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Raccontare storie

pubblicato il 21 dicembre 2009 alle 18:58
scritto da Simone Gambacorta
tematiche affrontate: Rubriche, taccuino letterario

Raccontare storie: un modo di dire diventato una moda di dire. Ultimamente, e non so per quale stramba congiuntura astrale, mi è capitato di ascoltare o leggere diverse interviste a giovani scrittori che a domanda hanno risposto: a noi piace raccontare storie. Come se fosse tutto lì, come se bastasse così.

Ogni volta che sento questa frase le braccia mi cadono a terra (non solo le braccia). Amici cari, ci mancherebbe altro che a un narratore non interessasse raccontare storie. Ma il punto è che queste due parole, se buttate lì così, sono soltanto un’elusione. Significano tutto e niente. Da che mondo è mondo, l’uomo ha bisogno di raccontare storie, lo sappiamo tutti, lo sapeva anche il mio cane. Quindi mi sta bene che le si pronunci, ma a patto che le si corredi con un minimo di argomentazione, con un grammo di specificazione, con un pizzico di approfondimento, altrimenti diventano una triste scappatoia per dire senza dire un cavolo di niente.

Non che noi altri si pretendano dichiarazioni di poetica o di estetica (che magari, oggidì, sarebbe troppo chiedere), ma almeno si abbia il buon cuore di non infliggerci parole che, nel giro di tre secondi, ci facciano rimpiangere di aver considerato scrittore chi non è in grado di illustrare nemmeno per sommi capi il proprio modo di pensare e vivere il mestiere del narrare (mestiere che, in quanto tale, dovrebbe fondarsi, o se non altro dovrebbe implicare, un minimo di consapevolezza).

Uno che si limita a dire “quello che mi interessa è raccontare storie” è uno che dimostra di essere affetto da rimbambimento precoce uno e trino: non è soltanto uno che non ha molto da dire, ma è anche uno che non sa quel che dice e che non ha la più pallida idea di quel che dovrebbe dire.

Pronunciare la frasetta “raccontare storie” equivale a empirsi la bocca di parole usa e getta il cui principale effetto è quello di far apparire ebete chi ritenga di aver soddisfatto con esse (e in esse) le aspettative racchiuse nella domanda che le ha suscitate. Non è che noi si voglia la luna, solo un po’ di polpa, un po’ di pensiero, un po’ di quel succo che non ci faccia dubitare che parecchi addetti ai lavori non abbiano la più pallida idea di quel che fanno (e che di conseguenza non si rendano conto di farlo male, di farlo in maniera opaca, di non saperlo fare per niente).

Nel “Diario dalla galera” di Imre Kertés si legge questo: «Ho assolutamente bisogno di chiarire l’attività di scrittura del romanzo, e porre le sue fondamenta teoriche». Simili domande, in un modo o in un altro, ci si aspetterebbe se le rivolgesse chiunque abbia a che fare con la narrativa (e non solo un Premio Nobel). Evidentemente non è così.

Diciamocelo: questo è un altro dei tanti regalini della più commerciale narrativa di consumo, in particolar modo di quella che gravita nell’area giallo-noir. A livello editoriale ci si è accorti che questa roba vende (vende pure nelle edicole con i “Segretissimo” et similia). Poco conta chi la scriva, quel che importa è che contenga una trama capace di intrattenere il lettore, come se l’atto narrativo si esaurisse nella sola elaborazione di un intreccio. Ciò non ha solo prodotto una catena di montaggio di pagine disossate e piatte, ma anche una “generazione” di scriventi molto divertiti e molto disinvolti che buttano nella pentola quattro pupazzi e due omicidi e che sanno dire solo che a loro piace “raccontare storie”.

È ovvio che non vi sia traccia di complessità e di profondità in gran parte della nostra narrativa: come fanno a esserci complessità e profondità nei temi di scolaretti nutriti con la marmellata dei corsi di scrittura creativa? La verità è che in giro c’è un piccolo esercito di pseudo narratori che nel genere (soprattutto lì, ma non solo) trovano una comoda scappatoia per rabberciare una manciata di stupidaggini rispetto alle quali non si pongono alcuna “vera” domanda, tanto c’è il passepartout del “raccontare storie”. Per la legge dei vasi comunicanti, se un autore non è in grado di porsi domande su quello che fa, figuriamoci se il lettore potrà porsi domande su (grazie a) quello che legge.

Ciò a dire che una simil-letteratura non solo è venefica di per sé, cioè per il solo fatto di esistere e circolare, ma anche, e in particolare modo, perché con le sue malie e con il suo disimpegno intrinseco disintegra il concetto di lettura e lo abbassa a mera pratica di svago (la qual cosa presumo qualsiasi essere umano dotato di normale raziocinio non tarderà a considerare una piaga).

Non è servito a niente che il sommo Edmund Wilson, in alcuni fra i luoghi più acuminati del suo “Cronista letterario”, abbia parlato, a proposito di certi romanzi polizieschi (ma il rilievo può ovviamente estendersi ai campi limitrofi), di «perdita di tempo» e «degradazione dell’intelligenza». Né mi stupisce che il 6 novembre 2009, in un articolo apparso sul «Giornale», Ferruccio Parazzoli lamentasse la presenza di una «letteratura senza identità per una società senza identità»: il discorso di Parazzoli era in verità un po’ diverso da quello che sto facendo io, ma stringi stringi alla fine tutto si tiene e mantiene (a proposito, suggerirei a tutti i cento untorelli della letteratura di andare a bottega dal grande Ferruccio e leggersi il suo ottimo “Inventare il mondo. Teoria e pratica del racconto”).

Ma la domanda che il 23 dicembre 1973 Pasolini si pose sul «Tempo» (il settimanale, non il quotidiano; in ogni caso adesso è in “Descrizioni di descrizioni”) resta terribilmente attuale: «Ciò che mi chiedo è questo: son io che non amo occuparmi di giovani o non ci sono giovani di cui vale la pena occuparsi?».

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