<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Cultura inAbruzzo&#187; Alfredo Fiorani</title> <atom:link href="http://cultura.inabruzzo.it/00author/alfredo-fiorani/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://cultura.inabruzzo.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:38 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator> <item><title>Liana De Luca: &#8220;Della buona ventura&#8221;</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/003180_liana-de-luca-della-buona-ventura/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/003180_liana-de-luca-della-buona-ventura/#comments</comments> <pubDate>Tue, 24 Mar 2009 15:44:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[poesia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=3180</guid> <description><![CDATA[Lo scorrere incessante dai lidi in ombra del passato al più concitato presente è ciò che dà alla raccolta poetica Della buona ventura di Liana De Luca un imprescindibile senso d’inafferrabilità, ovvero un rimando al destino, al mistero del suo comporsi e scomporsi, fondersi e confondersi con la stessa sconcertante e perenne ciclicità d’onde di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorrere incessante dai lidi in ombra del passato al più concitato presente è ciò che dà alla raccolta poetica Della buona ventura di Liana De Luca un imprescindibile senso d’inafferrabilità, ovvero un rimando al destino, al mistero del suo comporsi e scomporsi, fondersi e confondersi con la stessa sconcertante e perenne ciclicità d’onde di mare.<span id="more-3180"></span> Quel mare che dei luoghi prediletti della poetessa è il più ricorrente, uno dei suoi «topoi essenziali», come ci conferma Sandro Gros-Pietro nella prefazione.</p><p>La poesia della De Luca, per linee sfumate, è per lo più giocata sui confini indistinguibili ed imprevedibili tra la vita e la morte senza però che se ne avvertano i contrasti, senza che l’una s’opponga all’altra, senza la desolazione o gli inevitabili rammarichi che prendono alla gola quanti si pongono a riflettervi. Ella possiede la saggezza poetica: «Inventa un nuovo presente/per popolare l’ombra\della sera», «A un certo punto del percorso/bisogna farsi amici gli autisti», «Né poetically correct scaricare/l’inverno del proprio scontento/sull’indifeso lettore di versi», come si vede dagli esempi riportati, non la tormentata visione dei filosofi emerge, incaponiti a chiedersi dove l’inizio dove la fine, bensì nei versi ricorre la serena compenetrazione delle “parti” che non esitiamo a definire vita.</p><p>La vita è storia di sé, è storia degli altri, è storia complessiva del mondo da lei colta con brevi accenni dai quali non è difficile risalire all’insieme con lo stesso occhio competente di un critico d’arte che da un dettaglio è in grado d’individuare il quadro a cui si riferisce. Ad emblema, a nocciolo duro dell’intera raccolta sta la poesia Pomodorini al forno in cui la realtà, aliena da qualsiasi espediente retorico e in un dialogico duetto narrata, intrama di sé il vissuto degli interlocutori, offrendoci un gustosissimo ed ironico affresco di quotidianità sistemato a metafora dell’esistenza ben oltre i confini spazio-temporali; insomma, ben oltre i perimetri mentali e sentimentali della poetessa. E questo dilatare gli “spazi” della vita e contestualmente della morte ci stimola a percepire entrambe meno angoscianti e stringenti, come quando ci si trova di fronte ad un implacabile dubbio o ad un ineludibile bivio.</p><p>La De Luca i dubbi e i bivi li elude con la sua visionarietà, con l’ampia luce dell’intelletto che è/sono la formidabile capacità d’inglobare ogni forma dell’esistenza, d’inascoltare qualsiasi richiamo, il più seducente canto di sirena alla prudenza per convincerci che Thule non esiste… E sì, ha proprio ragione lei: «Ogni giorno non è un altro giorno/ma quello ovunque e per sempre./Tutto non è la somma delle parti».</p><p>(Liana De Luca, &#8220;Della buona ventura&#8221;, Genesi Editrice, 2008, pagg. 114, E. 12)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/003180_liana-de-luca-della-buona-ventura/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Leggende del Lago di Scanno</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/003091_leggende-del-lago-di-scanno/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/003091_leggende-del-lago-di-scanno/#comments</comments> <pubDate>Wed, 18 Mar 2009 16:39:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Italia Gualtieri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=3091</guid> <description><![CDATA[Un libro di Italia Gualtieri e Diana Cianchetta Chi non conoscesse la splendida cittadina di Scanno ed il suo lago e la stretta strada che s’inerpica incuneandosi tra le gole del fiume Sagittario, difficilmente – supponevamo all’inizio della lettura – sarebbe riuscito a calarsi nell’atmosfera fiabesca che le Autrici, Italia Gualtieri e Diana Cianchetta, nelle [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un libro di Italia Gualtieri e Diana Cianchetta<br /> </strong><br /> Chi non conoscesse la splendida cittadina di Scanno ed il suo lago e la stretta strada che s’inerpica incuneandosi tra le gole del fiume Sagittario, difficilmente – supponevamo all’inizio della lettura – sarebbe riuscito a calarsi nell’atmosfera fiabesca che le Autrici, Italia Gualtieri e Diana Cianchetta, nelle sei storie che compongono le &#8220;Leggende del lago di Scanno&#8221;, hanno così sapientemente (quasi, diremmo, da navigate “raccontatrici”) tessuto, rielaborando antichi racconti nati tra le montagne appenniniche.<span id="more-3091"></span></p><p>Pur tuttavia, e ben al di là dell’orografia fascinosa del luogo, alla fine della lettura delle brevi favole, ci siamo convinti che non sarebbe stata necessaria la diretta conoscenza della location narrativa per rasserenare ed incuriosire il lettore – adulto o peccerille – che pur in un’epoca segnata da rudezze esistenziali e percorsa in lungo e in largo da comunicazioni informatizzate ha del miracoloso. E per noi che il terreno  delle favole l’abbiamo abbandonato da tempo immemorabile (ahinoi!) è stata una piacevolissima riscoperta e non tanto per le metafore, i rimandi morali o mitologici in esse contenuti, se mai rintracciabili, piuttosto per la riscoperta di certa comunicazione, perché in fondo di questo si tratta, fondata, lo sostengono le stesse Autrici, «attraverso la linfa nutriente delle emozioni e delle parole».</p><p>Dalle raggelanti stanze del quotidiano, dalle analisi di diagrammi di crescite (meglio, di decrescite) economiche, dal chiuso stantio di case e fattorie televisive, dai linguaggi ideogrammatici trasferiti da telefonini a telefonini fino alla creazione di cell-phone novels: insomma, da questi bunker comunicativi per il tempo necessario alla lettura delle &#8220;Leggende del lago di Scanno&#8221; e per molto ancora ci siamo sentiti affrancati e sollevati ed eccitati con la stessa intensità dello sconosciuto ambulante di &#8220;Un’avventura prodigiosa&#8221; che si era inoltrato per la prima volta nella Valle del Sagittario, constatando «di essersi tuffato in un’avventura».</p><p>Questi &#8220;cunti&#8221; scannesi, tra incantesimi, miracoli e meraviglie, ci restituiscono, oltre che il piacere di una lettura d’evasione, seppure nella semplicità degli enunciati, il significato di quanta parte ha avuto il racconto (orale o scritto) nella storia dell’umanità a tutte le latitudini allo scopo di ricrearsi una realtà, di stabilire dei nessi più solidi col mistero, di quell’&#8221;antro oscuro&#8221;. Sull’esempio dei De Gubernatis, degli Imbriani, dei Pitrè e del nostro De Nino, Gualtieri e Cianchetta hanno, dunque, contribuito a salvare e a tramandare lo spirito di quelle storie non scritte, altrimenti perdute, aggiungendo così un tassello alla cultura che non è mai regionale fino in fondo e che anche dal quel “C’era una volta…” si possono trarre degli insegnamenti e «l’equivalente di una energia interiore, di un movimento della mente” di calviniana memoria.</p><p>Non finiremo mai di lodare Italia Gualtieri e Diana Cianchetta. Queste, per così dire, imprevedibili “Sorelle Grimm”.</p><p>(Italia Gualtieri, Diana Cianchetta, &#8220;Leggende del lago di Scanno&#8221;, NaTourArte, 2008, pagg. 86, Euro 12)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/003091_leggende-del-lago-di-scanno/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Giuseppe Rosato: &#8220;Traccia di beltà&#8221;</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001733_giuseppe-rosato-traccia-di-belta/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001733_giuseppe-rosato-traccia-di-belta/#comments</comments> <pubDate>Fri, 12 Dec 2008 14:59:44 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Rosato]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1733</guid> <description><![CDATA[Bisogna essere cauti nel riportare un giudizio sulle poesie di Giuseppe Rosato, almeno per quest’ultima raccolta, perché i versi ad una prima lettura “sembrano” filar via veloci sotto gli occhi e nella mente, come pattini sul ghiaccio, mentre poi a riporci lo sguardo sopra ci si accorge che le cose stanno in tutt’altro modo: in [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Bisogna essere cauti nel riportare un giudizio sulle poesie di Giuseppe Rosato, almeno per quest’ultima raccolta, perché i versi ad una prima lettura “sembrano” filar via veloci sotto gli occhi e nella mente, come pattini sul ghiaccio, mentre poi a riporci lo sguardo sopra ci si accorge che le cose stanno in tutt’altro modo: in realtà, quella lastra di ghiaccio è disseminata d’insidie in cui cadervi rappresenterebbe la sciagurata perdita della bellezza del “sopra” da Giuseppe Rosato così mirabilmente costellato di gioielli espressivi.<span id="more-1733"></span></p><p>Categoricamente, è il trarre dall’amore la consapevolezza del vivere: l’amor fati, inevitabile ed inestricabile legame con tutto ciò che si riconduce all’esistenza umana; quasi, con inesorabile dolcissima persistenza nella visione del poeta. L’amore è il permanente scambio intrecciato con la persona amata, l’indimenticabile ed indimenticata Tonia per Rosato, e con quanto vi gravita intorno, lo coinvolge e l’avvolge nello spazio interrotto del tempo che lui chiama “la traccia di beltà”. Ed è “La traccia di beltà” a dare il titolo a questa raccolta che assembla versi apparsi sulla rivista “Oggi e Domani” ed altri desunti da raccolte uscite a partire dal 1957 fino alla più recente “L’inguardabile vero” (Tracce, Pescara 2005).</p><p>La raccolta, si badi, non è da ridurre solo ad un cerimonioso canzoniere, ma ad un possibile diario intimo in cui confluiscono tutte le assenze e le presenze di una vita, che gliela hanno resa vivibile; anzi, talvolta sul fronte sentimentale, ineguagliabile ed inimitabile. Ma qui sentimentale conferisce l’atto ogni comprensivo delle “intermittenze vive” che hanno legato e legano al mondo il transito terreno di Giuseppe Rosato.</p><p>Molto si fa paradigma alle forme fondamentali dell’amore puro, della memoria implacabile, del “buio dolore”, della piena malinconia. Quando non è trascrizione fedele dei cicli della luce che accompagnano il tempo dandogli forma e colore, del vagare dei profumi quasi avessero con le cose un’intimità permanente da non dare scampo al pensiero sull’amata: “Ti sento nell’odore della pioggia”, “l’odore delle sere/tra la polvere estinta delle strade”; dell’”oscillare delle stagioni” su cui si dondolano teneramente i ricordi o si scandiscono i ritmi della tristezza.</p><p>Dunque, il consolante pensiero di lei è il pensiero di sé, pensare all’altra è pensare a se stesso, dandosi la vita. In questo ininterrotto, instancabile esercizio mentale riscorre il sangue, la linfa vitale della ragione risale dalla radice fino a fargli rigermogliare qualche bacca colorata nel mezzo del grigio della vita. Ma, soprattutto, a ridargli l’illusione di riuscire a spostare in avanti ancora un po’ il tempo &#8211; che comunque continua ad essere il “loro” tempo &#8211;  e a dirsi: “facciamo finta che non è finita”.</p><p>(Giuseppe Rosato, “Traccia di beltà”, NOUBS Edizioni, 2008, pagg. 83, Euro 15)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001733_giuseppe-rosato-traccia-di-belta/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La scrittura raccontata da chi la fa</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001556_la-scrittura-raccontata-da-chi-la-fa/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001556_la-scrittura-raccontata-da-chi-la-fa/#comments</comments> <pubDate>Thu, 30 Oct 2008 17:46:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1556</guid> <description><![CDATA[Nei &#8220;Fantasmi gentili&#8221; Simone Gambacorta raccoglie venti interviste a scrittori italiani d&#8217;oggi. Se un’intervista entra nella vita dell’intervistato, Simone Gambacorta lo fa con garbo e altrettanto rispetto. Brevi domande che conservano un che di famigliare senza mai abbandonare la distanza necessaria affinché venga tenuta sempre a bada la professionalità, l’attenzione per il lavoro altrui, in [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nei &#8220;Fantasmi gentili&#8221; Simone Gambacorta raccoglie venti interviste a scrittori italiani d&#8217;oggi.<span id="more-1556"></span></p><p>Se un’intervista entra nella vita dell’intervistato, Simone Gambacorta lo fa con garbo e altrettanto rispetto. Brevi domande che conservano un che di famigliare senza mai abbandonare la distanza necessaria affinché venga tenuta sempre a bada la professionalità, l’attenzione per il lavoro altrui, in questo caso letterario, e viva la capacità di tirar fuori la personalità dell’intervistato che, per paradosso, se ne trascina dietro un’altra a cui s’è ispirato o da cui è rimasto condizionato.</p><p>L’insieme di venti interviste a diciotto autorevoli scrittori costituisce il volume di Gambacorta dal suggestivo titolo di “Fantasmi gentili”, ripreso da una definizione di Antonella Cilento, presente nella raccolta, là dove parla dei suoi personaggi che talvolta a distanza di anni tornano a “visitarla”.</p><p>L’intervista è un genere letterario “negletto e bistrattato”, come scrive a ragione lo stesso Gambacorta, quando invece gli andrebbe assegnato un valore documentale che potrebbe a futura memoria risultare significativo e rivelatore del “dentro” dell’intervistato, in questo caso di scrittori, per coloro che volessero accostarsi criticamente all’opera e trarne preziose indicazioni, spunti, riflessioni.</p><p>Bene ha fatto, dunque, Gambacorta a “fermarle” in volume, così da opporre alla dispersione, alla perdita quasi inevitabile nel tempo, di dichiarazioni/confessioni che testimoniano non tanto un carattere, quanto esperienze in qualche modo epocali, che evidenziano l’atteggiamento di uno scrittore nei confronti del proprio tempo.</p><p>A leggersi oggi un’intervista potrà non avere tale connotazione, ma a decenni di distanza chi avrà la fortuna d’imbattervisi rintraccerà evidenti peculiarità di stagioni passate legate ad opinioni, atteggiamenti, vedute intellettuali sempre che si voglia, come noi (e lo stesso Gambacorta, presumiamo), attribuire allo scrittore il ruolo di coscienza critica della società in cui vive e opera, o più sbrigativamente di testimone di un’epoca, poiché sarebbe, per chiunque intenda ritenersi tale, assai difficile prescindere da essa.</p><p>Ogni scrittore rappresenta la memoria storica di un tratto di vita dell’umanità, come afferma Raffaele La Capria: e se lo dice lui c’è da credergli. La storia degli uomini non è solo un fitto intrigo di date, di eventi politico-economici, di striscianti mutazioni sociali, ma comprende in sé anche impalpabili atmosfere quotidiane, imperscrutabili stratificazioni sentimentali, impercettibili estasi, svagatezze mentali, rapimenti umorali inafferrabili ad “occhio nudo” che pur tuttavia agitano nel profondo i singoli individui, ma dalla sensibilità degli scrittori colte e stipate per sempre in una pagina.</p><p>Cosa ne sarebbe del “fortissimo odore delle zagare” di Raffaele Nigro tra qualche decennio? In definitiva, se la Storia è il corpo dell’umanità, la letteratura ne è lo Spirito. L’intervista, dunque, favorisce la conoscenza di un autore, soprattutto la dove l’opera letteraria e la vita non sono esattamente sullo stesso piano, si discostano, almeno apparentemente. Ed è proprio su quell’apparentemente che un’intervista subentra, riducendone l’ambiguità del campo.</p><p>(Simone Gambacorta, “I Fantasmi gentili. Interviste a scrittori”, Media Edizioni, 2008, pagg. 130)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001556_la-scrittura-raccontata-da-chi-la-fa/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Anna Maria Giancarli: “Laudomia Bonanni. Elzeviri”</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001547_anna-maria-fiancarli-%e2%80%9claudomia-bonanni-elzeviri%e2%80%9d/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001547_anna-maria-fiancarli-%e2%80%9claudomia-bonanni-elzeviri%e2%80%9d/#comments</comments> <pubDate>Mon, 27 Oct 2008 15:47:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Laudomia Bonanni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1547</guid> <description><![CDATA[In libreria una raccolta dei “pezzi” pubblicati dalla scrittrice aquilana sul “Giornale d’Italia” tra il 1960 e il 1965. Altro utile strumento per la conoscenza e l’approfondimento della scrittrice abruzzese Laudomia Bonanni ci viene da Anna Maria Giancarli con la raccolta da lei curata di un mannello di elzeviri (1960-1965), pubblicati sul “Il Giornale d’Italia”. [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In libreria una raccolta dei “pezzi” pubblicati dalla scrittrice aquilana sul “Giornale d’Italia” tra il 1960 e il 1965.<span id="more-1547"></span></p><p>Altro utile strumento per la conoscenza e l’approfondimento della scrittrice abruzzese Laudomia Bonanni ci viene da Anna Maria Giancarli con la raccolta da lei curata di un mannello di elzeviri (1960-1965), pubblicati sul “Il Giornale d’Italia”.</p><p>Il volume, apparso mesi fa in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita della scrittrice (è bene ricordarlo), s’inserisce nel solco della lodevolissima opera di riscoperta di una delle scrittrici più autorevoli – e a torto meno celebrate – del novecento letterario, offrendoci la possibilità di seguire la Bonanni sul fronte squisitamente giornalistico.</p><p>L’impegnativo lavoro della Giancarli, nel curare la selezione, concorre ad aggiungere un ulteriore tassello, forse il meno conosciuto, alla rivisitazione della complessa attività e personalità della Bonanni, ma anche a consegnarci uno spaccato autentico e di prima mano sugli anni succedutisi al secondo conflitto mondiale: gli anni, per così dire, della rinascita sociale ed economica, così carichi di fermenti di un’Italia che ridisegnava il proprio destino.</p><p>«La sua penna implacabile» scrive la curatrice nella premessa, «registra il vero, disegna l’esistente con scioltezza e dinamicità, nonostante la densità della materia. Si resta, allora, colpiti dall’efficacia delle sue descrizioni, dalla sua abilità nel tessere intrecci intriganti, dai suoi piccoli capolavori di ritrattistica, dai suoi giuochi d’ironia che tendono a dissimulare lo sconcerto, senza rinunciare alla condivisione».</p><p>Bene ha fatto la Giancarli a dividere la raccolta in quattro sezioni di modo da orientare e favorire un percorso di lettura altrimenti dispersivo, d’assegnare un registro tematico dando risalto a quegli argomenti sensibili da sempre oggetto della poetica della scrittrice, rimarcando un’attualità sconcertante, poiché, ha annotato la Giancarli, «come tutti gli intellettuali e le intellettuali  Laudomia, comunque, è dentro la storia, non se ne esilia come Emily Dickinson e neppure la subisce».</p><p>Come spesso accade, le piccole storie quotidiane o i microcosmi sociali covano sintomi di anticipazioni o sono epicentro di sommovimenti destinati ad investire larga parte della geografia sociale.</p><p>Fatti, personaggi, luoghi vivono e rivivono sotto la scrupolosa penna della Bonanni mai accompagnati da vaghezze di descrizioni approssimative o fasulle, mai frutto di uno spericolato soggettivismo, mai concedendosi al pressappochismo di tanto giornalismo contemporaneo. La visione accurata degli eventi (anche minimi) e dei suoi protagonisti, con l’uso di una scrittura ad essi collegata ed ogni comprensiva persino delle sfumature più irrilevanti, sostiene la testimonianza, ridestandola, di un’epoca “apparentemente” morta, ma che in realtà continua a vivere sotto forme diverse o in più o meno criptiche evidenze o di fenomeni di costume sul loro nascere come, ad esempio, quello televisivo a cui dedicherà una rubrica, “Taccuino televisivo”, con riflessioni sul mezzo mediatico con lungimiranti anticipazioni, che tanti dibattiti più tardi ispirerà.</p><p>Nell’introdurre le sezioni, Anna Maria Giancarli, denota un appassionato legame con la scrittrice, manifestando un’ammirazione totale per una sorta di corrispondenza elettiva sui temi della vita e, più in particolare, su quelli strettamente femminili per i quali entrambe hanno speso incondizionatamente e tenacemente se stesse.</p><p>(Anna Maria Giancarli, “Laudomia Bonanni-Elzeviri”, Edizioni Tracce, 2007, pagg. 322)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001547_anna-maria-fiancarli-%e2%80%9claudomia-bonanni-elzeviri%e2%80%9d/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Roberto Michilli: &#8220;Fate il vostro gioco&#8221;</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001146_roberto-michilli-fate-il-vostro-gioco/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001146_roberto-michilli-fate-il-vostro-gioco/#comments</comments> <pubDate>Thu, 03 Jul 2008 15:28:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1146</guid> <description><![CDATA[Un romanzo di incredibile forza affabulatoria. La vita spesso, si sa, riserva delle sorprese. Altrettanto accade nel lungo racconto “Fate il vostro gioco”  di Roberto Michilli. Il finale, ovviamente, non lo sveleremo, ma una cosa va subito detta: tutto ci saremmo aspettati dalla vicenda narrata meno che l’Autore si prendesse (bonariamente) gioco del povero lettore, [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un romanzo di incredibile forza affabulatoria.</p><p>La vita spesso, si sa, riserva delle sorprese. Altrettanto accade nel lungo racconto “Fate il vostro gioco”  di Roberto Michilli. Il finale, ovviamente, non lo sveleremo, ma una cosa va subito detta: tutto ci saremmo aspettati dalla vicenda narrata meno che l’Autore si prendesse (bonariamente) gioco del povero lettore, avendogli consegnato un finale che, probabilmente, gli risulterà un po’ irritante &#8211; a noi un po’ meno per le metafore che ne abbiamo tratte &#8211; da come nel corso della lettura se l’era diversamente prefigurato. <span id="more-1146"></span></p><p>Ma non è su tale aspetto che vogliamo incentrare la nostra attenzione. Il finale di un racconto, breve o lungo che sia, può piacere o non piacere. Molto dipenderà da ciò che ha concorso al suo concepimento. Nel caso di “Fate il vostro gioco” la conclusione è da romanzo giallo per quel colpo di scena alla Agatha Christie, solo che è ancor più repentino e sconcertante, non trattandosi di un giallo, da lasciarci con un palmo di naso.</p><p>Ad ogni modo, ciò che invece ci preme sottolineare è (al di là di tutto) l’ineguagliabile potere affabulatorio dello strumento narrativo che, se ben adoperato, diventa micidiale. Come lo è diventato nel caso di Michilli/Shahrazàd. Prova tangibile della sua abilità a raccontare, così diabolicamente sottile da farci diventare burattini nelle sue mani, oltre a convincerci a bere la sua una storia fino all’ultima goccia. Ed è solo riconoscendogli questa abilità che gli perdoniamo il “finale”.</p><p>Alla stregua del malcapitato viaggiatore a cui il protagonista, Alberto, nello scompartimento di un treno confida la sua vicenda, lo abbiamo seguito nel suo intricato ed intrigante racconto anche lì dove la noia, per la specificità dell’argomento a tratti più simile ad un manuale sul gioco della roulette, stava lì lì per annientarci.</p><p>Siamo andati dietro ad Alberto, incallito frequentatore di casinò poi ravvedutosi, vivendone il dramma esistenziale: le amarezze, le sventatezze, i rimorsi, le nostalgie, le sconfitte; condividendone le delusioni e i rimpianti; deplorandone gli egoismi giovanili, perdonandogli i tradimenti sentimentali.</p><p>Di questo ed altro ci ha visti partecipi la storia di Alberto che in preda all’inquietudine, figlia del suo passato dissennato, quasi a perdere l’anima per ritrovarla (parafrasando Aleksandr Lurjia), escogita un sistema ingegnoso, ispirandosi a…………, allo scopo di sbancare il Casinò di Venezia presso cui svolge la sua mansione di funzionario nel tentativo di sfidare il destino e di risistemare la sua vita una volta per sempre.</p><p>In Michilli, il gusto del racconto è sorprendente, grazie a quella capacità di manipolare a suo piacimento la materia narrata e rendendola, per la perfetta meccanica e la meticolosa tramatura dei particolari, talmente verosimile da spronarci il dubbio se la storia riguardi il protagonista o l’Autore, se insomma non sia Roberto Michilli il “giocatore” di “Fate il vostro gioco”.</p><p>In realtà, poco importa. Ciò che, al di là della beffa finale, ci ha sedotti è l’ esserci trovati a partecipare incondizionatamente a l’intera vicenda, finendo come il viaggiatore (presumiamo) a chiedersi dove la realtà e dove la finzione, se credere e a chi credere, se la verità esiste o se tutto è illusione, incantamento, fascinazioni, se lo sconosciuto incontrato sia un demone o un angelo.</p><p>Alla fine, Michilli ci ha piantato un bel chiodo nella testa. Però, stia attento anche lui, e non si faccia maestro, poiché non è escluso che gli capiti d’imbattersi strada facendo uno “spiritello maligno”, e poi a ridere saremo noi. Come si dice: “Chi la fa l’aspetti”.</p><p>(Roberto Michilli, “Fate il vostro gioco”, Fernandel, pagg. 130, Euro 12)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001146_roberto-michilli-fate-il-vostro-gioco/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Pietro Civitareale: “Mitografie e altro”</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001125_pietro-civitareale-%e2%80%9cmitografie-e-altro%e2%80%9d/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001125_pietro-civitareale-%e2%80%9cmitografie-e-altro%e2%80%9d/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Jun 2008 17:29:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1125</guid> <description><![CDATA[Una nuova raccolta di versi del poeta abruzzese che vive a Firenze. Quest’ultima impegnativa raccolta di Pietro Civitareale “Mitografie e altro” è il resoconto minuzioso di una “contemplazione esistenziale”, come non mai rispetto alle raccolte precedenti, avvolto da un tramato velo di malinconia e tristezza per quel fluido ed inesorabile andare del tempo a cui [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una nuova raccolta di versi del poeta abruzzese che vive a Firenze.</p><p>Quest’ultima impegnativa raccolta di Pietro Civitareale “Mitografie e altro” è il resoconto minuzioso di una “contemplazione esistenziale”, come non mai rispetto alle raccolte precedenti, avvolto da un tramato velo di malinconia e tristezza per quel fluido ed inesorabile andare del tempo a cui il poeta oppone la solidità della meditazione nel mero tentativo di arginarne lo strapotente dilagare. <span id="more-1125"></span></p><p>«Non vogliamo che la vita passi» è il verso che sta dietro ogni altro, quasi impigliato fiocco di pioppo alla rete di recinzione che separa il di qua che resta da vivere dall’al di là che è stato. Incombe, insomma, una permanente linea d’ombra in questa raccolta: una linea di demarcazione a dividere le fasi della vita che solo la mente del poeta è in grado d’attraversare poiché ne conosce i punti di congiunzione, le zone di passo, i valichi, in una parola, i punti d’osservazione che gli permettono d’affacciarsi sui versanti aspri del passato di cui solo e soltanto lui ne conosce il paesaggio: solo lui ne conosce totalmente la storia e la geografia.</p><p>Gli è quasi divenuto un richiamo ossessivo tanto che vi ritorna sopra col pensiero per scrutare, per verificare dal suo privilegiato osservatorio che tutto quanto s’è compiuto si è compiuto nel modo in cui si doveva compiere, se magari qualcosa non sia stata considerata adeguatamente da determinare e condizionare il cammino, se ad altre occasioni non si sia mancato di riservare la giusta attenzione, perché «fummo indifferenti o distratti», se troppi abbandoni a scialbe astrattezze non abbiano prevalso sulla concretezza dell’agire, se non ci si è adattati alla quiete delle bonacce per paura di possibili tempeste… I sospetti si susseguono impietosi e lui vi scava dentro, come un famelico virus la carne ferita, a cercarvi la prova dell’innocenza, la prova convincente che gli facesse dire: “Non poteva andare diversamente”.</p><p>Ma è una fatica infinita, sfibrante, auto lesionistica. Eppure, non riesce a trattenersi. Così i dubbi si sommano ai dubbi, perplessità a perplessità, incertezze ad incertezze. Da assassino ad accertarsi che non ci siano indizi di sé a condannarne l’operato: «Librato sotto l’azzurro abisso,/scruto i venti,/decifro antiche visioni.»</p><p>Una speculazione non facile, giacché molto si è cancellato, alterato, altrettanto sbiadito ed eroso. Lo stesso paesaggio «non si ricorda più di noi ed a stento abbiamo/ritrovato il sentiero.»</p><p>Non gli resta che ridiscendere la china della memoria con qualche consapevolezza e molte insicurezze sull’epoca che gli è toccata, «un tempo» scrive, «così singolare,/dove le città sono fantasmi di vetro/e la gente ha gli occhi accecati/dallo splendore dell’oro»; ed ancora svariati ed irresoluti pensieri a trattenerlo su se stesso in questo autunno di vita e la méta è là, l’ultima «dimora nel cuore della terra» davanti a sé.</p><p>E’ vero, del corpo non resterà traccia alcuna, forse neppure del pensiero, a testimoniare una vita, ma questo riguarderà unicamente il destino degli uomini che non hanno voluto (potuto) parlare di se stessi o del mondo, che hanno preferito l’emenza della supina accettazione degli eventi senza la coscienza del loro compiersi all’inquieta complessità della meditazione; di certo, sarà il destino assegnato a coloro che hanno avuto paura di rischiare il giudizio di altri uomini e non quello dei poeti, non quello di Pietro Civitareale.</p><p>(Pietro Civitareale, “Mitografie e altro”, Raffaelli Editore, pref. Giuseppe Panella, pp. 102, Euro 10)</p><p>Alfredo Fiorani</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001125_pietro-civitareale-%e2%80%9cmitografie-e-altro%e2%80%9d/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Domenico Defelice: &#8220;Resurrectio&#8221;</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001065_domenico-defelice-resurrectio/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001065_domenico-defelice-resurrectio/#comments</comments> <pubDate>Sat, 07 Jun 2008 11:39:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1065</guid> <description><![CDATA[La sua poesia non ricalca il cliché. A Defelice, con questo poemetto dal titolo &#8220;Resurrectio&#8221;, arricchito dalla prefazione di Vittoriano Esposito e da una nota introduttiva di Maria Grazia Lenisa, va attribuito il merito d’averci ricordato che il mezzo poetico, proprio in ragione della sua immediatezza (lontani dall’intenderla nel riduttivo significato di semplicità, bensì di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La sua poesia non ricalca il cliché.</p><p>A Defelice, con questo poemetto dal titolo &#8220;Resurrectio&#8221;, arricchito dalla prefazione di Vittoriano Esposito e da una nota introduttiva di Maria Grazia Lenisa, va attribuito il merito d’averci ricordato che il mezzo poetico, proprio in ragione della sua immediatezza (lontani dall’intenderla nel riduttivo significato di semplicità, bensì di straordinaria rapidità nel cogliere il cuore delle cose), detiene il primato dell’efficacia concettuale più che di quell’aurea sentimentale, un po’ melensa cui spesso molti frequentatori della poesia indulgono a scapito dello stesso sentimento che li ha ispirati.<span id="more-1065"></span></p><p>Lo scabro, a tratti ruvido, poemetto di Defelice riproduce l’odissea di un uomo colpito non solo nel fisico, ma anche e soprattutto nella sua complessiva condizione umana.</p><p>L’intelligenza, quanto i sentimenti, tutto indistintamente sbattuto su un “tavolaccio” d’ospedale, dall’Autore definito &#8220;Officina&#8221; con deliberata ironia a sottolineare quanta sconsiderata e disumana accoglienza ci riservino gli operatori sanitari, ritenendo i poveri malcapitati semplici macchine a cui dover sostituire o riparare un pezzo danneggiato.</p><p>Senza nulla togliere alla forma poetica di &#8220;Resurrectio&#8221;, vale più questa composizione di tante inchieste socio-giornalistiche sulla malasanità che con molta frequenza, oltre a non curare il corpo, spesso indegnamente offendono ed umiliano l’animo umano.</p><p>Viaggio nel dolore, dunque, «sia per certa crudezza della condizione umana», come evidenzia V. Esposito nella prefazione, «sia per l’icastica novità della forza inventiva che vi si connette.»</p><p>Nelle gelide, umanamente gelide, “celle” in cui il male è oggetto d’osservazione e d’indagine, nel barbaro condominio della Officina Santa Fragola i sensi e i non-sensi dell’esistenza configgono tra di loro, gettando nello sconcerto e nello scoramento chi di quelle dispute è vittima indifesa, sperando che dispongano di sufficiente volontà da trarre da se stessi la forza necessaria a che non gli si strappi persino la dignità.</p><p>Ma l’Officina è anche metafora estremizzata della società con i suoi vizi, le sue aberrazioni, i suoi paradossi, i suoi garbugli, quella medesima società ove la tanto masticata parola solidarietà è assente al punto da relegare l’uomo nei gorghi dell’incertezza, delle paure, dello sconcerto e, in ultimo, della disperazione.</p><p>La parola poetica di Defelice assume, distinguendosi, i toni impietosi della denuncia civile, quel castigat ridendo mores vagamente belliniana, con l’efficacia chirurgica del sarcasmo più di tanti manifesti o raduni alla V-day in cui si sviliscono i pur lodevoli intenti che l’hanno originati proprio a causa della perdita dell’anima per una sorta di ribaltamento di ruoli: come a dire che da agnelli gli uomini si rifanno lupi famelici. La poesia di Domenico Defelice, per fortuna, non ricalca il cliché.</p><p>(Domenico Defelice: &#8220;Resurrectio&#8221;, Genesi Editrice, pagg. 67, Euro 4,00)</p><p>Alfredo Fiorani</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001065_domenico-defelice-resurrectio/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La navigazione ininterrotta di Vito Moretti</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001064_la-navigazione-ininterrotta-di-vito-moretti/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001064_la-navigazione-ininterrotta-di-vito-moretti/#comments</comments> <pubDate>Sat, 07 Jun 2008 11:32:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Vito Moretti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1064</guid> <description><![CDATA[Un saggio sulla poesia di uno fra i più significativi letterati abruzzese. “Giornale di bordo”. Così ci piace definire la raccolta antologica “Di ogni cosa detta” da Vito Moretti data alle stampe per i tipi delle edizioni Tracce, con una nota nel risvolto di copertina a firma di Ubaldo Giacomucci, che di poesia s’intende per [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un saggio sulla poesia di uno fra i più significativi letterati abruzzese.</p><p>“Giornale di bordo”. Così ci piace definire la raccolta antologica “Di ogni cosa detta” da Vito Moretti data alle stampe per i tipi delle edizioni Tracce, con una nota nel risvolto di copertina a firma di Ubaldo Giacomucci, che di poesia s’intende per antica ed assidua frequentazione.<span id="more-1064"></span></p><p>Giacomucci c’informa, con un incipit quanto mai funzionale alla nostra interpretazione, che «La poesia di Vito Moretti ha attraversato (il corsivo è nostro) una lunga stagione culturale (…) e ha discusso i temi più rilevanti che la civiltà del secondo Novecento ha proposto nel suo complesso…» Ed è, allora, proprio su questa attraversata che ci pare imprescindibile incentrare la nostra attenzione.</p><p>“Giornale di bordo” &#8211; se è vero, come è vero che “il naviglio è la dimora”, lo confessa lo stesso Moretti – non espressamente, dunque, nel senso di un’arida, maniacale sequela di rilevazioni alla capitano Bligh del quotidiano svolgersi e consumarsi di sequenze ripetitive inerenti al più o meno corretto concorso di azioni disciplinate a che la navigazione persegua la migliore rotta, alle indicazioni di coordinate geografiche basate su determinazioni astronomiche, né tanto meno dell’alternarsi metodico dei quarti di guardia, dell’insopportabile durata delle calme di vento o della straziante agonia delle bonacce. Niente di quanto citato s’accorderebbe al significato che invece ci deriva nel leggere la successione poetica che Vito Moretti ci destina.</p><p>“Di ogni cosa detta” è il titolo di questa sorta di “giornale” in cui la riflessione intima dell’Autore, talvolta pacata talaltra inquieta ed appassionata, ferma i transiti dei ricordi, proietta il pensiero in avanti: «Mi domando che sarà…», valuta il presente nelle molteplici espressioni in esso stipate, si sofferma con sguardo lungo verso l’esterno ad individuare il particolare, consapevole che d’ogni particolare (o segno), persino del più irrilevante, si costituisce il mondo, interrogandosi di quale “quotidiano ordine di gesti” s’intrama l’esistenza a formare il reticolo dei giudizi, benché il suo giudizio resti sospeso ad attendere (per onestà) il sopraggiungere del successivo indizio, il nuovo svelamento per non uscire dal cerchio della meditazione che in “Oggi dodici del mese” convoglia in sé tutte le possibili, talvolta anche impossibili, forme dell’essere.</p><p>Il resoconto del poeta ha, quindi, la metodicità speculativa del filosofo, poiché non esclude nulla della creazione: «Il poeta penetra nelle sembianze nascoste delle cose, e la poesia adempie ad una vera conoscenza…», come ebbe a scrivere Dante Cerilli nella sua introduzione alla poesia di Vito Moretti (“L’enigma e la forma”), anche «esplorando gnoseologicamente la realtà che vive al di sotto delle apparenze».</p><p>E’ insito nella definizione di Cerilli che tralasciare qualcosa varrebbe quanto una perdita di senso, uno smarrimento pericoloso. L’esistenza non è fatta di numeri, come qualche matematico al fondo burlone vorrebbe indurci a credere con la sua teologia in opposizione alla casualità, all’eziologia della parola. Ed è qua che sbaglia. No, non solo di numeri, ma vieppiù sulle parole è stata architettata la creazione. Il silenzio di Dio è parola. La sequenza espressiva delle parole va interpretata, e se ognuna di esse è specchio del mondo e della rappresentazione della sua storia (la letteratura è il racconto del mondo e ne è testimonianza, come afferma R. La Capria, delle gioie patimenti e pene), l’omissione o la “manomissione” di una soltanto porterebbe inevitabilmente all’incomprensione, ad una confusa verità, al conflitto.</p><p>Ecco perché occorre affidarsi al pensiero che è misura, interpretazione, oculatezza, penetrazione. Il poemetto 2Oggi dodici del mese” ce ne offre un esempio mirabile già inciso nel primo verso: «il tempo è lama». Se il tempo è lama, giacché è perfettissimo, anche il pensiero che ne è il contenuto, sarà esso stesso lama per la perfezione nella realizzazione del sostrato della coscienza, dell’elaborazione dell’agire, foss’anche della più insignificante delle conclusioni o delle derive.</p><p>Il poeta se ne sta là, in veglia, sulla balconata del cassero di poppa ad osservare, e l’occhio, si sa, è la porta aperta del pensiero che va, raccoglie, scandaglia, scheda, soppesa, ricrea, via via convincendosi che il tempo è identico ed i cambiamenti sono tali solo nelle nuove meccaniche del fare: in realtà, è piuttosto un rifare con meno fatica, avvalendosi di ciò che la tecnica ha aggiunto all’esperienza. Il resto non cambia, o meglio, il dentro non cambia, poiché il pensiero torna sempre alla memoria di se stesso, non avendo un altrove ad ospitarlo.</p><p>Per intrinseca natura il poeta esercita un pensiero inarrestabile, sua prigione e libertà, sua croce sublime. Lo dichiara l’Autore stesso: il poeta è pellegrino e la sua identità è di «risalire di nodo in nodo/all’origine del filo». Per cercarla l’origine del filo, egli attraversa l’attraversabile: le terre, e i paesi, e le fedi, e i bivi, e i ricordi, e gli amori, e i dolori, ma vivendoci (si vive navigando verso isole lontane) che è l’unica forma possibile per capire i significati, dopo averli sottoposti al vaglio della ragione che, solitaria insaziabile dea, domanda dopo domanda, li ridiscute e li riconsidera per assegnarci i motivi necessari e giusti per la nostra sopravvivenza di uomini, per compiere le nostre liturgie quotidiane.</p><p>E’ evidente, ad essa dobbiamo tutto. Il poeta ne è toccato fin nel profondo. Sa che persino per accedere alla soglia delle spiritualità, quando non addirittura per entrarvi e sedervi alla sua mensa, deve fare i conti con essa. In questa certezza, il pensiero del poeta pare affiancarsi alla proposta di Benedetto XVI, non a caso il più teologo ed intellettuale dei papi.</p><p>Non si nasconde nulla d’artificioso in questa conclusione, basta reclinare la memoria all’indietro, ad un passato ancora recente, a quella cospicua porzione di lupesca umanità che ha deliberatamente ignorato la ragione e se ne è fatta beffa praticando altre ignobili idolatrie, non solo annientando se stessa, ma trascinando con sé nel baratro i destini di coloro che o, indissolubilmente ancorati alla propria cultura e fede, hanno accettato che si compisse una volontà superiore o hanno, impotenti, subito sino alle estreme conseguenze la follia distruttrice o, se per sorte benigna sono scampati alla tragedia, hanno rinsaldato la memoria, testimoniando ed avvertendo che l’infedeltà alla ragione si paga duramente.</p><p>L’uomo Moretti ha raccolto questa lezione, convincendosi che la vita e la poesia sono inscindibili, tutt’al più seguono un percorso parallelo, in tal caso sarà una navigazione a vista di costa: un lento scorrere lungo i profili della terra incisi dall’ostinazione corrosiva delle maree e dal ritorno implacabile delle correnti che di quel pensiero poetico sono chiara metafora: un progredire dell’inesausto bisogno di riportare sulla carta millimetrata del tempo (giornale) la sconsolante eco della vicenda umana ancora una volta, scelleratamente, tutta presa dal sottrarsi al giudizio della ragione. Al poeta, che è «custode di venti e di vele», basta poco per cogliere le «ambigue coincidenze/sui terrapieni della memoria», «l’ambiguo e cinico/presente», «un altro inganno/nel chiasso che non dà forza ai verbi giusti e veri,/un armamentario di comodi sotterfugi», «i portatori del fatuo,/il giorno blasfemo dei nocchieri e dei delatori».</p><p>E lui annota annota da benedettino su quelle carte il proprio sconforto nello scorgere «la vita che talvolta ci pare/una rasa terra di monsoni/e di negre lune», le amarezze appena appena consolate dal prodigioso ordine della natura o dal ricordo dei giorni buoni di fioriture di idee e sogni impollinati dall’ardore della giovinezza, con tutte le parole possibili, con tutte le parole che hanno accompagnato le età delle storia nel loro evolversi, consumarsi e scomparire: una similitudine impressionante: un calco già visto d’imbrogli, un riecheggiare di monete, uno zoccolio di cavalli nei mercati, un rincorrersi cruento di opposti sulla parola Dio, il mascherarsi dei circensi dietro promesse di rinnovamento. Quanto poco gli occorre per testimoniare la perdita dell’innocenza, della misura, del sentimento, dei «segni mansueti e benedetti dell’anima».</p><p>Quale prodigio poetico è la mente del navigatore che pur nell’angusto ambito del suo “quartiere” con la vista profonda dell’intelletto, e con orecchio divino, e con olfatto animalesco ci riporta, risistemandole sulla pagina, segmento dopo segmento, ciò che la vicinanza ci sottrae, la nebbia della quotidianità ci offusca, il gorgo dei mutamenti ci risucchia, i perimetri del nostro egoismo ci isola, la follia dell’avere ci allontana, al fine, il quadro che ne scaturisce è desolante, per dirla con lo stesso verso implacabile di Moretti, «di mediocrità da caporali».</p><p>Pur tuttavia, lui che conosce il retrobottega delle vicende terrene, i corpi infettanti dentro le sue vene, le ignobili compromissioni dell’essere con l’avere, del prendere col donare, della menzogna con la verità, della politica con il potere, ci ricorda che esiste l’anima: «…se rammenti, l’anima/che ci fece giurare di non camuffarci//all’incontro della sventura (ai compiti/della ragione e dei doveri) è tenace abitudine,/è bagaglio che erediteranno i figli/dopo le ostili dimore…»; ribadisce altresì, con la levità mistica della parola poetica, trascrivendone tutta la bellezza, «le laiche virtù dei traghettatori del vero,/e a sottrarre le maschere ai falsi circoncisi,/a fischiare gli ipocriti liberali/in camicia di lino e doppiopetto». La realtà sotto la sua penna si fa carne e sangue: vive.</p><p>La luce delle simbologie, poste sempre al centro della sua ottica cartesiana, illumina il nero inchiostro dei quotidiani televisivi o stampati, delle prodighe tresche mediatiche (preoccupate della loro sopravvivenza) di affidare ai lutti, ai disordini delle giovani coscienze, ai seminatori di morte in nome di Dio, agli irrisolti casi giudiziari, alle intercettazioni calcistiche o finanziarie, alle vite private di soubrette &amp; boys il compito di testimoniare la realtà, mentre altrove risiedono le fonti della speranza che i veri eroi, quasi mai nominati, tengono in vita con la beatitudine, la rettitudine e l’operosità delle api, così come tengono alto il nome dell’uomo, della parola Uomo ancora carica delle risonanze di pietà e dignità e comprensione che gli appartengono pur apparentemente disperse tra le foschie del presente, pur nel turbine delle meccaniche economiche che forzano, adulterandoli, i comportamenti a cedere alle lusinghe che quanto proposto dai «nuovi bottegai», dai «merciai del tempio», dai «padrini bugiardi» sia necessario, vitale ed imprescindibile.<br /> E’ uno spaccio di moneta falsa. E’ inesorabile avvelenamento del “dentro”. E’ occulto progetto di dissoluzione.</p><p>Come è profondo in Vito Moretti il senso morale che non è, o non solo, indignazione verso ogni forma di sottrazione – il peccato in sé è sottrazione – ma anche dato da quello sguardo pietoso, meglio, impietosito per quanto raccoglie di buono passo a passo, lega a lega d’acqua, per quante parabole si compiono e gli toccano il cuore. Davanti alla “visione” del «giusto che toglie il freddo ai risvegli», si ritrova marcata l’effige spirituale della sua condotta di uomo e di poeta, di quel senso morale, già citato, che è scelta ineccepibile nella direzione di una navigazione che ha come meta la verità se si aspira a che la propria coscienza non venga devastata dai rimorsi o che la ragione si arrenda al dominio degli ingiusti dal poeta implacabilmente sorpresi a barattare astuzie affinché non si perda la memoria di se stessi nella mente dei “fessi”.</p><p>Il navigatore sa che «la storia ha vele sue», come a dire che nulla le impedirà di percorrere le sue rotte; inesorabilmente marcerà in avanti fino alla fine a ristabilire una sorte degna, oltre ogni confine limite opposizione, e nulla le impedirà senza distinzione di fare giustizia di tutto e tutti: l’elenco è lungo, nutrito di dettagli, date, circostanze, atti, mancanze, abusi, poiché a qualcuno non è sfuggito nulla, a lui, al navigatore non è sfuggita la più esile scaglia di vissuto, perché ha provveduto a registrare meticolosamente l’insieme fitto di quanto ha visto ed ascoltato: cosa mai potrà essere nascosto ed omesso? Le sue parole avranno il peso micidiale della verità, il taglio affilato del tempo, la perfetta curvatura della lente. Nessun Caino troverà rocce dietro cui celarsi, né i silenzi più riposti avranno scampo dinanzi alle domande.</p><p>La salvezza sarà di chi avrà ancora rami sul tronco della propria vita una volta che saranno state potate le disubbidienze, le avarizie del cuore, le perversioni dei desideri, le umiliazioni inflitte, la crudeltà delle negazioni, la manipolazione dei sentimenti. E’ tutto scritto, annotato. Verrà il giorno che ogni azione avrà il suo presente, quando al navigatore verrà chiesto di mostrare il “giornale di bordo” in cui, pagina dopo pagina, la testimonianza della realtà – nei riguardi della vita, dell’agire, del destino e dell’essere dell’uomo, nella sua concretezza ed interezza (D. Cerilli) – assurgerà solo a prova e documento, il giudizio finale e la condanna saranno affidati a colui che chiederà a ciascuno conto particolareggiato di ogni cosa detta e fatta, ovvero delle proprie azioni, e dei significati sottostanti: ma qui, quanti sapranno rispondere?</p><p>Alfredo Fiorani</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001064_la-navigazione-ininterrotta-di-vito-moretti/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Il “Canto per gli orfani” di Paola Rodomonti</title><link>http://cultura.inabruzzo.it/001045_il-%e2%80%9ccanto-per-gli-orfani%e2%80%9d-di-paola-rodomonti/</link> <comments>http://cultura.inabruzzo.it/001045_il-%e2%80%9ccanto-per-gli-orfani%e2%80%9d-di-paola-rodomonti/#comments</comments> <pubDate>Tue, 03 Jun 2008 14:38:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Alfredo Fiorani</dc:creator> <category><![CDATA[Abruzzesistica]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/?p=1045</guid> <description><![CDATA[Una recensione alla raccolta di versi della poetessa teramana. Nella complessità espositiva della raccolta “Canto per gli orfani” di Paola Rodomonti, curata da Simone Gambacorta e Gianfranco Spitilli, si aprono degli squarci, «la fessura è luce/per comprendere il caos», scrive l’Autrice stessa, oltre i quali è visibile l’altro da sé del poeta che della propria [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una recensione alla raccolta di versi della poetessa teramana.</p><p>Nella complessità espositiva della raccolta “Canto per gli orfani” di Paola Rodomonti, curata da Simone Gambacorta e Gianfranco Spitilli, si aprono degli squarci, «la fessura è luce/per comprendere il caos», scrive l’Autrice stessa, oltre i quali è visibile l’altro da sé del poeta che della propria incomunicabilità fa una provata espressione artistica in cui convogliano tutte le enigmatiche/magmatiche parti di sé, a comporre un’inestricabile ragnatela, e le agonie del suo vissuto. <span id="more-1045"></span></p><p>Ma si coglie dell’altro, a ben guardare, impigliato tra i versi della Rodomonti: c’è lo stretto legame tra la razionalità, benché non sia mai tesa a ferro, e l’irrazionalità che sfiora e titilla le forme estreme del suo opposto. Dunque, mai del tutto l’una mai del tutto l’altra a stringere nella morsa il verso che per quanto asciutto ed incasellato entro gli a capo cova al suo interno delle vivezze allucinatorie, dei ribollii immaginativi, delle astrazioni fugaci, delle lucenti scaglie di pensieri capricciosi ruotanti intorno ad un naturalismo che sposta la riflessione del lettore su un terreno più pacificante, meno ostile, quasi comune ed in sintonia col poeta.</p><p>Ed è qui che s’innesta il prodigio della parola, “la parola buca la superficie della realtà”, annota Simone Gambacorta, che pur nella misurata concessione ai significati, diversamente privati, stabilisce una comunicazione, non sempre afferrabile nei contenuti, non sempre traducibile, è vero, ma tuttavia allusiva di una richiesta di ascolto, di un invito a partecipare, a soffermarsi a riflettere sulle inquietudini psicologiche, le costrizioni fisiche, gli istinti sessuali che le appartengono. Lo ribadiamo, nell’espressività poetica della Rodomonti c’è molto di più di un esercizio letterario: il verso è solo lo strato superiore, il piano estetico al di sotto del quale ribolle gran parte della topica freudiana, riparata dietro un perfetto mimetismo: sia esso la barriera della parola: «Tedio-feto-retina-fegato-strisciante/esibizione dell’essere maleodorante-flauto/traverso-danzare-pistillo-polline-seme-terra/-frutto-melograno-carcassa scabra e molle/metafora-cranio»; sia il frequente ricorso al simbolismo, come nota Gambacorta, “si nutre di un altrove spesso simbolico”; sia, infine, dietro la cruda corporalità dell’io: «La lingua fra le labbra della vagina/perpetua eterna vorrei./La lingua perpetua eterna ai capezzoli/turgidi vorrei.</p><p>Il desiderio questo.». Tra tanta ambiguità (nel senso di rasentare i limiti) evidente emerge il rapporto aperto con la natura che esiste di per sé senza la volontà del poeta di opporvisi o di percepirla leopardianamente matrigna, anzi specchio della sua intimità: più simile ad essa, più vicina, insomma, alla metafisica della natura che alla fisica malata della razza umana, se è vero quanto sosteneva Nietzsche che “l’uomo è un animale malato”.</p><p>(Paola Rodomonti, “Canto per gli orfani”, a cura di Simone Gambacorta e Gianfranco Spitilli, Media, pp. 86, Euro 10)</p><p>Alfredo Fiorani</p><p>Pubblicato sul quotidiano &#8220;La Città&#8221; di Teramo</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://cultura.inabruzzo.it/001045_il-%e2%80%9ccanto-per-gli-orfani%e2%80%9d-di-paola-rodomonti/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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