Giochi d’acqua dal caratteristico colore azzurro-turchese che si fondono con la ricca e svariata vegetazione circostante in un luogo dove si conserva inalterato un antico mulino del XVII secolo, vero e proprio esempio di “archeologia industriale.” Questo è il cuore del Parco Territoriale Attrezzato delle Sorgenti sulfuree del Lavino, nei pressi di Scafa (Pe).
L’area protetta prende il nome dall’elemento naturalistico che maggiormente lo caratterizza, ovvero le acque sulfuree del fiume omonimo in cui sono presenti solfati disciolti che danno la tipica e suggestiva colorazione azzurro-turchese ai laghetti, alle polle sorgive e ai ruscelli.
Non a caso il toponimo Scafa (comune nel quale è localizzato il Parco), è legato ad un’imbarcazione che fu realizzata per volontà di Gioacchino Murat per traghettare persone, animali e merci da una sponda all’altra del fiume Lavino.

Il corso d’acqua ha origine nel Vallone di Santo Spirito sul versante N-NO del massiccio montuoso della Majella; attraverso, il Vallone di San Bartolomeo e il Fosso Cesano, a valle di Roccamorice, il torrente diventa infine Fiume Lavino. Dopo pochi chilometri, all’altezza di Scafa, si versa nelle copiose acque del Pescara; ad incrementare inoltre la sua portata contribuiscono le acque del complesso di risorgenze sulfuree, situate in località Decontra.
Qui, nel 1987 con la legge n. 25, la Regione Abruzzo ha istituito il Parco delle sorgenti sulfuree del Lavino, attualmente gestito da Legambiente Abruzzo e dal Comune di Scafa. L’area ha un’estensione di circa 40 ettari, è dotata di un punto informativo e ospita svariate specie faunistiche, ittiche e vegetali.
Passeggiando lungo le sponde incontriamo soprattutto tipi diversi di Salici (salice bianco, salice fragile) e Pioppi (pioppo nero e bianco); delimitano, inoltre, la zona d’acqua altre specie quali: Tife, Giunchi, Roverelle, l’Acero campestre, il Carpino, la Robinia e il Biancospino. La Ginestra, i Ciclamini e le Pervinche caratterizzano il sottofondo dei boschetti. Infine le alghe colorano il fondo dei laghetti con le due diverse tonalita’ dell’azzurro e del verde.
Per quanto riguarda la fauna, a contatto con l’acqua vivono la Gallinella d’acqua, l’Usignolo di fiume, la Ballerina gialla e il Martin pescatore. Si aggirano di notte, invisibili, la Donnola, la Faina, il Tasso e la Volpe.
In realtà la rilevanza del Parco non è legata soltanto alle bellezze naturalistiche che lo caratterizzano, ma anche alla storia, all’archeologia e all’economia del territorio. Le acque del fiume del fiume Lavino, sono state utilizzate oltre che per la normale irrigazione dei campi limitrofi, anche per l’alimentazione di ben quattro centrali idroelettriche e per il funzionamento di una segheria e di cinque mulini a palmenti, tra cui il Mulino Farnese.
Datato al XVII secolo e funzionante fino a qualche anno fa, il mulino è dotato di un impianto orizzontale che rende attivabile tre coppie di macine posizionate a pian terreno del fabbricato, nella parte bassa a contatto con l’acqua si trovano due luci per l’entrata e la fuoriuscita della stessa che veniva convogliata alle ruote da pale in legno. Le tre macine servivano rispettivamente per la macinatura di frumenti diversi: grano, granone e altri prodotti tra cui le “misture” di orzo, segale e granturco. La farina così ottenuta veniva convogliata in una grossa vasca in legno posta di fronte alle macine.
Fonti storiche datano la fondazione del mulino al XVII secolo, ma le vicende storiche più intriganti sono quelle che raccontano gli abusi da parte cosiddetti “molinari” (mugnai), colpevoli di consegnare ai contadini che si recavano a macinare i frutti della propria terra una quantità inferiore di farina rispetto a quella che spettava loro. In effetti l’utenza principale del mulino era costituita in particolar modo dai contadini delle campagne circostanti che puntavano a una resa maggiore piuttosto che a una qualità elevata della farina, non a caso vi veniva praticata la cosiddetta “bassa macinatura.”
Con l’insediamento delle prime industrie, soprattutto minerarie, la valenza del mulino fu compresa anche dai dirigenti della Rhe che fecero alla fine del 1800, una generosa offerta ai suoi proprietari per acquistarlo, ma il loro rifiuto li costrinse a costruire una centrale che captasse le acque del fiume più a monte del mulino stesso.
Ancora oggi è possibile ascoltare il fragore delle acque impetuose che si incanalano nelle due luci e osservare, se si è fortunati, tra le finestre scardinate al piano superiore i nidi delle rondini.
Il fiume ha avuto da sempre una portata cospicua: più di 30 anni fa, si aggirava intorno agli 860 litri al secondo, mentre attualmente siamo sugli 800 l/s. L’abbondanza delle acque ha causato negli anni passati danni all’agricoltura: le piene più gravi furono quelle del 1929, del 1932 e del 1934, senza dimenticare quella più recente dell’aprile del 1992. Per proteggere i terreni circostanti dalle inondazioni e rallentare la furia delle acque sono stati realizzati nel corso degli anni passati, gabbioni, briglie e opere in cemento armato ancora visibili lungo il corso dei torrenti e non sempre perfettamente integrati con l’ambiente circostante. Vale comunque la pena, fare una passeggiata in un posto ricco di suggestioni legate ai colori della natura e alle vicende storiche ed economiche che qui si sono svolte.
Roberta Di Renzo
Come arrivare:
da Roma e da Pescara, autostrada A25, uscita Alanno-Scafa, svoltare a sinistra in direzione “Decontra” (frazione di Scafa a circa 4 Km dal casello autostradale) e seguire l’apposita segnaletica.
Per informazioni e visite guidate:
Legambiente Abruzzo,
Presidente: sig. Rocco Barbarossa
num. 349/2116968 oppure e-mail: parcolavino@hotmail.com
sito: www.parcolavino.com