<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Benito Mascitti</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/benito-mascitti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Pescara Jazz 2010 oltre i 40 anni di storia</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0014085_pescara-jazz-2010-oltre-i-40-anni-di-storia/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0014085_pescara-jazz-2010-oltre-i-40-anni-di-storia/#comments</comments> <pubDate>Mon, 05 Jul 2010 14:54:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[Pescara Jazz]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=14085</guid> <description><![CDATA[Pescara Jazz 2010. Intervista a Lucio Fumo, alla vigilia della “tre giorni” di metà luglio A volte scrivi e scrivi, incollato per ore al pc. Vorresti camminare, respirare aria fresca, ma devi scrivere, e solo la musica può darti la vibrazione che t’aiuta a completare quell’ostico pezzo, quell’intervista complicata. Eccolo qui un bel disco di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pescara Jazz 2010. </strong><em>Intervista a Lucio Fumo, alla vigilia della “tre giorni” di metà luglio </em></p><p>A volte scrivi e scrivi, incollato per ore al pc. Vorresti camminare, respirare aria fresca, ma devi scrivere, e solo la musica può darti la vibrazione che t’aiuta a completare quell’ostico pezzo, quell’intervista complicata. Eccolo qui un bel disco di musica vera, di memorie fatte di anima e carne, <em><strong>&#8220;Waltz For Debby &#8211; The complete 1969 Pescara Festival” Bill Evans Trio</strong></em>: Bill Evans al piano, Eddie Gomez al basso, Marty Morrel alla batteria, dal vivo.<strong> </strong>Lo metti su e fai pace col mondo.<span id="more-14085"></span></p><p>E pensare che questo disco esiste solo per un semplicissimo scambio tra umani, per l’entusiasmo dell’artista che decide d’incidere quella performance, riprodurre quel clima, tentare di fermare il tempo e volgerlo in memoria. Era il concerto inaugurale della prima edizione del <em><strong>Festival del Jazz di Pescara</strong></em>, un lontano <strong>18 luglio del ’69</strong>. Prima di allora, un&#8217;intraprendente pattuglia di amici riconducibile a Lucio Fumo portò per la prima volta in Italia quella musica indecente, contaminata, “rivoluzionaria”; tanto da meritare la censura del Ministero dello Spettacolo che all’epoca cancellava i contributi ai concerti di musica “nero-americana”, ritenuti non degni d’attenzione. L’avventura iniziò nel &#8217;63, con un primo concerto sperimentale con Gato Barbieri, seguito poi da un cartellone ufficiale nel &#8217;66/67.</p><p>Autotassazione per le prime spese: lire cinquantamila; incasso abbonamenti: diciotto milioni dell’epoca, 1350 abbonati. Così Pescara si svegliava da protagonista ed entrava nella storia del Jazz. Mentre attendiamo l’arrivo di Lucio Fumo, da una finestra di via Liguria al civico 6, storica sede della <em><strong>Società</strong></em><strong> </strong><em><strong>Del Teatro e Della Musica</strong></em><strong> “</strong><em><strong>L. Barbara</strong></em><strong>”</strong>;<strong> </strong>sentiamo la pioggia cadere e ci stupiamo di tanta grazia che ci guarda dalle pareti. Bellissime grafiche, foto degli artisti che sono la storia stessa della musica mondiale. Impossibile elencarli, pagine e pagine di nomi. Appuntamento alle diciassette: eccolo che arriva e ci invita al tavolo delle riunioni per una chiacchierata. </p><p><strong>Lei appare come un uomo invisibile, assente dai percorsi della comunicazione in rete, dal baraccone dell&#8217;immagine; eppure a pronunciare il suo nome, ad ascoltare la musica che l’ha visto protagonista, si sente sempre un brivido. Silenzioso e caparbio uomo che guarda lontano, osserva e impavido resiste. Ne ha viste veramente tante, ha accolto e consigliato appassionati pionieri che venivano a Pescara per godere della straordinaria musica da lei messa in scena senza apparente sforzo. Poi questi fans, abbeveratisi alla sua scuola – Carlo Pagnotta per tutti – hanno dato vita ad Umbria Jazz, manifestazione alimentata da sponsor importanti e amministratori lungimiranti, una vera e propria macchina da guerra che miete successi di critica e di pubblico. Come fa Lei a rinnovare ogni volta la magia di Pescara Jazz con meno di un decimo del budget di Umbria Jazz e con soli 2000 spettatori per serata? </strong></p><p>“<em>Anzitutto tanto entusiasmo e passione per la buona musica da parte dello sparuto gruppo di amici che da sempre si prende cura del Festival, rinnovando ogni volta l&#8217;atmosfera giusta che ha finito puntualmente col contagiare i musicisti e i giornalisti ospitati nel corso degli anni. Fu così che agli inizi degli anni Settanta, oltre ai concerti del cartellone, Pescara visse anche una incredibile serie di jam sessions. Oltre ai &#8220;frequentatori&#8221;  abituali come Gerry Mulligan, Roy Eldridge, Chet Baker, Dexter Gordon, si lasciarono coinvolgere noti misantropi come Oscar Peterson, John Lewis, Charles Mingus, solitamente assenti dai tradizionali after </em><em>hours, tanto in voga a quell’epoca</em><em>. Pino Candini, direttore di “Musica Jazz”,  nel presentare un&#8217;edizione del Festival non a caso titolò il pezzo &#8220;Pescara, Jazz e simpatia&#8221;. E non è un caso se il decano dei critici americani, Ira Gitler, dal 1985 non ha quasi mai mancato l&#8217;appuntamento con il nostro Festival. Poi c&#8217;è l&#8217;abitudine di contenere al massimo i costi con il tutto &#8220;fatto in casa&#8221;, sulle ali dell&#8217;entusiasmo. Altro elemento fondamentale è l’apporto di uno &#8220;stage manager&#8221; come Aldo Franceschini, abituato a risolvere qualsiasi problema con i musicisti e con i loro agenti a colpi di radiosi sorrisi e pacche sulle spalle. Non ci siamo mai scoraggiati, anche nei momenti più bui, e dopo l&#8217;interruzione del 1977 per oggettivi problemi di ordine pubblico: in tutta Italia la contestazione giovanile teorizzava &#8220;la musica è nostra e la vogliamo gratis&#8221;. Siamo stati i primi a ricominciare nel 1981, registrando quell&#8217;anno uno straordinario successo di pubblico rimasto ineguagliato. E per primi inventammo anche il Festival d&#8217;autunno &#8220;Jazz&#8217;n Fall&#8221; portando a Pescara sin dall&#8217;inizio gente come Sonny Rollins, Ornette Coleman e tanti altri”.</em></p><p>Già…&#8221;Jazz&#8217;n Fall&#8221;, con i suoi bellissimi manifesti nero su giallo, le jam sessions raccolte solo in parte sui due splendidi e rari CD <em>“The great Pescara jam sessions”,</em> il “blu” e il “rosso”, quest’ultimo ormai introvabile. Roba fatta in casa come i dolci di questa nostra Terra, riversando dai ReVox a bobina che andavano in presa diretta. Nel primo volume l’ascolto riporta alle bizzarrie di Charles “Pithecanthropus Erectus” Mingus, alla proverbiale sregolatezza di questi uomini presi solo dal sacro fuoco del Jazz e dell’alcol; nel secondo si materializza d’incanto il climax del grande concerto del luglio ’70 con il raffinatissimo Duke Ellington e le maldestre performances di Paul Gonsalves, che cadde dalla sedia per “ululare” alla luna.<em> </em>Lei è custode di documenti diretti e indiretti rarissimi. Ci faccia sognare con qualche bella storia, con un racconto di questa avventura che la maggior parte di noi non ha potuto vivere. </p><p>“L’Uomo che guarda lontano” rimane silenzioso per un po’, poi estrae dal cassetto i suoi appunti d’inaspettato narratore. Fa coincidere la sua passione per il Jazz con la scoperta di un 78 giri di Woody Herman, in concerto alla Carnegie Hall. Un disco di vetro “<em>pesante, fragile e gracchiante”</em>. Prima di allora il Jazz, per lui come per tanti altri, era la musica “<em>un po’esotica</em>” di una gioventù spensierata e accomunata dalle serate danzanti, la colonna sonora “<em>del divertimento all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, importato a valanga dai soldati statunitensi dopo il proibizionismo del regime”</em>. Quel disco Woody Herman l’aveva inciso nel 1946 e a quell’epoca Lucio Fumo aveva solo dieci anni. Dopo circa un ventennio il Jazz si “<em>trapiantava stabilmente</em> <em>sulla riva dell’Adriatico dannunziano”</em>, per l’incontenibile entusiasmo di “<em>un bancario più facile ad accendersi per le sette note che per i dieci numeri” </em>e il suo “<em>sparuto gruppo di amici”</em>.</p><p>“<em>Il disco di Herman aveva alzato il sipario su un nuovo mondo. Prima di allora il Jazz per me era lo swing, il ballabile dolce, la festa. Il bepop era una rivelazione, senza essere un vero e proprio colpo di fulmine. Piuttosto uno stile da concerto che chiedeva di essere capito, invece che semplicemente ascoltato. Lo ascoltai e lo capii. E fu amore. Rimaneva però l’enorme difficoltà, per quei tempi, di ascoltare del buon Jazz dal vivo. Io e un amico, anche lui appassionato, eravamo costretti a programmare lunghe trasferte nelle grandi città, dove i big provenienti dagli Stati Uniti si esibivano. Una rincorsa di centinaia di chilometri per poche ore. Così pensammo di portare il Jazz dove non era mai stato e creammo un’associazione di amici della musica per poter stilare un cartellone che – cosa allora inaudita – abbinava il Jazz alla musica classica. Era tale la portata di questa novità che il Ministero sistematicamente depennava questi appuntamenti poco ortodossi, ritenendoli non meritevoli di contributo. Ma non per questo ci siamo arresi e, a distanza di tempo, abbiamo l’orgoglio di poter dire che avevamo visto più lontano di altri. «Era il 1969 e dal nulla inventammo il </em><em><strong>Festival internazionale del Jazz</strong></em><em>. Eravamo un piccolo gruppo al quale non mancavano le idee e che riusciva a tenere in ordine anche i conti, senza lanciarsi in avventure impossibili, ma senza risparmiarsi se ne valeva la pena. Dopo tre anni agganciammo il </em><em><strong>Festival di Montreux</strong></em><em> e ci accorgemmo che in Italia eravamo stati i primi ad aprire le porte al Jazz in estate. Un’avventura entusiasmante. Pescara entrava in un circuito dove la provincia non appariva, e diventava un punto di riferimento. Era lusinghiero ascoltare dai grandi artisti il nome di questa piccola Città che in qualche modo li aveva conquistati. Un luogo geografico lontano anni luce dal mondo afro-americano, ma vicinissimo alla sensibilità e all’estro dei musicisti. L’innesto era perfettamente riuscito, e quel che prima apparteneva a un manipolo di appassionati diventava di massa. Prima eravamo noi ad andare fuori, adesso da fuori venivano da noi. Pescara apriva una strada che altre realtà avrebbero percorso. </em><em>è</em><em> ormai un dato storico che noi siamo arrivati prima di tutti. Erano proprio altri tempi. C‘erano le star, ma non lo star system esasperato; c’erano i grandi, che in quanto tali non avevano alcuna difficoltà ad andare oltre le clausole del contratto; c’era un modo di concepire la musica che superava il semplice concerto. Ecco perché tanti appuntamenti del cartellone diventavano eventi, ecco perché le jam sessions erano un fuori programma tutt’altro che inconsueto e i capricci dei big diventavano un motivo qualificante e non una grana da affrontare e da risolvere in quattro e quattr’otto».</em></p><p>A questo punto Lucio Fumo si lascia andare e trasforma l’aneddotica di quarant’anni vissuti in prima persona in un racconto degno della migliore letteratura…</p><p>“<em>Sarah Vaughan era arrivata a Pescara dopo un lungo viaggio. Sfortuna volle che il divano dove s’era lasciata andare per riposarsi, in hotel, non resse al suo peso. Apriti cielo! Era furibonda e voleva lasciare l’albergo a tutti i costi. Non sapevo come fare: telefonai a New York, a George Wein che tentò di convincerla a rimanere nella sua stanza, ma senza successo. Forse per paradosso, forse per una geniale trovata, Wein disse a Sarah che l’alternativa era costituita da casa mia. Lei, per tutta risposta, accettò. All’una di notte io e la mia famiglia traslocammo per cederle casa e letto. Dimostrò di gradire molto quell’ospitalità inconsueta. Chi si cimenta in questo tipo d’avventura sa che l’imprevisto che può mandare a monte tutto è sempre dietro l’angolo. Come quella volta che Ben Webster, in arrivo da Copenhagen, fu atteso inutilmente alla stazione ferroviaria. Dopo due giorni di viaggio non arrivò in tempo per il concerto. C’era un buco nel cartellone da coprire assolutamente e pregai Charles Mingus di organizzare qualcosa con il trio di Kenny Drew che doveva accompagnare Webster. Ne venne fuori una jam session storica, che vide un incredibile “ unico” duetto di contrabbassi fra Charles Mingus e N.H.O. Pedersen. Il treno di Webster arrivò quando Mingus stava suonando le ultime note. Dopo la cena al ristorante, i due attaccarono una jam session con i fiocchi, che durò fin quasi alle tre del mattino. La magia di quelle indimenticabili nottate stava nella voglia degli artisti di fare musica, senza l’assillo dell’impegno, senza le regole dettate dal cartellone o dal contratto. Era un periodo in cui i contratti non erano quelli di oggi, onerosi e sopportabili solo con la copertura degli sponsor e dei contributi pubblici. Ella Fitzgerald e il Trio di Oscar Peterson si esibirono per 3.000 dollari, Duke Ellington per 1.500. I rapporti interpersonali erano una parte integrante di quel mondo. E le serate di una tournée non erano tutte uguali. Se ne poteva conservare la memoria per un particolare, un apprezzamento, o una circostanza che solleticava l’interesse dell’artista. Capitò proprio questo con Duke Ellington. Avevo fatto scattare una foto con lui e la tenevo con me come un ricordo prezioso. Erano trascorsi due anni dal suo concerto a Pescara, e io mi ero recato a Bologna per ascoltarlo di nuovo. Ellington era un mito. Alla fine della sua performance gli chiesi una dedica su quella foto. Mi chiese come mi chiamavo, risposi Lucio, poi gli scandii lettera per lettera. Ad un tratto il volto di “The Duke” si illuminò: “Ma quand’è che mi invitate di nuovo a Pescara?”. Dopo due anni e centinaia di concerti, nella sua mente era stampata la serata del nostro Festival e anche il nome della località che avrebbe potuto essere una qualsiasi tappa di quelle strepitose stagioni. Dopo quarant’anni possiamo dire con legittimo orgoglio che al Parco Le Naiadi e al Teatro monumento d’Annunzio sono passati non solo i più grandi, ma davvero tutti i grandi. Nessuno escluso. Il palmarès parla chiaro. L’avventura di fine anni ’60 ogni anno rinnova questo piccolo miracolo, il cui nome riesce a richiamare gli artisti e a solleticarne la fantasia, proprio perché Pescara ha fatto da scenario a concerti memorabili, da palcoscenico di prestigio, da vetrina che ha esaltato musicisti di fama e musicisti che sarebbero diventati stelle del firmamento internazionale. Mi viene in mente quel formidabile sassofonista che risponde al nome di Francesco Cafiso. Era un giovanissimo talento, che a Pescara è diventato un artista di livello planetario. È una nostra scoperta e ne andiamo fieri”.</em></p><p><strong>Già, Francesco Cafiso, precoce genio del sassofono che a soli tredici anni ebbe a Pescara il battesimo del fuoco. Esordì in concerto con Franco D’Andrea al piano e in quella performance del <em>Pescara Jazz 2002</em> incise il suo primo disco: <em>“Standing Ovation at Pescara Jazz Festival”</em>, che sul retro copertina riporta: <em>“a special thanks to Lucio Fumo, artistic director of the Pescara Jazz Festival”</em>. In quell&#8217;occasione Wynton Marsalis rimase folgorato dal chiarissimo talento di Francesco e decise di portarlo con sé nel tour europeo del 2003.</strong></p><p><strong>La sua è una storia straordinaria ed ineguagliabile fatta di corrispondenza, amicizia, registrazioni audio e video, ricordi di vita vissuta, sensazioni uniche buone per la letteratura. Ha mai pensato di fondare un’etichetta discografica e di tradurre in un bel libro queste memorie di rara emozione?</strong></p><p>“<em>Nel corso degli anni, parlando con amici giornalisti ospiti del festival ho avuto modo di raccontare qualcuna delle centinaia di storie e aneddoti che mi sono capitati in questi lunghi anni di contatti con personaggi così importanti e spesso bizzarri, e più di una volta mi sono sentito porre la domanda che lei mi ha fatto adesso. Sì, ci sto pensando molto seriamente da tempo perché potrebbe piacere molto a coloro che amano i musicisti di Jazz e ne posseggono dischi, o li hanno ascoltati in concerto. Non ne ho ancora trovato il tempo, e la persona che si è dichiarata disposta ad aiutarmi nella stesura è più occupata di me. Le garantisco che a breve inizierò questa fatica, che peraltro mi attira tanto. Come bonus per la sua pazienza le voglio raccontare un episodio inedito, emblematico del Jazz e dei suoi protagonisti.</em></p><p>“<em>Nel 1986 decisi di programmare un “Piano Summit” e invitai John Lewis, Hank Jones e Kenny Barron. Il giorno del concerto diedi appuntamento ai tre musicisti nella hall dell’albergo per decidere come effettuare la performance. John Lewis mi chiese quale fosse la mia idea. ”You are the promoter” disse. Io pensavo a Kenny Barron che suonasse un paio di brani al pianoforte di destra per poi spostarsi su quello di sinistra, lasciando il posto a John Lewis per fare un brano insieme in duo. Quindi Barron sarebbe uscito di scena, lasciando il palco a John Lewis per un paio di brani da solo. Sarebbe poi entrato in scena Hank Jones per suonare un brano in duo con Lewis e, in seguito, da solo. Alla fine, suggerii, sarebbero rientrati tutti per il gran finale a tre pianoforti. John Lewis approvò l’idea. Poi rivolto a Barron gli disse: Cosa suoniamo io e te? Va bene “All the things you are”? E poi, rivolto a Hank Jones: Per te va bene se suoniamo “Confirmation”?. Ottenuto l’assenso, John si alzò dicendo:Le prove sono finite. Prima che si allontanasse gli chiesi come dovevamo sistemare i tre pianoforti e lui mi fece un disegno su un pezzo di carta. Poi, mentre ci lasciava, Barron gli chiese: Ma tutti e tre insieme cosa suoniamo? Lo decideremo stasera sul palco rispose il Maestro allontanandosi</em><em>.</em><em> Hank Jones e Kenny Barron scoppiarono in una risata e si abbracciarono per salutarsi. Si rividero sul palco la sera alle Naiadi per una delle più belle performances della storia di Pescara Jazz, di cui per fortuna esiste una registrazione audio e video, realizzata da Rai Tre.</em></p><p>“L’Uomo che guarda lontano” viene distratto e risucchiato dalla silenziosa e frenetica attività cui si dedica da ormai più di quarant’anni, regalandoci ogni stagione fantastici cartelloni teatrali e concertistici. Il Festival Jazz rimane la sua più grande ed incontenibile passione. Non ci ha risposto però circa l’etichetta discografica! Un buon libro sul Jazz andrebbe sempre accompagnato da un bel disco e lui di solchi preziosi potrebbe regalarne a iosa. Un ultimo sguardo ci fa cogliere l’impercettibile… da lui c’è da aspettarsi di tutto.</p><p><strong>Il cartellone</strong></p><p>15/18 luglio 2010</p><p><span style="text-decoration: underline;">giovedì 15 luglio </span></p><p>Teatro-Monumento “Gabriele d’Annunzio” ore 21,30</p><p><a href="http://www.dianakrall.com/" target="_blank"><strong>DIANA KRALL</strong></a></p><p>Con Anthony Wilson, Robert Hurst, Karriem Riggins.</p><p><span style="text-decoration: underline;">venerdì 16 luglio</span></p><p>Teatro-Monumento “Gabriele d’Annunzio” ore 21,30</p><p><a href="http://www.patmetheny.com/" target="_blank"><em>PAT METHENY GROUP</em></a></p><p>con <strong>Lyle Mays, Steve Rodby &amp; Antonio Sanchez.</strong></p><p><span style="text-decoration: underline;">sabato 17 luglio</span></p><p>Teatro-Monumento “Gabriele d’Annunzio” ore 21,30 -  “Django Reinhardt nel centenario della nascita” </p><p><a href="http://therosenbergtrio.com/spip.php?article1" target="_blank"><em>THE ROSENBERG TRIO</em></a> e BIRELI LAGRENE</p><p>con <strong>Stochelo Rosenberg</strong><strong>, </strong><strong>Nous’che Rosenberg</strong><strong>, </strong><strong>Nonnie Rosenberg</strong><strong>,<br /> </strong><strong>Bireli Lagrene</strong><strong>. </strong></p><p>“<em>Django Rhapsody”</em></p><p><a href="http://www.florinniculescu.eu/" target="_blank"><em>FLORIN NICULESCU QUINTET</em></a></p><p>con Sanson Schmitt, Darryl Haal, Bruno Ziarelli Florent Gac,</p><p>e l’Orchestra Sinfonica di Pescara</p><p><span style="text-decoration: underline;">domenica 18 luglio</span></p><p>Teatro-Monumento “Gabriele d’Annunzio” ore 21,30</p><p><a href="http://www.virginieteychene.com/us/Home.html" target="_blank"><em>VIRGINIE TEYCHENE’</em></a></p><p><strong>con </strong><strong>Stéphane Bernard</strong>, <strong>Gérard Maurin</strong>, <strong>Jean-Pierre Arnaud</strong>.</p><p>“<a href="http://www.enricorava.com/home.html" target="_blank"><em>RAVA SUONA GERSHWIN</em></a>”</p><p><strong>ENRICO RAVA</strong> con, <strong>Mauro Ottolini</strong>, <strong>Francesco Fratini</strong>, <strong>Dan Kinzelman</strong>, <strong>Daniele Tittarelli</strong>, <strong>Marcello Giannini</strong>, <strong>Giovanni Guidi</strong>, <strong>Stefano Senni</strong>, <strong>Zeno De Rossi</strong>,</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0014085_pescara-jazz-2010-oltre-i-40-anni-di-storia/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Esce &#8220;Il fuoco dei Salamita&#8221; di Elso Simone Serpentini</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0014014_esce-il-fuoco-dei-salamita-di-elso-simone-serpentini/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0014014_esce-il-fuoco-dei-salamita-di-elso-simone-serpentini/#comments</comments> <pubDate>Thu, 01 Jul 2010 12:18:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Elso Simone Serpentini]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=14014</guid> <description><![CDATA[In libreria il terzo volume della collana “Briganti d’Abruzzo” “Il 18 giugno del 1514, a metà mattino, dal camminamento merlato della Porta Reale si vide il segnale prestabilito: il gran giorno era arrivato. Stava per giungere a Teramo il Corteo della Regina Giovanna, la “Regina Triste”, in visita insieme con sua figlia “Giovanna la giovane”. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>In libreria il terzo volume della</strong><strong> collana “Briganti d’Abruzzo”</strong></p><p><a href="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/salamita-cover.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-14029" title="salamita cover" src="http://cultura.inabruzzo.it/wp-content/salamita-cover.jpg" alt="Il fuoco dei Salamita" width="286" height="400" /></a></p><p>“<em>Il 18 giugno del 1514, a metà mattino, dal camminamento merlato della Porta Reale si vide il segnale prestabilito: il gran giorno era arrivato. Stava per giungere a Teramo il Corteo della Regina Giovanna, la “Regina Triste”, in visita insieme con sua figlia “Giovanna la giovane”. I teramani vissero giorni indimenticabili. Per le due Regine fu organizzata una speciale cena nel luogo più fresco di Teramo, la Fonte della Noce. Sarebbe stata ricordata a lungo. La città dovette in seguito lottare a lungo per conservarsi aragonese e per evitare il ritorno sotto il dominio degli Acquaviva. La municipalità arrivò al punto di impegnarsi a ricomperare la città, venduta da Carlo V all’odiata casata. Poi i Salamita, dopo un efferato crimine familiare, si diedero alla campagna e costituirono una “comitiva” di briganti. Le inimicizie tra fazioni produssero inenarrabili lutti e grande desolazione, fino a quando il 2 maggio del 1559, con una solenne processione, non fu finalmente festeggiata la pace ritrovata.”<span id="more-14014"></span></em></p><p>Dopo<em><strong> “Cola di Bervicaccio”</strong></em> <strong>(</strong><em><strong>Una storia del medioevo teramano)</strong></em> e<em><strong> “Spennati e Mazzaclocchi”</strong></em><strong> </strong><em><strong>(Banditi e fuorusciti al tempo di Giosia d’Acquaviva), </strong></em>il Professore ci regala il terzo volume della sua serie rossa, dedicata alla storia di Teramo: <em><strong>“Il fuoco dei Salamita”</strong></em><strong> (</strong><em><strong>Fatti e misfatti di una famiglia maledetta) &#8211; </strong></em><strong>Demian Edizioni</strong><em><strong> pp. 216, euro 13.</strong></em></p><p>Terzo affresco di un lavoro di rigorosa ricerca a cui Serpentini lavora da anni, componendo un mosaico d’insieme prezioso e fuori da ogni convenzione storiografica, il volume ripercorre le vicende della sua Città e quelle italiane ed europee, nel teatro storico e geopolitico collocato tra il <strong>1514 e il 1559</strong>. Come al solito, l’autore rifugge dalla comoda e accattivante strada del racconto romanzato per farci rivivere con raro e nitido verismo la vita quotidiana, dentro e fuori le mura, di una città bella e martoriata, in balia delle contese tra fazioni in eterna lotta per il potere.<strong> </strong>I trionfi per la visita delle regine e gli scontri belluini corpo a corpo, gli assedi degli eserciti e gli agguati degli uomini senza legge, le missioni politiche presso le corti alla ricerca di giustizia e le trame di un regno e un impero ingovernabili. La Chiesa e il suo peso politico spesso nefasto… guerra, carestia, peste, lutto e sopraffazione.<strong> </strong>Serpentini si concentra sulla “Città tra due Fiumi” e sul dettaglio della vita civica, ma riesce a dare al racconto un quadro storico complessivo, impareggiabile e rigoroso, in un’analisi certosina e chiarissima degli accadimenti, anche grazie alle splendide illustrazioni, compresa quella di copertina, del Maestro <strong>Romolo Bosi</strong>. Si sente il fruscio degli abiti sfarzosi delle madonne in movimento e il cupo sferragliare delle armi sul sangue che scorre copioso.<strong> </strong>Una società in preda al sopruso, all’impunità, al sistematico tradimento… senza legge né dignità.<strong> </strong></p><p>Cronaca avvincente e sorprendentemente simile a quella che l’autore, nel suo lavoro di giornalista scomodo e fuori dal coro, racconta nei suoi pezzi giornalistici e nella sua satira di oggi. Scorrono i secoli, ma i corsi e i ricorsi storici ci riportano fatalmente il dramma di un vivere dilaniato dalla decadenza morale e politica di una società che torna sempre a soffrire dello stesso male… oggi come allora. Il grido di dolore &#8211; a tratti fatalmente rassegnato &#8211; dell’autore, ci richiama all’analisi delle ragioni che determinano le miserie e le glorie degli esseri umani e scandiscono la vita di una comunità ancora in balia di un regno e di un impero in lento ed inesorabile disfacimento. Serpentini non specula e non cerca facili risposte nelle sorprendenti similitudini tra quella e questa società, non si abbandona ad un facile moralismo; piuttosto si sforza di riportarci quelle cronache con l’intento di ricostruire una memoria da troppi smarrita. Oggi si dà importanza esclusivamente al presente e al passato recente, nell’illusione di affrontare un futuro che senza memoria potrà ammantarsi solo del buio più cupo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0014014_esce-il-fuoco-dei-salamita-di-elso-simone-serpentini/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Un insegnante di 2500 anni fa</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0012948_un-insegnante-di-2500-anni-fa/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0012948_un-insegnante-di-2500-anni-fa/#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 May 2010 09:46:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Culturalia]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=12948</guid> <description><![CDATA[Colloquio con Marco Presutti sulla scuola italiana. Ciao Marco. Vediamo di presentarti adeguatamente ai lettori: nasci a L&#8217;Aquila e vivi prevalentemente a Pescara. Ti sei laureato in lettere classiche sotto Massimo Vetta e con lui hai conosciuto i “segreti” della commedia greca, l’archaia. Dopo una pausa per il servizio civile presso una mensa per persone [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Colloquio con <strong>Marco</strong> <strong>Presutti</strong> sulla scuola italiana.</em></p><p>Ciao Marco. Vediamo di presentarti adeguatamente ai lettori: nasci a L&#8217;Aquila e vivi prevalentemente a Pescara. Ti sei laureato in lettere classiche sotto Massimo Vetta e con lui hai conosciuto i “segreti” della commedia greca, l’<em>archaia</em>. Dopo una pausa per il servizio civile presso una mensa per persone bisognose, ottieni il titolo di Dottore di Ricerca, occupandoti dello scontro politico e delle sue testimonianze teatrali nell&#8217;Atene della seconda metà del quinto secolo. Insegni Lettere presso il Liceo Ginnasio &#8220;Saffo&#8221; di Roseto degli Abruzzi. Dal 2003 al 2007 sei stato Portavoce del Sindaco di Pescara… ma questa poi è politica e dovrai essere tu a parlarne se vorrai.<span id="more-12948"></span></p><p><strong>Allora veniamo a noi… parliamo di questa “martoriata” Scuola Italiana. Tu sei un insegnante e se non ci sbagliamo potresti essere annoverato, nella tua categoria, alla voce “</strong><em><strong>Prof. John Keating&#8230; ovvero “cogli l’attimo”. </strong></em><strong>Come vive questa Scuola un insegnante guidato dalla passione, cosa pensi delle nuove teorie sull’insegnamento moderno e dello scontro in atto tra queste e altri modelli, come quello paideutico degli ateniesi di 2500 anni fa?</strong><em><strong> </strong></em></p><p><em>John Keating è uno scoglio insidioso per la navicella barcollante di un povero docente. L’invito a scoprire e a gustare tra le pieghe del sapere è il centro della nostra missione di vita, ma d’altra parte bisogna evitare il rischio di porsi come idolo per i propri allievi. Oggi questo è un rischio limitato, anche perché non di frequente si accende la simpatia tra i due lati della cattedra, ma comunque pericoloso. Non è il carisma personale che deve conquistare cuore e mente dell’alunno, ma la charis, ovvero il piacere, la bellezza, che risplende nell’atto di conoscere. Con questo ti dico che nel frequentare da docente la Scuola avverto gioia e repulsione, entusiasmo e sconforto. Non per schizofrenia. Per il contrasto sempre più lacerante tra il mestiere di insegnare come mi sforzo di viverlo e di rinnovarlo e il modello del formatore burocratico su cui si fonda l’organizzazione scolastica italiana. Su questo piano è impossibile il confronto con il modello paideutico greco, poiché quello era fondato sulla libertà ed aveva come riferimento la realtà. Questo è fondato sulla norma amministrativa e ha come riferimento solo se stesso. Un riferimento deprimente a giudicare da quello che produce sul piano della formazione delle nuove generazioni.</em></p><p>“<strong>Martoriata” quindi… La Scuola appare a molti un’istituzione senza la necessaria autorevolezza, una cosa molto diversa da quella di un tempo. S’avverte una deriva fatta di lassismo, burocrazia e impotenza. Al di là dei tecnicismi di gestione, che tutti i ministri sperimentano per mandare avanti la baracca, la Scuola Italiana sembra ormai lontanissima dall’impostazione che Giovanni Gentile confezionò in tempi ormai remoti e che oggi si riconsidera anche in chiave Gramsciana</strong><em><strong>… «Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza (…) La partecipazione di più larghe masse alla scuola media porta con sé la tendenza a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni, occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato – Antonio Gramsci ». </strong></em><strong>Al di là degli oggettivi limiti della Scuola, appare evidente che studenti, genitori, insegnanti e dirigenti sono condizionati fortemente dalla pratica di vita “esterna” all’istituzione scolastica; la rete ormai detta modalità, comportamenti, tendenze di pratica sociale e soprattutto allontana dalla letteratura, dalla poesia, dal leggere e scrivere su carta come chiave d’accesso all’evoluzione dell’essere umano. Non sarà che, al di là dei metodi, la Scuola risente soprattutto del progressivo degrado di questa società ormai virtuale?</strong></p><p><em>A me non pare che ci siano stati mai tempi favorevoli per la letteratura come pratica diffusa in società. Certo oggi vi è una difficoltà in più. La conoscenza si forma più attraverso le immagini in movimento e i suoni che mediante la lettura silenziosa e solitaria di pagine scritte. Le immagini scorrono veloci, mentre le parole scritte esigono di essere assimilate con lentezza, dandosi il tempo di fermarsi e qualche volta di tornare indietro, quando non si riesce a capire quello che si legge. I nostri ragazzi fanno fatica a concedersi questo tempo per comprendere quello che sfugge tra le righe. Questo non vuol dire però che si debba assecondare questa difficoltà, eliminando la complicazione, la profondità, la pluralità di significati e di risposte che un testo può sollevare. Al contrario. La Scuola ha il compito di mettere in guardia contro l’inganno dell’immediatezza e della semplificazione, per coltivare intelligenze capaci di ragionare in modo critico. Il problema è che questo obiettivo si raggiunge con fatica, come osservava Gramsci nel passo che citi. Una fatica che si vorrebbe bandita dalla Scuola a danno degli stessi ragazzi e del loro futuro.</em></p><p><strong>Infatti mi tocca combattere quotidiane battaglie con mia figlia… dice che Mark Twain è noioso e lei non lo capisce. Trova molto più comodo, nonostante una casa piena di libri, cercare risposte nel web. Allora, come è possibile imboccare l’uscita da questo labirinto; cosa possiamo fare noi genitori, per aiutare la Scuola e quale strada dovrebbe prendere questa istituzione per diventare moderna senza perdere il ruolo fondamentale che dovrebbe avere per un apprendimento virtuoso e non di facciata; come si fa a far comprendere a tutti che i tempi del sapere sono tutt’altro che immediati e che la rete è solo un effimero palliativo? </strong></p><p><em>Onestamente non penso di poter dare consigli ai genitori, anche perché il loro è un campo nel quale non ho nessuna esperienza. Penso, tuttavia, che la cosa più importante sia l&#8217;esempio. Spesso rimproveriamo i ragazzi di essere poveri di capacità di approfondimento, fluttuanti in indistinte variazioni sul tema affettivo/emotivo, incapaci di appassionarsi a questioni generali. A me pare che i ragazzi queste cose le abbiano imparate in famiglia, in serate consumate da padri e madri che sfiniscono il telecomando, in rotture improvvise e talvolta drammatiche che mandano in frantumi le certezze affettive, in comportamenti guidati da interessi personali o di gruppo.</em><em><strong> </strong></em><em>Quanti ragazzi hanno la fortuna di poter vedere i loro genitori che leggono e si divertono a continuare a imparare cose nuove per tutta la vita? </em></p><p><em>Quanti nascono in famiglie dove la cultura, i valori dello spirito e dell&#8217;uomo tengono il primo posto? Non lo dico per moralismo, né per strapparmi le vesti. Solo penso che quanto i ragazzi hanno visto lo hanno imparato. Certo, non è il caso di tua figlia, ma è il caso di molti suoi coetanei. La nuova generazione respira i miasmi della precedente, una generazione che ha avvelenato i pozzi senza scavarne di nuovi.</em><em><strong> </strong></em><em>Ora credo che si tratti di resistere e che la Scuola, malgrado tutto, offra una buona trincea per farlo. Nella Scuola è ancora possibile far scoccare delle scintille, malgrado quello che può percepire lo stesso docente.</em></p><p><em>Del resto non è importante la gratificazione personale di chi insegna, ma quello che il suo messaggio può operare in chi lo ascolta. Sui tempi lunghi del sapere io mi aiuto guardando le fotografie. Spesso torno a guardare le immagini di quando ero bambino e mi pare straordinario il cammino che ho compiuto. Ma non sono diventato un barbuto pachiderma di un metro e novantadue di statura risvegliandomi una bella mattina. Ci ho messo almeno venti anni.</em><em><strong> </strong></em><em>Se siamo disponibili a dare tanto tempo al nostro fisico per crescere, perché dovremmo essere avari col nostro cervello? Senza lentezza, senza profondità non ho nessuna possibilità di sviluppare la mia testa e di essere quindi una persona più libera, più consapevole, più all&#8217;altezza di un mondo circostante sempre più complesso ed esigente. </em></p><p><em>Una cosa che mi turba in tutto questo è che stiamo crescendo i nostri ragazzi come se fossero dei vecchi. Come se fosse importante solo l&#8217;oggi e le sue gratificazioni immediate perché non si sa se ci sarà un domani. Ma un pensiero di questo genere può forse essere comprensibile a novanta anni. Non a sedici, quando la vita ti si apre davanti come un campo smisurato. Io penso proprio che ci voglia la Scuola, una Scuola che non abbia paura di trasmettere e di formare alla conoscenza, per alimentare la speranza nel futuro. In definitiva per essere giovani. Studenti e professori.</em></p><p>Marco torna ai suoi registri, agli interminabili consigli di classe, ai viaggi quotidiani per raggiungere la sua Scuola… lo fa con una grande determinazione e con la semplicità di chi, al di là d&#8217;ogni possibile riforma dell&#8217;Istruzione e nonostante l&#8217;inadeguato compenso, è conscio che quel che più conta è quel filo invisibile che lo lega, indissolubilmente, a tutti i suoi ragazzi.</p><p><strong>Benito Mascitti</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0012948_un-insegnante-di-2500-anni-fa/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quel pasticciaccio brutto di via Franchi: intervista a Elso Simone Serpentini</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0012123_quel-pasticciaccio-brutto-di-via-franchi-intervista-a-elso-simone-serpentini/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0012123_quel-pasticciaccio-brutto-di-via-franchi-intervista-a-elso-simone-serpentini/#comments</comments> <pubDate>Thu, 08 Apr 2010 16:42:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Elso Simone Serpentini]]></category> <category><![CDATA[Teramo]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=12123</guid> <description><![CDATA[Molti affezionati e appassionati lettori di Elso Simone Serpentini – ma anche la Rai – hanno subito consultato l’ormai vastissimo archivio dei suoi libri sull’argomento, per rintracciare una dinamica simile, un indizio illuminante. Parliamo dell’omicidio di via Franchi, consumatosi nei giorni della Santa Pasqua a Teramo e rimbalzato immediatamente su tutti i media locali e [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Molti affezionati e appassionati lettori di <strong>Elso Simone Serpentini</strong> – ma anche la Rai – hanno subito consultato l’ormai vastissimo archivio dei suoi libri sull’argomento, per rintracciare una dinamica simile, un indizio illuminante. Parliamo dell’<strong>omicidio di via Franchi</strong>, consumatosi nei giorni della Santa Pasqua a <strong>Teramo</strong> e rimbalzato immediatamente su tutti i media locali e nazionali.<span id="more-12123"></span></p><p><strong>Buongiorno Professore, volevamo parlare con te del diciannovesimo volume della serie dedicata ai delitti e ai processi celebri teramani. </strong><em><strong>Il Pozzo della Vergogna</strong></em><strong>, in uscita proprio in questi giorni per Artemia Edizioni, ma non possiamo fare a meno d’interrogarci su questo ultimo efferato delitto ancora ammantato dal buio. I tuoi lavori sono contraddistinti dall’attingere alle fonti processuali dirette, evitando il dilagare del romanziere, o anche dell’investigatore; tuttavia sei di fatto una voce autorevole e vorremmo il tuo parere. Sembra quasi sentire la lama che s’insinua nelle carni (parlano di una grossa lama da cucina, ma è ovvio che non sarebbe bastata) e vedere i gesti d’efferata precisione dell’assassino nel sezionare. Quel che invece lascia interdetti è l’estremo pressappochismo nell’occultare i resti. Pane per i tuoi denti insomma… tu che idea ti sei fatto sulle dinamiche della barbara soppressione di Adele Mazza?</strong></p><p><em>Ciò che mi pare innanzitutto importante è la reazione dell’opinione pubblica al delitto, così efferato. Quando ci fu nell’agosto del 1952 il delitto della “Squartatrice”, Teramo rimase tramortita. L’uccisione di Cesarina Monteverde e il sezionamento del suo cadavere produssero in tutti una grande impressione, la gente aveva paura di uscire di casa, vedeva fantasmi dovunque, partecipò poi al processo con grande emozione, invocando a gran voce l’ergastolo per l’assassina sotto il palazzo di giustizia, come fatto liberatorio delle proprie paure. Questo crimine di Via Franchi è addirittura più efferato e per quel che si conosce, per alcuni particolari, presenta aspetti che potrebbero risultare ancora più impressionabili, se non fosse che ormai l’opinione pubblica è “mitridatizzata”, dopo tanti delitti, anch’essi efferati, di cui la televisione fornisce di continuo un racconto apparentemente dettagliato e spettacolarizzato. Così si assiste all’evidente contrasto tra i fatti del 1952, con i teramani impressionati a tal punto che per anni evitarono perfino di passare sotto lo stabile dove erano avvenuti l’omicidio di Cesarina e lo scempio del suo cadavere; e quelli di oggi, con via Franchi invasa dai curiosi, che se non fossero tenuti lontani dagli inquirenti, si porterebbero addirittura sulla scena del crimine, inquinandolo. Va anche detto che tra i due casi, quello antico della “Squartatrice” e questo di oggi dello “Squartatore”, perché è certo che si è trattato della mano di un uomo o forse due, c’è una grande differenza.</em></p><p><strong>A parte quindi le simili dinamiche dei due delitti e il diverso comportamento dell’opinione pubblica, quel che conta veramente è il movente. Quello del delitto di Pasqua è ancora da appurare… </strong></p><p><em>Il delitto del 1952 fu passionale. Una donna che eliminò la rivale e sperando di agevolarsi il compito di occultarne il cadavere, lo depezzò, ripromettendosi di nasconderlo in seguito, senza peraltro riuscire a farlo. In questo crimine di Via Franchi non credo che il movente sia passionale, e non credo che l’assassino abbia voluto occultare il cadavere, perché, se avesse voluto farlo, avrebbe avuto modo di agire in maniera più efficace, almeno altrettanto efficace del sezionamento. Se è riuscito a compiere il depezzamento in gran segreto, celando l’operazione senza farsi scoprire, indisturbato, e questa era l’operazione più difficile, non si vede perché nell’operazione che sarebbe stato possibile compiere ancora più agevolmente, è stato apparentemente ingenuo e sciatto. Perché non poteva certamente sperare che il ritrovamento dei resti non ci fosse, anzi se ne è disfatto in un sito dove era piuttosto agevole trovarlo. Sul perché di questa apparente contrasto tra i due comportamenti non è facile esprimersi. Forse ha pensato che, se non fosse stato colto sul fatto, sarebbe stato difficile risalire a lui. Ciò che conta, in ogni caso, è la linea diretta tra omicidio e depezzamento. Il secondo, nell’ipotesi che lo scempio non sia dovuto ad un atto di “disprezzo” nei confronti di ciò che la vittima rappresentava ai suoi occhi, deve essere parso all’omicida un mezzo per nascondere meglio le proprie responsabilità, con un occultamento che non poteva non giudicare temporaneo. La lucidità e destrezza nel sezionare il cadavere e l’apparente pressapochismo nell’occultare i resti sono sicuramente gli elementi centrali nell’indagine e, se letti attentamente, potranno risultare rivelatori. Ma non è da escludere che ci si trovi di fronte ad una mente disturbata, ad una lucida follia, ad uno psicopatico, che spesso arriva a compiere con razionalità crimini irrazionali. Non è da escludere l’ipotesi che ci si trovi di fronte alla punizione di uno sgarro, e non è raro che in questo contesto chi l’attua affidi al suo gesto omicida e criminale una funzione “dimostrativa” ed “educativa” a beneficio di altri, ma credo che molte azioni compiute risultino eccessive e non necessarie, a meno che non si debba interpretarle come fatto simbolico, come indurrebbe a fare l’asporto del pacco intestinale e la sua collocazione in un catino.. Molta importanza darei anche al fatto che l’abitazione della vittima sia stata lasciata con l’uscio accostato, il letto in disordine e il televisore acceso. La vittima è stata dunque sorpresa a letto, è stata costretta ad uscire di casa, portata sul luogo dove è stata uccisa. In questa sequenza va individuato il movente. L’omicida non poteva lasciare il cadavere della sua vittima dove l’ha uccisa, perché il luogo avrebbe consentito di risalire a lui, quindi va individuato il legame diretto tra il luogo del crimine e la sua identità. A quel punto l’assassino sa che deve occultare il corpo. Il sezionamento è sicuramente motivato dalla maggiore facilità di trasporto e occultamento. Gli inquirenti sicuramente sono in possesso di diverse chiavi interpretative. Usandole opportunamente per spiegare la sequenza dei fatti non dovrebbe essere impossibile individuare il responsabile.</em></p><p><strong>Il ragionamento fila, anche se le modalità di trasporto e occultamento restano anomale e ci confermano un evidente contrasto di comportamenti dell’omicida. Un carrello in luogo di un mezzo a motore… l’assassino non ha potuto disporre di un auto o ha voluto evitare ogni possibile contaminazione del suo mezzo?</strong></p><p><em>No, le ultime risultanze fanno pensare che il trasporto dei resti sia avvenuto con un furgoncino, quindi un mezzo a motore e che solo nell’ultimo tratto sia stato utilizzato un carrello. E’ significativo anche che nello stesso posto dove sono stati lasciati i resti umani la mano omicida ha lasciato anche il carrello, forse il furgone e perfino gli attrezzi di cui si è servito con tanta perizia. Se ha fatto questo con leggerezza, il responsabile sarà sicuramente trovato. Se invece lo ha fatto di proposito forse ha puntato sulla difficoltà di poter essere identificato e quindi sulla certezza di non essere smascherato. In questo caso potrebbe risultare effettivamente arduo individuarlo e più tempo passerà più arduo sarà.</em></p><p><strong>Grazie Professore, de </strong><em><strong>Il Pozzo della Vergogna </strong></em><strong>parleremo un’altra volta.</strong><em> </em>Non contravvenendo neanche per un attimo al metodo d’analisi rigoroso e privo di deleterie contaminazioni massmediatiche, lo scrittore ci introduce dunque al complesso lavoro degli inquirenti che dovranno districare questo mistero. Quando però sarà tutto chiaro ed accertato, siamo sicuri che Serpentini vorrà tornare sull’argomento con l’ennesimo volume della sua bella collana.</p><p><strong>Chi è Elso Simone Serpentini</strong></p><p>Docente di storia e filosofia, scrittore e giornalista. Al suo attivo una corposa produzione pubblicistica, in collaborazione con numerose testate cartacee e radiotelevisive. Dopo la pubblicazione di <em><strong>Storia del calcio teramano</strong></em><strong> (1913-1983) – </strong>è prossima l’uscita del secondo volume dell’opera <em><strong>Storia del calcio teramano</strong></em><strong> (1983-2008) </strong>- e <em><strong>Consigliere si calmi</strong></em><strong> (1990)</strong>; si è dedicato a due collane storico-letterarie: <em><strong>Processi celebri teramani</strong></em>, (diciannove i volumi pubblicati) riportando alla luce crimini e relative vicende processuali, con una narrativa di taglio post moderno, che fonde la rigorosa ricerca documentaristica ai canoni della letteratura gialla classica;  e <em><strong>Briganti d’Abruzzo</strong></em>, (due volumi all’attivo ed un terzo in uscita) rievocando con la sua particolarissima prosa, le vicende storiche di Teramo. Nel 2008 ha pubblicato la prima traduzione in italiano moderno del capolavoro della letteratura spagnola barocca <em><strong>Il Criticone</strong></em> <em><strong>di Baltasar Gracián (1651/57)</strong></em>. E nel 2009 ha dato alle stampe, con Maurice Mauviel, <em><strong>Enrico Sappia, cospiratore e agente segreto di Mazzini. </strong></em>Attualmente sta lavorando a <em><strong>La città della memoria</strong></em>, che raccoglierà numerosi suoi scritti rievocativi della vita della sua Città.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0012123_quel-pasticciaccio-brutto-di-via-franchi-intervista-a-elso-simone-serpentini/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Laura Marzadori e Giacomo Ronchini al Teatro Rossetti di Vasto</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0011728_laura-marzadori-e-giacomo-ronchini-al-teatro-rossetti-di-vasto/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0011728_laura-marzadori-e-giacomo-ronchini-al-teatro-rossetti-di-vasto/#comments</comments> <pubDate>Tue, 23 Mar 2010 22:49:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[Vasto]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=11728</guid> <description><![CDATA[Arriva dunque, molto atteso (28 febbraio 2010), il nono appuntamento della stagione concertistica del Rossetti di Vasto. Due giovani virtuosi, già carichi di riconoscimenti e di esperienza, con un repertorio di straordinario impegno. “La Sonata e la Danza” &#8211; Laura Marzadori, Violino; Giacomo Ronchini, Pianoforte. Lui esordisce nel ’92 a 13 anni e oggi è [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Arriva dunque, molto atteso (<strong>28 febbraio 2010)</strong>, il nono appuntamento della stagione concertistica del Rossetti di <strong>Vasto</strong>. Due giovani virtuosi, già carichi di riconoscimenti e di esperienza, con un repertorio di straordinario impegno. <em><strong>“La Sonata e la Danza</strong></em>” &#8211; <strong>Laura Marzadori, Violino; Giacomo Ronchini, Pianoforte.</strong> Lui esordisce nel ’92 a 13 anni e oggi è una stella indiscussa della nostra musica da camera. Lei, il suo primo premio lo ha vinto con Salvatore Accardo presidente di giuria a 8 anni, e oggi, dopo 13 anni da quel prestigioso riconoscimento, sorprende ancora critica e pubblico per la stupefacente qualità delle sue esecuzioni. Quando in largo anticipo penetriamo in sala, Giacomo è già sulla scena, al pianoforte, che prova movimenti vari, qua e là pescando tra gli spartiti del concerto. <span id="more-11728"></span></p><p>Si ferma, assorto, guarda l’orologio e riprende a scorrere le mani sui tasti. Pian piano la musica disperde la proverbiale tensione dell’artista e ci dona l’atmosfera giusta per godere di questa bella serata. Quasi a rompere l’incantesimo, arriva sul palco Raffaele Bellafronte. Si parlano brevemente. Poi Giacomo riprende a provare, tanto da testare la diretta Streaming e poi, all’improvviso, prende gli spartiti e raggiunge Laura, rimasta fuori scena, che scioglie timidamente il violino nel retropalco. In regia arriva un messaggio telefonico di riscontro per la diretta… immagine nitida, fruscio nei limiti. Raffaele lascia le ultime istruzioni: meglio stare sugli strumentisti senza campi lunghi. Tutto è pronto. A mezz’ora dal’inizio, il pubblico comincia ad affluire fino a riempire tutti gli spazi. Pienone fino alla piccionaia, gremita di giovani musicisti &#8211; muniti anche di spartiti &#8211; che attendono appassionati. Il vociare si protrae fino al segnale convenuto… i tre trilli. Questa sera c’è anche un commento al concerto, che raccoglie brani raffinatissimi e particolari. La nota di sala percorre brevemente il repertorio e raccomanda la massima concentrazione per godere appieno delle esecuzioni. Laura e Giacomo si portano sulla scena, si posizionano. Il pianoforte dà la nota al violino che si scioglie d’incanto, mettendo subito in mostra la qualità dello strumento: è un preziosissimo “Giovanni Presseda” del 1830, di proprietà della gloriosa Fondazione Pro Canale di Milano, che tradizionalmente affida i suoi gioielli ai giovani talenti come Laura. Tutto è pronto per il primo brano.</p><p><strong>Johannes</strong> <strong>Brahms</strong> <strong>(1833-1897)</strong> : <strong>“</strong><em><strong>Sonata in re minore</strong></em><strong> </strong><em><strong>n. 3 Op. 108</strong></em><em><strong>”</strong></em><strong>. “</strong><em><strong>Allegro, Adagio, Un poco presto e con sentimento, Presto agitato”. </strong></em>Ultima delle tre <em>Sonate</em> per violino e pianoforte del compositore, dedicata ad un grande direttore d’orchestra tedesco: Hans von Bülow. Opera della maturità, in controtendenza con tutte le altre sue partiture da camera, per la caratterizzazione squisitamente melodica e per i contenuti particolarmente ricchi che però, al contrario degli altri lavori brahmsiani, abbandona la sinfonia e il contrappunto per un racconto totalmente liberato dai canoni. Il violino di miele dialoga rincorrendo il pianoforte nel bellissimo insieme dell’<em>Allegro</em> che annuncia la sonata, ricchissima nella struttura melodica. Il tema di Laura, di grandissimo valore espressivo; e quello di Giacomo, nella pastosa melodia del piano solo. Seguiti da due sviluppi secondari: l’uno che s’allontana decisamente dall’esposizione; l’altro che la riprende in perfetta simmetria, come a ricalcare il primo sviluppo. Il pubblico incontenibile applaude… dopo il ricchissimo e vasto primo movimento, ci coglie il prezioso languore dell’<em>Adagio </em>del secondo, con i suoi due semplicissimi temi. Irrompe poi lo “scherzo tripartito” del terzo movimento <em>Un poco presto e con sentimento</em>, sapientemente strutturato ancora su due temi: nervoso e marcatamente ritmico il primo; disteso e melodico il secondo. Lo sviluppo centrale, in libertà, è seguito da una riproposizione del secondo dei due temi, e da una coda che ci riporta la ritmica esaltata sul finale del primo tema. Ancora applausi ad evocare il prepotente ritorno della sonata nel quarto e conclusivo movimento <em>Presto agitato</em>, con la bellissima rincorsa dei due strumenti che ci donano in sequenza un possente primo tema, seguito da un idea secondaria dal dialogo strumentale singolarmente sillabato; un secondo, intonato dal violino sugli accordi più gravi del pianoforte; un terzo di splendido scambio dialogico; e un quarto di ritmo frenetico che ripropone, vieppiù esaltato, il primo tema del movimento. Amore e musica, in questa partitura di rarissima suggestione. Laura è semplicemente strabiliante, addirittura discreta nel porgere le sue straordinarie doti; senza nulla togliere al preziosissimo lavoro di Giacomo, fenomenale nel finale. Caldi applausi del pubblico, brevissimo fuori scena di ristoro del duo e si riparte.</p><p><strong>Johannes Brahms (1833-1897) / </strong><strong>József </strong><strong>Joachim (1831-1907): “</strong><em><strong>Danze Ungheresi I –VI”. “Allegro molto, Allegro non Assai, Allegretto, Poco sostenuto, Allegro, Vivace”.</strong></em> Partiture giovanili che Brahms dapprima abbozza per puro diletto e poi completa ed arricchisce con l’intensa collaborazione che avrà con Joachim ed altri grandissimi violinisti dell’epoca; scaturite dalla sua esperienza di giovane musico nelle bettole del porto di Amburgo, dove si guadagnava da vivere suonando appunto le musiche delle tradizionali danze zigane… chiamate poi <em>Ungheresi</em> per la profonda penetrazione della cultura popolare magiara da parte dei nomadi zigani, famosi per la capacità di riempire di virtuosismo i ritmi e le melodie della loro tradizione. Nel secolo successivo Béla Bartók riporterà alla luce l’originalità della musica ungherese, chiarendo l’involontario equivoco che Brahms ingenera, non con una partitura <em>Ungherese</em> ma con un lavoro di adattamento della musica zigana, epurata nella composizione delle parti virtuosistiche, e preservata nelle parti ritmiche e melodiche originarie. Laura, fa sussurrare brevemente il violino per l’attacco della <em>danze,</em> tutte e due in forma tripartita<em>; </em>la prima ispirata da<em> “Isteni czarda”</em> di Sárközy e la seconda da “<em>Rózsa Bokor”</em> di Nittinger. Malinconiche e struggenti nel primo tema seguito dal secondo, che volge subito al contrasto deciso, con l’espressione e il ritmo scanzonato della gente gitana; poi, la ripresa variata del primo movimento in ogni danza. Particolarissimi tutti e due nell’esecuzione. Laura impegna il magico violino in acuti strabilianti, cavalcati a pelo sulla <em>puszta</em> stepposa… Giacomo, bravissimo da solo e in fraseggio, esalta e sorregge la grandissima tecnica musicale ed espressiva della sua compagna, che tiene la scena con splendida autorevolezza… angelica e ammiccante al contempo, semplicemente splendida. Possiamo solo spellarci le mani e rafforzare il frastuono con la voce. Dopo la pausa di metà concerto, tornano in scena rinfrancati e pronti per regalarci altre bellissime emozioni…</p><p><strong>Claude Debussy (1862-1918): </strong><em><strong>“Sonata” per Violino e Pianoforte. “Allegro vivo, Intermède (fantasque et léger), Finale (très animé)”</strong></em><strong>.</strong> Terza ed ultima di una serie di sei sonate mai completate, lasciataci in dono dal grande Maestro ad un anno dalla sua morte; risulta del tutto spoglia delle turgide sonorità e dell’impressionismo del primo Debussy. Il brano è contraddistinto da un linguaggio essenziale, semplice e rigoroso, che rinuncia ad ogni abbellimento, con la particolare brevità dei suoi tre movimenti. Mirabile interpretazione del consolidatissimo duo… la grande sensibilità “<em>Impressionista</em>” di Giacomo che si fonde d’incanto con la splendida connotazione romantica di Laura, nelle atmosfere fiabesche e zigane della partitura. Dall’atmosfera cupa, che poi il violino libera d’incanto con bellissimi colori di speranza nel primo movimento <em>Allegro vivo</em>; si passa al volo d’insetto del secondo movimento <em>Intermède &#8211; Fantasque et léger</em>, con l’esaltazione del vibrato in fantastiche traiettorie, a tratti di sapore sperimentale; per poi giungere al <em>Finale &#8211; </em><em>Très animé,</em><em> culminante in un rondò di raro virtuosismo. </em>Passaggi magici, insoliti, costantemente esaltati dagli strumenti, con Laura che continua a tenere la scena in modo stupefacente. Come ci appare stupefacente questa opera, riassumibile nelle parole che lo stesso Debussy le dedica: “<em>Non vi fidate di nessun brano che appaia librarsi in volo dal cielo! Potrebbe essere stato covato nelle profondità tenebrose della mente di un uomo malato. Ad esempio il finale della mia sonata: il semplice giocare su un pensiero che si attorciglia su sé stesso come un serpente che morde la sua coda</em>”. Breve pausa per gli artisti, accompagnati dagli applausi fino al ritorno sulla scena per il finale.</p><p><strong>Maurice Ravel</strong> <strong>(1875-1937):</strong> “<em><strong>Tzigane”. </strong></em><em><strong>“Rapsodia da concerto per violino e pianoforte”. </strong></em>Anche Ravel, come Brahms e tanti altri, si dedica al recupero della tradizione musicale popolare slava, fondendola con la musica classica dell’Europa centro – orientale; e trasforma una rapsodia ungherese vecchia quasi un secolo, in un elegante ed insolito capolavoro, con una particolarissimo gioco di timbri, mai rintracciato prima. Undici minuti di fuochi d’artificio sparati dal violino che spazia imprevedibile e geniale; ed esaltati dal pianoforte, che s’abbandona alla timbrica più audace. Quasi imbarazzante la padronanza del violino, raffinatissimo e particolare il pianoforte; nell’eseguire questo densa e imprevedibile partitura… preziosissimo gioiello della storia della musica. Disorientati da tanta grazia ci abbandoniamo all’ovazione. Laura e Giacomo si prendono gli applausi e ci regalano quel che chiediamo… ancora <strong>“</strong><em><strong>Danze Ungheresi”</strong></em> per noi, e ancora applausi a scena aperta per questi musicisti straordinari, indimenticabili, come la musica che ci hanno regalato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0011728_laura-marzadori-e-giacomo-ronchini-al-teatro-rossetti-di-vasto/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>I Gomalan Brass Quintet (con giallo) al Teatro Rossetti di Vasto</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0011257_i-gomalan-brass-quintet-con-giallo-al-teatro-rossetti-di-vasto/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0011257_i-gomalan-brass-quintet-con-giallo-al-teatro-rossetti-di-vasto/#comments</comments> <pubDate>Tue, 09 Mar 2010 15:14:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[teatro]]></category> <category><![CDATA[Vasto]]></category><guid isPermaLink="false">http://cultura.inabruzzo.it/?p=11257</guid> <description><![CDATA[Vasto – 14 febbraio 2010. Questa sera si recita a soggetto… direbbe qualcuno. Non è proprio così, visto il prestigio internazionale che la band in questione detiene, ma è pur vero che questi pazzi scatenati, tra un bel pezzo d’opera ed una colonna sonora da film, calcano le tavole da teatranti consumati ed istrionici, allergici [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vasto – 14 febbraio 2010.</strong> Questa sera si recita a soggetto… direbbe qualcuno. Non è proprio così, visto il prestigio internazionale che la band in questione detiene, ma è pur vero che questi pazzi scatenati, tra un bel pezzo d’opera ed una colonna sonora da film, calcano le tavole da teatranti consumati ed istrionici, allergici al canovaccio prestabilito. Musicisti di livello stratosferico e attori d’altrettanto valore, ma assolutamente fuori dagli schemi. L’ottavo appuntamento del cartellone del Rossetti ci riserva una chicca agognata da molti…<span id="more-11257"></span></p><p>“<em><strong>Il Virtuosismo degli Ottoni” &#8211; </strong></em><em><strong>Gomalan Brass Quintet: Stefano Ammannati, Tuba; Gianluca Scipioni, Trombone; Marco Braito Tromba; Marco Pierobon, Tromba; Nilo Caracristi, Corno. </strong></em>Cinque curriculum da brivido. Tutti “prima parte” nelle migliori orchestre del mondo, con ormai dieci anni di grandi successi raccolti in ogni dove; con un ensemble che stupisce pubblico e addetti ai lavori, spingendosi fino alla messa in scena di <em><strong>“Aida”</strong></em> in forma di musical. In cinque e in 55 minuti: cantata, suonata e recitata in costume. Siamo in tempo per gustarci le prove. Eccoli lì, a semicerchio, che si palleggiano gli accordi e discutono animatamente… “<em>stacco del terzo… facciamo solo l’inizio… adesso gli stacchetti… stacco di swing… OK </em>”. Vanno avanti, spulciando i brani scelti per il concerto, assemblano i pezzi dell’ennesimo spettacolo pescando nel loro sconfinato repertorio. Mettono allegria dentro e ci riportano alla curiosità bambina di stare nel camerone della banda per le prove. Raffaele Bellafronte sentenzia… “<em>Ancora dieci minuti e si fa sala!”.</em> Il sipario si chiude che ancora sistemano le parti svolazzanti sui leggii. Situazione intrigante stasera… gli ottoni continuano a borbottare dal retropalco mentre il pubblico può finalmente affluire. Palchi e platea si animano d’incanto mentre ci si coordina ancora per la ormai consueta diretta streaming. Il pubblico continua a spingere fino a riempiere il teatro come un uovo. Sparsi ovunque giovani delle “Brass Band” locali… insomma sì, le bande. Autentiche ed instancabili fucine di giovani talenti. Tutto è pronto: incredibilmente si fa sala all’ora giusta. Marco Pierobon parla al telefono con la moglie per provare il segnale della diretta, mentre si distribuiscono tutte le residue sedie disponibili. Asserragliati nel retropalco gli assatanati si caricano e continuano a dar di pistoni. S’apre il sipario e i flicorni di supplemento luccicano sulle tavole sotto ai leggii. Mentre le ultime note fuori scena del quintetto ancora arrivano, partono i tre trilli e si comincia. Vengono fuori che ancora sghignazzano, con l’unica concessione formale dell’abito nero e all’improvviso attaccano.</p><p><strong>John Williams:</strong> <em><strong>“Olympic Fanfare and Theme”</strong></em>. La celeberrima fanfara che aprì I giochi olimpici di Los Angeles nel 1984 non cessa mai di suscitare emozione. E le note che riecheggiano in un fraseggio strettissimo e incalzante guidato da Braito e Pierobon, rilanciano la melodia di questo e di altri famosissimi brani per il cinema che il compositore statunitense ci ha regalato. Dalla serie di <em>Superman</em> a quella di <em>Harry Potter</em>, da <em>Guerre stellari</em> a <em>Jurassic Park </em>; per non parlare degli altri temi per i giochi olimpici e le composizioni concertistiche. Ad oggi, Williams risulta secondo solo a Walt Disney nella storia degli Oscar per la colonna sonora, con 45 nominations e cinque statuette all’attivo. La sala, già caldissima, dispensa applausi e s’appassiona alla prima gag… Nilo Caracristi, il corno francese, si propone per la presentazione che sembra veramente Clark Kent. Marco Pierobon d’improvviso lo stoppa, e si inserisce maramaldeggiando all’impronta, proseguendo in chiave comica lo scambio telefonico con la moglie avuto poco prima fuori scena. Saluti alla consorte e al pubblico che rumoreggia. E adesso viene il bello. La scenetta che segue si può riassumere più o meno così… <em>“Come orchestrali rumoristi non siamo male&#8230; con l’opera più o meno ce la caviamo… gli elefanti dell’Aida erano di gomma… ma l’egiziano era vero…”</em>. Insomma, tutta questa pantomima in realtà serve ad annunciare un’esecuzione a dir poco impegnativa, da affrontare con tutto il vigore d’un intera orchestra sinfonica.</p><p><strong>Igor’ Fëdorovi</strong><strong>?</strong><strong> Stravinskij: </strong><em><strong>“L’Uccello di Fuoco” – Finale. </strong></em>E a questo punto non si scherza… lentamente, tutti insieme, in un crescendo che finalmente annuncia il lieto fine. Il trionfo del principe Ivan sul male assoluto rappresentato da Kascej il mostro, che perde l’immortalità ed il potere di dispensare dolore; con il risveglio dei giusti fatti pietra e il giubilo degli umani nel finale. Della maestosa orchestrazione del grande genio russo godiamo incredibilmente appieno, grazie a questo quintetto di fantastici “rumoristi”. Stupefacente abilità tecnica, spumeggiante virtuosismo nei cambi repentini di colore, articolazioni ritmiche smilze e geniali al contempo. Ci regalano d’incanto un’orchestra sinfonica a pieno organico, che il minuscolo teatro bomboniera dovrebbe accogliere sistemando i timpani in piccionaia. Meritatissimi applausi per loro. Arriva un momento importante per tutti noi e per questo glorioso teatro, rinato come Araba Fenice sotto la sua direzione…</p><p><strong>Raffaele Bellafronte: </strong><em><strong>“Nights in Broadway” </strong></em><strong>– per quintetto d’ottoni. </strong>Composto nel 2002 pensando proprio a questo ensemble. E l’omaggio al compositore si trasforma anch’esso nell’ennesima gag, che più o meno fa così: “<em>Tra tanti valenti musicisti il Maestro ha scelto proprio noi… sarà folle come tutti i grandi compositori! </em>”. Dalla farsa alla migliore tradizione della commedia musicale americana il passo è breve. Attacco e fraseggio di corno e trombone… poi trombe e tuba squarciano il velo che copre le innumerevoli scenografie passate sui palcoscenici della celebre strada di Manhattan; universalmente conosciuta come la culla del teatro americano. Sembra davvero di calcare quelle scene variopinte con l’incedere caro a Raffaele… il magico e benefico ritmo della danza. Dalla visione gioiosa d’insieme della prima parte, delicatissima nel finale, si passa alla seconda; più intima, ritagliata nella notte scesa tra i vicoli appena illuminati della Grande Mela, inaspettatamente felliniana. Un gatto che sbuca dai bidoni e miagola alle forme sinuose d’una figura femminile celata nel buio… e, all’improvviso, Marco Braito salta le note… sbanda, va giù come piombo all’indietro e rovina a terra di schianto. Per un attimo la sala pensa all’ennesimo sketch comico… ma la speranza dura solo un istante. Purtroppo è tutto vero. Scende il gelo in sala. Sul palco gli altri soccorrono il compagno e dalla platea salgono in sequenza Raffaele e i quattro medici presenti in sala. Caracristi chiede di chiudere il sipario e la sala ammutolisce presa dal panico. La direzione richiama alla calma è stabilisce un quarto d’ora di sospensione. Posizionati in regia, l’annuncio lo inquadriamo sullo schermo digitale e pensiamo ai cari, agli amici di Marco, che stanno vivendo da lontano un vero e proprio dramma. Dopo poco, finalmente, l’atmosfera si stempera. Corre la voce rassicurante che annuncia la ripresa del concerto. E’ stato un forte calo di pressione, e la caduta non ha portato conseguenze. Tiriamo tutti un gran sospiro di sollievo che rimbomba in sala e riusciamo anche a canzonare affettuosamente Marco. Già sembra un grissino integrale vestito di nero e che ti combina? Scende giù da Torino in giornata, con in corpo solo qualche cappuccino. Vita tumultuosa d’artista. Chilometri e chilometri senza posa, di concerto in concerto; senza il lusso d’una pausa degna di questo nome. E’ la storia di tutti quelli che come lui girano il mondo mossi dalla passione per la musica e che noi spesso immaginiamo nel comodo ruolo delle star, non considerando il sacrificio che questa scelta di vita comporta. Il quarto d’ora s’è dilatato a quaranta minuti buoni e finalmente Bellafronte, rasserenato in volto, spazza via ogni residua angustia: “<em>Vogliono continuare</em>”. Ancora un po’ di tempo per riattivare la ventilazione e si riprende. Dopo circa un’ora il concerto riparte davvero. Dal palco chiuso arriva ancora la voce degli ottoni e all’improvviso s’apre il sipario tra gli applausi del pubblico. <em>“Ok…ricominciamo… tanto non si è visto che s’è sentito male… però quel sangue a terra facciamolo pulire!”</em>. Ripartono con un giovane talento italiano…</p><p><strong>Mauro Ottolini: </strong><em><strong>“Noche de Rumba”</strong></em>. Marco Pierobon presenta lo straordinario trombonista e compositore veronese come uno che, in fondo, <em>“Fa musica solo per rimorchiare</em> … <em>non è un gran figone…</em> <em>e neanche tu lo sei</em>”. Il corno chiamato in causa si difende: <em>“Tu parla per te”. </em>Poi Pierobon continua a descrivere le donne “<em>cieche e orride che di solito i trombonisti rimorchiano” </em>e dedica una travolgente Rumba all’altra metà del cielo. Il pubblico si riabbandona all’entusiasmo e si va avanti ad oltranza.<em> “Adesso un balletto vero… composizione postuma, andata in prima mondiale a Pietroburgo con i ballerini in pelliccia… non ci credete? Andate a vedere su Wikipedia…”.</em></p><p><strong>Pëtr Il</strong><strong>’i</strong><strong>?</strong><strong> ?ajkovskij – Nutcracker Suite</strong>. Tirano fuori tutto il meglio che possono in questa esecuzione… tutti insieme ancora. Il bellissimo corno, la tuba e il trombone – Ammannati &amp; Scipioni &#8211; pastosi e intriganti, le trombe fraseggianti senza posa. Come una perfetta scatola musicale che modella e sprigiona partiture inverosimili. Arriva l’ovazione per un altro supplemento di sudore e saliva nonostante l’incidente. Non sarebbe il caso d’andare oltre, ma loro non sarebbero più loro. E riprendono il filo di <em><strong>“Nights in Broadway”</strong></em> con la concertazione sapiente e spumeggiante del bellissimo finale. Bellafronte sale sul palco e si gode con gli strumentisti il caldo abbraccio del pubblico. Si va avanti ad oltranza e la congrega ci scodella un’altra pratica lasciata indietro causa svenimento.</p><p><strong>John Williams:</strong><em><strong> “</strong></em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1941_-_Allarme_a_Hollywood"><em><strong>1941</strong></em></a><em><strong> – Allarme a Hollywood”</strong></em>. Una commedia rimasta alla storia del cinema e ormai perduta negli archivi. Una brillantissima farsa sulla psicosi americana del “pericolo giallo”, con l’indimenticabile John Belushi. Fuochi d’artificio dagli ottoni tutti, che raccontano la trama dissacrante e grottesca dando il segno della loro formidabile tecnica musicale e interpretativa. Arriva l’ovazione. Il concerto sarebbe finito, fatalmente rimaneggiato dalle altre tre partiture in programma, ma il pubblico continua ad acclamarli e allora ti tirano fuori dalle tre carte il gran finale con il mitico…</p><p><strong>Quincy Jones</strong><strong>:</strong> <em><strong>“Soul Bossa Nova”</strong></em>. Saltano tutti gli schemi residui e la band si aggira in ordine sparso sul palco, inscenando uno sfilare di circensi in parata… elefanti e cammelli annessi. Ci salutano con una mano, ancora pigiando sui pistoni con l’altra, e se ne vanno davvero. Ormai siamo al delirio. Noi, ingrati immortali, vorremmo sentirli ancora, magari anche solo – si fa per dire – nel particolarissimo e struggente omaggio che dedicano a Fred Buscaglione con <em><strong>“Guarda che Luna”</strong></em><strong> in Swingin’ Pool (Summit Record 2005)</strong>;<strong> </strong>ma loro rientrano in scena a mani vuote per il saluto finale ed il concerto si conclude qui. Prima del passaggio di prammatica al foyer però, sparano diecine di pose fotografiche coi giovani fans ancora increduli di tanta grazia. Straordinari davvero questi ragazzi italiani rigorosissimi e scanzonati, vera ricchezza della nostra musica. Possiamo dirci veramente soddisfatti ma un’ultima curiosità ci rimane. Ci avviciniamo al mefistofelico Pierobon che raccoglie ancora da terra spartiti e sordine e gli porgiamo la fatidica domanda: <em>“Gomalan Brass… qual’è l’origine di questo nome… cos’è un Gomalan?”. “Ma noo!!! </em>” risponde lui, “<em>Go mal an brass…ho male a un braccio…in dialetto parmense”.</em></p><p><strong>Per conoscere meglio gli assatanati:</strong></p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.gomalanbrass.com/" target="_blank"><strong>http://www.gomalanbrass.com/</strong></a></span></p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=IbB5TU3rG5g&amp;feature=related" target="_blank"><strong>http://www.youtube.com/watch?v=IbB5TU3rG5g&amp;feature=related</strong></a></span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0011257_i-gomalan-brass-quintet-con-giallo-al-teatro-rossetti-di-vasto/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>The Bad Plus al Teatro Rossetti di Vasto</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0010345_the-bad-plus-al-teatro-rossetti-di-vasto/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0010345_the-bad-plus-al-teatro-rossetti-di-vasto/#comments</comments> <pubDate>Thu, 04 Feb 2010 11:22:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[Vasto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=10345</guid> <description><![CDATA[Vasto – 10 gennaio 2010 – Eccoci dunque al sesto appuntamento della stagione concertistica con un’altra serata dedicata al Jazz, anzi…a “I nuovi linguaggi del Jazz”. La band in questione, in effetti, è di quelle di grande avanguardia e contaminazione, cosa non facile da scovare al giorno d’oggi. In sala, ad un’ora dalla chiamata di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vasto</strong> – 10 gennaio 2010 – Eccoci dunque al sesto appuntamento della stagione concertistica con un’altra serata dedicata al Jazz, anzi…a “I nuovi linguaggi del Jazz”. La band in questione, in effetti, è di quelle di grande avanguardia e contaminazione, cosa non facile da scovare al giorno d’oggi. In sala, ad un’ora dalla chiamata di scena, il pubblico fa ribollire la platea. Facce emozionate, suoni che vengono da centinaia di chilometri di distanza. Andria, Bari, Macerata…e un folto gruppo da Pisa; quando il popolo della provincia si muove così un motivo c’è sempre. Stiamo tutti aspettando di papparci questo bel concerto… <strong>The Bad Plus</strong> &#8211; Ethan Iverson, Piano – Reid Anderson, Contrabbasso – David King, Batteria. <span id="more-10345"></span></p><p>Sul palco il tipico allestimento da trio Jazz che aspetta d’essere messo alla prova per l’ennesima volta, ma con un nuovo arrivo però. Al centro della scena il nuovo contrabbasso del Teatro… caldo legno di un grande maestro della liuteria italiana per noi, corredato da un pick-up altrettanto prezioso. Eccoli che entrano in scena… suonano insieme da più di vent’anni e si vede. Voce bassa e modi gentili col pubblico, che già rumoreggia; accesa e tragicomica ironia tra di loro, mentre discutono brevemente sulla scaletta. Sembra proprio che ci preparino una messa in scena tra musica e rappresentazione farsesca. Le loro registrazioni confermano questa impressione. Una musica cool sapientemente dipinta di colori vivaci e movimento caustico, affrescata sullo sfondo con il sottile e ironico fatalismo del Midwest americano, fatta di sentimento contrapposto alla catastrofe imminente; come l’ultima letteratura americana del Realismo isterico vuole. Iverson apre la serata con una breve introduzione al concerto ma il pubblico non vuole più aspettare… Ethan ci guarda come per dire&#8230; “ve la siete voluta” e si posiziona al piano per l’attacco.</p><p>Variation d’apollon – liberamente tratto dal balletto “Apollon musagète” (1928) – Igor Straviskij. La mente e Le dita di Ethan affrescano una scena ritagliata dalla musica del grande genio russo, dal suo periodo neoclassico, avviato già nel 1919 con “Pulcinella”. Si coglie nelle note la plasticità del movimento degli dei della mitologia greca, che volge docile ai canoni della danza classica. Contrabbasso e batteria dialogano di fine contrappunto, accompagnando gli accordi maestosi del piano, quasi ad evocare l’entrata in scena di Apollo; fino al culmine del pas de deux che torna nel finale con grande impatto lirico e melodico. David ci regala da subito tutto il suo estro di percussionista che viene dal piano – a cinque anni inizia a suonare il pianoforte e a nove la batteria &#8211; e gli altri lo completano con un’esecuzione raffinata e di estrema sperimentazione. Applausi a scena aperta, con tutte le altre espressioni che il pubblico riserva di solito alle grandi star della live music. Qualcuno sembra quasi non credere all’opportunità lungamente sognata. La band passa ora ad una serie di brani tratti dalle loro incisioni… And Here We Test Our Powers Of Observation, Birthday Gift e altro. Musica in forma di gioco, introdotta da David King e seguito dagli altri due, che irrompono con una concertazione sapientemente smontata e rimontata; come se fosse una costruzione di mattoncini Lego. Rock, free jazz e soundtrack music in un enorme lavoro di pianoforte e contrabbasso, esaltato e completato dalla sapienza imprevedibile delle percussioni, sempre verso l’assolo esaltante, con il batterista che arriva a tormentare il rullante in ogni suo spazio, fino alla pelle inferiore. In una brevissima pausa tra i brani di questa lunga serie, Iverson va fuori scena con il classico sgabello da piano in dotazione e rientra con una prosaica sedia di plastica; forse per ammansire gli spettatori meno abituati a questi balzi geniali tra ortodossia e totale improvvisazione. Ci spelliamo le mani e assistiamo al delirio dei fans più assatanati… solo una band consolidata con anni e anni di lavoro in comune, può incantare il pubblico come riescono a fare questi tre straordinari musicisti.</p><p>Si torna al classico e allo sgabello d’ordinanza: Metal (Ligeti), omaggio a György Sándor Ligeti, musicista ungherese, considerato uno dei più grandi compositori del ventesimo secolo. Innovatore nel panorama della musica classica contemporanea, aderisce da continuatore alla musica di Béla Bartók e approda infine alla musica elettronica, arrivando a comporre temi per il cinema tra i più belli e famosi; certamente caratterizzanti tante pellicole che devono soprattutto alla musica il loro successo. Basti ricordare il senso dell’infinito sconosciuto di “2001: Odissea nello spazio” o il clima da maleficio incombente di “Shining”. Annunciato da basso e batteria, Ethan entra nell’intimo del racconto, e crea le dissonanze per uno scenario da temporale notturno che si abbatte sulla languida solitudine degli umani che vegliano… poi, la prevalenza del timbro da sound mass, quasi in assenza degli altri elementi della struttura musicale, s’attenua e lascia posto al virtuosismo del classico e del jazz prima maniera fino alla fine. Ancora applausi ed entusiasmo contagioso… e allora la band pesca il meglio della sua produzione: Snowball, My friend metatron, Love Is the Answer, The Radio Tower Has a Beating Tower… ci prende all’improvviso il rock favolistico inglese in un saliscendi di movimento incessante del piano, che torna poi struggente di solitudine. Volando verso l’ossessione apre la strada all’ennesimo fraseggio di basso e batteria… e, all’improvviso, è ancora jazz puro, sempre in bilico tra classico e moderno, tra sperimentazione e tradizione; tutto il contrario di quel che chiamiamo comunemente fusion. Piuttosto scomposizione e creazione di un linguaggio nuovo e singolare. Continuano così, senza posa, a condurci per questi percorsi&#8230; il piano viaggia sicuro e riempie l’aria, sputa scale, scompone e ricompone con gli altri… forza sui tasti e si quieta, per lasciar spazio a Reid Anderson ed al suo lunghissimo, ultimo assolo.</p><p>Il pubblico è in visibilio e Bellafronte pure. Quel contrabbasso stupisce tutti, e più di tutti Reid che se lo porterebbe volentieri a casa. Lunghi e caldi applausi per salutare questi artisti che rimangono pressoché unici e sfuggenti ad ogni classificazione. Un mistero svelato più che dall’unanime consenso dei critici di tutto il mondo, dall’entusiasmo appagato del popolo della provincia che ha macinato centinaia di chilometri a ragion veduta, e adesso s’accalca all’entrata del foyer per salutarli. Noi ci adeguiamo, soprattutto per ottenere qualche loro incisione da portarci a casa. Veniamo accontentati… For All I Care &#8211; The Bad Plus Joined by Wendy Lewis (2009) e Blunt Object &#8211; Live in Tokyo (2004). La calca si dirada e il pubblico guadagna l’uscita… non noi, che torniamo in sala come facciamo sempre, per un’ultima foto o per capire meglio qualche particolare. Eccoli lì, alle prese con il recupero dell’attrezzatura, pronti a raggiungere Terni, per poi volare verso gli states. Nessuna fretta si coglie nel loro aggirarsi ancora sul palco… Ethan si guarda intorno, mentre Reid s’abbraccia ancora quel bel contrabbasso che dovrà lasciare… David è l’unico che smonta e raccoglie le bacchette intorno… poi però, come per tornare alla fanciullezza, si siede al pianoforte e accarezza la tastiera sulle note di Chopin.</p><p>Per saperne di più sulla Band:</p><p><a href="http://www.thebadplus.com/" target="_blank">http://www.thebadplus.com/</a></p><p><a href="http://www.caleidoscopiojazz.com/" target="_blank">http://www.caleidoscopiojazz.com/</a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0010345_the-bad-plus-al-teatro-rossetti-di-vasto/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Vasto: Paolo Dongu a &#8220;La Taverna&#8221;</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/0010055_vasto-paolo-dongu-a-la-taverna/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/0010055_vasto-paolo-dongu-a-la-taverna/#comments</comments> <pubDate>Mon, 25 Jan 2010 17:43:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Redazione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=10055</guid> <description><![CDATA[Vasto 24 gennaio 2010 &#8211; Nicola Liberatore riapre le porte del suo bellissimo locale, incastonato in un angolo suggestivo del centro storico di Vasto, alle arti visive con Paolo Dongu; dopo un periodo totalmente dedicato ai concerti. Molteplici negli anni le esperienze in questo senso, anche in modalità permanente, che ci hanno fatto apprezzare la [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/wp-content/2008_unfiglioametà-paolo-dongu.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-10058" title="2008_unfiglioametà-paolo-dongu" src="http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/wp-content/2008_unfiglioametà-paolo-dongu.jpg" alt="" width="400" height="546" /></a></p><p>Vasto 24 gennaio 2010 &#8211; <strong>Nicola Liberatore</strong> riapre le porte del suo bellissimo locale, incastonato in un angolo suggestivo del centro storico di <strong>Vasto</strong>, alle arti visive con <strong>Paolo Dongu</strong>; dopo un periodo totalmente dedicato ai concerti.</p><p>Molteplici negli anni le esperienze in questo senso, anche in modalità permanente, che ci hanno fatto apprezzare la pittura di molti artisti, tra i quali Fabio De Poli, che per Nicola vergò l’ormai famosa scritta “<strong>La Taverna</strong>”, che caratterizza da sempre a mo’ di logo, questa struttura ricavata in un ampio scantinato dalle volte a botte e allestita pensando al piacere del palato vieppiù esaltato dalla rappresentazione delle varie forme d’arte.<span id="more-10055"></span></p><p>Questa sera si inaugura una personale del pittore <strong>Paolo Dongu</strong> e, come di solito accade per gli allestimenti ospitati da Nicola, il primo impatto visivo promette emozioni. Una pittura ad olio su tela e legno, carica di colori caldi, sempre sul crinale da dove si sconfina facilmente, attraverso fotografia, fumetto e rappresentazione classica dell’immagine; immersa in un mondo introspettivo di personaggi della vita di tutti i giorni, nelle loro espressioni più banalmente usuali, eppure rappresentative di una realtà sempre più avulsa dal percorso esistenziale dell’essere umano del terzo millennio.</p><p>Meglio a questo punto interrogare l’artista su queste sue opere che indubbiamente non si mescolano con le tendenze di genere codificate e spesso banalizzate dal web, e che conservano, pur nella “modernità”, una vera originalità che può essere solo bagaglio dell’artista.</p><p>Paolo ci racconta allora questo suo percorso:</p><blockquote><p>“Sono poco più che quarantenne e ho cominciato a tenere in mano il pennello a 21 anni, proprio in occasione del mio ingresso nel mondo del lavoro. Prima di allora mi ero interessato al disegno e alla grafica in genere nel periodo scolastico, poi, durante il servizio di leva, ho cominciato a studiare le tecniche di base e a dialogare con gli artisti che incontravo nei miei percorsi quotidiani, alla scoperta dell’arte come espressione di vita. Non sono un pittore a tempo pieno e l’inizio dell’attività lavorativa, con le sue regole e le durezze spesso irrazionali proprie di un ambiente di forzata e promiscua aggregazione, ha fatto esplodere in me un senso di disagio diffuso e il bisogno di lenire questa mia sofferenza con una pratica che potesse dare appagamento a quel che mi sentivo dentro”.</p></blockquote><p>Comincia a praticare questa sua passione, anche scegliendo i supporti da dipingere con modalità del tutto artigianali…</p><blockquote><p>“prima mi ha affascinato la consistenza delle superfici in legno e poi, man mano che acquisivo maggiore tecnica ed esperienza, ho preso a selezionare la juta da montare sui miei telai, senza ricorrere ai materiali commerciali che si possono trovare dai fornitori di questo genere”.</p></blockquote><p>Questo percorso che dura ormai da vent’anni si caratterizza definitivamente dopo circa sette anni d’esperienza e di studio continuo…</p><blockquote><p>“Ad un certo punto del cammino mi rendo conto che il mio interesse per il “soggetto umano” è preponderante e cattura praticamente tutto il mio orizzonte artistico. Nel 2004 comincio a realizzare opere per mostre a tema e capisco che quel che più m’interessa è la rappresentazione visiva delle emozioni…vorrei sempre entrare nei corpi dei miei soggetti, perché loro per me sono come specchi che riflettono le mie stesse emozioni. Dipingendo gli altri riesco ad esplorare me stesso nel profondo, in una contaminazione che per me è l’unica salvezza”.</p></blockquote><p>L’inconsapevolezza dell’essere artista sembra la vera cifra della pittura di Paolo Dongu. Questo suo crescere, più nell’esperienza umana che nella tecnica pittorica, alla ricerca della vita degli altri tanto simile alla sua, appare paradossalmente il vero senso della sua arte…</p><blockquote><p>“Le opere che tu hai più apprezzato questa sera sono quelle realizzate nella necessità di liberazione da un periodo molto duro della mia vita”</p></blockquote><p>In effetti, tra i dipinti più carichi di emotività, spicca un’opera che raffigura il figlio dell’artista…un olio su legno perfettamente diviso a metà in due pannelli accostati… come a rappresentare la scissione dell’essere bambino, derivazione di due differenti percorsi esistenziali che si accostano senza riuscire a fondersi per proseguire insieme nella dura pratica quotidiana, croce e delizia dell’“<strong>Essere Individuale</strong>” che <strong>Zygmunt Bauman</strong> rappresenta con efficacia ne “<strong>La solitudine del cittadino globale</strong>”.</p><p>La personale di Paolo Dongu potrà essere visitata a “La Taverna” di Vasto fino al prossimo 24 febbraio</p><p>Per conoscere meglio l’artista: <a href="http://www.kontos.it" target="_blank">http://www.kontos.it</a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/0010055_vasto-paolo-dongu-a-la-taverna/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Christina Schorn e Ivan Mancinelli al Teatro Rossetti di Vasto</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/009947_christina-schorn-e-ivan-mancinelli-al-teatro-rossetti-di-vasto/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/009947_christina-schorn-e-ivan-mancinelli-al-teatro-rossetti-di-vasto/#comments</comments> <pubDate>Fri, 22 Jan 2010 11:47:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category> <category><![CDATA[Vasto]]></category> <category><![CDATA[xilomarimba]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=9947</guid> <description><![CDATA[Vasto – 10 gennaio 2010 – Siamo al quinto appuntamento e questo percorso affascinante che il cartellone del Rossetti ci propone non cessa d’incuriosire. Ci aspetta un nuovo viaggio…  “Dentro la musica contemporanea &#8211; Percussioni e chitarra dal 900 ad oggi” recita il manifesto. Il teatro è come sempre pronto a ricevere il suo pubblico [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vasto – 10 gennaio 2010 – </strong>Siamo al quinto appuntamento e questo percorso affascinante che il cartellone del Rossetti ci propone non cessa d’incuriosire. Ci aspetta un nuovo viaggio… <strong> </strong><strong>“</strong><em><strong>Dentro la musica contemporanea &#8211; </strong></em><strong><em>Percussioni e chitarra dal 900 ad oggi</em></strong><em>” </em>recita il manifesto<em>. </em>Il teatro è come sempre pronto a ricevere il suo pubblico e sulla scena notiamo un allestimento strumentistico non usuale. A sinistra un set di percussioni ricco e vario… poi, al centro, sgabello e poggiapiedi per Christina e la sua chitarra a sei corde; sulla destra invece una splendida marimba. Una <strong>xilomarimba</strong> per la precisione. A guardarla già promette i suoni magici ed inconfondibili di questo antichissimo strumento delle civiltà africane e precolombiane, che solo nella prima metà del ‘900 ha avuto soddisfazione, con le prime partiture di compositori in cerca d’innovazione.<span id="more-9947"></span></p><p>La chiamata di scena arriva puntuale a teatro pieno. Christina Schorn e Ivan Mancinelli si preparano a regalarci una bella serata di musica particolare… moderna e folclorica insieme; e scelgono, per iniziare, una sequenza di cinque brani composti espressamente per loro da Brad Hufft,<strong> </strong>docente della California State University. La partitura è il primo frutto di un progetto che Christina e Ivan hanno avviato con il compositore, durante il loro tour americano del marzo 2009, e che porteranno anche in Europa. La sinergia si è attivata quasi per magia, per il fascino che gli indiani di California continuano a spargere tutto intorno in quei luoghi bellissimi… soprattutto Ivan è colto da questo sacro fuoco mentre ci annuncia che alla fine del 2010 saranno ancora in tournée in quella Terra, per continuare a riportare alla luce le antichissime melodie indiane…</p><p><em><strong>Brad Hufft – “Song from the Ojibiwa: Dream Song, Light my Way to B</strong></em><em><strong>ed, The Spirit Will Appear, Flute song, Song of the Deer Dancing”.</strong></em></p><p>La chitarra di Christina comincia a diffondere una nenia di solitudine al tramonto, guardando un orizzonte di pianura dalle alture…e Ivan attacca a quattro battenti come a riempire quel paesaggio di presenze, di leggende, di semplici scene di vita ormai cancellate da una civiltà impietosa. Il teatro è inondato ora da questa musica struggente, che rappresenta tutte le testimonianze di quella terra di confine tra nord e sud del Nuovo Mondo. La musica si appaga e il pubblico commenta con gli applausi la suggestiva esecuzione. Ivan lascia la scena e Christina si prepara ad eseguire un brano per chitarra sola… <em><strong>Balz Trümpy</strong></em> &#8211; <em><strong>“Ballade”</strong></em>.<strong> </strong>Si potrebbe dire un pezzo monumentale per chitarra del compositore svizzero. Rettore del Conservatorio di Basilea, è stato per anni assistente di Luciano Berio ed è oggettivamente uno dei compositori più interessanti della sua generazione. Oggi collabora attivamente con questo straordinario duo e ha già scritto per loro una composizione.</p><p>La chitarra di Christina annuncia un pezzo pieno di idee, colori e rara dinamica. Sembra di saltellare in un prato verde di rugiada o di osservare un volo d’insetto in macro… planare tra le cose della natura senza sforzo, così come la musica contemporanea, per tradizione, spesso ci concede. È proprio un bel viaggio questo di stasera e l’emozione culmina con le ultime note affiancate dagli applausi.</p><p>Christina si concede una meritatissima pausa e torna in scena Ivan, posizionandosi questa volta al set di percussioni per un “<em>setup solo</em>”… <em><strong>Iannis Xenakis – “Rebonds B”. </strong></em>Parte l’esecuzione e quasi subito scende il gelo… Ivan fa fuori la pelle di un bongos… succede, è proprio questo il bello di una performance di questo genere… il musicista non si perde d’animo e ripara in men che non si dica lo strumento, tra gli applausi incoraggianti e impazienti del pubblico. Rullano ancora i tamburi in una sequenza progressiva dove la musica è di fatto percezione di immagini, e il ritmo tratteggia e accompagna i cambi continui di scena e d’umore. Opera molto rappresentativa per il repertorio percussionistico, richiede un particolare sforzo tecnico per essere eseguita. Il grande compositore greco scomparso nel 2001 l’ha composta da par suo, tanto che Ivan ci suggerirà fuori scena: <em>“ </em>È<em> sicuramente uno dei pezzi più difficili del nostro repertorio”. </em>Tra gli applausi Mancinelli torna alla marimba per eseguire un altro pezzo del programma… <em><strong>Toshimitsu Tanaka – “Two Movements for marimba” </strong></em>. Scritta nel ’56 dal famoso Maestro giapponese, è un’altra composizione importante del repertorio per marimba sola. Si sviluppa armoniosa, in due movimenti: uno iniziale, aggressivo e molto ritmico, un secondo con una lunga introduzione legata e cantabile ed una parte successiva molto veloce e di nuovo ritmata, con precisione e velocità nell’esecuzione. Si materializzano dunque i lottatori e gli atleti delle arti marziali giapponesi, su di una scena trasfigurata all’uopo.</p><p>Ancora meritati applausi, una breve pausa e torna in scena anche Christina; per l’ultima parte del concerto. <em><strong>Terry Riley – “The Book of Abbeyouzzud: Dias de los muertos, Se aparece la muerta inocentemente por la tarde”. </strong></em>Così tutti crediamo che sia… si avverte da subito un che di spagnolo nelle dita e nelle note di Christina e noi ci abbandoniamo fiduciosi e ignari. Il titolo dei brani dell’opera in programma sono appunto in castellano. Ma qualcosa non ci convince… notiamo da lontano Raffaele Bellafronte che armeggia al mixer dell’impianto di registrazione con un lampo di soddisfazione negli occhi. La musica ci prende ancora e ci lasciamo andare a quel che percepiamo come un inno alla danza per tutto il tempo dell’esecuzione. Ci appare l’incedere del compositore stesso in progressione, colmo di mistica sensualità, come di trasfigurazione nel ballo, che regala alle note l’armonia del movimento corporeo. La partitura è molto “piena” e denota la perfetta conoscenza delle possibilità di fraseggio chitarra/marimba. I due strumenti, sapientemente animati da questa coppia di talenti, lavorano infatti sicuri, senza il benché minimo risparmio di energie, tutti e due esaltati dallo spartito “danzante” e virtuosistico al contempo.</p><p>La bellissima esecuzione si chiude tra i caldi applausi del pubblico e Christina ci svela finalmente l’arcano. Con un gesto affettuoso e soddisfatto, indirizza l’ovazione alla sua sinistra, proprio verso il palchetto del mixer, dove Raffaele non può fare a meno di concedersi al suo pubblico più prossimo… abbiamo ascoltato, di <em><strong>Raffaele Bellafronte &#8211; Malukka Dance. </strong></em>Opera frutto della collaborazione avviata già da tempo tra il compositore vastese e questo sempre più stupefacente duo, che già l’aveva eseguita in prima mondiale nel dicembre scorso a Salisburgo…ma di questo e di altro parleremo più avanti.</p><p>Adesso bisogna onorare Terry Riley<em><strong> </strong></em>e finalmente ascoltiamo quest’ultima parte del concerto, dedicata al compositore e musicista statunitense, tra i fondatori del movimento <em>minimalista</em> e padre del ramo americano di questa corrente artistica, abbracciata poi da molti protagonisti del rock come i Tangerine Dream o i mitici The Who, che hanno spesso fatto riferimento nei loro brani a Riley. Il concerto si chiude senza bis, visto il pacco sorpresa vieppiù appagante; e dopo tre uscite di saluto degli artisti, si passa con trepidazione al dopo concerto per un brindisi in onore di Raffaele e per capire meglio questo bel duo di musicisti.</p><p>Si avverte subito che siamo di fronte a una coppia non solo sul palco. Christina e Ivan sono anche una famiglia, formatasi nella passione artistica e umana. Due figli: uno di tre anni, affidato ai nonni materni a Salisburgo, e l’ultima di tre mesi in albergo, con i nonni paterni tarantini. Entrambi docenti di conservatorio, lei a Monopoli e lui a Sassari, ci parlano della loro frenetica attività, dei loro prossimi recitals e soprattutto della collaborazione con Raffaele Bellafronte.</p><p>Rientreranno subito in Austria, per preparare al meglio i loro due prossimi concerti: il 12 febbraio a Vienna e il 29 aprile a Minneapolis. Raffaele, come al solito silenzioso e riservato, non ci concede che un accenno di questa sua ultima fatica… e allora sollecitiamo Ivan, che cordialissimo ci racconta il percorso di questa proficua collaborazione.</p><blockquote><p>“<em>Per quanto riguarda Raffaele, la sua composizione rientra nel progetto che stiamo sviluppando insieme con Brad Hufft, anche se non è basata sulle bellissime melodie degli indiani d&#8217; America. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Bellafronte attraverso amici comuni e siamo stati molto contenti della sua scelta di scrivere per noi Malukka Dance. Naturalmente, come puoi immaginare, eravamo curiosissimi di avere lo spartito quando lui ci ha detto che lo avrebbe scritto e, da quel momento, i contatti fra di noi sono sempre stati abbastanza frequenti. Naturalmente attendevamo la possibilità di lavorare fianco a fianco con lui. In generale, noi cerchiamo sempre di confrontarci con i compositori per capire quanto più possibile quale è l&#8217;idea di base che accompagna la partitura. Pur avendo poi eseguito in prima assoluta Malukka Dance a Salisburgo, non avevamo avuto occasione di suonare per Raffaele sino al giorno del nostro concerto a Vasto. Qui abbiamo dedicato praticamente tutta la mattinata della domenica prima del concerto al lavoro in comune. A questo punto non abbiamo resistito alla tentazione di eseguire Malukka in concerto, anche se non era in programma e Raffaele non ne sapeva niente fino a stasera. Il lavoro con lui ci è sembrato subito molto stimolante, anche in previsione di altre esecuzioni del suo brano. In particolare lo suoneremo il 12 febbraio a Vienna per la O1 (la radio classica), e il 29 aprile per la Minnesota State University a Minneapolis. Devo anche dire che raramente ho avuto occasione di suonare dei brani in cui il mio strumento è trattato così bene. Pur non essendo il compositore un marimbista. Inoltre, lavorando insieme ci è venuta voglia di sviluppare qualcosa per Chitarra, marimba ed orchestra. È questo un organico poco comune nel panorama della musica contemporanea e per questo risulta molto stimolante.”</em></p></blockquote><p>Ci congediamo soddisfatti da questi splendidi ragazzi che, siamo certi, ci regaleranno ancora pagine e pagine di splendida musica.</p><p>Per saperne di più su <strong>Christina Schorn</strong> e <strong>Ivan Mancinelli</strong> vi rimandiamo ai link qui sotto riportati:</p><p><a href="http://www.ivanmancinelli.eu/index.html" target="_blank">http://www.ivanmancinelli.eu/index.html</a></p><p><a href="http://www.elcimarronensemble.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=13&amp;Itemid=28" target="_blank">http://www.elcimarronensemble.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=13&amp;Itemid=28</a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/009947_christina-schorn-e-ivan-mancinelli-al-teatro-rossetti-di-vasto/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I Trem Azul a “La Taverna” di Vasto</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/009849_i-trem-azul-a-%e2%80%9cla-taverna%e2%80%9d-di-vasto/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/009849_i-trem-azul-a-%e2%80%9cla-taverna%e2%80%9d-di-vasto/#comments</comments> <pubDate>Mon, 18 Jan 2010 00:29:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[musica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=9849</guid> <description><![CDATA[Vasto 16 gennaio 2010 &#8211; Ancora una bel sabato sera di musica a “La Taverna” di Nicola Liberatore, nel centro storico di Vasto. Sulle tavole i Trem Azul, band raffinata – purtroppo priva per la serata di Marcello Manuli al basso – abituata a viaggiare sicura tra samba canção, bossa nova e jazz. Massimiliano Coclite [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Vasto 16 gennaio 2010 &#8211; Ancora una bel sabato sera di musica a “La Taverna” di Nicola Liberatore, nel centro storico di Vasto. Sulle tavole i Trem Azul, band raffinata – purtroppo priva per la serata di Marcello Manuli al basso – abituata a viaggiare sicura tra samba canção, bossa nova e jazz. Massimiliano Coclite piano, Bruno Marcozzi batteria, Alessia Martegiani Voce.</p><p>Alessia mette insieme a tavola la sequenza dei pezzi da eseguire e gli altri la assecondano docili. La sua fantastica voce ci accompagna in un percorso costruito con i loro brani editi e no, e con una messe di standards sapientemente riarrangiati.<span id="more-9849"></span></p><p>Di loro colpisce soprattutto lo straordinario valore del singolo e la naturalezza con cui il gruppo si fonde nella musica. Per Bruno non ci sono parole: suonerebbe anche con un chiodo. Si porta dietro un set strano di bacchette riadattate e una batteria che sembra il trastullo di un bambino; con questa paccottiglia trasuda musica, ritmo in forma singolare e raffinatissima e, come se non bastasse, canta e imita colleghi musicisti come Annamaria Lopa da Campobasso. Estro distratto difficile da incontrare…un vero talento.</p><p>Max il motore lavora le tastiere con spregiudicata maestria: piano e sintetizzatore che sputano musica impastata alla sua maniera. Seducente nell’eseguire la sua parte e quella del bassista assente, diventa magico quando sposta tutte e due le mani sul piano…un musicista che ti fa innamorare, uno di quelli che onorano la migliore tradizione della musica.<br /> Alessia si porta dentro la passione del canto e la naturalezza dell’artista consumata; e quando tira fuori le sue note s’illumina di luce non riflessa. Canta e interpreta con sapiente originalità tutto il mondo e l’armonia dell’improvvisazione musicale brasiliana.</p><p>Ragazzi di questa nostra Terra presi dalla musica e dalla difficoltà del vivere di questa, limpidi e umani come libri aperti, nel loro peregrinare per serate e festivals. Nel dopo concerto Max e Bruno si rilassano con qualche pezzo d’autore… Moon River di Mercer e Mancini ed altri bellissimi pezzi per piano solo. Poi Bruno si avventura senza nessuna difficoltà, cantando Pino Daniele nelle sue composizioni più ostiche, anche per un interprete consumato. Alessia li guarda divertita e li richiama alla realtà…200 chilometri in macchina alle due di notte non sono una passeggiata.</p><p>Vi consigliamo di seguirli nei loro giri in Abruzzo e nel resto del mondo. Potreste imbattervi nelle  esibizioni di questa originalissima band, oppure notarli singolarmente tra i musicisti nelle jam sessions con Fabrizio Bosso, Sergio Cammariere, Stefano “Cocco” Cantini, Fabrizio Mandolini, Luca Bulgarelli, Maurizio Rolli e tanti altri. Avvezzi alla contaminazione per vocazione, vi capiterà di trovarli immersi anche nella musica in lingua genovese dell’amatissimo Fabrizio De Andrè.</p><p><strong>Per saperne di più sulla band e sui percorsi musicali individuali:</strong></p><p>http://www.myspace.com/tremazul</p><p>http://www.westandcoast.com/scheda-massimiliano-coclite.php</p><p><object width="600" height="450"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/sx8EAerDhMQ?version=3"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/sx8EAerDhMQ?version=3" type="application/x-shockwave-flash" width="600" height="450" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p><p>http://www.associazioneitaca.org/area_soci/archivio/2006/st_rt/attivita_didattica/l_accademia_musicale/curricula_e_foto_docenti/alessia_martegiani_canto</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/009849_i-trem-azul-a-%e2%80%9cla-taverna%e2%80%9d-di-vasto/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Premio Letterario Sergio De Risio 2010</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/009665_premio-letterario-sergio-de-risio-2010/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/009665_premio-letterario-sergio-de-risio-2010/#comments</comments> <pubDate>Mon, 11 Jan 2010 13:01:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=9665</guid> <description><![CDATA[Pubblicato il bando della IV Edizione In questi giorni è stato pubblicato dal comitato scientifico il bando di partecipazione alla IV edizione del Premio Letterario “Sergio De Risio”. Il documento è a disposizione degli interessati sul sito www.premiosergioderisio.it . Gli autori che intendono partecipare con le proprie opere dovranno far pervenire il materiale entro il [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblicato il bando della IV Edizione<br /> </strong><br /> In questi giorni è stato pubblicato dal comitato scientifico il bando di partecipazione alla IV edizione del Premio Letterario “Sergio De Risio”. Il documento è a disposizione degli interessati sul sito www.premiosergioderisio.it . Gli autori che intendono partecipare con le proprie opere dovranno far pervenire il materiale entro il 31 maggio 2010.<span id="more-9665"></span></p><p>Nell’ultima edizione dell’agosto 2009, organizzata come da tradizione a Scerni &#8211; paese natale di Sergio De Risio &#8211; Cesare Viviani con “Credere all’invisibile” (Einaudi), si è aggiudicato il premio per la sezione “Opere propriamente poetiche”; mentre Remo Bodei con “Paesaggi sublimi” (Bompiani), è il vincitore della sezione “Opere di riflessione teorica e critica”. Per la sezione “inediti” invece, la giuria presieduta da Renato Minore e composta da Filippo Maria Ferro, Giuseppe Langella, Cesare Milanese, Giancarlo Quiriconi, Jaqueline Risset, Raffaele Saraceni e Marco Tornar; ha scelto Fabio Franzin con la raccolta “Canti dell’Offesa”.</p><p>Il Premio “Sergio De Risio” nasce nel 2004, dopo la scomparsa del noto poeta e psicanalista, per la volontà di colleghi e amici di continuare lo studio e la ricerca sul filone del “Pensiero Poetante”, già avviati da De Risio, appassionato lettore e compositore di versi. Per la quarta edizione il comitato scientifico ha voluto ampliare l’orizzonte delle attività con una nuova sezione dedicata alle arti visive.</p><p>La manifestazione viene organizzata da sempre dall’associazione “Costituenda Fondazione Sergio De Risio”, fondata  dal Comune di Scerni, dall’Associazione Psicoanalitica Abruzzese, dalla Università “G. D’Annunzio”, dalla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dalla LUMSA di Roma.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/009665_premio-letterario-sergio-de-risio-2010/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Paola D&#8217;Aulerio: un tema per il futuro</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/009618_paola-daulerio-un-tema-per-il-futuro/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/009618_paola-daulerio-un-tema-per-il-futuro/#comments</comments> <pubDate>Sat, 09 Jan 2010 13:28:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Eventi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=9618</guid> <description><![CDATA[Paola D’Aulerio, studentessa di quinta del Liceo Pedagogico “R. Pantini” di Vasto, si è aggiudicata, ex aequo con altri cinque giovani, la XVI edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone, per la sezione riservata alle composizioni svolte dagli studenti medi. Rapiti sovente dalla cronaca – anche incredibile – di questi giorni, troppo spesso non ci curiamo [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Paola D’Aulerio, studentessa di quinta del Liceo Pedagogico “R. Pantini” di Vasto, si è aggiudicata, ex aequo con altri cinque giovani, la XVI edizione del  Premio Internazionale Ignazio Silone, per la sezione riservata alle composizioni svolte dagli studenti medi.</p><p>Rapiti sovente dalla cronaca – anche incredibile – di questi giorni, troppo spesso non ci curiamo di rappresentare le istanze dei giovani che vivono e crescono nel comprensorio del Vastese,  tanto arido di opportunità, soprattutto per le nuove generazioni. E la carenza non è solo costituita dalla difficoltà di trovare un lavoro alla fine degli studi senza dover emigrare – di questo si tratta –rinunciando a contribuire alla crescita del nostro Territorio.</p><p>La difficoltà nell’evolvere individualmente e collettivamente nel nostro ambiente, nasce soprattutto dalla carenza strutturale &#8211; a parte il grande contributo che la Scuola continua a fornire nonostante tutto &#8211; di strumenti culturali idonei alla crescita del nostro tessuto sociale. Anche l’informazione può fare la sua parte, in modo semplice, dando attenzione a quel che scaturisce dalla creatività e dall’entusiasmo dei giovani. Scegliamo quindi di pubblicare il tema che Paola D’Aulerio  ha presentato al Silone, guidata dalla sua insegnante di Italiano Paola Saraceni. Vincendo il premio con questa composizione, Paola ha conquistato forse una ragione in più per credere ad un futuro possibile.</p><p><strong>Benito Mascitti </strong></p><p>Il treno corre veloce sulle rotaie e a farmi compagnia nel lungo viaggio da Roma a Torino il mio caro libro di letteratura,  pagina 268:‘’Ignazio Silone’’.<br /> La voglia di studiare, come sempre, non è molta e certamente la confusione del treno non mi aiuta; di fronte a me una signora litiga al telefono e l’uomo che le è a fianco legge sul giornale la notizia di un altro attentato a Kabul.<br /> Mi giro e fuori dal finestrino scorrono, come tante foto, distese verdi, case sovrastate da un cielo azzurro coperto da nuvole evanescenti.<br /> Torniamo alla realtà! È ora di iniziare a leggere il libro, ma appena mi volto mi accorgo che di fianco a me c’è un altro passeggero.<br /> E’ un uomo sulla sessantina ed indossa un completo marrone, certamente fuori moda ma che gli da un aspetto da intellettuale, un po’ come gli autori che si studiano a scuola e si vedono sui testi.<br /> Il suo aspetto mi incuriosisce, ma ciò che mi attira di più è il taccuino che ha in mano, di pelle, rilegato ma piuttosto vecchio e scolorito, sul quale l’uomo scrive da un po’, ed è così concentrato che sembra non essersi neanche accorto di me che lo osservo.<br /> Non riesco a farne a meno… devo buttare un occhio su quegli appunti.<br /> Sembra che stia scrivendo un dialogo, cosa alquanto curiosa, e una frase attira la mia attenzione: “Sarebbe cristiana la società in cui l’amore sostituisse le leggi’’.<br /> Senza farci caso mi scappa una risatina, breve e sottovoce, ma abbastanza forte da attirare l’attenzione dell’uomo seduto al mio fianco.<br /> -Signorina, trova divertente questo mio dialogo?-<br /> Con le guance arrossate dalla vergogna rispondo:<br /> -Mi scusi signore, ma un po’ questa frase mi pare ridicola o meglio espressione di una pura utopia. -<br /> Ora è lui che mi guarda con uno strano sorriso sul viso e mi chiede:<br /> -Lei crede in una società cristiana? -<br /> La domanda mi lascia interdetta, non è certo un interrogativo di tutti i giorni soprattutto se lo si rivolge ad una persona che neanche si conosce; eppure il discorso mi incuriosisce, sembra interessante e poi sono proprio ansiosa di conoscere la spiegazione alla frase così assurda appuntata<br /> sul taccuino, per questo dopo aver riflettuto rispondo:<br /> -Personalmente credo che ai nostri giorni sia difficile parlare di società cristiana. Viviamo in un mondo dominato da ipocrisia ed egoismo che sono due principi completamente opposti a quelli basilari dell’amore. -<br /> L’uomo mi guarda con aria perplessa e pensierosa e sposta lo sguardo da me alla pagina del libro che stavo cercando di studiare e ad un certo punto riprende a parlare:<br /> -Noto che sta studiando un importante autore italiano ‘’Ignazio Silone’’e quindi sarà a conoscenza del suo pensiero politico. Cosa ne pensa?<br /> -Sì certo e lo ritengo, come la frase che lei prima stava scrivendo, un pensiero infondato, irrealizzabile. -<br /> Lo scrittore abruzzese non ha mai mantenuto una posizione fissa in un partito, egli professava un credo politico sì socialista, ma utopistico, ancor più del semplice socialismo, perché basato su principi difficili da essere attuati nel suo tempo e nel nostro.<br /> -Da quale opera ha potuto evincere questo suo pensiero ed arrivare a tali conclusioni? -<br /> -In opere come ‘’Fontamara’’, in cui la critica sociale emerge da uno sfondo di solidarietà e pietà cristiana e nel suo seguito, ‘’Pane e Vino’’, opera in cui il protagonista cerca di recuperare quegli ideali di libertà e solidarietà alla base del suo credo.<br /> -Deve però riconoscere che Silone non ha fatto che mettere in evidenza quelli che proprio lei poco fa ha definito come i cardini del sentimento dell’amore; allora perché non provare a concretizzarli e cercare di creare una società cristiana basata sulle leggi dell’amore? -<br /> -Proprio perché questi valori appaiono inesistenti nella nostra società. Quando si parla di amore solitamente lo si fa in riferimento ai rapporti con l’altro sesso, ma l’amore ha una pluralità di significati, è anche agape, amore fraterno.<br /> “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati’’ è il messaggio evangelico che dovrebbe essere il punto di riferimento del nostro vivere quotidiano e che può essere riassunto con la frase di Sant’Agostino “ama et fac quod vis” (ama e fa ciò che vuoi).<br /> Amare l’altro, infatti,  significa volere il suo bene non il nostro, come noi invece spesso facciamo, e se davvero riuscissimo a comprendere a pieno il senso di queste parole e ad applicarlo nella vita concreta, allora sì che sarebbe possibile creare una società in cui l’amore sostituisca le leggi.<br /> In realtà, però, è molto difficile credere che questo pensiero possa concretizzarsi, perché basta guardare ciò che ci circonda e non mi riferisco solo alle guerre, alle violenze o alle notizie che ogni giorno ascoltiamo al telegiornale, ma anche alla nostra stessa realtà.<br /> Se osserviamo l’ambiente in cui viviamo, la scuola, il lavoro e le persone con le quali ci relazioniamo, possiamo renderci conto che, più che il bene dell’altro, l’unico desiderio che abbiamo è quello di calpestarlo, metterlo in difficoltà e dimostrarci superiori.<br /> Quindi l’uomo, non essendo capace di abbattere le barriere del suo egoismo per aprirsi agli altri in uno slancio d’amore, non riuscirà mai a creare una società basata su questo sentimento che prescinda dalle leggi e dalle istituzioni sociali. &#8211;<br /> L’uomo mi guarda un po’ stupito e forse anche contrariato; dal suo sguardo capisco che le sue idee non coincidono esattamente con le mie e ad un certo punto mi porge una domanda un po’ particolare:<br /> -Mi rendo conto che la sua posizione non è in accordo con la frase da cui siamo partiti e mi sorge spontaneo chiederle: come sarebbe possibile secondo lei una società cristiana? &#8211;<br /> Non rispondo subito e prendo tempo per pensarci su, la domanda è complessa e non è facile rispondere, ma poi, guardando il libro sulle mie gambe trovo la risposta.<br /> -Mi piacerebbe citare la frase di un autore tedesco, Boll “Sogno&#8230;sì, sogno un cristianesimo sociale e diciamo pure socialista. Un cristianesimo che ormai prescinda dalle strutture storiche della Chiesa, ma che riscopra alcuni vecchi miti, profonde tradizioni e che ami la libertà. E un socialismo non ancorato alle ideologie di partito e meno ancora agli apparati burocratici.’’<br /> Ho voluto usare questa espressione non perché d’accordo con l’idea di Boll, ma perché vedo il cristianesimo, quello vero, solo come un sogno, qualcosa di irrealizzabile in quanto l’uomo non riuscirà mia ad arrivare ad una forma di amore puro come quella ipotizzata da Sant’Agostino e dal messaggio evangelico, perché ciò vorrebbe dire raggiungere la perfezione che non esiste. &#8211;<br /> Il rumore del treno che si ferma mi fa sobbalzare e quando mi giro per continuare la discussione con quello strano signore, mi accorgo che è scomparso. Eppure non l’ho visto uscir e dal vagone!<br /> Torno a sedermi e a prendere il mio libro che stranamente trovo aperto alla pagina 270 : “Il Confiteor” di Silone e subito l’occhio cade su una frase; ‘’sarebbe cristiana la società in cui l’amore sostituisse le leggi’’.<br /> Mi accorgo, allora, di essere tornata nella realtà. La donna di fronte a me continua a litigare al telefono e l’uomo di fianco a lei è sempre intento a leggere il giornale e io,  questa volta con maggiore interesse comincio a studiare.</p><p><strong>Paola D’Aulerio</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/009618_paola-daulerio-un-tema-per-il-futuro/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Paola D’Aulerio, vincitrice del Premio Silone</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/009527_paola-d%e2%80%99aulerio-vincitrice-del-premio-silone/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/009527_paola-d%e2%80%99aulerio-vincitrice-del-premio-silone/#comments</comments> <pubDate>Tue, 05 Jan 2010 14:03:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Eventi]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=9527</guid> <description><![CDATA[Paola D’Aulerio, della classe V° del Liceo Pedagogico “R. Pantini” di Vasto, ha vinto il Premio Silone (a pari merito con altri cinque ragazzi), per la sezione dedicata ai temi svolti dagli studenti. Andiamo a trovarla in Istituto e la intervistiamo in una pausa delle lezioni. Come ci si sente nei panni di vincitrice di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Paola D’Aulerio, della classe V° del Liceo Pedagogico “R. Pantini” di Vasto, ha vinto il Premio Silone (a pari merito con altri cinque ragazzi), per la sezione dedicata ai temi svolti dagli studenti. Andiamo a trovarla in Istituto e la intervistiamo in una pausa delle lezioni.</p><p><strong>Come ci si sente nei panni di vincitrice di un premio internazionale importante come il “Silone”; ti sei emozionata, ci speravi? Insomma raccontaci questa tua bella esperienza.<span id="more-9527"></span><br /> </strong><br /> Il “Silone” mi ha regalato una grande gioia. Ho partecipato a molti concorsi nella mia pur giovane vita, ma non ho mai avuto riconoscimenti simili. Quindi non potevo certo aspettarmi un successo in un premio di questa caratura. Anche se il testo che avevo scritto mi dava il senso di quel che volevo raccontare e la speranza di poterla spuntare balenava tra i miei sogni. Inizialmente non avevo molta voglia di partecipare proprio perché non immaginavo di poter competere, poiché la frase da commentare era, secondo me, abbastanza difficile. Poi fortunatamente la professoressa Saraceni, la mia insegnante di Italiano che mi ha guidato in questa esperienza, ha insistito e mi ha convinta. Vincere quindi è stata un’emozione davvero grande. Io amo scrivere e questa mia esperienza mi appare come un sogno realizzato. Mi sono sentita soddisfatta per aver composto qualcosa che anche altri hanno stimato e ovviamente mi auguro, senza tante illusioni, che questo sia solo l’inizio di un percorso di crescita del mio scrivere e raccontare. Mettere alla prova le mie capacità in questo modo è stato importante. Colgo sempre le opportunità che mi vengono proposte, e questa del Premio Silone è stata un’esperienza appagante.</p><p><strong>Come è iniziata questa esperienza, cos’è che ti ha spinto a fissare sulla carta i tuoi pensieri, le tue storie; come accade che una ragazzina sceglie di emozionarsi con questa pratica in luogo degli usuali strumenti che la comunicazione di massa di fatto ci impone; quanto è importante leggere per poi scrivere?<br /> </strong><br /> Scrivere e senz’altro uno dei modi migliori per comunicare ed esprimere le proprie emozioni. Questo è il motivo per cui mi piace. Il ruolo della lettura è fondamentale per la crescita e l’evoluzione. I grandi autori ci insegnano molto, e leggere è anche un modo per confrontarsi indirettamente con le idee del loro tempo. Questo ci permette anche di conoscere meglio noi stessi. La lettura permette anche di ampliare le conoscenze, di arricchire il vocabolario: una cosa fondamentale per scrivere ed approcciare a tecniche diverse di scrittura. Ho iniziato ad accostarmi alla lettura guardando mia madre che leggeva ogni sera; all’inizio era un passatempo poi è diventata una vera passione. Con il tempo mi sono accorta di quanto la lettura fosse importante per me; per apprendere, per estraniarmi quando c’è qualcosa che non va e, allo stesso tempo, per trovare consigli o risposte. Scrivere poi, è stato conseguente. Il passaggio tra lettura e scrittura è diventato un bel modo di vivere esprimendo il mio essere.</p><p><strong>Non hai risposto alla mia “provocazione” circa la comunicazione di massa. Come percepisci tu il rapido spostamento di tutte le nostre pratiche quotidiane sulla rete; ti sembra un’evoluzione naturale degli esseri umani o un tentativo ormai riuscito di mutare la nostra natura?<br /> </strong><br /> Per quanto riguarda la rete penso che non sia un’evoluzione naturale degli esseri umani. Proprio l’altro giorno ho visto un servizio in tv su dei libri online o qualcosa del genere e la cosa mi ha decisamente sconvolta. Va bene il progresso, sono d’accordo, ma forse si sta esagerando con il portare tutto in rete, persino i libri! Non sono una grande praticante di informatica, preferisco prendere carta e penna e buttare giù qualche idea sul foglio anziché su una pagina di Word. Ormai internet si sta affermando e tutto il resto sta scomparendo, anche e soprattutto nel campo dell’informazione. Io preferirei invece che ci fosse interazione ed integrazione tra le due cose. La comunicazione di massa oggi, se non usata correttamente,  serve più a manipolare la mente dei giovani che ad informare. Quindi bisognerebbe cercare un modo per sfruttare al meglio la rete ed il progresso a cui si è arrivati.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/009527_paola-d%e2%80%99aulerio-vincitrice-del-premio-silone/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Giuseppe Rosato, “ Piccolo dizionario di Babele”</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/009406_giuseppe-rosato-%e2%80%9c-piccolo-dizionario-di-babele%e2%80%9d/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/009406_giuseppe-rosato-%e2%80%9c-piccolo-dizionario-di-babele%e2%80%9d/#comments</comments> <pubDate>Tue, 29 Dec 2009 12:40:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Rosato]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=9406</guid> <description><![CDATA[Non sono pochi i narratori che provengono, ad esempio, da una percorso giornalistico; e neanche quelli che non partono da nessuna esperienza del genere. Scrivere è prima di tutto una passione, e praticare il giornalismo può essere senza dubbio una palestra formidabile; ma alla pari di un percorso più intimo, sviluppato in solitudine, con l’ausilio [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non sono pochi i narratori che provengono, ad esempio, da una percorso giornalistico; e neanche quelli che non partono da nessuna esperienza del genere. Scrivere è prima di tutto una passione, e praticare il giornalismo può essere senza dubbio una palestra formidabile; ma alla pari di un percorso più intimo, sviluppato in solitudine, con l’ausilio della lettura. Oggi tutto sembra però degradare verso una china scivolosa, dai percorsi sempre meno ortodossi rispetto alla tradizione, ai passaggi più o meno codificati che in qualche modo dettano le regole del gioco. Già, la tradizione. Sempre più considerata un orpello, un ostacolo al progresso, una iattura da evitare ad ogni costo.<span id="more-9406"></span></p><p>Tutto è alla portata di tutti e, come ben rappresenta Giuseppe Rosato nel suo recentissimo “Piccolo dizionario di Babele”, alla voce Materiale:</p><p>“(…) tutti scrivono o raccolgono il materiale. Non si riuscirà mai a sapere chi è che lascia cadere tutto questo materiale che poi va raccolto, che in modo così irresistibile invita a farsi raccogliere. Che si tratti di una malattia epidemica, che appunto si raccoglie? Fatto sta che il contagio si allarga senza freni, e pare anche senza rimedio”.</p><p>Sembrerebbe il pensiero di uno scrittore di successo un po’ snob, ma in realtà la “predica” ci viene da  uno che si è sempre messo in gioco con passione e straordinario impegno, senza tanti fronzoli; anche subendo il saccente scetticismo di quelli che hanno sempre considerato lo scrivere e il parlare in dialetto una sorta di profanazione della letteratura. Flaiano, suo sodale, diceva che “l&#8217;italiano è una lingua parlata dai doppiatori” e al giorno d’oggi, in questo catino grondante d’improvvisati ciak e di parole fuori controllo, il pensiero di Rosato sembra completare quello di Flaiano:</p><p>“Oggi la parola è tutto, ma non si tratta del “Verbo”, la Parola grande che si fece carne e che si era candidata a rifare il mondo. Oggi la parola, ovvero le parole, si fanno carne, ma da macello, strumento perverso assunto per guadagnarsi il governo della terra, in una confusione tale da far pensare che preluda a una novella Babele”.</p><p>Questa descrizione dello status quo ci incuriosisce e chiediamo lumi alla voce che più di tutte rappresenta il diluvio universale di parole scatenatosi ancora su Babele.</p><p>Giornalismo: “I giornalisti sono davvero i “cuochi della realtà”(…) accendendo il televisore per il telegiornale può accadere di pensarsi clienti di un ristorante. Il maître propone il menù, quindi lascia il campo ai cucinieri. Chi da un capo e chi da un altro del pianeta, essi ci ammanniscono le notizie come piatti ben farciti, ricchi di ogni condimento che concorra a renderceli accetti o almeno digeribili. Che ciò sia vero, o assai prossimo al vero, lo confermano alcuni plausibili dati collaterali. Uno, per esempio: che finito di nutrirci di molti di quei piatti, pardon di quelle notizie, ci venga da esclamare: “siamo proprio alla frutta!”. Come alla fine di un pranzo, appunto. Altro dato probante: che la moglie dica al marito, cogliendolo tutto preso da ciò che il video gli imbandisce: “Ma non ti sazi mai!”. E lui: “Ancora un momento, cara. Intanto puoi preparare il caffè”.</p><p>Allora forse dovremmo cercare alla voce Bulimia… non c’è. Andiamo quindi – fatalmente &#8211; alla voce Malinconia, che di sicuro non può mancare:</p><p>“La malinconia come sentimento oppositivo alla presunta felicità del tempo che viviamo e di quello venturo, la malinconia che rimette in dubbio ogni facile fiducia nel futuro. La malinconia che obietta al credo del vitalismo, sposato dai politici e da molti scienziati, letterati, artisti. Da tutti coloro che hanno scelto come norma di vita il darsi da fare. Al contrario, il malinconico propende per la convinzione che non ci sia più granchè da fare. Un grande malinconico come Ennio Flaiano può essere ora riscoperto e celebrato, la sua sostanziale solitudine – la “solitudine del satiro” – può adesso riconoscersi come la coscienza segreta di un tempo dominato dagli attivisti, dagli ottimisti, dai credenti in un futuro garantito dall’intelligenza tecnologica e al quale sorriderà il progresso che i politici promettono, con i suoi grandiosi benefici”.</p><p>Insomma, forse corriamo verso una metà che non esiste, forse dovremmo tentare di vivere con più Semplicità…voce che non ci aspettiamo di incontrare nel dizionario di Rosato. L’autore probabilmente ci rimanda a Flaiano non a caso…”Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, con meno letteratura”.</p><p>(Giuseppe Rosato, “Piccolo Dizionario di Babele”, Stilo Editrice, 2009)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/009406_giuseppe-rosato-%e2%80%9c-piccolo-dizionario-di-babele%e2%80%9d/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Aniello Desiderio</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/009102_aniello-desiderio/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/009102_aniello-desiderio/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 Dec 2009 18:36:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Benito Mascitti</dc:creator> <category><![CDATA[teatro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=9102</guid> <description><![CDATA[“L’entusiasmante Viaggio fra le sei corde” al Teatro Rossetti di Vasto Vasto 13 dicembre 2009 – Teatro Rossetti. Dopo l’emozionante prima del concerto inaugurale con Andrea Bacchetti e la trasferta al Globo per l’Otello di Renato Bruson, si torna al Rossetti per il terzo appuntamento della domenica pomeriggio. Ancora una variazione idiomatica dalle mille lingue [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>“L’entusiasmante Viaggio fra le sei corde” al Teatro Rossetti di Vasto<br /> </strong><br /> Vasto 13 dicembre 2009 – Teatro Rossetti. Dopo l’emozionante prima del concerto inaugurale con Andrea Bacchetti e la trasferta al Globo per l’Otello di Renato Bruson, si torna al Rossetti per il terzo appuntamento della domenica pomeriggio.<span id="more-9102"></span> Ancora una variazione idiomatica dalle mille lingue della musica: “L’entusiasmante Viaggio fra le sei corde” con Aniello Desiderio, detto ‘O Fenomeno, uno dei più grandi chitarristi del mondo, e non solo di questa epoca…facendo gli scongiuri. Ci imbuchiamo nel sempre accogliente e caldo teatro ancora vuoto molto prima della chiamata di scena delle 17,30. Aniello è già arrivato da tempo e la presenza di molti membri della sua famiglia ci fa pensare all’artista giramondo che, data la vicinanza della tappa alla sua Napoli, chiama a sè la tribù per godere di quel calore umano che nessun concerto può donare.</p><p>Salutiamo il Maestro  &#8211; e gli altri Desiderio &#8211; che concorda con Raffaele Bellafronte gli ultimi dettagli, e ci adeguiamo allo stato emozionale dell’artista. Un pezzo di giovane che contiene a stento la sua personalità improntata all’essere e non all’apparire. Un Caffè amaro per sentirne tutte le qualità, uno sguardo crudo e fugace, e ci diamo appuntamento per una chiacchierata a fine concerto…che adesso nun è cosa. Sulla scena sgombra una scarna attrezzatura: Sgabello, poggiapiedi per chitarra e un sistema di microfoni strani e smilzi molto particolare.</p><p>Qualche dettaglio per gli assatanati di genere: Il meglio della tecnologia esistente: corpo microfonico/preamplificatore diviso e decentrato rispetto alla capsula/trasduttore; per assicurare la massima versatilità d’impiego. Il diaframma, ridotto all’osso, consente la forma filiforme del microfono e il suo posizionamento, che così non perturba il campo sonoro in cui viene collocato e ottiene un bassissimo impatto visivo; anche in virtù della finitura dei corpi, verniciati a Nextel grigio opaco. La circuitazione di tipo FET poi, assicura un livello di rumore impercettibile, una trasmissione del segnale perfetta; anche a centinaia di metri di distanza. La scelta tecnica è d’obbligo se si vuole raggiungere l’eccellenza e catturare la magia impareggiabile del suono allo stato puro, in nessun modo amplificato, che cresce in progressione armoniosa da un&#8217;unica fonte…dalla magica chitarra a sei corde di Aniello Desiderio. Nel frattempo il pubblico riempie il teatro e parte la chiamata di scena, senza prove. Le luci si abbassano e i tre trilli di campanello annunciano l’inizio. Il Chitarrista si posiziona e accarezza con le dita le corde, come preliminare di un lungo e intenso scambio amoroso che ci catturerà totalmente.</p><p>Inizia un ideale viaggio “por las carreteras  de España”. Isaac Albeniz (1860 – 1909)  &#8211; Suite española. Di questo omaggio del geniale Maestro catalano alle altre regioni iberiche e a Cuba, amata colonia d’oltremare, Desiderio ci porge Asturias con il suo ritmo sfacciatamente ossessivo, mescolato al canto struggente delle terre del nord; Cadiz con una tipica soleá dell’estremo sud atlantico, madre del cante, origine degli altri palos del Flamenco &#8211; come la più diffusa buleria – e quintessenza del misterioso equilibrio raffigurato da Federico García Lorca nel concetto del tener duende, cioè trasudare dal corpo l’anima più pura ed espressiva del ballo; Sevilla che sembra una pelicula della mitica città andalusa, con i suoi colori e l’incessante e sempiterno vortice delle tipiche sevillanas. Il giuoco di polpasterelli e unghie si placa e noi non possiamo far altro che spellarci le mani…la padronanza naturale e stupefacente nell’esecuzione di questo gigante della chitarra appare nitida. Aniello sputa fuori dalle viscere la musica più bella e pura che ci si potesse aspettare.</p><p>Il viaggio – veramente entusiasmante &#8211; riprende in compagnia di Mauro Giuliani (1781 –  1829)  &#8211; Rossiniane, Fantasia n. 1 op. 119. Prima delle sei “visioni” dedicate a Gioacchino Rossini dal compositore barlettano che in  questa partitura ci riporta lo spirito del suo tempo; Il Melodramma legato a quel sottile filo di speranza che s’avverò con l’unificazione di questa Nazione.</p><p>Il &#8220;Paganini della chitarra&#8221; &#8211; amico di Paganini stesso e di Rossini – fu uomo del suo tempo e se le note di Verdi svegliarono Milano soggiogata da Radetzky, quelle di Giuliani furono le preferite di Mazzini che addirittura le suonava. A noi questa musica gloriosa dovrebbe suscitare quel che i viennesi colgono nell’ascoltare la “Marcia di Radetzky”  di Johann Baptist Strauß… ma il nostro orgoglio nazionale è fatto d’altro. Il virtuosismo dell’opera e quello dell’impareggiabile esecutore, ci portano un sogno di struggente passione che pervase quegli uomini costretti all’esilio per sete di gloria e libertà.</p><p>Applausi, una punta di commozione qua e là e si passa a Joaquín Turina ( 1882 – 1949)  &#8211; Sonata op.61. Ancora un’incursione nella Penisola iberica con questo autore nato a Sevilla ma di famiglia italiana, esponente di spicco della scuola musicale spagnola del Novecento, innovatore e grande protagonista dell’ampio repertorio originale per chitarra della sua terra. Si risvegliano in altra forma le atmosfere della prima parte del concerto, ancora “Flamenco” nelle sue espressioni più variate e praticate; mescolato ad un linguaggio musicale “impressionista” riconducibile a Debussy e Ravel. Ci passano davanti le scene quotidiane del popolo andaluso, il ballo consolante nell’incrocio dei corpi, la gioia e il disincanto scanditi da nacchere e voce; come in un “Fandango de  Almería”. E Aniello ci regala tutta la maestria e il tumulto del suo rasguear in luogo di suonare.</p><p>A questo punto Il Maestro ci parla, scende idealmente tra la gente e annuncia un cambio di programma. La Tarantas di Paco de Lucia è rinviata a data da destinarsi. Al suo posto ci propone un autore “maledetto” e mistico… Erik Satie (1866 – 1925)  &#8211; Gnossiennes n. 1, composizione musicale fuori dagli schemi che  &#8211; con le altre cinque costituenti l’opera – rappresenta tutta l’essenza controcorrente dell’artista. Gnossienne, ovvero della gnosi, del cercare risposte “alternative” al dogma del sapere codificato… ma anche riferimento al palazzo di Cnosso (Gnossus); teatro delle vicende di Teseo, del Minotauro e di Arianna che ci conduce per questo dedalo col suo sottile filo e con la vibrante ossessione che deve aver provato nel tentare di svelare e “vincere” il labirinto. La musica che ci pervade rappresenta esattamente la cifra di Satie, messo all’indice fin dal conservatorio, frequentatore de “Le chat noir”, nemico giurato dell’accademismo, innovatore e modernista fino al cubismo e alla sperimentazione estrema con l’uso di effetti sonori presi dagli oggetti più comuni. La sua produzione musicale, difficilmente collocabile tra le tendenze ufficiali, ha anche “partorito” Vexation, il brano più lungo della storia della musica: trentacinque battute ripetute ottocentoquaranta volte…diciannove ore e mezza per eseguirlo.</p><p>Un’altra ovazione e si passa, senza soluzione di continuità emotiva, al fascino del carnet di viaggio, che disvela l’arcano misterioso del peregrinare. Carlo Domeniconi (1947) &#8211; Koyunbaba Op. 19. Una leggenda fatta musica dal compositore e chitarrista cesenate che presto lascia l’Italia e si trasferisce nella cosmopolita Belino Ovest, allora separata dalla parte orientale. Domeniconi vive ancora lì, dove ha studiato e insegnato per vent’anni alla prestigiosa Università delle Arti. La “contaminazione” con le razze nella metropoli prussiana lo ha spinto a viaggiare, a visitare per poi rimanerne rapito la Turchia. A questa antica e mitica terra è dedicata la suite in quattro movimenti che Desiderio esegue con licenza e comunanza. Neanche il Compositore &#8211; che ha studiato le particolarità della musica turca al conservatorio di Istambul &#8211;  ha mai eseguito tutte le note dell’opera e Aniello, suo amico e sodale, rimane fedele alla tradizione dello strumentista che viola la partitura originale, intessendo dialoghi ideali con l’autore. Koyunbaba è il manifesto stesso dello stile compositivo di Domeniconi, improntato alla scoperta delle tradizioni musicali di altre culture. Il racconto prende più strade, tutte mitiche e magiche… Koyunbaba, letteralmente pastore ma anche parola che evoca misticismo, un eremita del tredicesimo secolo. Alla sua tomba, ancor oggi, i contadini dei villaggi appuntano stoffe colorate per invocare protezione. I Koyunbaba, stirpe antichissima di un luogo che da loro prende il nome, considerato maledetto per la triste storia che l’opera racconta. Una iattura colpisce tutti quelli che tentano di cedere le proprietà di famiglia. Malattia e morte su di loro, che non rispettano la legge della tradizione.</p><p>Oltre questo non si può umanamente andare ed il concerto termina senza bis, con “il Fenomeno” che si prende i lunghi applausi e se ne va. Dopo questa entusiasmante serata la curiosità del cronista è già appagata. Salutiamo il Maestro con poche fugaci parole e con lo sguardo silenzioso dello spettatore soddisfatto. A Lui, siamo sicuri, piace così.</p><p>Saltiamo a piè pari il chilometrico cursus honorum dell’artista rimandando il lettore alla rete, e vi precisiamo che ci siamo presi la licenza di chiamarlo ‘O Fenomeno perché, a dispetto del successo, ci è parso soprattutto un degno giovane della sua splendida Napoli.</p><p>http://www.mfmanagement.net/aniello-desiderio/</p><p>http://www.istitutomusicagorizia.it/NEWS/masterclasscurricula.html</p><p>?<br /> .</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/009102_aniello-desiderio/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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