Lessico e nuvole. A proposito del dialetto

«Ma, insomma, il dialetto si evolve come l’italiano oppure no?».
Siamo a Sulmona per presentare, io e Franco Cercone, l’ultima raccolta di poesie di Evandro Ricci. La domanda arriva a sorpresa, tanto più che a formularla è persona di buona cultura. Una provocazione? Forse. Insomma, il mondo è bello perché è vario. Tra le tante cose interessanti, Franco ricorda all’uditorio che i nostri dialetti si sono conservati meglio fuori d’Italia, in ambiente alloglotto: un vecchio emigrato che torni dagli Stati Uniti ti fa riascoltare la bella parlata abruzzese di 50 anni fa, magari condita qua e là di strani termini angloitaliani, come, ad esempio checca per dire cake, cioè torta. Inevitabile!

Arriva il mio turno ma, preso alla sprovvista, il sottoscritto, come il sarto manzoniano di fronte al cardinale Borromeo, non riesce a dire altro se non di aver letto nel canzoniere di Cesare De Titta molte parole ormai desuete. Ma quanto a dir quali esse fossero, ahimé, è cosa dura; sicché non riesco a citarne nemmeno una. Mannaggia la memoria degli anziani che, quando meno te l’aspetti, ti fa rimanere a bocca aperta o (il che fa lo stesso) a bocca chiusa!

Cerco una rivincita. Ed eccoli, finalmente, i miei appunti: voglio squadernarli davanti al mio bravo pubblico. Ad esempio, ad una ragazza che tergiversa e non sa decidersi a quale dei due pretendenti concedere la sua mano, il più impaziente e deciso dice: “tu fin’a mmo si ite scastagnènne, / mo lu nod’a lu pètten’è mmenute, / e ttenérme ‘ngrangrà ne’ mmi può cchiù…”. Dove quel “tené’ ‘ngrangrà” equivale a rimandare oggi per domani e, insomma, menare il can per l’aia. Giustamente il Finamore, che trascrive “‘n gra ‘n gra”, fa derivare la locuzione dal latino cras, cioè domani.

Insomma, dalla donzella che gli passa accanto “trésa trése” (impettita) e “nche ‘na bburdature!” (orgogliosa), il giovanotto non intende farsi “abbarrucchià’”, o, se preferite, raggirare, abbindolare. Al contrario, siccome non ritiene affatto di essere “nu strivèrie” (persona deforme), vorrebbe “aggraccià’ “(cingere, abbracciare) la bella “certune” (ragazza) dalla vita “sbrìngule” (sottile) e giù, sopra un letto di “pampuje” (foglie aride, pagliuzze), tanti “squame” (tenerezze, moine), “zannitte” (smorfiette) e “brulle” (scherzi). Sissignori, era il tempo in cui “scommessa” si diceva ‘nguajje, “mistura” pastòcchie, e “strappare, ridurre a strisce” sferlenzà (probabilmente contaminazione tra sfèrze e lènze), “acqua putrida” acqua mmicce.

Basta, proibito tediare ulteriormente il lettore. Ma prima lasciatemi annotare che tali voci desuete – e tantissime altre ancora – sono riportate nel “Vocabolario Abruzzese” di Domenico Bielli, il quale, a suo tempo, fece uno spoglio molto accurato di tutta la produzione detittiana in dialetto. Il che dovette certamente far piacere al cantore di Sant’Eusanio, già ben disposto ad elogiare l’opera per i suoi indubbi meriti. Tempo fa il lavoro del lessicografo lancianese è stato ristampato dall’editore Adelmo Polla di Avezzano.

A questo punto (ci scommetto) vi starete chiedendo: ma le nuvole del titolo… che c’entrano? Le nuvole si addensano dentro di noi perché stiamo correndo verso un doppio disastro: giorno dopo giorno dilapidiamo quel poco d’italiano che abbiamo imparato e, nello stesso tempo, assistiamo imperturbabili alla morte dei nostri dialetti. Ci serviamo di un’asfittica lingua standard infarcita di sempre più numerosi barbarismi. Non se ne può più! In un prossimo futuro, se l’andazzo proseguirà con la stessa allegria, parleremo un misero e goffo inglese. Come dire che diventeremo “la faccia triste dell’America. Che voglia di piangere ho!”.