Martedì scorso 19 gennaio si è tenuta al cineteatro Odeon di Roseto degli Abruzzi la seconda replica del concerto inaugurale della trentacinquesima stagione concertistica dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, fondata nel 1970 a L’Aquila da Nino Carloni. La prima della nuova stagione si è svolta a L’Aquila sabato 16 gennaio nel ridotto del Teatro comunale, malgrado i gravi danni strutturali che ne rendono tutt’ora problematica l’agibilità, e il giorno seguente all’Auditorium della Scuola civica musicale di San Giovanni Teatino a Sambuceto, toccando così anche le provincie di Pescara e Teramo.
Quella dell’ISA è una storia interessante, che credo meriti di essere ricordata brevemente. L’ISA rappresenta, nella visione di audace lungimiranza ma anche di straordinario pragmatismo di Carloni, il punto di arrivo di un vasto progetto di trasformazione del capoluogo abruzzese in vera e propria città della musica, progetto che si avviava nel 1946 con l’inaugurazione della Società Aquilana dei Concerti “Bonaventura Barattelli”, che avrebbe contato nel proprio direttivo figure come Goffredo Petrassi, Roman Vlad, Luciano Berio, Fedele D’Amico e altri. Un progetto che proseguiva nel 1967 con la creazione di un centro di formazione professionale da cui, l’anno successivo, nasceva il Conservatorio “Alfredo Casella”, e a cui si affiancava il complesso strumentale, altro gioiello della nostra regione, dei “Solisti Aquilani”. Il progetto si completava con l’istituzione nel 1974 della prima orchestra stabile della città, l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, la cui direzione, da allora, è stata affidata al maestro Vittorio Antonellini, fondatore peraltro dei “Solisti Aquilani”. Impresa titanica più che demiurgica, quasi inconcepibile a ripensarla oggi. E tuttavia, malgrado le difficoltà dei nostri giorni e la violenza degli eventi naturali, seguiti oltremodo a disagi socio-culturali economici e politici non meno gravi che L’Aquila ha dovuto subire dopo la scomparsa di Carloni, i frutti di quella lungimiranza e di quell’impegno proseguono a dare frutti.
Va subito detto che, malgrado le avversità che si sono abbattute sul capoluogo di regione, e le innumerevoli difficoltà attraversate – ormai è quasi un anno – da tutte le maggiori istituzioni culturali aquilane, si è trattato di un concerto in tutto e per tutto degno dell’occasione, dell’ISA e di quell’eccellente formazione che è l’Orchestra Sinfonica Abruzzese. I solisti ospiti, il violinista Pavel Berman, figlio di Lazar Berman, uno tra i maggiori interpreti della scuola pianistica russa scomparso nel 2005, e il violoncellista Enrico Dindo, già primo violoncello dell’orchestra scaligera e oggi docente all’Accademia musicale di Pavia, si sono dimostrati interpreti di assoluto valore e di notevole capacità interpretativa, che il pubblico presente in sala, abbastanza numeroso malgrado il freddo pungente, ha dimostrato di apprezzare.
La scelta del programma, l’Ottava Sinfonia di Beethoven e il Doppio Concerto di Brahms, sebbene di tipo piuttosto tradizionale, ha avuto una sua peculiarità: quella di abbinare due pagine scritte nella fase matura di due tra i maggiori musicisti tedeschi, ritenuti per lo più erroneamente legati l’uno all’altro, impegnati a redigere rispettivamente la propria ultima sinfonia strumentale e il proprio ultimo concerto. Sia l’uno che l’altro si trovano al termine di un ciclo, e si confrontano con forme, quelle della sinfonia e del concerto, per le quali essi provano già un certo senso di distacco. Beethoven vi arriva quando ha già sostanzialmente dissolto gli equilibri e i piani formali del forma sinfonica classica, quella giunta sino a Mozart, mentre Brahms è ormai conscio di stare operando su di un genere, quello del sonatismo concertistico, già fortemente in crisi da diversi decenni. Se tuttavia Beethoven, con la Sinfonia n. 8 in Fa maggiore (op.93), completata nel 1812, mette in campo un ripensamento della tradizione evidentemente umoristico, recuperando un senso profondo di ironia che è ancora in lui retaggio della scuola viennese e di Haydn, il Brahms del Doppio Concerto per violino, violoncello e orchestra in la min. (op. 102), che è del 1887, è un autore continuamente combattuto fra l’entusiasmo per la forma, provato in gioventù, e la disillusione amara che invece affiora continuamente dalla vena poetica già tardoromantica del suo sentire maturo. A quell’epoca Wagner e Berlioz erano già morti, e con essi anche Liszt con i suoi poemi sinfonici, e presto lo stesso Dvo?ák, autore su cui Brahms aveva avuto un enorme influsso, avrebbe seguito e condiviso questo processo di ammodernamento del linguaggio musicale. Processo indirizzato all’abbandono della cosiddetta “musica assoluta” in favore di quella “a programma”, prologo della completa dissoluzione delle forme classiche tradizionali, e dunque del mondo poetico consegnato dalla tradizione occidentale mitteleuropea. Le due pagine, esempi consumatissimi di manierismo artigianale ma entrambe stilisticamente “postume”, sono così riemerse nella loro lussurreggiante ambiguità, quasi a tendersi la mano. L’una protesa verso il futuro con fiduciosa baldanza, l’altra tutta ripiegata verso un passato del quale si è definitivamente persa l’ingenuità.
Pavel Berman, solista e direttore, ha necessariamente dovuto ricorrere alla complicità del primo violino in orchestra, che ha spesso condotto di fatto e dato gli attacchi a legni e ottoni, escamotage indispensabile data la complessità sinfonica del concerto brahmsiano. Ma il risultato è stato comunque convincente, sia sotto il profilo tecnico che propriamente musicale. Scattante e briosa, la lettura data da Berman dell’Ottava Sinfonia è stata forse un po’ monocorde, priva di quei chiaroscuri che fanno della risata e dell’ironia beethoveniane uno strumento satirico, ma nel complesso lucida e bene equilibrata negli impasti sonori. Attendiamo dunque con interesse gli appuntamenti successivi della stagione concertistica aquilana dell’ISA, che oltre a un ricco e articolato programma che va da Vivaldi a Casella, da Mozart a Stravinsky, prevede solisti di pregio come Ivo Pogorelich e Uto Ughi.
Peccato davvero, è necessario aggiungerlo, che l’amministrazione cittadina rosetana non abbia ancora avuto l’accortezza non dico di provvedere alla realizzazione di un auditorium, dotato di quei requisiti acustici e strutturali minimi che un cinema con ogni evidenza non potrà mai soddisfare, ma quantomeno di persuadere i gestori del locale a interrompere la programmazione cinematografica nelle sale attigue in occasione dei concerti. L’ascolto di uno Stradivari come quello imbracciato da Berman è certamente possibile anche in condizioni acustiche pessime, come capita in ambienti nettamente afoni qual’è quello rosetano, ma oltrepassa i limiti della decenza quando ad esso si chiede di dover gareggiare con frequenze e risonanze di ben altra natura. Che tra cinema e teatro vi sia differenza, che spettacolo dal vivo e spettacolo tecnicamente riprodotto abbiano esigenze diverse, malgrado tutte le possibili combinazioni che di recente sono state tentate, è buona norma non trascurarlo. Già ai tempi dei romani teatri e anfiteatri avevano conformazioni distinte, e vi si tenevano eventi distinti. Perciò delle due l’una. O il più totale isolamento acustico della sala principale, adibita a teatro e auditorium, rispetto alle sale cinematografiche, in modo tale da schermare adeguatamente l’ambiente specie dalle subfrequenze dei potenti sistemi di amplificazione odierni, oppure la programmazione degli eventi dovrà tener conto di questa incongruenza logistica.