Riflessioni di un’apprendista scrittrice

La nostra collaboratrice Sara Evangelista propone una sua interpretazione della scrittura prendendo spunto dall’articolo “Raccontare storie” pubblicato giorni fa da Simone Gambacorta. Come abbiamo già avuto modo di dire in passato, per noi di AbruzzoCultura.it questa forma di dialogo “interno” tra i redattori della rivista è molto importante (Giovanni Lattanzi)

Caro Simone, in un recente articolo ti sei lamentato della risposta vaga ed insulsa che tanti scrittori od aspiranti tali danno alla domanda: “perché scrivi?”.

Fermo restando che spesso è difficile definire un mestiere, che poi tanto mestiere non è, quanto piuttosto una passione, se non talvolta una mera velleità, resta di fatto che liquidare l’interlocutore con “mi piace raccontare storie” è una spiegazione, seppure necessaria, non sufficiente.

Se bastasse l’esigenza di inventare storie per spiegare migliaia di anni di Letterature, l’ingegno umano non avrebbe avuto bisogno di profondersi in opere come “ Delitto e castigo” o “La Metamorfosi”; per quel desiderio elementare ed un po’ infantile sarebbero bastate le tante fandonie che si sentono per strada, e che talora vengono stampate o messe sul web per dare ad esse più vasta diffusione.

Non presumo di rispondere in modo esaustivo a nome di quanti sono o vorrebbero diventare scrittori, voglio solo esprimere la mia opinione, quel poco che ho potuto comprendere in questi anni “praticando” i testi, leggendoli e scrivendoli.

Ritengo che scrivere abbia più motivazioni: personalmente, la prima è quella di sostituire le necessità della vita con le possibilità dell’invenzione. Un modo “innocuo” per avere un’esistenza parallela (seppure immaginaria) senza diventare inevitabilmente schizofrenici.

Anzi, esternando i moti, le inquietudini, le grandezze e le miserie della propria anima forse si riesce a trovare un faticoso equilibrio. Per questo mi piace immaginare la figura dello scrittore come quella di un funambolo che si muove con eleganza e caparbietà sopra le incertezze del mondo.

Questa motivazione si lega ad un’altra, ossia il tentativo di dare, tramite l’ordine cronologico-sintattico e l’intuizione analogica, un ordine ed un senso a ciò che si è vissuto o si è visto vivere.

Perché è vero che non tutti i testi sono autobiografici, ma ogni autore sa quanto della propria vita emotiva ed intellettiva si celi sotto la trama dell’immaginazione.

In ultimo scrivere non è un atto puramente autoreferenziale, in genere gli scrittori vogliono comunicare qualcosa, nel senso etimologico del termine di “mettere in comune” con gli altri una traccia del proprio pensiero e della propria umanità, che li faccia sentire meno soli di fronte al mistero del mondo.

Francamente non concordo con quanti, critici e scrittori, vorrebbero far passare la letteratura contemporanea o postcontemporanea (quest’ultima categoria non l’ho mai capita; che significa? Che viviamo nel futuro del nostro presente?) come letteratura senza messaggio, priva di significato.

Mi si può replicare che per alcuni scrittori è utopistico comprendere e codificare i significati della vita e che talune opere rappresentano come incolmabile lo scarto tra mondo e mente, ma anche queste opere non sono fini a se stesse, poiché non possono esimersi dalla responsabilità di dare questo messaggio.

Scrollarsi di dosso questa responsabilità è barare, è essere vacui e disonesti, significa dire alla gente: “guarda questo nuovo romanzo ben impacchettato, è una bella scatola vuota. Se l’apri non ci trovi nulla ma è un prodotto di largo consumo, cool, e non ne puoi fare a meno”.

È molto deleterio affermare l’amoralità della letteratura, ossia affermare che la letteratura non sia né conforme né contraria alla morale, che non sia un veicolo di valori o disvalori e pertanto non abbia effetti sul giudizio critico del lettore.

Molto più infido che addentrarsi nelle opere “immorali” di un Oscar Wide od un Stevenson, che ti aprono le porte dell’inferno umano, ti fanno precipitare negli abissi della mente e dei desideri e, di girone in girone, ti mostrano il lato fascinoso ed allettante del perverso ma altresì le estreme conseguenze delle azioni più bieche di quei personaggi, lasciando al lettore la scelta conscia e responsabile di approvarli o meno.

La letteratura, degna di questo nome, non ha mai smesso di avere un valore civile e catartico, non ha mai smesso di lasciare un segno nella coscienza dell’uomo.

Dunque penso che sia compito di ogni scrittore umile ed onesto, con più o meno talento, mettere l’arte al servizio della vita propria ed altrui ( come ci insegnano i grandi, quale Tolstoj); magari non renderà le esistenze migliori e più felici, ma più autentiche e consapevoli è molto probabile!

Mi piace concludere queste riflessioni con le parole di Albert Camus, tratte da “Les Carnets”: “Ho bisogno di sentire il mio essere nella misura in cui egli esprime il sentimento di ciò che mi sfugge. Ho talvolta bisogno di scrivere cose che in parte mi sfuggono, ma che rappresentano appunto una prova di ciò che in me è più forte di me”.