa (Aveia), Bazzano (Prifernum?), Civita di Bagno (Furcona), Penne (Pinna), Fagnano Alto (Aufenginum), Poggio Picenze (nel Pagus Frentanus), senza considerare Castelvecchio Subequo, Amiternum (S.Vittorino) e Civitatomassa (Foruli) , che per la loro vicinanza, potevano entrare nella stessa sfera commerciale.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Un’alta percentuale di ritrovamenti di letti funebri in un territorio molto piccolo, come la conca aquilana, fa supporre che un’officina si trovasse proprio nelle vicinanze. Dunque l’ipotesi sull’origine anconetana o norcina dei letti abruzzesi va quantomeno rivista e valutata.<br /> Inoltre bisogna considerare che accanto alla creazione di tali oggetti di lusso c’era tutta una produzione di oggetti minori e di uso quotidiano. Nelle due necropoli sono stati rinvenuti alcuni oggetti in osso legati prevalentemente alla sfera femminile, come l’ago crinale, che serviva per fermare le acconciature elaborate, le pissidi miniaturistiche in osso ed inoltre piccoli rocchetti il cui utilizzo è sconosciuto. Sono stati ritrovati anche pendagli e manici di coltello.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Finora la datazione dei letti in osso avveniva attraverso il confronto tipologico e stilistico, ma dal momento che la persistenza di alcuni tipi è documentabile per almeno due secoli, si ritiene corretto datare i letti di Fossa e di Bazzano in base alla cronologia fornita dal corredo ceramico di accompagno. Per i cinque letti di Fossa l’arco cronologico di produzione va dall’inizio del I sec. a.C. fino alla prima età imperiale.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Il ritrovamento di questi letti ha permesso di sconvolgere le datazioni tradizionali , secondo le quali l’introduzione dei letti nel centro &#8211; Italia sarebbe avvenuta nel II sec. a.C., mentre in Abruzzo solo dalla metà del I sec. a.C.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Rispetto a quanto ipotizzato, la produzione in osso sembrerebbe viceversa essersi radicata in area sabina e vestina con un netto anticipo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Se tale ipotesi era giustificata sulla base della maggiore antichità dei letti di Norcia ed Ancona rispetto a quelli abruzzesi fino ad allora noti, ora, alla luce dei nuovi rinvenimenti, pare opportuno riconsiderare l’intera questione. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Forse questo nuovo dato cronologico permette di ipotizzare che i letti abruzzesi non provengano da centri di produzione legati alla città di Norcia, ma da un centro locale, data la precoce apparizione nel territorio di questa classe di manufatti e la continuità di attestazioni specialmente in area vestina.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">La datazione fornita da Brizio, che ha condotto la campagna di scavi, per i letti di Ancona è stata stabilita all’inizio del II sec. a.C. ed ha trovato concorde anche Letta. Mentre Nicholls sostiene la necessità di correggere tale cronologia alla metà del I sec. a.C. per ragioni stilistiche Lo studioso, che ha ricostruito il famoso letto romano conservato al Museo di Cambridge , ha datato l’esemplare ai primi anni dell’impero, intorno al decennio 30-20 a.C. Allo stesso periodo è stato ricondotto dal Pasqui il letto di Norcia, datato all’ultimo ventennio del I sec. a.C. per la presenza nella tomba di una moneta augustea di “Augustus Pater”, dunque posteriore al 27 a.C.<br /> Ancor più tardo sembra essere l’esemplare più famoso d’Abruzzo, che è stato il principale oggetto di studio di Cesare Letta . Il letto di Amplero infatti viene considerato opera raffinata di datazione oscillante fra l’ultimo quarto del I sec. a.C. e il primo di quello successivo. L’altro esemplare abruzzese proveniente dalla necropoli di Aielli è cronologicamente collocato alla fine del I sec. a.C. in base al corredo di accompagno.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Nel complesso non sembra possibile ravvisare una particolare anteriorità dei letti umbro-marchigiani rispetto a quelli abruzzesi, specialmente se si tiene in considerazione l’errata corrige fatta da Nicholls riguardo al tipo di Ancona.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">I letti provenienti dalle necropoli di Fossa e di Bazzano sono di difficile datazione a causa della complessità del contesto di ritrovamento. Come già detto, le tombe a camera, in cui sono stati rinvenuti i nostri esemplari, sono state utilizzate in diversi momenti nel corso degli anni e con molta probabilità da una stessa famiglia.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Basando l’analisi prevalentemente sullo studio del corredo ceramico d’accompagno è stato possibile almeno identificare i diversi momenti di frequentazione e distinguere con buona approssimazione gli oggetti riferibili all’uno o all’altro individuo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Per quanto riguarda la necropoli Bazzano, pur se ancora in fase di studio, la presenza di sepolture monosome ha permesso almeno per due di esse di avere un sicuro dato cronologico. Entrambe le tombe hanno restituito materiali che datano le sepolture almeno alla seconda metà del II sec. a.C. Nella necropoli di Fossa l’arco cronologico delle deposizioni con letto funebre è testimoniato dall’inizio del I sec. a.C. fino alla rima età imperiale. Considerando che gli individui precedentemente inumati venivano sistemati in buche di riduzione al momento della nuova sepoltura è possibile calcolare approssimativamente il tempo che intercorreva fra una deposizione e l’altra. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Non sempre il letto si trova nella deposizione principale sul piano della camera: nella t.430 tutte le appliques decorative sono state sistemate nella fossa di riduzione insieme alle ossa dell’individuo. La struttura in legno del letto aveva sicuramente ceduto, infatti sarebbe inverosimile che prima del nuovo funerale i parenti avessero smontato il letto precedente. Questo indizio fa supporre che fra la prima deposizione (individuo A) e la seconda (individuo B) siano intercorsi diversi anni, forse un tempo maggiore rispetto alla decomposizione.<br /> Questi dati sono estremamente importanti per giustificare l’ipotesi per lo meno di una contemporaneità e non di una recensiorità rispetto ai letti di area umbro – marchigiana .</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">Maria Rita Copersino</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif">BIBLIOGRAFIA</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ALIMONTI DI BARTOLOMEO 1975<br /> ALIMONTI DI BARTOLOMEO M., Aveia città nei Vestini, Bullettino Deputazione Abruzzese Storia Patria, LXV, 2, 1975, pp. 519-562.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ANDRONICOS 1984<br /> ANDRONICOS M., Philip’s Tomb. The couch – The Prince Tomb, in “Vergina. 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Dalle necropoli di Ostia, riti ed usi funerari, Roma 1999. </font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PERSICHETTI 1891<br /> PERSICHETTI N., Fossa, in “Notizie degli Scavi di Antichità”, 1891, pp.341-343.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PERSICHETTI 1893<br /> PERSICHETTI N., Bazzano, in “ Notizie degli Scavi di Antichità ”, 1893, p.72.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PERSICHETTI 1901<br /> PERSICHETTI N., Fossa, in “ Notizie degli Scavi di Antichità ”, 1901, pp.304-306.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">RANSOM WILLIAMS 1905<br /> RANSOM WILLIAMS C.L., Studies in ancient Furniture. Couches and Beds of the Greeks, Etruscan and Romans, Chicago 1905. </font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">RICHTER 1966<br /> RICHTER G.M.A., The furniture of the Greeks, Etruscans and Romans, London 1966, p.106, fig.531.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ROBIOU 1867<br /> ROBIOU F., Recherches sur l’origine des Lectisternies, in Revue Arch., XV, 1867, pp.403 sg.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">RODZIEWICZ 1968<br /> RODZIEWICZ E., Small Greeck Ivory Heads as Furnitur Decoration, in “Etudes et Travaux”, III, pp. 147- 152, 1968.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ROCCO 1999<br /> ROCCO G., Avori e ossi del Piceno, Roma, 1999.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ROSTOVEZ 1904<br /> ROSTOVEZ M., Tesseres anciennes en os du sud de la Russia, in Bulletin de la Commision Imperiale Archeologique, X, 1904, p.109-124.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">STEINGRÄEBER 1988<br /> STEINGRÄEBER S., Etruskische Möbel, Roma.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">TALAMO 1992.a<br /> TALAMO E., Gli avori e gli ossi, in Roma 1992, a, p.182.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">TALAMO 1992.b<br /> TALAMO E., Contesti funerari della prima età imperiale dall’Esquilino, in “Invisibilia. Rivedere i capolavori, vedere i progetti”, catalogo della mostra, a cura di M.E. TITTONI, S.G. GUARINO, Roma 1992.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">TORELLI 1985<br /> TORELLI M., L’arte degli Etruschi, Roma-Bari, 1985.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">TOYNBEE 1993<br /> TOYNBEE J. M. C., Dead and Burial in the Roman world, Roma 1993, pp. 45-49. </font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">TURCAN 1966<br /> TURCAN R., Le sarcophages romains á répresentation dionysiaques, Paris 1966.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">VAGLIERI 1910<br /> VAGLIERI D., Ricerche nell’area dei sepolcri e scoperte varie, in “Notizie degli Scavi di Antichità” 1910, pp. 551 sg.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">VAGLIERI 1911<br /> VAGLIERI D., Ostia. Nuove esplorazioni nell’area delle tombe e lungo la via principale, in “Notizie degli Scavi di Antichità” 1911, pp.83, fig.2 (I nella pianta a pg.82).</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">VAGLIERI 1912<br /> VAGLIERI D., Ostia. Tomba repubblicana, in “Notizie degli Scavi di Antichità” 1912, p.240 (t. VI) fig.8, 9,10. D. , pp. 95-99, figg. 1-13.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">VAGLIERI 1913<br /> VAGLIERI D., Ostia . Scavi nella necropoli, in “Notizie degli Scavi di Antichità” 1913, pp. 46, figg.1-2, p.71 sg., fig.1; p.392 .</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">VAN WONTERGHEM 1984<br /> VAN WONTERGHEM F., Superaequum, Corfinium, Sulmo, Forma Italiae, Regio IV, Volumen I, Firenze 1984.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">VARONE 1992<br /> VARONE A., I giuochi e gli spettacoli, in Roma 1992, b, pag.178 sgg.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ZANKER 1989<br /> Zanker P., Augusto e il potere delle immagini, Torino, 1989.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">BIBILOGRAFIA DELLE FONTI ANTICHE</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ATENEO, XV, 2-7, Panegyricus in Pisonem, 180-200.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">CLEMENTE ALESSANDRINO, Paidagogos II, 73, 1 – 2.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">DIODORO, III 64, 5-6.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">EURIPIDE, Baccanti, vv.102-4, 698 e 768.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ISIDORO, Orig. XIX, XXVI, 3.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">ISIDORO, Orig. XX, II, 3.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">LIVIO, XXXIX,6,7; Piso, fr.34 P.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">OMERO, Od. XXIII, 195 – 201.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">OVIDIO, IV, 2, 3-5.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PLAUTO, Stichus, v. 377.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PLINIO, N.H., XXXIV, 8.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PLINIO, N.H. XXXIII, 144.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PLUTARCO fram.178 Sandbach. </font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PROPERZIO, El. II, XIII , 17 –21</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PROPERZIO, El. III, XIII, 13, 17.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">PROPERZIO, III, 17, 7 – 8.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">STOBEO, Eclog. IV, 52,49.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">SVETONIO, Aug., 71; Ner.30.</font></p><p><font size="2" face="arial,helvetica,sans-serif">SVETONIO, Caes., LXXXIV,1</font></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/00301_i-letti-funerari-in-osso-della-necropoli-di-fossa-aq/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Epigrafi e iscrizioni: piccolo dizionario di terminologia tecnica</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0074_epigrafi-e-iscrizioni-piccolo-dizionario-di-terminologia-tecnica/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0074_epigrafi-e-iscrizioni-piccolo-dizionario-di-terminologia-tecnica/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 May 2007 17:20:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Maria Rita Copersino</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[Storia]]></category> <category><![CDATA[ricerca]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/epigrafi-e-iscrizioni-piccolo-dizionario-di-terminologia-tecnica</guid> <description><![CDATA[Spesso gli archeologi usano termini tecnici a loro assai familiari, ma alquanto lontani dal linguaggio di tutti i giorni della gente comune. Ecco quindi un breve dizionario per districarsi tra i termini dell&#8217;epigrafia. Ara: altare di pietra di forma quadrangolare utilizzato per il sacrificio agli dei. Cippo: pilastro in pietra di forma rettangolare o cilindrica, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><font color="#800000" face="arial,helvetica,sans-serif">Spesso gli archeologi usano termini tecnici a loro assai familiari, ma alquanto lontani dal linguaggio di tutti i giorni della gente comune. Ecco quindi un breve dizionario per districarsi tra i termini dell&#8217;epigrafia.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Ara</strong>: altare di pietra di forma quadrangolare utilizzato per il sacrificio agli dei.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Cippo</strong>: pilastro in pietra di forma rettangolare o cilindrica, usato come monumento funerario, oppure come segnale di confine fra territori, punti importanti di una strada o distanze chilometriche.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Stele</strong>: lastra oblunga in pietra o marmo, ornata con bassorilievi, decorazioni o iscrizioni, in genere eretta come monumento funerario o commemorativo.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Timpano</strong>: spazio triangolare, posto sopra ad un frontone o ad una lastra, destinato a decorazioni e sculture.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Lunetta</strong>: spazio semicircolare, posto sopra ad una lastra, destinato a decorazioni e basso rilievi.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Fregio</strong>: decorazione posta sopra l’architrave, composta da elementi alternati come metope (lastre rettangolari decorate con sculture a basso rilievo) e triglifi (lastre rettangolari decorate con tre scanalature verticali) oppure come una fascia continua.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Festone</strong>: motivo ornamentale formato da un fascio di fiori e da diversi tipi di frutta applicato all’estremità del monumento.</font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>Acroterio</strong>: decorazione in pietra o terracotta posta all’estremità di edifici e monumenti. </font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><a href="http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/il-cursum-honorum" title="il Cursum Honorum"><strong>Cursum honorum</strong>: vedi la pagina dedicata a questo argomento facendo clic su questo link</a><strong> </strong></font></p><p><font face="arial,helvetica,sans-serif"><strong>CIL</strong>: Il Corpus Inscriptionum Latinarum è la più ampia raccolta dei testi delle iscrizioni latine rinvenute in Italia. Fu realizzata a partire dal 1847 da un’equipe di studiosi guidata da Theodor Mommsen. La collezione è divisa in 17 libri con 13 supplementi (il 18° è in edizione) e riunisce circa 180.000 epigrafi. Il I volumi raccoglie le iscrizioni più antiche; dal II al XIV sono ordinate geograficamente (il territorio aquilano si trova nel IX volume); il XV e XVI; nel XVII sono riportate le pietre miliari. Ogni iscrizione ha un numero di riferimento riportato accanto all’indicazione del volume.</font></p><p><font face="Arial">Maria Rita Copersino</font></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0074_epigrafi-e-iscrizioni-piccolo-dizionario-di-terminologia-tecnica/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Il Cursum Honorum</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0073_il-cursum-honorum/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0073_il-cursum-honorum/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 May 2007 17:13:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Maria Rita Copersino</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[Storia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/il-cursum-honorum</guid> <description><![CDATA[Il Cursus Honorum era la sequenza delle cariche pubbliche tenute dall&#8217;aspirante politico sia nella Repubblica Romana che nei primi anni dell&#8217;Impero romano. Progettato per gli uomini di rango senatoriale, conteneva una miscela di incarichi militari e politici. Ogni ufficio aveva un&#8217;età minima per l&#8217;elezione e c&#8217;erano intervalli minimi fra un incarico e quello successivo, così [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><font face="Arial"><font color="#800000">Il Cursus Honorum era la sequenza delle cariche pubbliche tenute dall&#8217;aspirante politico sia nella Repubblica Romana che nei primi anni dell&#8217;Impero romano. Progettato per gli uomini di rango senatoriale, conteneva una miscela di incarichi militari e politici. Ogni ufficio aveva un&#8217;età minima per l&#8217;elezione e c&#8217;erano intervalli minimi fra un incarico e quello successivo, così come leggi che proibivano di ripetere una carica.</font> </font></p><p><font face="Arial">Il <strong>Questore</strong> doveva avere almeno 30 anni. Responsabile dell’amministrazione finanziaria o come secondo del governatore. A partire dalla tarda repubblica il questore era automaticamente ammesso tra i membri del Senato.</font></p><p><font face="Arial">L’<strong>Edile</strong> doveva avere almeno 36 anni. Aveva responsabilità amministrativa, principalmente di carattere infrastrutturale, e spesso tenevano dei giochi alla fine della carica. Gli edili erano solitamente due patrizi e due plebei. Questo passaggio era facoltativo.</font></p><p><font face="Arial">Il <strong>Pretore</strong> era eletto tra uomini di almeno 39 anni. Aveva responsabilità giudiziarie ma poteva anche comandare una legione e avere l&#8217;incarico di governare, alla fine del mandato, province non assegnate ai consoli.</font></p><p><font face="Arial">La carica di <strong>Console</strong> era la più prestigiosa di tutti e rappresentava il vertice di una carriera riuscita. L&#8217;età minima era 42. I consoli erano responsabili dell&#8217;agenda politica della città, comandavano eserciti di grandi dimensioni e governavano, alla fine del loro mandato, province importanti. Un secondo mandato come console poteva essere tentato solo dopo un intervallo di 10 anni.</font></p><p><font face="Arial">La carica di <strong>Censore</strong> era l&#8217;unica con una durata di 18 mesi anziché di 12 usuali. Il censore veniva eletto ogni cinque anni ed anche se la carica non aveva l&#8217;imperium militare, era considerata un grande onore. Era responsabile dello stato morale della città, iniziava grandi lavori pubblici e, ultimo ma non meno importante, selezionava i membri del Senato e poteva decretarne l&#8217;espulsione.</font></p><p><font face="Arial">La carica di <strong>Tribuno</strong> della plebe era un passo importante nella carriera politica di un plebeo, anche se non faceva parte del cursus honorum.</font></p><p><font face="Arial">Maria Rita Copersino</font></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0073_il-cursum-honorum/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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