
Intervista a Fausto Paci, ambasciatore cavelliniano.
Per i nostri lettori ricordiamo che Guglielmo Achille Cavellini (Brescia1914-1990) fu collezionista, pittore e mailartista di straordinaria originalità. Le sue operazioni si collocano sulla scia dei grandi autori storici del Dadaismo e della Pop Art di rottura come Duchamp, Piero Manzoni, Kounellis, De Dominicis. Fu lui a coniare il termine “autostoricizzazione” attraverso il quale iniziò un’operazione di comunicazione internazionale attorno al Sistema dell’Arte e a promuovere mostre a domicilio. Del tutto singolare la nomina del suddetto Fausto Paci, insigne personaggio dell’arte italiana ed internazionale a suo ambasciatore, ruolo che tuttora svolge. Su questa sua attività e sulla memoria del grande maestro bresciano di cui è stato allestito uno straordinario archivio-museo nella città natale, è in stampa una monumentale opera. Ecco quanto egli ha detto in questa intervista esclusiva manoscritta.
D. So che lei sta per pubblicare un volume: di che cosa si tratta e qual è il suo titolo?
R. Il titolo del volume che è in stampa è “Non ci sono mai stato. Cavellinologo viaggiatore immobile”. Contiene le cartoline da me inventate che riproducono il profilo di Cavellini e che testimoniano dei miei 63 viaggi virtuali, tramite la collaborazione di tanti amici; le conferenze di calellinologia, le presentazioni di libri di Gac (Guglielmo Achille Cavellini) nelle sedi culturalmente più interessanti del mondo. La mia presentazione è fatta oltre che in italiano, in lingua inglese e in lingua araba, e il volume verrà inviato a biblioteche, critici, mailartisti, collezionisti e appassionati.
D. Quando e come ha conosciuto Cavellini?
R. Ho conosciuto Cavellini il 1 marzo del 1978 e visitato la sua raccolta nella storica villa in via Bonomelli a Brescia. Con sorpresa ho trovato, oltre al grande collezionista di cui conoscevo l’importanza, un originale eccentrico artista. Il racconto della sua autostoricizzazione mi ha talmente impressionato che, tornato a casa, ho scritto subito a lui le mie meditate considerazioni sulla sua filosofia esistenziale e artistica, talché in un suo graditissimo riscontro lui mi rispondeva: “La ringrazio per la sua attenzione al mio lavoro. Lei ora è il mio ambasciatore. Le assicuro che non deluderò la sua stima. Spero incontrarla ancora presto a Brescia. Intanto gradisca un caro saluto Gac. 17/3/1978. Da qui è partita la mia avventura con la produzione di decime di timbri a lui dedicati e poi, in seguito, nel mondo dalla mail art, diffondendo ormai centinaia di operazioni mailartistiche in omaggio e ricordo.
D. Perché Cavellini è importante nella storia dell’arte?
R. Nell’arte-vita di Cavellini si sono metabolizzati felicemente l’anticonformismo, la trasgressione, l’ironia, l’autoironia, la lucidità, le casuali stimolazioni; il tutto amalgamato in un progetto di lucida consapevole serietà.
E poi come ebbi a scrivere al critico/antropologo Philippe Daverio: “Gac è stato un anticipatore, sia come collezionista che come scrittore e come artista, sempre lui, uno e trino, nell’avventurarsi instancabilmente nella giungla dell’arte, titolo di un suo famoso libro”.
Mi viene di fare in merito altre citazioni. Quelle del critico sul giornale“Brescia oggi” “Il processo di autostoricizzazione è dunque un modello di pensiero, che utilizza la storia per costruire una nuova storia. Operazione che trasforma l’artista non più (e non solo) in un produttore di opere, ma in un performer, che interpreta i ruoli che la fantasia e la costruzione di confronti gli suggeriscono”.
Quella del critico sul quotidiano “Il giornale di Brescia”. “Ecco allora cosa è rimasto di veramente duraturo nell’autostoricizzazione di Cavellini, anticipatore, per certi aspetti,con le sue incursioni spiazzanti, di molti artisti d’oggi, persino del celebrato Cattelan: un’ansia vitalistica, quasi un’estetica della disperazione dissimulata tra la simulazione edonista della propria beffarda promozione come artista già consacrato dalla storia”.
D. E sui rapporti di Cavellini con gli altri artisti cosa può dirmi?
R. Nell’lencare tutti i contatti e le scelte cavelliniane, come collezionista, alla ricerca soprattutto di nuove proposte a partire dalla prima mostra, fatta nella sua casa, al “Gruppo degli otto”, poi agli artisti francesi, tedeschi, americani, ecc. ecc., e per sottolineare la sua indiscutibile dote di talent-scout, cito questo brano di un articolo di Francesco Arcangeli che sull’Europeo del 1958, per la grande mostra della collezione Cavellini organizzata alla Galleria d’Arte Moderna di Roma da Palma Bucarelli scriveva:
”Ci vuole una bella pazzia, ma di quelle che aiutano la vita, a raccogliere duecento opere incomprensibili per i più, a dedicare loro una casa e le proprie forze materiali e spirituali. Cavellini ha una vera tenacia, una vera convinzione, una vera ingenuità”. L’articolo era intitolato “Una collezione di quadri difficili”. Alla distanza, posso dire ora che tutti gli artisti collezionati da Cavellini più di 60 anni fa, sono ora nell’olimpo dei grandi.
Nell’ultima pagina dell’ultimo libro “Vita di un genio”, Cavellini scriveva “La mia università è stata la vita, per diventare famoso artista ho dovuto passare attraverso l’esperienza di collezionista, cioè ho vissuto spalla a spalla con “i cavalli di razza”.

Warhol, ritratto di Cavellini
D. E di Cavellini instancabile frequentatore della mail-art?
R. La mail-art annulla le distanze culturali e geografiche. Ecco alcune definizioni: Vittore Baroni: “La mail-art è u movimento artistico planetario, erede di Dada e Fluxus fondato sull’azzeramento delle gerarchie, sul confronto paritario di esperienze e sullo scambio diretto e gratuito di qualunque creazione dell’intelletto…” Guy Bleus: “La mail-art implica un’armonia con il mondo esterno, l’amicizia con le altre persone, la comprensione della loro umanità…”
Per la mail art riprendo dalla “Vita di un genio” quanto Cavellini ha scritto del suo incontro con Ray Johnson, il padre della mail art, il fondatore della New York correspondence School of Art: “Anche Ray Jhonson, il padre della mail art mi voleva conoscere. L’appuntamento era fissato per le dieci del giorno seguente nell’appartamento di Buster. Ray Jhonson abitava fuori New York distante più di un’ora di automobile. “Non si sposta mai per nessuno, non concede interviste” mi disse Buster. Arrivò puntuale. Non dimostrava i suoi 54 anni, sebbene fosse completamente calvo. Indossava giacca e blu jeans. Voleva eseguire il mo ritratto a mezzanotte, a casa sua, in una stanza tutta nera, con degli accorgimenti particolari, misteriosi.
Ma poi cambiò idea, “Non ti faccio il ritratto perché è più importante averti visto dal vivo. E poi la fotografia che mi hai mandato è già così bella che non occorre altro. Stava approntando un libro di ritratti di 278 personaggi dell’arte e della cultura.
Eseguii un suo profilo, in piedi, velocemente, e quando lo guardò fece una smorfia. “Lo terrò per la mia lapide” fu il suo commento. Sul terrazzo fummo ripresi ripetutamente da macchine fotografiche e da video tape. Per vivificare i gesti fingemmo di fare la boxe e poi ripetemmo delle strette di mano per enfatizzare l’incontro di due protagonisti della mail art”.
D. Ricorda qualche artista che ha fatto il ritratto di Cavellini?
R. Molti, ma tra gli altri mi sovviene quello famoso di Andy Warhol riprodotto nell’Enciclopedia Treccani alla voce Pop Art (vedi foto) e quelli di Rotella, Ceroli, Costa, Birolli.
D. Cosa mi Può dire della sua attività come ambasciatore di Cavellini?
R .Oltre le centinaia di operazioni mailartistiche fatte circuitare nella rete internazionale della mail art ho favorito la promozione di mostre per Gac presso il Museo dell’informazione di Senigaglia, la Galleria Rosati di Ascoli Piceno, all’ex Chiesa della Maddalena di Pesaro, due conferenze con performance al Liceo Artistico di Porto san Giorgio e al Liceo Scientifico di Porto sant’Elpidio. Posso aggiungere, con orgoglio, di avere con l’archivio Cavellini di Brescia fornito materiale di studio per due ottime tesi di laurea su Gac: quella di Monia Marchionne all’Accademia di Bologna “L’autostoricizzazione di Guglielmo Achille Cavellini, idea di un museo, dal suo presente al nostro futuro” e quella di Paola Donatiello al Dams di Bologna “Cavellini ipermediale”.
Voglio ricordare in conclusione di questa conversazione questo pensiero espresso da lei prof. Leo Strozzieri in occasione della conferenza su Cavellini al Teatro sperimentale di Pesaro nel 1995 alla presenza di circa 500 studenti delle scuole superiori di quella città: “A questo punto ci si deve chiedere, prima di analizzare la singolare idea di nominare proprio ambasciatore Fausto Paci, quanto sia flessibile in Gac lo scarto tra finzione e realtà. Io sostengo che la mente giunge sempre in aiuto alla finzione, perché si accenda e divenga realtà, mentre proprio alla realtà vera riesce ad infliggere quel vulnus che la rende fittizia. Per non lasciarsi irretire dal tempo, timbrato con il suo marchio tricolore per lungo e per largo, Cavellini con una operazione equivalente alla cultura ebraica vetero-testamentaria, per la quale la perennità della discendenza era valore primario in quanto tesa all’era messianica, nomina Paci ambasciatore, perché tramandi ai posteri, come poi in realtà avverrà, “la vita di un genio”, per dirla con il titolo del volume ove sono archiviati gli atti memorabili di un’esperienza inimitabile…”.

Trovo basilare e formativo creare un ponte fra le sperimentazioni artistiche degli anni Settanta e le attuali ricerche visive, rilevando come queste ultime siano spesso debitrici delle esperienze passate !
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