Satira politica, quando chi tocca i fili…

Casi eclatanti della satira non tollerata dal potere politico, e di questi tempi anche religioso, fanno emergere i gravi ostacoli incontrati dalla libertà della caricatura come specchio deformante che porta all’eccesso caratteri e situazioni non per riprodurre fatti ma per svelarne aspetti nascosti.

I fili che alla satira capita di toccare sono sempre quelli del potere. Quando si aggiunge l’intolleranza ne viene minacciata la stessa sopravvivenza. E’ tornata di attualità in questi giorni, a quattro anni dal “fattaccio”, la “fatwa” dei fondamentalisti islamici per le vignette su Maometto: per fortuna è stato sventato anche il secondo attentato, dopo quello di due anni fa, contro l’esponente del gruppo, Kurt Westergaard.

L’appello di “Plantu” di “Le Monde”

Così ha commentato la notizia, in un’intervista a “Repubblica” del 3 gennaio 2010, il vignettista di punta di “Le Monde” che si firma “Plantu”: “Ci troviamo in prima linea contro l’intolleranza, il politicamente corretto e, vedi alla voce Danimarca, contro gli integralismi religiosi”. E ha spiegato di aver disegnato una vignetta per sdrammatizzare la situazione che richiede ancora, e ancor più di ieri, la scorta: “Era una sorta di ritratto composto dalla frase ‘Non devo disegnare Maometto’, ripetuta all’infinito. L’importante è far vivere il dibattito, per non darla vinta agli integralisti”.

Far emergere gli aspetti nascosti della satira serve ad evitare incomprensioni pericolose, soprattutto da parte di sensibilità in materia religiosa cui non si deve mancare di rispetto senza per questo far vincere i fondamentalismi. Ma anche la satira politica può generare reazioni violente quando non se ne capisce l’essenza e, comunque, si reagisce con l’intolleranza. Pure a questo si riferisce “Plantu” quando dice:” Siamo pionieri, andiamo a toccare i punti nevralgici della società”.

Il vignettista precisa ulteriormente il suo pensiero: “Il nostro mestiere è maneggiare nitroglicerina. Il pericolo che ci esploda tra le mani aumenta con il passar del tempo. Ci sono minoranze integraliste e intolleranti che ormai sono diventate sempre più aggressive. Per questo dobbiamo alzare il livello di guardia”. E chiama a raccolta con la sua associazione “Cartoonists for Peace” “tutti i vignettisti sotto minaccia per difenderli meglio”. La migliore difesa è spiegare l’innocenza dello sberleffo.

Strumenti del disegnatore satirico e suoi utenti

Proviamo a spiegare perché parliamo di innocenza, con quanto scrive Maurizio Zinni nel Catalogo della mostra “In nome della legge” curato da Fabio Santilli, che abbiamo già citato nel nostro scritto precedente: “ Come nella fiaba ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ è un bambino ad esclamare la famosa frase ‘Il re è nudo!” e a svelare l’inganno di un dominio apparentemente intoccabile, così il disegnatore satirico addita con la sua matita i difetti di una realtà che sulla pagina stampata, nella velocità del tratto e nella puntualità del dettaglio, può essere disossata, spogliata dei suoi mascheramenti e riportata all’attenzione generale nei suoi elementi costitutivi o, più direttamente, nelle sue categorie base spesso dicotomiche: giusto-ingiusto, ricco-povero, morale-corrotto”.

Il concetto viene esemplificato riportando le parole di Paola Pallottino sul contesto nel quale il disegno satirico si è sviluppato: “L’illustrazione e la caricatura, proprio per la loro natura di multipli (ossia di veicoli di comunicazioni visive indifferenziate, rivolte sincronicamente a un grande numero di utenti) e contemporaneamente di merce caratterizzata da una specifica effemerità, dovevano pagare all’esigenza di una comprensione immediata, diffusa e in tempi brevi, il prezzo di riduzioni esemplificative e di possibili stereotipizzazioni”.

Dove il verbo usato all’imperfetto, in quanto riferito alle origini storiche, può apparire riduttivo perché tutto ciò è valido anche al presente pur se “un pubblico ben più colto e preparato” è fruitore della satira più che in passato allorché era destinata soprattutto a “strati sociali spesso posti ai margini e scarsamente o per nulla alfabetizzati, i più sensibili al suo messaggio contestatore”.

Ma questo pubblico più colto e preparato ora come allora è “tutt’altro che coeso ed omogeneo”: ieri comprendeva “una parte della nobiltà più moderna e al passo con i tempi, la borghesia urbana e agraria oltre che un proletariato più maturo e alfabetizzato”; oggi taglia trasversalmente l’intera società, che non ha più le rigide divisioni in classi ma è quanto mai differenziata ed eterogenea, tanto più con la globalizzazione che, lo si è visto anche per le vignette su Maometto, omologa tutto.

In questo allargamento dei destinatari è aumentato il valore della risata ma anche della riflessione, se alla vignetta politica viene oggi attribuita la dignità e la forza di un articolo di fondo; con la capacità peculiare di condensare un’idea e renderla folgorante per quanto suggerisce più che per quanto mostra, lasciando al lettore quello che è stato definito “il privilegio delle illazioni”.

Il valore della satira

E’ un valore che, in termini monetari, raggiunse il culmine, e forse il colmo, di tre miliardi di lire, tale fu la richiesta di risarcimento danni avanzata per la vignetta di Forattini dell’11 ottobre 1999 su “Repubblica” che, all’epoca della famigerata lista Mitrokin degli agenti del Kgb sovietico in Italia, raffigurava l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema intento a cancellare con il “bianchetto” i nomi nella lista. La richiesta era motivata dal fatto che la vignetta incriminata conteneva una notizia falsa gravemente diffamatoria, anche se i ritardi lamentati esistevano.

La richiesta fu ritirata il 30 marzo 2001, dopo quasi un anno e mezzo di graticola per il re della vignetta politica il quale dichiarò di essere stato “angosciato da questa lunga vicenda che non finiva mai” e ne salutò la conclusione come “la fine di un incubo”. Di recente ha festeggiato la cinquantesima raccolta di vignette pubblicata in volume, un riconoscimento al talento e al coraggio.

E’ stato uno sgradevole incidente di percorso per tutti i protagonisti, il vignettista e l’uomo politico, dal quale nascono delle riflessioni. Se alla vignetta si attribuisce un carattere informativo, come fosse un lancio di agenzia, si preclude ad essa la possibilità di deformare la realtà, privandola della sua essenza che è la matrice primaria della caricatura, il seme iniziale dal quale si è sviluppato il disegno satirico e la stessa satira politica. Anche le imitazioni e il cabaret seguono tale cliché.

Della satira deformante attraverso fulminanti vignette politiche Giovannino Guareschi è stato maestro; lo diciamo come assidui lettori nei primi anni ’50. Come non ricordare il tormentone che si incontrava settimanalmente nell’ultima pagina del suo “Candido”, dell’“Obbedienza cieca pronta assoluta”? Il “Contrordine compagni! La frase pubblicata sull’Unità… contiene un errore di stampa e pertanto va letta…”, era recato da un trafelato messaggero che sorprendeva i compagni “trinariciuti” impegnati nelle più esilaranti incombenze per lo scrupoloso ossequio ad un comando distorto, e reso fantasioso e surreale, dal refuso tipografico dell’organo ufficiale del partito-guida.

Significativo quanto aveva detto Forattini in un’intervista del 16 marzo 2001 commentando la condanna da parte del Tribunale di Milano a risarcire 70 milioni di lire a un magistrato che si era sentito diffamato da una sua vignetta: “La satira è invenzione, allusione, provocazione, paradosso. Non è mai affermazione di una verità”. Definizione lapalissiana quanto sacrosanta da lui stesso ribadita a proposito della vignetta su D’Alema dando l’atteso “riconoscimento da parte dell’autore dell’intento squisitamente satirico della sua vignetta”, che fu decisivo per il ritiro della richiesta di risarcimento miliardario. Ma non c’era bisogno, la satira è lo scopo di ogni vera vignetta politica.

La parte offesa poté affermare che “la questione è definitivamente chiusa” manifestando “soddisfazione per l’assenza assoluta di qualsiasi intento diffamatorio verso la mia persona e la carica pubblica che ricoprivo”; animus espresso da Forattini con la dichiarazione di “aver voluto esclusivamente fare della satira, senza alcun riferimento a fatti reali” e con la precisazione: “Non ero in possesso di alcun elemento certo che mi consentisse di ritenere che l’allora presidente del Consiglio avesse nella realtà posto in essere una condotta quale quella descritta nella fantasia sempre paradossale del mio disegno”. Ancora una volta chiediamo: era necessario pretendere questa ammissione, semplice da fare perché scontata, ma pretesa col piglio di un’abiura galileiana?

Caricatura, disegno satirico, vignetta politica: espressioni di libertà

E’ una strada accidentata quando si tratta di satira politica dove la caricatura, ha scritto ancora Buzzalino, “è il granello di sabbia che fa saltare la ruota, è il fuscello che alimenta la fiamma, è la favilla che provoca l’incendio”. Una strada nella quale il ridicolo che nasce dalla caricatura è suscitato dagli impulsi più diversi, ed è segno “d’una insidia, di un comportamento, d’un equivoco, d’impressioni personali, di malignità, di malizie, d’ignoranza, di balordaggini, di desideri, di secondi fini, di arguzie, di confessioni, di furberie, di sentenze, di psicologie morbose, di ingenuità, di trovate ingegnose, che supera il retroscena della vita, sfata le apparenze, appura una verità”.

Per questo le caricature del passato, riviste oggi, consentono di mettere in luce aspetti, fatti, verità, non evidenti all’epoca in cui sono state pubblicate. Anche perché la caricatura, il disegno satirico e la vignetta politica hanno un’altra caratteristica: quella di essere tra le poche espressioni che possono rimanere libere anche in un sistema autoritario, proprio in virtù della loro ambivalenza nell’evocare aspetti nascosti; per cui possono sfuggire alla censura che, pur essendo occhiuta, per sua intrinseca natura è ottusa e non riesce a cogliere le deformazioni più raffinate e sapienti. Aspetto questo molto importante alla luce delle parole di Pablo Picasso: “L’umorismo è l’unico filo conduttore, immediato e irresistibile, verso la strada della verità”.

E’ stato scritto da Gec, caricaturista autore nel 1940 di raccolte di vignette dal titolo “La vita è dura ma comica” e “L’intesa cordiale”: “La vignetta di Galantara dell’Italia che chiede la parola dopo il delitto Matteotti ha scatenato l’opinione pubblica contro il fascismo assai più dei discorsi parlamentari e dell’errore aventiniano”. Ma c’è sempre il rischio, che a volte diventa la regola, di una satira non rivolta contro i potenti, bensì contro i nemici del regime o contro chi fa ombra al potente di turno del quale diventa un megafono innaturale quanto ridicolo.

La satira alla rovescia: il megafono nell’Urss

Un’espressione eloquente la vedemmo in una mostra di quasi dieci anni or sono, promossa da “Bologna 2000 – Città europea della cultura” su “L’arte dell’Urss. Dalla Rivoluzione d’ottobre al crollo del muro di Berlino – Satira e propaganda politica, manifesti cinematografici e pittura”. Nella gran parte delle vignette politiche esposte, pubblicate per lo più su “Prava” e “Trud” ed opera di Vasilij Fomicjov, per sessant’anni vignettista principe del regime, gli strali sono contro il Piano Marshall e la Nato, lo Zio Sam e la società americana, senza trascurare De Gasperi e Pella ieri, e perfino, in tempi meno remoti, Birindelli e Ripa di Meana. Le vignette sull’Italia andavano dalla mancata protezione del patrimonio artistico, a Venezia che affonda in attesa di improbabili aiuti internazionali, ai conflitti commerciali e monetari con i partner del Mercato comune e con gli Usa, fino alla “crisi del pomodoro in Italia”, con riferimenti persino alle oche del Campidoglio.

Verso il proprio paese, invece, si risparmiava tutto dato che, come scrisse il curatore della mostra Astemio Serri, “importante nel sistema sovietico era la funzione della satira, non satira di Stato nel senso di espressione delle direttive del Politburo ma satira nelle mani del leader”. E Serri ne fa i nomi: “Erano infatti Lenin o Stalin a decidere chi dovessero essere gli obiettivi. La satira era lo strumento con cui venivano prima messi in forse, poi distrutti, gli avversari politici, preludio alla loro scomparsa dai palchi delle autorità”. Per il disegnatore satirico Fomiciov “i suoi obiettivi erano quelli del capo: una serie di vignette per distruggere i responsabili delle ferrovie russe non sfigurano per cattiveria vicino a quelle destinate al nemico capitalista”.

E’ una visione distorta della satira, un’innaturale strumentalizzazione come propaganda volta a divulgare i valori del regime e demonizzare quelli che si oppongono ad esso o più semplicemente si contrappongono al leader; per cui lo stesso vignettista, pur dotato sul piano artistico, si allinea.

Del resto, molto tempo e molti eventi erano trascorsi dalla vignetta del 1962 sul corso del rublo che “sale velocemente” la scala monetaria mentre dollaro e sterlina ne discendono rovinosamente; a quella del 1989, l’anno della caduta del muro di Berlino, intitolata: “E’ ora di ritirarlo dalla circolazione”; dove non si vede il rublo ma una grande medaglia con un’altrettanto grande falce e martello che ne espelle l’immagine di Stalin, una sorta di fantasma che si allontana aggrondato.

Fino alla vignetta del 1990, dedicata alle “banderuole” che “stanno con noi solo quando è bel tempo! Ma quando il clima è tempestoso, subito cambiano direzione”. Così il commento: “E’ arrivato il momento della Perestroika, cambia anche la propaganda”. Che per definizione spiazza la satira, ad essa antitetica, e si rivolge contro il fuscello nell’occhio dell’avversario non vedendo, o meglio non volendo vedere, la trave – e che trave! – nell’occhio del regime e del potente di turno.

Ci siamo diffusi sulla satira, o meglio propaganda, sovietica, mobilitata nel pervertire il significato della vignetta politica; ma ricordiamo di aver già rilevato come in Inghilterra, paese esempio di democrazia, la satira verso Napoleone fosse una sfacciata propaganda scatenata contro il nemico esterno da dileggiare. Riferimenti questi che danno la chiave di lettura per rileggere la fase storica in cui il nostro paese ha avuto un regime autoritario, in modo da percepire i legami delle caricature e vignette politiche con la realtà del tempo e valutarne la carica dissacrante e autenticamente satirica; ciò per distinguerla da quella meramente agiografica e celebrativa. In tal modo si può dare una valutazione “politica” al di là del gradimento estetico e del senso liberatorio dell’umorismo.

Baudelaire: importante una storia generale della caricatura

Già la mostra “In nome della legge” ha illuminato un periodo significativo con un angolo di visuale molto particolare: è satira contro il braccio armato del potere, la polizia. L’ottica andrebbe estesa agli altri periodi storici, come sembra auspicare Baudelaire: “Senza dubbio una storia generale della caricatura nei suoi rapporti con tutti i fatti politici e religiosi, gravi o frivoli, relativi allo spirito nazionale o alla moda, che hanno agitato l’umanità, è un’opera gloriosa e importante… E’ chiaro che un’opera sulla caricatura è una storia di fatti, una immensa galleria aneddotica”.

Da tempo era in programma l’“excursus” di un periodo cruciale della nostra storia patria attraverso caricature e vignette incentrate sul personaggio che più di altri ha calamitato l’interesse dei disegnatori satirici per gli infiniti spunti offerti dalla sua poliedrica, multiforme attività e del suo porsi costantemente sopra le righe: si tratta di D’Annunzio, per il quale la satira ha potuto spaziare dalla letteratura all’arte, dalla politica alla mondanità, dall’epica al costume. Ebbene, qualcosa è stato fatto, ci sarà una galleria aneddotica dannunziana di ottanta vignette che mostrano il personaggio e il suo tempo visti da un disegnatore satirico attraverso le sue principali opere letterarie. Ne daremo conto quando sarà annunciata la pubblicazione del volume tuttora in stampa.

La satira del “Candido” di Guareschi

Pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, in un fase politica inquieta e tormentata, ricordiamo di nuovo Guareschi del “Candido”definito argutamente “il settimanale del giovedì che esce il sabato con la data della domenica”, e possiamo verificarlo dalle annate che abbiamo conservato rilegate. “Candido” aveva altri vignettisti politici come Carletto Manzoni e autori satirici come Massimo Simili, ma su tutti spiccava il creatore di Don Camillo, Peppone e degli altri indimenticabili protagonisti di “Mondo piccolo”descritti dalla sua penna con un linguaggio semplice e colorito mentre la sua matita disegnava in chiave caricaturale i personaggi in carne ed ossa dell’Italia politica di allora.

Si trattava di satira, graffiante e anche aggressiva, vera satira; che lo portò a una condanna a otto mesi di reclusione con la condizionale, come direttore di “Candido”, per una vignetta pubblicata sul settimanale di cui era direttore responsabile, di cui era autore Carletto Manzoni: il raffinato inventore di un personaggio straordinario, “Il veneranda”, che con una logica tutta sofistica pretendeva candidamente di acquistare ad esempio del prosciutto in un negozio di abbigliamento, e così via, in un botta e risposta con l’esterrefatto esercente svolto con “humor” ed eleganza, un vero capolavoro di umorismo che si ripeteva settimanalmente.

Ebbene, questo elegante creatore di umorismo surreale ci provò anche con una vignetta dal titolo “Al Quirinale”, la figuretta inconfondibile del capo dello Stato di allora con il bastoncino, le sagome di bottiglie di vino Nebiolo schierate per la rivista presidenziale. E Guareschi gli fu vicino con le due esilaranti vignette “Traditori al muro” e “In attesa del famoso processo” nelle quali l’omino di “Candido” – con i baffi e un cappellino sormontato da un piccolo tricolore recante lo scudo sabaudo – aveva di fronte il plotone d’esecuzione di bottiglie o sopra la testa la “bottiglia di Damocle”, sempre del vino “Nebiolo” presidenziale.

Tutto qui per otto mesi di reclusione all’autore Manzoni e al direttore Guareschi? Si, tutto qui. Il fatto è che il presidente era un po’ chiacchierato per la pubblicità che veniva fatta al Nebiolo prodotto dai suoi vigneti piemontesi, ma solo sul filo della battuta scherzosa, null’altro. Forse la possibilità della condizionale favorì questa condanna per vilipendio al capo dello Stato, vorremmo pensare che i giudici non sarebbero giunti a tanto se la reclusione fosse scattata realmente; non lo sapremo mai, ma il seguito non c’induce alla benevolenza perché rivela accanimento, e lo vedremo.

L’arma della vignetta: il riso dissacratore

Il curatore della mostra “In nome della legge” sulla satira ai poliziotti, Fabio Santilli, precisa l’espressione che abbiamo già citato secondo cui la satira può utilizzare “l’arma della comicità, del buffonesco, della risata devastante che tutti i potenti temono”: “Se una vignetta scatena il riso dissacratorio è più facile che provochi una riflessione critica sul suo messaggio. La comicità diventa, quindi, attraverso il dileggio e la derisione, l’arma acuminata con cui colpire il nemico esistenziale che non è quasi mai una persona in senso stretto ma piuttosto un comportamento, una contraddizione che va rivelata e disvelata. La provocazione al riso (o al sorriso) diviene quindi, in questa ottica, funzionale al messaggio satirico”.

Non potrebbe esserci migliore commento alle esasperate reazioni alle vignette politiche, nelle quali oggi Vauro è diventato una punta di diamante anche per l’inedita comunicazione attraverso il mezzo televisivo nell’“Anno zero” di Santoro. I soggetti bersagliati non gli chiedono certo il disegno per ricordo, come facevano all’inizio con i vignettisti-editorialisti; poi non lo fecero più neppure con Forattini perché divenne graffiante e quindi indigesto al potere. Niente di personale, dice Santilli, ma molto di denuncia, di condanna, di ribellione ad “un comportamento, una contraddizione”. Se nel valutare le vignette su Einaudi l’altro ieri e su D’Alema ieri si fosse tenuto conto che non si attaccava la “persona in senso stretto” si sarebbero evitate azioni giudiziarie, che per questo appaiono insensate, contro i giornalisti satirici, Guareschi nel 1953, Forattini nel 1991.

L’etica della caricatura

Vanno sempre ricordate le parole del già citato Buzzalino, con cui concludiamo, sono eloquenti e dovrebbero far riflettere: “Lo spirito dell’umorista è spirito critico: tutta la vita attraversata dalla sua indagine si riversa nella caricatura, dove atti, episodi, vicende, soggetti, si mostrano nella loro esasperante vulnerabilità alle norme del vivere e del sentire comune. La caricatura è quindi un processo morale all’umanità e alle sue istituzioni”.

Sono parole che esprimono un’etica, l’“etica della caricatura”: “La coscienza dell’umorista, guidata dall’interno e non dall’esterno, è la volontà del suo intimo, la capacità del suo raziocinio secondo rapporti di equilibrio e di giustizia”. Due poli di riferimento con dei valori immutabili, ma pur sempre legati alla storia e al costume. Perché – è sempre Buzzalino che parla – “questo equilibrio e questa giustizia germinano dalla morale”.

Una profonda morale troviamo nelle scelte di Guareschi, che lo portarono prima nel “lager” nazista poi nel carcere italiano: la prima volta una scelta patriottica oltre che libertaria, la seconda un fatto di dignità. Lui che amava tanto gli ampi spazi liberi lungo il corso del Po dove sono ambientate le storie di “Mondo Piccolo”, che era così legato alla famiglia da fare un vero e proprio diario settimanale nel “Corrierino delle famiglie”, scelse di privarsene per restare coerente con se stesso.

E’ un esempio che non si può dimenticare, lo vogliamo riproporre in tutto il suo valore in questo inizio di nuovo anno. L’accenno che abbiamo fatto non basta, non ci riferiamo allo scrittore popolare creatore dei personaggi indimenticabili che tutti conoscono, ma al giornalista coraggioso che nell’usare la satira e il giornalismo per diffondere le sue idee e condurre le sue battaglie è pronto a pagarne tutte le conseguenze. Perciò diamo appuntamento a presto ai lettori che vogliono conoscere questo aspetto meno noto, ma così significativo ed edificante, di Giovannino Guareschi.

Un commento

  • fabrizio iacovoni scrive:

    anche in questo articolo sulla satira
    politica R.M.Levante si rivela un divul-
    gatore a tutto campo.Mi riporta all’eta’
    giovane quando vedevo sorridere un mio caro
    zio solo quando leggeva le barzellette su
    “Candido”.La pochezza umana di un Einaudi,
    ma non so se si procedette d’ufficio per il
    processo a Guareschi o su querela di parte,e’
    simile a quella di un D’Alema.Oggi solidarizzo
    con un Vauro e con la satira orale graffiante
    di un Crozza a “Ballaro’”.A noi,uomini liberi,
    se ci viene tolta questa valvola di sfogo e’la
    fine della convivenza civile.Bravo Levante!
    Crozza a “Ballaro’”

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