Da alcuni anni apparentemente “dimenticata” dai mezzi di comunicazione, torna alla ribalta mediatica una delle malattie più odiose che abbiano mai colpito la salute pubblica
Se sul fronte della medicina sembrano comparire i primi risultati che fanno ben sperare per un futuro vaccino contro il virus dell’Aids, su quello comunicazionale si registra la bufera mediatica intorno a una campagna pubblicitaria non profit lanciata nel settembre 2009 in Germania.
Il video, della durata di 30 secondi circa, mostra un uomo e una donna fare sesso in una stanza in penombra. Impossibile scorgere l’identità della coppia. Quella di lui viene rivelata solo negli attimi conclusivi dello spot: il protagonista maschile ha il volto di Adolf Hitler. Subito dopo, ecco comparire il claim: “L’Aids è un omicida di massa. Proteggetevi”.
Chiaro il significato simbolico della campagna non profit: l’Aids è responsabile di milioni di vittime, per contrastarne la diffusione l’unica arma a disposizione è l’utilizzo del preservativo, soprattutto nel caso di rapporti occasionali. Il virus è responsabile di un vero e proprio sterminio, paragonabile a quello perpetrato dal Führer.
Il perché di questa scelta, viene chiarito dagli stessi creativi della Das Comitee che hanno realizzato lo spot: “Ci siamo domandati quale volto si poteva dare al virus, e non poteva essere un volto carino. La campagna è concepita per scuotere la gente, per mettere la questione dell’Aids al centro della scena e per rovesciare la tendenza alle relazioni sessuali non protette” (Fonte: rainews24.it).
Se l’intento era quello di shockare l’opinione pubblica, non si può certo negare che l’obiettivo sia stato pienamente raggiunto. Discorso diverso, invece, va fatto per l’opportunità o meno della scelta. Da anni oramai anche il mondo del non profit affida spesso il proprio messaggio a dei testimonial, più o meno celebri, più o meno appropriati.
Mai, però, era accaduto che il testimonial selezionato fosse non solo deceduto, non solo appartenente alla Storia, ma soprattutto responsabile di uno dei crimini contro l’umanità più deplorevoli e desolanti.
Ecco quindi che il dibattito a livello internazionale è andato concentrandosi sull’opportunità o meno di questa personificazione del virus. Può una malattia incarnarsi nel corpo di un uomo realmente esistito che ha ucciso consapevolmente, premeditando la distruzione di un intero popolo?
Una risposta critica arriva da Stephan Kramer, Segretario Generale del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi: “Hitler fa vendere. Le terapie d’urto sono certo il mezzo più diffuso nel mondo dei media per attirare l’attenzione. E funzionano. Il problema è che ci sono anche effetti collaterali. Questo è un insulto alle vittime dell’epoca nazista. E tra quanti sono stati inviati nei campi di concentramento ci sono stati anche migliaia di gay e lesbiche” (www.euronews.it).
E proprio qui sta il nocciolo della questione: è giusto che per creare “rumore” intorno a un problema così grave come quello dell’Aids, si faccia ricorso a una scelta reclamistica potenzialmente in grado di offendere la memoria di chi ha subito l’orrore dei campi di sterminio e della follia nazista? Non si corre il rischio che il malato di Aids possa essere percepito come un killer seriale, come un untore dell’orrore?
La comunicazione sociale deve porsi questo tipo di problematiche. Non può non pensare a tutte le conseguenze delle proprie scelte: dalla correttezza del messaggio proposto, alla validità delle tecniche creative, al rispetto delle persone direttamente colpite dalla problematica oggetto di comunicazione.
Impazza il dibattito, come è giusto che sia, tra chi condanna duramente e chi invece giustifica la scelta effettuata. Frattanto, per verificare gli effetti di questa campagna di sensibilizzazione – che sembra aver creato più interesse intorno al testimonial che sul messaggio proposto – non ci resta che attendere: a breve arriveranno ulteriori spot che proseguono sul solco tracciato.
Protagonisti altri testimonial dell’orrore: Stalin e Saddam Hussein.

