Due rami incrociati, un foglietto con una data, e un mazzo di rose adagiato lì a fianco costituiscono il biglietto da visita di un assassino che semina il terrore lungo le strade di Monterey, in California. La soluzione del caso è affidata alla giovane Kathryn Dance, agente del California Bureau of Investigation ed esperta di cinesica. La donna, affiancata dai suoi fidati collaboratori, si troverà avvinta dalle spirali soffuse e sfuggenti della realtà virtuale e dei giochi di ruolo. Per scovare la verità dovrà scavare a fondo, eludendo finte piste e schivando innumerevoli inganni. Il suo percorso sarà reso più impervio dal desiderio di vendetta di Daniel Pell, assassino psicopatico in attesa di giudizio (è il cattivo de “La bambola che dorme”, il primo romanzo in cui la Dance è stata protagonista assoluta). Thriller articolato e dignitoso, “La strada delle croci”, rispolvera solo in piccola misura lo charme letterario di Deaver. Infatti lo scrittore statunitense consegna ai lettori un lavoro ingegnoso, ma lontano dai fasti de “Il collezionista di ossa”. La struttura anche se solida e ben delineata, è in larga parte tarpata da eccessivi e inverosimili colpi di scena. La trama, seppur intrisa di trabocchetti, intrighi e difficili vie di fuga è avara di brividi e sussulti. Il piglio diretto e chiarissimo della scrittura è affievolito, in alcuni punti, da descrizioni troppo lunghe e dettagliate che rallentano la velocità del racconto e ne smorzano l’adrenalina. Difetti mortali questi, o peccati veniali? Sicuramente nei evidenti di uno scrittore che, pur avendo superato le impietose défaillance avute con “La dodicesima carta” e con “La luna fredda”, non ha ancora riacquisito le sembianze dell’arciere pluridecorato che prende la mira, scocca il dardo e colpisce vittoriosamente il bersaglio.
(Jeffery Deaver, “La strada delle croci”, trad. it. di V. Alberti, pp. 498, Rizzoli)


