Non ricordo più quante volte – nel rievocare episodi, ambienti e personaggi che fanno parte della mia esistenza, in relazione a quel paesello che tanta parte ha nella mia vita ed in quella della mia famiglia e dei miei amici – mi sono trovato nella necessità di parlare delle cose belle del passato ormai scomparse. Esse sono state assorbite dal turbinoso andare di un progresso tecnologico sempre più galoppante che non conosce ne umanità ne affetti ma la ferrea logica consumistica, dove una persona modesta, come dire dal semplice sentire e dalle umili origini, non riesce a ritrovare se stessa. Purtroppo dominati dall’andamento imperante dei tempi si finisce per non stupirsi più di nulla accettando con filosofica indifferenza qualsiasi cosa ci proponga il veloce scorrere del tempo nelle sue tante espressioni.
Si soffocano e si dimenticano, in questo mondo fatto di indifferenza per cui non ti conosci neanche con il vicino della porta accanto, i valori cardine alla base di ogni elementare forma di pacifica e serena convivenza civile. Abbandoniamo queste considerazioni di carattere generale che, con l’avvicinarsi del Natale, tornano in mente come a volerci ricordare le origini e torniamo tra i nostri amati monti ove la coltre bianca, sebbene crei notevoli problemi di viabilità, ha raggiunto ormai il mezzo metro e da la sensazione di un paesaggio da favola. Fino all’età di dieci anni, allorchè mi trasferì a Roma, questo spettacolo della natura è rimasto assolutamente unico nella mia mente e mai avrei immaginato potesse segnare in modo così indelebile la mia esistenza. Dal 23 dicembre quando si chiudevano le scuole tutti eravamo nella massima allegria – indubbiamente a causa dell’incoscienza dell’età e, sebbene non avessimo tutti i comfort di oggi in quanto le case non erano sufficientemente riscaldate, entravano spifferi da tutte le parti e le misere scarpe , talvolta anche rotte, ci facevano bagnare e gelare i piedi nonostante le calze di lana pesante fatte a mano dalle nostre mamme- ed aspettavamo con ansia il Natale.
Come in tutte le cose la fase più bella era rappresentata dall’attesa e dai preparativi dalla vigilia poichè il giorno di Natale volava via in tutta fretta. La grande costumanza Cabbiese era quella del fuoco del Bambino che la tradizione vuole serva a riscaldare il Bambinello appena nato. Negli anni in cui il tempo era più inclemente e c’era la neve i nostri genitori la mattina del 24 – dopo aver accudito le bestie nelle stalle ed averle portate ad abbeverare alla fonte – arrivavano in piazza armati di badili e scope di “ zirella*” fatte a mano la toglievano nella parte centrale ove poter accendere il fuoco. Per tutto il pomeriggio iniziava quasi un pellegrinaggio, chi portava un ciocco, chi una fascina, chi degli spini secchi, chi un sacco di pigne raccolte nella bella stagione e facilmente incendiabili in quanto contenevano dei residui di resina.
Dopo la cena frugale della vigilia, in cui l’unica volta nel corso dell’anno riuscivamo a mangiare delle frittelle ed un arancia o un mandarino, prima della messa di mezzanotte si accendeva il fuoco. Tutti intorno a riscaldarsi e dialogare in un’atmosfera familiare mentre noi bambini di allora giravamo per i vicoli del paese con delle trocce* in mano accese che splendevano al chiarore della neve. Si arrivava così alla messa di mezza notte officiata dall’allora parroco del paese Don Andrea Durantini che – tutti noi ricordiamo con affetto e commozione ed a cui va il nostro ringraziamento alla memoria per il bene profuso alla causa di Cabbia- dopo la funzione religiosa faceva cantare la Pastorella:un componimento poetico ad alto contenuto religioso, un inno al Redentore, che veniva cantato in strofe alternate tra uomini e donne.
Terminato il canto si usciva dalla chiesa e tutti di nuovo accanto al fuoco talvolta fino alle ore piccole. Quest’anno la situazione è notevolmente cambiata a causa dei tragici eventi che hanno sconvolto l’Abruzzo ed è in forse la Messa – ormai dobbiamo dire della vigilia e non di mezzanotte poiché a causa della crisi di vocazioni che interessa un po’ tutte le zone del circondario un solo sacerdote ha più parrocchie per cui non riesce ad essere presente contemporaneamente in più luoghi- in quanto la chiesa parrocchiale interessata da lavori di ristrutturazione, rientrando nel programma “una chiesa per Natale”, a causa della recente nevicata forse non sarà ultimata, ma speriamo sia praticabile e si riesca almeno a riattivare il sono della campana a tutti noi tanto cara.Riusciremo comunque ad accendere il fuoco del bambino e sebbene di dimensioni ridotte manterrà inalterata la nostra secolare tradizione. Del resto nonostante tanti miei compaesani non torneranno per una serie di motivi con la mente ed il cuore saranno con noi, in piazza, accanto al fuoco del Bambino.
Mi diceva giusto ieri sera la moglie di un carissimo amico che ha avuto un problema di salute ora in via di risoluzione – amato, stimato e benvoluto da tutto il popolo Cabbiese- cui ho donato il mio libro di poesie che lui non riesce a leggerlo in quanto ce ne sono alcune di Cabbia e si commuove. Questo per dimostrare l’attaccamento al paese dei tanti suoi figli. A lui, alla sua famiglia ed a tutti i cabbiesi che versano in condizioni di difficoltà formulo, con il cuore, i migliori auguri per una totale e completa guarigione unitamente a quelli di Natale e di un buon anno 2010. Analogo augurio rivolgo al Direttore,alla redazione, ai lettori tutti di questo indispensabile strumento di cultura e di conoscenza della mia terra.Un pensiero riverente va alla tanta gente Abruzzese alle prese con i mille, drammatici, problemi del terremoto invitandoli ad un minimo di fiducia e di speranza che…..non muore mai.
- Le zirelle in dialetto Cabbiese sono i rami delle ginestre marine quelle che fanno i fiori gialli, essendo fortemente ramificate una volta assemblate e legate con il ferro intorno ad un bastone erano delle ottime scope e venivano utilizzate per pulire.
- Le trocce erano delle cortecce di ciliegio avvolte su un bastone di legno che una volta accese illuminavano la notte risplendendo al chiarore della neve.
Nando, che “begli ciocchi” al Vs. suggestivo fuoco Natalizio, ti faccio i miei complimenti e grazie per il Tuo libro di poesie che, anche se non sono di Cabbia, ha fatto emozionare me e le mie sorelle quando ho consegnato la copia a Marianna. Auguri, auguri, auguri anche a Te e famiglia
solo per dire che oggi nel TG5 delle 13 hanno trasmesso un servizio sulla ricostruzione della chiesa di Cabbia (Chiesa di Santa Maria Assunta), che sarebbe poi la chiesa che si vede alle spalle di Nando nella foto
grazie di cuore !
Mantenere le tradizioni del passato è una cosa meravigliosa. Ricordo con molta gioia (ed un pizzico di malinconia) i bei Natali trascorsi a Cabbia. La cosa bella di tutto ciò è che, nonostante trascorrano gli anni, ogni cosa viene mantenuta come ai vecchi tempi. Buon Natale a te Nando, a tutto il personale di Abruzzocultura, ai nostri fratelli Aquilani e a tutti coloro che sono intorno a noi.
Leggendo il suo articolo che riporta con reale dolcezza alla mia povera infanzia le lacrime scendono copiose sulle gote. Anch’io come lei l’ho trascorsa in un piccolissimo borgo delle Marche e ben ricordo quando l’inverno nonostante le calze di lane i piedi erano sempre gelati e quasi non riuscivamo a camminare. Ormai signorinella, a 15 anni, mi trasferii con i miei genitori dapprima all’Aquila e poi a Roma. Tanti sono i ricordi che circolano nella mente ripercorrendo quegli anni in cui non avevamo nulla ma quel poco era la gioia la nostra felicità. Oggi i nostri figli naturali eredi della società dei consumi non si accontentano più di nulla. Non bastano macchine fiammanti, stereo a palla, scarpe da 200 euro; vogliono e pretendono sempre di più.
Quando provo a raccontare loro il mio trascorso giovanile mi dicono che sono antica e superata. Complimenti per la bellezza dell’articolo e per la bella nota di solidarietà rivolta agli aquilani che sento, nonostante tanta lontananza, fratelli in questi momenti difficili. Tantissimi auguri di buon Natale e felice anno nuovo a tutti.
Carla.
Anch’io non sono di Cabbia ma queste tradizioni sono diffuse in buona parte di quei paesi che sono rimasti attaccati alle vecchie tradizioni, è un’atmosfera bellissima che sicuramente colpisce chi non l’ha vissuta. Buon Natale a tutti.
grande Nando!
i tuoi scritti sono sempre meravigliosi e molto piacevoli da leggere.
Buon Natale a te ed a tutti i tuoi cari.
Non sono mai stato a Cabbia durante le festività natalizie e solo ora scopro la storia del fuoco del Bambino, sono stato sempre molto colpito dalle pire immense che fanno ad Abbadia San Salvatore (arrivano a farne una quarantina disseminate nel paese)sempre la vigilia di Natale e qui a Fiano il giorno di sant’Antonio e non sapevo che tale usanza c’era anche a Cabbia.
Le tue cronache sono sempre molto accattivanti, speriamo di poter passare qualche giorno insieme a Cabbia dove mi farai da Cicerone, un caro pensiero al mitico don Andrea ricordo che quando veniva a Roma passava sempre a salutare i miei nonni ed era sempre una grande festa. Spero vivamente che con l’anno nuovo tutte le pendenze che riguardano i paesi terremotati vengano man mano risolte, cosa che non è sicuramenteper l’Aquila. Ieri in un’intervista Bertolaso ha detto che per risanare il centro storico del capoluogo ci vorranno almeno 5 anni, speriamo solo che non slittino ed aumentino.
Un forte abbraccio e di nuovo tanti auguri di buone feste.
Bruno
affascinanti questi grandi fuochi
Nando, io non vivo nella cittadina di Cabbia, però me la immagino, sai descrivere del paese abruzzese ogni piccolo particolare, quindi posso immaginarmi la bellezza del paese durante le feste di Natale.
Complimenti per l’ articolo
da Giacomo da Roma
Com’è bello ricordare queste tradizioni! E’ proprio vero: ricreano un’atmosfera calda e familiare tra di noi.
Anche se non potrò essere presente fisicamente, ci sarò col pensiero. Auguri!