Adelia Mancini: “Arabeschi di parole”

Tradizioni, usi e costumi, radici che ognuno di noi pensa di aver perduto ma che si riscoprono intatti in una sorta di mosaico colorato e vitale. Le parole che il dialetto ha modificato in una lingua originale e tipica di ogni regione rappresentano il patrimonio culturale più ricco e significativo di ogni tipo di conoscenza. Oggi la comunicazione si è impoverita perché ridotta essenzialmente a messaggi di natura informativa, essa spesso rispecchia una realtà che viaggia sul filo dell’immediatezza temporale; rapidità e contrazione della lingua parlata possono solo aderire al presente trasformandolo in una specie di codice cifrato, superficiale e meccanico come lo sono spesso i ritmi di vita moderni. Quando non esisteva ancora la scrittura la tradizione orale era l’unico strumento che consentiva di trasmettere insegnamenti e conoscenze legate all’esperienza quotidiana della famiglia e della comunità. Partendo da questo presupposto l’autrice tesse la trama dei ricordi personali utilizzando uno strumento duttile e unico nel suo genere: il dialetto. Gli “ Arabeschi di parole” (Editrice Itinerari) non sono solo una semplice raccolta di termini dialettali ma i ricordi che il tempo non ha trasformato e da cui è possibile recuperare e rafforzare i legami familiari, il senso e il sale della vita, il rispetto delle cose, l’equilibrio dei ritmi temporali che riescono a collocare l’uomo e la natura su uno stesso livello, paritario ed empatico. I greci dicevano che “la memoria sconfigge il tempo” ed è proprio in questo modo che le parole riescono a trasmettere l’importanza di un bene comune da condividere ( “Mi ha insegnato le virtù taumaturgiche e curative della parola e l’importanza della condivisione della memoria”. M.Calabresi).