Cinzia Tani, “La migliore amica”

Romanzo di ampio respiro che racconta la storia vera della francese Sylvie Paul, processata e condannata nel 1956, per l’assassinio di Jeanne Perron. Con fare accorto e diligente, Cinzia Tani ripercorre le tappe salienti della vita della Paul partendo dalla morte del padre, suo insostituibile punto di riferimento, e giungendo alle buie conseguenze di un omicidio rimasto avvolto nel mistero. Precisi ed innumerevoli flash back collegano passato e presente, e raccontano i legami sbagliati, l’andirivieni dal carcere e la vita nei campi di concentramento di una donna bellissima e dalla doppia personalità: algida e lucida truffatrice da un lato, sanguigna e irrazionale paladina dei più deboli dall’altro. Il bene immenso e incondizionato per i figli, il ricordo dell’unico grande amore, il desiderio di libertà e la voglia di rivincita nei confronti della vita sono il cuore pulsante dei fatti narrati. Inoltre, avvalendosi contestualmente degli stili del cronista, del narratore e dello storico, la Tani descrive abilmente la realtà in cui, accusatori e accusata, hanno vissuto. Ne viene fuori una società opaca e ottusa. L’impressione è quella di trovarsi tra le ali occhiute della Fama – mostro mitologico di virgiliana memoria – il cui vociare linguacciuto, annebbiando la ragione e inasprendo il cuore, consente il sopravvento di malevoli pregiudizi. La narrazione porta così ad un interrogativo: Sylvie Paul è stata un’efferata e machiavellica assassina oppure una vittima del mormorio pernicioso delle persone che le stavano intorno e che preferivano censurare i suoi vestiti sgargianti piuttosto che esaltare la generosità del suo cuore? Il racconto delinea ipotesi, descrive fatti e riporta sentenze, ma non consente la netta individuazione della verità a conferma del fatto che forse, a volte, è impossibile trovare una chiara e definitiva separazione tra bene e male.

(Cinzia Tani, “La migliore amica”, pp. 223, Piemme, Euro 16,00)

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