<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Gianfranco Spitilli</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/gianfranco-spitilli/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Colledoro, il paese dove si canta</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001997_colledoro-il-paese-dove-si-canta/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001997_colledoro-il-paese-dove-si-canta/#comments</comments> <pubDate>Wed, 21 Jan 2009 18:36:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Gianfranco Spitilli</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura tradizionale]]></category> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[Paesi e borghi]]></category> <category><![CDATA[Castelli]]></category> <category><![CDATA[Colledoro]]></category> <category><![CDATA[Gran Sasso]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category> <category><![CDATA[tradizioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1997</guid> <description><![CDATA[Una ricerca etnomusicologica alle pendici del Gran Sasso. Colledoro è un paese dove si canta e si suona. Durante l’inverno, nelle case, o per le serenate e le feste, in primavera e in estate. Ed è un luogo dove la memoria ha lasciato tracce ancora nitide di antiche canzoni d’amore, stornellate per la mietitura, canti [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una ricerca etnomusicologica alle pendici del Gran Sasso.</p><p>Colledoro è un paese dove si canta e si suona. Durante l’inverno, nelle case, o per le serenate e le feste, in primavera e in estate. Ed è un luogo dove la memoria ha lasciato tracce ancora nitide di antiche canzoni d’amore, stornellate per la mietitura, canti rituali per la Settimana Santa, voci che raccontano in versi le storie del paese, l’arrivo della luce elettrica, gli scambi e le amicizie, gli animali e i boschi vicini. <span id="more-1997"></span></p><p>Questa naturale propensione musicale ha dato vita ad un originale progetto di ricerca, interamente finanziato e promosso dalla comunità e dal locale Circolo Ricreativo, che hanno sentito insieme la necessità di dedicare al paese e al suo patrimonio “sonoro” un approfondito lavoro di riflessione rivolto alle vecchie generazioni, nel tentativo di ricostruire un repertorio di conoscenze ancora vivo ma relegato nella memoria individuale e nell’ambito strettamente domestico. Da questo incontro tra presente e passato nasce il disco intitolato “Colledoro. Discendenze di canti e sonate”: un lavoro fortemente condiviso tra i ricercatori e i membri della comunità.</p><p>Colledoro è un piccolo paese a 550 metri di altitudine nel territorio del comune di Castelli (Teramo), e conta oggi circa 120 abitanti, intrecciati gli uni agli altri tramite i rapporti di parentela. Chi suona e canta si trasmette i saperi musicali in famiglia, di padre in figlio, ed è presso i diversi nuclei familiari che la ricerca è stata condotta; dalla fine dell’inverno e per tutto il periodo primaverile gli incontri si sono intensificati e la memoria rapidamente riattivata.</p><p>Alcuni dei canti documentati non venivano eseguiti da più di quarant’anni: accompagnavano il lavoro nei campi ed erano strumenti di comunicazione, di tensione e distensione delle relazioni sociali. Si cantava per alleviare la fatica e corteggiare, da un campo all’altro, o per trasmettersi informazioni sugli appuntamenti serali e indicare i luoghi delle feste e dei balli sull’aia. La necessità di coprire grandi distanze formava voci potenti e penetranti, che non si sono perse con il tempo.<br /> La realtà musicale di Colledoro presenta numerosi elementi di interesse: le voci “all’antica” di Angelo De Dominicis (‘Ngiulinë) e Domenica Russi, la grande qualità esecutiva e l’inesauribile repertorio di Giovanni Cotogno (Barraccone), vero maestro del ddu bbottë; le vecchie sonate di Pietro Russi (Pierino), la versatilità e l’impeto creativo delle nuove generazioni, l’abilità artigianale di Giovanni Frattaroli, costruttore di rubbeconi (tamburi a frizione) e crolle.</p><p>La rotazione periodica dei luoghi in cui si sono svolte le registrazioni ha interessato località significative del tessuto abitativo locale, toccando quelle stesse contrade – in passato densamente popolate – dove si svolgevano le feste e si suonava.</p><p>Questa distribuzione spaziale della musica, che contrassegnava la vita di allora e che si è parzialmente attuata per la realizzazione del disco, ha riproposto una forma di scambio fra le località e i nuclei familiari distintiva delle dinamiche sociali del luogo; offrire la propria casa per incontrarsi ed effettuare le registrazioni è diventato nel corso dei mesi una sorta di rituale, e ciascuna serata un evento concluso da una medesima forma ritualizzata di saluto: “quando ci rivediamo?”, “la prossima volta si fa a casa mia!”.</p><p>Il percorso compiuto assieme alla comunità di Colledoro ha avuto la funzione di restituire un valore alla discendenza, agli insegnamenti e alle conoscenze che vengono dagli anziani, alla loro particolare espressività; di avere dunque contribuito a riattivare un legame tra vecchie e nuove generazioni e a rendere possibile l’incontro con un livello più arcaico della propria identità musicale.</p><p>Ci sono voci che vengono da lontano, depositi viventi di una memoria stratificata nei secoli: quelle di Angelo De Dominicis e Domenica Russi sono l’espressione più autentica di un’intera cultura musicale, del suo carattere distintivo, della sua sorprendente complessità. [ABC, 35, III/2007]</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001997_colledoro-il-paese-dove-si-canta/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>La processione del Venerdì Santo a Villa Petto</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001995_la-processione-del-venerdi-santo-a-villa-petto/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001995_la-processione-del-venerdi-santo-a-villa-petto/#comments</comments> <pubDate>Wed, 21 Jan 2009 13:15:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Gianfranco Spitilli</dc:creator> <category><![CDATA[Cultura tradizionale]]></category> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[Luoghi della Fede]]></category> <category><![CDATA[Paesi e borghi]]></category> <category><![CDATA[Colledara]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category> <category><![CDATA[tradizioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1995</guid> <description><![CDATA[Un’équipe di ricercatori osserva dal 2005 il rituale teramano: un progetto di antropologia visuale per la realizzazione di un documentario etnografico, una raccolta audio, e un testo di ricerca con materiali fotografici. E per la creazione di un Archivio della Processione nei locali della chiesa di Santa Lucia, a disposizione della comunità. A Villa Petto, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un’équipe di ricercatori osserva dal 2005 il rituale teramano: un progetto di antropologia visuale per la realizzazione di un documentario etnografico, una raccolta audio, e un testo di ricerca con materiali fotografici. E per la creazione di un Archivio della Processione nei locali della chiesa di Santa Lucia, a disposizione della comunità. <span id="more-1995"></span></p><p>A Villa Petto, nel territorio del Comune di Colledara (Teramo), si svolge ancora oggi un singolare rito processionale del Cristo Morto, nel quale la componente musicale riveste un’importanza determinante. Pur in una realtà che ha subito nel corso degli anni una forte disgregazione sociale e demografica, dovuta all’emigrazione e alla perdita del contesto socio-economico tradizionale, la pratica del canto ha mantenuto a Villa Petto i suoi contenuti essenziali, legati all’abilità del cantare, all’addestramento delle voci fin da giovane età, alla sentita partecipazione al canto.</p><p>Le giovani donne del paese, vestite con abiti tradizionali, interpretano i vari ruoli delle donne coinvolte nella Passione di Cristo e le figure simboliche che intervengono nell’articolazione rituale, eseguendo a turno e a voce sola le parti del canto; nella fase detta del “Calvario” il canto diventa polifonico.</p><p>Il Calvario costituisce, dal punto di vista sonoro, uno dei momenti più significativi della processione, e con la stessa attenzione ed aspettativa è vissuto dai partecipanti al canto e dai membri della comunità che assistono alla rappresentazione; è l’unico canto polifonico, formato da un alto, che apre da solista, e due bassi disposti ad un intervallo di quinta, per terminare all’unisono in corrispondenza dell’ultimo verso.</p><p>La processione è aperta dalla banda ed è disposta nel seguente ordine, che non corrisponde però alla successione delle esecuzioni dei canti, strutturata al contrario in una sequenza che procede, il linea di massima, dalla coda verso la testa della processione:</p><p>- crocifisso grande<br /> - croci piccole<br /> - Maddalena con croce e cuscino<br /> - 3 Giunte<br /> - Calvario (3 figure)<br /> - 3/5/7 Piangenti<br /> - 5 Piaghe<br /> - Baldacchino del Cristo Morto<br /> - Veronica con sudario<br /> - 7 Spade<br /> - Madonna<br /> - Statua della Madonna Addolorata<br /> - Fedeli</p><p>Nelle settimane che precedono la processione del Venerdì Santo, a partire dalla prima domenica di Quaresima, la piccola chiesa locale accoglie i preparativi del rito. È una pratica al femminile, poiché solo le donne vi partecipano, anche se in passato gli uomini aprivano la processione con un canto che è ancora ricordato per il suo peso sonoro e per la drammaticità che conferiva al rituale.</p><p>Si provano le voci e si definiscono i ruoli in base alle caratteristiche vocali e all’interpretazione richiesta per ciascuna figura della processione. Anche se la competizione per i ruoli è attenuata rispetto al passato, quando la selezione sfociava spesso in aperta rivalità, permane inalterata la gerarchia delle figure e l’orgoglio di essere scelte per interpretare quelle ritenute più importanti, per il peso scenico che hanno nella rappresentazione sacra e per la particolare abilità richiesta nell’esecuzione.</p><p>Le prove coinvolgono donne comprese in un’ampia fascia d’età (dai 5 ai 30 anni circa), e costituiscono, insieme alla trasmissione diretta nell’ambito familiare, la forma principale di apprendimento dei repertori e delle tecniche del canto. Il codice rituale prescrive che alla processione prendano parte solo ragazze non sposate: questa norma ha permesso la trasmissione del sapere legato al canto e alle tecniche proprie della cultura musicale legata all’oralità, anche se in anni recenti la regola è stata occasionalmente interrotta a causa della crescente difficoltà a reperire persone in grado di interpretare i ruoli più complessi e importanti.</p><p>Il paese di Villa Petto rappresenta, in tal senso, anche una forma paradossale di contraddizione acustica: alla devastazione del paesaggio sonoro e ambientale prodotta dall’attraversamento dell’autostrada Teramo-Roma corrisponde, al contrario, una inusuale familiarità con la dimensione sonora e con la pratica del canto e dell’ascolto: è una sensibilità che continua a tramandarsi alle giovani generazioni e che si definisce, nell’ambito della processione, come espressione di una specifica ritualità del cantare.</p><p>Documentare un rituale pasquale è per sua natura complesso, poiché è possibile osservarlo solo una volta l’anno. Un evento così fortemente contrassegnato dalla dimensione sonora e scenica necessita, per essere colto nei suoi elementi essenziali, di una adeguata documentazione audiovisiva: l’équipe di ricerca, costituita nel 2005 e composta da un antropologo-etnomusicologo (Gianfranco Spitilli), un fotografo (Gianni Chiarini) e un regista documentarista (Stefano Saverioni) ha già realizzato un ampio repertorio di immagini, accompagnate da un’accurata scansione sonora del rituale (10 ore di materiale video, 10 di audio, oltre 500 immagini fotografiche); dalle prove nel mese che precede la Pasqua, più intime e private, alla rappresentazione pubblica della processione, lo sguardo e l’orecchio dei ricercatori mira a restituire la complessità della figura femminile nel contesto della processione.</p><p>A Villa Petto l’osservanza di regole attuate da specialisti e tramite il controllo esercitato dall’intera comunità consente alle giovani donne, durante tutto il percorso di crescita, di edificare una propria traiettoria di definizione della femminilità, riconosciuta dalla società di appartenenza, presa in carico in giovane età e condotta sino alla soglia del matrimonio. Questa sorta di lungo rito di passaggio, che attraversa tutte le fasi di trasformazione della bambina in donna adulta, avviene attraverso la partecipazione alla processione e si attua per mezzo di una pratica rituale che ha per oggetto il canto e l’educazione della voce, intesa quale mezzo esemplare di verifica della maturazione in atto e del grado di controllo e consapevolezza raggiunto nella percezione e nell’espressione pubblica della propria femminilità.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001995_la-processione-del-venerdi-santo-a-villa-petto/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Ginevra Bartolomei detta “la Gina”, poetessa della montagna</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001991_ginevra-bartolomei-detta-%e2%80%9cla-gina%e2%80%9d-poetessa-della-montagna/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001991_ginevra-bartolomei-detta-%e2%80%9cla-gina%e2%80%9d-poetessa-della-montagna/#comments</comments> <pubDate>Wed, 21 Jan 2009 11:57:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Gianfranco Spitilli</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Pietracamela]]></category> <category><![CDATA[poesia]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1991</guid> <description><![CDATA[Il ricordo di una grande memoria della montagna teramana, di una personalità eccezionale ed originale che ha attraversato quasi un secolo di storia. “Tutti mi dicono che sono mezza matta, per dir la verità sono matta in tutto. Dei miei nipoti Graziano è il primo gli consegno questo quaderno con tante poesie. E chiunque le [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il ricordo di una grande memoria della montagna teramana, di una personalità eccezionale ed originale che ha attraversato quasi un secolo di storia.</p><p>“Tutti mi dicono che sono mezza matta,<br /> per dir la verità sono matta in tutto.<br /> Dei miei nipoti Graziano è il primo<br /> gli consegno questo quaderno con tante poesie.</p><p>E chiunque le leggerà<br /> o mio caro Buon Gesù<br /> si ricorderà di me<br /> quando non ci sarò più”.</p><p>Ginevra Bartolomei, conosciuta da tutti come “la Gina”, era nata il 14 febbraio del 1909 a Pietracamela, sotto il Gran Sasso d’Italia e i Prati di Tivo. Partita per il Canada con il marito e i figli nel marzo del 1957 da Napoli con il bastimento “La Vulcania”, visse a Toronto fino al 1962, lavorando nelle grandi aziende agricole e nei caseifici canadesi.</p><p>Tra un lavoro e l’altro, quando aveva tempo per riflettere, iniziò a comporre versi; racconta il figlio Giovanni: “Mamma ha cominciato a fare le poesie quando stava in Canadà. Perché là come si dice c’aveva tempo, un po’ di tempo nemmeno ha lavorato perché…prima di trovà la seconda occupazione… e allora là ha cominciato a pensare. Tutto a memoria&#8230;tutto a memoria, bastava gli dicessi  «O Gì, dimme sta canzonattë» e lei cominciava, pure fino all’ultimo tempo, qua, si”.</p><p>Tornata in Italia con il marito nel 1962, Ginevra riprese i lavori consueti: coltivare, raccogliere il grano, il fieno, la legna, portarli a casa lungo i sentieri della montagna, per decine di chilometri, con i pesi sulla testa. Le donne di allora erano abituate, e salivano a piedi fino ai Prati di Tivo più di una volta al giorno, per caricare e riportare il necessario in paese. Ginevra Bartolomei raccontava spesso di aver partecipato, nel 1935, alla costruzione della strada statale 80, portando sulla testa carichi di sassi, cemento e travi d’acciaio, percorrendo ogni giorno a piedi la strada che dal paese conduceva al fondovalle, e la sera, per il ritorno a casa.</p><p>Grazie al suggerimento del nipote Graziano Ginevra iniziò a trascrivere le sue poesie su carta, su quaderni che oggi sono la testimonianza del suo spirito creativo, di osservazione, della sua ironia semplice e penetrante. Lo sguardo della “Gina” ha attraversato un lungo secolo e ha visto la vita di un tempo, dei primi del ‘900, con i suoi ritmi e la sua vita sociale, il lavoro dei pastori le processioni e i rituali della montagna; così come ha osservato quello che è avvenuto dopo: la guerra e lo spopolamento, le modificazioni del Secondo Dopoguerra, l’emigrazione e il ritorno dal Canada, la solitudine della montagna e il suo abbandono, il legame mai definitivamente reciso con la cultura pastorale del passato. Ginevra ha osservato intere generazioni, ha fissato nella memoria la vita di tanti pretaroli, trascrivendo strofe sui quaderni o improvvisando rime, tutte con dei riferimenti precisi alle persone del suo paese, ai luoghi a lei cari, ai sentimenti che provava verso il luogo d’origine, al suo paesaggio e ai suoni che lo caratterizzavano.</p><p>Ginevra cantava gli stornelli in dialetto, componeva canzoni alla Madonna del Gran Sasso, e la sua voce e la sua immagine sono state più volte registrate: da Don Nicola Jobbi, dai nipoti e dai parenti, da Mara Di Giammatteo e Fabrizio Chiodetti, da Davide Pirri, da Gianfranco Di Giacomantonio, entrando a far parte di dischi, documenti fotografici, film e documentari. Ma più forte ancora è la memoria di chi l’ha conosciuta e ascoltata dal vivo.</p><p>Negli ultimi anni passava le sue giornate davanti casa, su una sedia a guardare la montagna. Oppure scriveva poesie su un quaderno. La ricordo seduta d’estate, col suo “fazzolo” e il vestito blu, sotto la capanna degli attrezzi, nel suo giardino; ricordo la sua voce che cantava nell’antico dialetto pretarolo, e le rime che improvvisava sulle cose che accadevano in quei momenti.</p><p>Ginevra Bartolomei in Mirichigni è morta il 22 febbraio del 2007, nella sua casa di Pietracamela.  Il 21 febbraio Don Filippo Lanci, parroco del paese e suo amico da molti anni, le era vicino; mi trasmise questo breve messaggio: “Gina è in agonia e la montagna da stamattina è coperta di nebbia, perché sempre ci si vela il volto quando muore un poeta”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001991_ginevra-bartolomei-detta-%e2%80%9cla-gina%e2%80%9d-poetessa-della-montagna/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Luoghi reali, luoghi immaginari</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/00721_luoghi-reali-luoghi-immaginari/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/00721_luoghi-reali-luoghi-immaginari/#comments</comments> <pubDate>Sun, 16 Dec 2007 17:45:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Gianfranco Spitilli</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Cultura tradizionale]]></category> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[ricerca]]></category> <category><![CDATA[tradizioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/luoghi-reali-luoghi-immaginari</guid> <description><![CDATA[Storia e memoria in un&#8217;area dei Monti della Laga. La tradizione orale plasma il paesaggio con i racconti e le leggende: essa è il vissuto del rapporto mai finito tra il presente e il passato. «A Nord est di Poggio Rattieri esisteva l’antica città di Fano, anticamente Beretra, sita in un altipiano a 700-800 metri [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="left"><font size="3"></font><font size="2">Storia e memoria in un&#8217;area dei Monti della Laga</font>. La tradizione orale plasma il paesaggio con i racconti e le leggende: essa è il vissuto del rapporto mai finito tra il presente e il passato.</p><p align="justify">«A Nord est di Poggio Rattieri esisteva l’antica città di Fano, anticamente Beretra, sita in un altipiano a 700-800 metri dal livello del mare. Il viandante che da Teramo va a Rocca S. Maria o a Valle Castellana non può non fermarsi a contemplare un piano ben lungo e competentemente largo, circondato e come difeso dal banco di pietra, su cui è elevato, e tutto sparso di edifizii adeguati al suolo, ch’egli incontra a sinistra e non esclamare: qui fu una vera città. […] Vuole la tradizione che in una guerra Fano fosse distrutta e fossero i suoi abitanti passati a filo di spada; ed i superstiti parte si rifuggiarono nei paesi limitrofi Ginepri, Poggio Rattieri, S. Stefano, specialmente fondarono Borgonovo».</p><p align="justify">Così il parroco di Poggio Rattieri Angelantonio De Dominicis, riprendendo quanto scrisse l’erudito e storico teramano Niccola Palma, raccontava nel 1918 le vicende relative ai luoghi di un’area della Laga, in una memoria manoscritta dal titolo “Cenno storico della Parrocchia di S. Nicola di Poggio Rattieri”. Nel corso del tempo sono state rinvenute anche alcune monete e frammenti di terracotte «[…] monete coniate con l’effigie dell’Imperatore Traiano […] furono ritrovate poco prima del 1860 da due pastorelle» ma mai nessuna testimonianza che attestasse l’esistenza di una città.</p><p align="justify">Il territorio è quello del comune di Torricella Sicura e le leggende riferite trovarono successivamente parziale conferma nei rilevamenti archeologici compiuti negli anni ’70: fu individuato un grande basamento con caratteristiche che indussero a interpretarlo come un edificio cultuale. Ancora oggi la storia viene raccontata dai vecchi del luogo attraverso l’oralità che si tramanda da generazioni: «Su ‘Mbanë së dice che ci sta na vochë che ci sta li soldi, e che së sfondë che na petecatë dë caprë, quannë passë sta caprë së sfonnë» («Su a Monte Fano si dice che c’è una buca con i soldi, che si sfonda con una pedata di capra, quando passa la capra si sfonda»). Altri anziani raccontano che a <em>‘Mbanë</em> «c’era una gallina coi pulcini <em>appresso</em>, in oro, era interrata sotto terra; dicevano che oggi, domani, beato a chi indovina, toglie sta terra qua e ci’ha quella fortuna che ritrova questa gallina con i pulcini d’oro».</p><p align="justify">Il proliferare di leggende relative ai luoghi è naturalmente connesso, in questa parte dei Monti della Laga, alla conformazione del paesaggio, spesso aspro e brullo – soprattutto d’inverno &#8211; e non privo di caratteri singolari e misteriosi; la presenza di oggetti o manufatti appartenenti ad un lontano passato, contribuisce ad amplificare la particolarità naturale dei luoghi e ad offrire numerosi spunti per l’elaborazione di storie sui “mitici” abitanti e costruttori che in un tempo imprecisato popolavano queste zone, secondo il modello delle leggende relative al cosiddetto <em>ciclo palatino</em>.</p><p align="justify">Il presupposto storico delle leggende sui paladini è nella dominazione franca che si stabilì in Abruzzo dall’801, invadendo territori fino ad allora sottoposti al dominio longobardo. La forte impressione legata a queste vicende ha determinato, nell’ambito della trasmissione orale, la sovrapposizione ai fatti storici di elementi immaginari ispirati dalle vicende epiche del ciclo cavalleresco e da spunti leggendari e mitici di varia provenienza, che nel corso dei secoli hanno trasformato ed arricchito il nucleo originario nei contenuti e nelle forme. I temi più ricorrenti sono l’identificazione degli antichi abitanti con un popolo di giganti (Cisterna, Magliano), la proliferazione di storie sulla presenza di tesori nascosti (Cisterna, Monte Fano), di passaggi sotterranei (Cisterna), la memoria di battaglie (Monte Fano, Magliano, Scorzoni, Ginepri) o di eventi misteriosi (Cisterna, Scorzoni), il riferimento a fenomeni cosmici (il diluvio universale prima del quale sarebbe esistita la città di Fano), peraltro riscontrabili, in forme e contenuti analoghi, in tutto il territorio Abruzzese montano e pedemontano.</p><p align="justify">Tra Abetemozzo e il vicino paese di Ginepri si erge un’aspra altura dalla forma conica chiamata <em>Cisterna</em> (902 metri s. l. m.); secondo la tradizione orale la cima dell’altura è cava e contiene una camera, nella quale furono nascoste armi del tempo del brigantaggio (nei pressi di Ginepri c’è un luogo chiamato <em>Campo</em> <em>di</em> <em>morti</em>, legato ai racconti delle sanguinose battaglie avvenute tra i briganti e le forze piemontesi). Ulteriori leggende relative alla <em>Cisterna </em>- alimentate da alcuni ritrovamenti casuali dei contadini del luogo di piccoli reperti in terracotta e resti di ossa umane di grandi dimensioni &#8211; parlano di una galleria di collegamento con San Giorgio a sud e Civitella del Tronto a nord e di tesori custoditi all’interno della montagna.</p><p align="justify">L’identificazione degli antichi abitanti con un popolo di giganti trova fertile spunto nella presenza, nei pressi della frazione di Magliano, della cosiddetta <em>Muraglia dei Saracini</em>, costruzione megalitica affine alla <em>Muraglia dei Paladini</em> di Colle del Vento nel comune di Crognaleto. Entrambe le fortificazioni, di epoca preromana, sembrano risalire ad un periodo compreso tra il VI e il IV secolo a. C., analogamente alle cinte fortificate d’altura dell’area centrale adriatica. Quella di Colle del Vento, in uno stato migliore di conservazione e oggetto di studi recenti ad opera degli archeologi Luisa Franchi Dell’Orto e Andrea R. Staffa, misura allo stato attuale 28 metri di lunghezza per un’altezza di oltre 3 metri, con blocchi di dimensioni medie che oscillano tra i 60 e i 120 centimetri di lunghezza ed ha una struttura simile, nel suo complesso, a quella della muraglia di Magliano. L’analogia tra i due insediamenti è confermata dalla similutidine morfologica dell’area di edificazione, per entrambi i casi prossima alle sottostanti valli fluviali lungo le quali si articolavano i percorsi montani e le risorse economiche del territorio circostante, del quale le fortificazioni erano poste a protezione. Per la particolare imponenza e singolarità delle strutture le popolazioni locali hanno elaborato, nel corso dei secoli, leggende e racconti relativi alle “mitiche” origini dei costruttori. Giammario Sgattoni, autore di alcuni rilevamenti sul campo tra la fine degli anni ’60 e i primi anni 70’, racconta: «[…] torneremo alle muraglie ciclopiche di Colle del Vento presso Piano Vomano, la “muraglia dei Paladini”, e all’altro grandioso muro di terrazzamento sotto l’ormai diruta chiesetta di San Lorenzo presso Magliano di Torricella Sicura, che strapiomba sull’alta valle del Vezzola: anche per approfondire un argomento che ci entusiasmò, nei primi nostri sopralluoghi: Dicevano infatti gli indigeni, vecchi ed anziani da noi intervistati, che la “muraglia dei Paladini” non fu finita, i costruttori furono tutti uccisi mentre la stavano erigendo; e la “muraglia dei Saracini” invece, […] non riuscì a difendere le popolazioni che s’erano arroccate dietro di essa, che l’avevano edificata: nonostante fossero uomini giganteschi, che si nutrivano ciascuno d’un intero coscio di bue, furono ad un certo momento tutti sterminati, il loro “castello” raso al suolo da “formiche” e “formiconi”».</p><p align="justify">Anche in località Scorzoni, lungo la direttrice che da Torricella Sicura conduce a Poggio Valle e all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il rudere di un edificio è il fondamento concreto sul quale si innestano i racconti e le leggende della tradizione orale.</p><p align="justify">Osservandolo dall’alto il luogo presenta una particolare costruzione in pietra diroccata che assomiglia alla sagoma di una torre. Le notizie storiche confermano la presenza di un importante monastero benedettino femminile, S. Giovanni a Scorzone, fondato agli inizi del XII secolo. Il monastero rivestiva un significativo ruolo socio-economico, come si può dedurre dalla ricchezza dei beni posseduti elencati nell’atto di fondazione «[…] terre, vigne, frutti, alberi, saliceti, canneti, campi, boschi e acque, con diritti di costruire un mulino sul fiume Vezzola e di fare opere di canalizzazione». In riferimento alle opere di canalizzazione esistono alcune storie popolari che raccontano dell’esistenza di condutture che dal castello sopra la montagna facevano arrivare l’acqua e il latte fino al monastero. Alcuni scavi occasionali hanno riportato alla luce una parte della conduttura in ceramica che pare confermare questa ipotesi.</p><p align="justify">«In un privilegio di Innocenzo II del 1208 il monastero risultava dipendente da Montecassino ed ancora nel XV secolo la sua badessa era signora di un dominio ricco e potente, con numerose chiese dipendenti e beni sparsi sull’intera montagna teramana». Fu chiuso verso la metà del XVI secolo per le accuse di condotta immorale imputate alle suore o, come alcuni studiosi affermano, per l’eccessiva autonomia di cui godeva grazie ai rapporti sociali consolidati e ai ricchi possedimenti. Anche su questa vicenda la memoria popolare ha costruito la propria versione: «la fortezza stava sopra la rocca di Ioanella, sopra al monte, su, che c’era un castello si dice..che c’erano due tubi, uno portava l’acqua e uno portava il latte, almeno questo si racconta…si dice che la badessa aveva partorito un serpente, che poi il serpente era andato a Ioanella; ci sta una leggenda insomma…a Magnanella mangiò, a Battaglia che si battè, a Civitella lo hanno ammazzato».</p><p>Queste leggende contribuiscono a definire il quadro di uno specifico immaginario popolare legato ai luoghi, evidenziando una costruzione della realtà che pone in contrapposizione il luogo abitato, sicuro e chiaramente definito, con l’ambiente circostante dove particolari siti acquisiscono connotati misteriosi, mitici, come proiezione di paure recondite ma anche di speranze di un possibile riscatto sociale ed economico. Le narrazioni plasmano il paesaggio, caricandolo di valenze simboliche: esse sono funzionali a chi vive e ha vissuto la montagna quotidianamente, anche nei suoi aspetti più duri; costituiscono una fondamentale trama attraverso la quale i luoghi si caricano di significato, in una continua plasmazione che è memoria del passato ma anche sua costante ridefinizione nel presente.</p><p>Gianfranco Spitilli</p><p align="justify">&nbsp;</p><p align="justify">&nbsp;</p><p align="left">&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/00721_luoghi-reali-luoghi-immaginari/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Discendenze di canti e sonate</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/00720_discendenze-di-canti-e-sonate/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/00720_discendenze-di-canti-e-sonate/#comments</comments> <pubDate>Sun, 16 Dec 2007 17:39:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Gianfranco Spitilli</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Cultura tradizionale]]></category> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[Paesi e borghi]]></category> <category><![CDATA[ricerca]]></category> <category><![CDATA[tradizioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/discendenze-di-canti-e-sonate</guid> <description><![CDATA[ Una ricerca etnomusicologica alle pendici del Gran Sasso. Colledoro è un paese dove si canta e si suona. Durante l’inverno, nelle case, o per le serenate e le feste, in primavera e in estate. Ed è un luogo dove la memoria ha lasciato tracce ancora nitide di antiche canzoni d’amore, stornellate per la mietitura, canti [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p> Una ricerca etnomusicologica alle pendici del Gran Sasso.</p><p>Colledoro è un paese dove si canta e si suona. Durante l’inverno, nelle case, o per le serenate e le feste, in primavera e in estate. Ed è un luogo dove la memoria ha lasciato tracce ancora nitide di antiche canzoni d’amore, stornellate per la mietitura, canti rituali per la Settimana Santa, voci che raccontano in versi le storie del paese, l’arrivo della luce elettrica, gli scambi e le amicizie, gli animali e i boschi vicini.</p><p>Questa naturale propensione musicale ha dato vita ad un originale progetto di ricerca, interamente finanziato e promosso dalla comunità e dal locale Circolo Ricreativo, che hanno sentito insieme la necessità di dedicare al paese e al suo patrimonio “sonoro” un approfondito lavoro di riflessione rivolto alle vecchie generazioni, nel tentativo di ricostruire un repertorio di conoscenze ancora vivo ma relegato nella memoria individuale e nell’ambito strettamente domestico. Da questo incontro tra presente e passato nasce il disco intitolato “Colledoro. Discendenze di canti e sonate”: un lavoro fortemente condiviso tra i ricercatori e i membri della comunità.</p><p>Colledoro è un piccolo paese a 550 metri di altitudine nel territorio del comune di Castelli (TE), e conta oggi circa 120 abitanti, intrecciati gli uni agli altri tramite i rapporti di parentela. Chi suona e canta si trasmette i saperi musicali in famiglia, di padre in figlio, ed è presso i diversi nuclei familiari che la ricerca è stata condotta; dalla fine dell’inverno e per tutto il periodo primaverile gli incontri si sono intensificati e la memoria rapidamente riattivata.</p><p>Alcuni dei canti documentati non venivano eseguiti da più di quarant’anni: accompagnavano il lavoro nei campi ed erano strumenti di comunicazione, di tensione e distensione delle relazioni sociali. Si cantava per alleviare la fatica e corteggiare, da un campo all’altro, o per trasmettersi informazioni sugli appuntamenti serali e indicare i luoghi delle feste e dei balli sull’aia. La necessità di coprire grandi distanze formava voci potenti e penetranti, che non si sono perse con il tempo.</p><p>La realtà musicale di Colledoro presenta numerosi elementi di interesse: le voci “all’antica” di Angelo De Dominicis (‘Ngiulinë) e Domenica Russi, la grande qualità esecutiva e l’inesauribile repertorio di Giovanni Cotogno (Barraccone), vero maestro del ddu bbottë; le vecchie sonate di Pietro Russi (Pierino), la versatilità e l’impeto creativo delle nuove generazioni, l’abilità artigianale di Giovanni Frattaroli, costruttore di rubbeconi (tamburi a frizione) e crolle.</p><p>La rotazione periodica dei luoghi in cui si sono svolte le registrazioni ha interessato località significative del tessuto abitativo locale, toccando quelle stesse contrade – in passato densamente popolate – dove si svolgevano le feste e si suonava. Questa distribuzione spaziale della musica, che contrassegnava la vita di allora e che si è parzialmente attuata per la realizzazione del disco, ha riproposto una forma di scambio fra le località e i nuclei familiari distintiva delle dinamiche sociali del luogo; offrire la propria casa per incontrarsi ed effettuare le registrazioni è diventato nel corso dei mesi una sorta di rituale, e ciascuna serata un evento concluso da una medesima forma ritualizzata di saluto: “quando ci rivediamo?”, “la prossima volta si fa a casa mia!”.</p><p>Il percorso compiuto assieme alla comunità di Colledoro ha avuto la funzione di restituire un valore alla discendenza, agli insegnamenti e alle conoscenze che vengono dagli anziani, alla loro particolare espressività; di avere dunque contribuito a riattivare un legame tra vecchie e nuove generazioni e a rendere possibile l’incontro con un livello più arcaico della propria identità musicale.</p><p>Ci sono voci che vengono da lontano, depositi viventi di una memoria stratificata nei secoli: quelle di Angelo De Dominicis e Domenica Russi sono l’espressione più autentica di un’intera cultura musicale, del suo carattere distintivo, della sua sorprendente complessità.</p><p><em>Marco Magistrali e Gianfranco Spitilli</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/00720_discendenze-di-canti-e-sonate/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;archivio della memoria</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/00719_larchivio-della-memoria/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/00719_larchivio-della-memoria/#comments</comments> <pubDate>Sun, 16 Dec 2007 17:36:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Gianfranco Spitilli</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Cultura tradizionale]]></category> <category><![CDATA[Culturalia]]></category> <category><![CDATA[Spazi per la cultura]]></category> <category><![CDATA[ricerca]]></category> <category><![CDATA[tradizioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/larchivio-della-memoria</guid> <description><![CDATA[Nasce alle pendici del Gran Sasso il “Centro di Documentazione e Studi sulla vita e la cultura della Montagna Teramana”. L’importanza dell’elaborazione locale di immagini &#8211; scrive Francesco Faeta, uno tra i più autoreveli studiosi italiani di antropologia visiva &#8211; colloca la fotografia “al centro di processi assai complessi di costruzione sociale e di plasmazione [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><font face="Times New Roman, serif">Nasce alle pendici del Gran Sasso il “Centro di Documentazione e Studi sulla vita e la cultura della Montagna Teramana<em>”.</em></font></p><p><font face="Times New Roman, serif">L’importanza dell’elaborazione locale di immagini &#8211; scrive Francesco Faeta, uno tra i più autoreveli studiosi italiani di antropologia visiva &#8211; colloca la fotografia “al centro di processi assai complessi di costruzione sociale e di plasmazione culturale”. I repertori fotografici autoprodotti all’interno di una comunità sono un oggetto efficacissimo per la comprensione di ciò che una determinata cultura ritiene importante, socialmente significativo, pubblicamente esponibile; utili per definire quali siano le modalità particolari di questa presentazione del sé &#8211; che equivale anche ad una sua costruzione e strutturazione -, quali le forme di oggettivazione, di rappresentazione della propria immagine.</font></p><p><font face="Times New Roman, serif">Una raccolta fotografica di notevole valenza storico-antropologica per la preservazione della memoria locale ha trovato ospitalità presso i rinnovati locali della Parrocchia di Intermesoli, un piccolo paese di montagna nel territorio del Comune di Pietracamela, in provincia di Teramo. Nato dall’interessamento diretto della stessa comunità di Intermesoli su iniziativa di Domenico e Davide Recchiuti, l’Archivio conta attualmente circa 200 fotografie, raccolte presso le famiglie, numerate e schedate con alcuni riferimenti essenziali sul contenuto delle immagini. Questa prima documentazione spontanea, oltre a costituire la base di un primo fondo fotografico, ha permesso l’individuazione di un considerevole patrimonio visuale custodito dalla comunità presso le abitazioni, in qualche caso vere e proprie raccolte private che attraversano buona parte del secolo scorso, identificando un importante “Archivio della memoria<em>”</em> legato alla vita quotidiana, alle celebrazioni rituali, alle attività artigianali, alla vita pastorale di Intermesoli e dell’intera vallata circostante.</font></p><p><font face="Times New Roman, serif">Le fotografie custodite ad Intermesoli sono, proprio secondo il senso indicato da Francesco Faeta, un mezzo privilegiato di indagine: dalle immagini è possibile desumere informazioni preziose sulla storia individuale e della comunità, identificare scenari e persone che in quel determinato luogo hanno vissuto, costruendo in esso reti di relazioni, attività, famiglie; ciascuna foto costituisce un vero e proprio racconto, per i suoi aspetti formali e per i contenuti, ed è in grado di restituire a chi la osserva un vasto complesso di dati concernenti lo svolgimento dei riti e delle feste, la gestualità, l’abbigliamento, gli ornamenti, gli strumenti e le tecniche del lavoro, le dinamiche e la struttura dei rapporti sociali, la composizione dei gruppi familiari. Particolarmente suggestive sono le rappresentazioni delle processioni principali del paese, dedicate a San Rocco e alla Vergine Assunta, quelle relative alle attività dei pastori, alla vita della montagna, alle famiglie di emigranti che dall’estero inviavano ai parenti i propri ritratti, come se l’immagine potesse, in qualche maniera, reiterare il legame affettivo e forse prefigurare un ritorno verso la terra d’origine. </font></p><p><font face="Times New Roman, serif">Nel corso del 2006 è stato inoltre istituito un<em> “</em>Centro di Documentazione e Studi sulla vita e la cultura della Montagna Teramana<em>”,</em> al fine di studiare le fotografie e renderle disponibili alla pubblica consultazione. Il <em>Centro</em> costituisce una sezione specifica dell’Archivio Parrocchiale, diretto dal parroco Filippo Lanci e articolato in una sezione cartacea &#8211; dove confluiscono i documenti sulla storia della montagna -, una biblioteca specialistica ed una sezione dedicata ai tessuti e agli abiti tradizionali, oggetto di una specifica ricerca sul costume ad opera dello stesso parroco di Intermesoli e dell’antropologa Adriana Gandolfi. L’idea che anima il lavoro sul materiale fotografico è quella di costruire racconti a partire dalle immagini insieme ai proprietari delle foto stesse o di chi, sollecitato in tale direzione, possa fornire informazioni sul contenuto delle scene rappresentate; scopo ulteriore è quello di stimolare dunque il ricordo e la ricostituzione di quei legami che appartengono spesso, e inesorabilmente, alla memoria individuale, trasformandola in un patrimonio di memoria socialmente condivisa. Le testimonianze orali costituiranno una specifica sezione audio, complementare a quella visiva, ed entrambe saranno organizzate in apposite schede, digitalizzate e messe a disposizione nell’Archivio in una postazione informatica. Tutto il materiale raccolto confluirà inoltre nella pubblicazione di un catalogo e nell’allestimento di una mostra fotografica multimediale: le immagini e i racconti, in un unico percorso narrativo, guideranno all’osservazione e all’ascolto di quella straordinaria complessità culturale che l’universo contadino e pastorale del Gran Sasso ha espresso nel corso della sua storia.</font></p><p><font face="Times New Roman, serif">Gianfranco Spitilli</font></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/00719_larchivio-della-memoria/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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