“Teatro alla Moda” in mostra al Museo Fondazione Roma: un primo excursus

Dal 5 novembre al 5 dicembre 2010 una esposizione molto particolare nel Museo Fondazione Roma al Corso, il “Teatro alla Moda”: più che una mostra sembra un defilè, con la differenza che non ci sono top model che sfilano, gli abiti esposti sembrano altrettante sculture, la loro immobilità li associa alle statue della classicità dove il panneggio dà movimento alla figura. Qui il movimento è dato dalle immagini che evocano, il teatro inteso come azione scenica rivissuta nei video degli spettacoli che animano le singole sezioni. In esse sono allineati rari esemplari del “costume di scena” ad opera di “grandi stilisti”, come recita il sottotitolo, una miscela esaltante di arte e di vita.


Roberto Capucci, Abito da concerto per Raina Kabaivanska, Modena, collezione Kabaivanska – 1991, Gran Galà lirico, New York Lincoln Center.

Per questo il modo migliore di entrare nello spirito della mostra – per noi che non siamo cronisti di moda e non ne abbiamo la competenza e la terminologia – è coglierne il significato che va ben oltre le apparenze pur prestigiose, lo testimoniano gli interventi alla presentazione dove le autorità locali e nazionali sono state presenti per sottolinearne l’importanza e i possibili sviluppi. Dopo aver dato conto di questi interventi visiteremo la mostra riportando alcuni scampoli – è il caso di dirlo – delle impressioni che suscita in chi, pur estraneo al mondo della moda, non lo è a quello dell’arte, della cultura e del costume; condizione generale, per cui è una mostra aperta a tutti, nessuno escluso.

Nella presentazione motivi e valori di una mostra insolita e pionieristica

Che sia una mostra insolita lo ha detto in apertura il presidente Emmanuele Maria Emanuele, dopo aver definito la Fondazione “un luogo di eccellenza per l’innovazione”, che va in controtendenza rispetto alla stasi promuovendo nuove iniziative. E’ un percorso che ha visto trenta mostre in un decennio e ne ha fatto un punto di riferimento anche all’estero, con la postazione fissa a Palazzo Sciarra oltre a quella di via del Corso, e spazi in Sicilia e a Palazzo Reale a Milano.

Perché questa introduzione? Serve a marcare l’eccezionalità di un’esposizione “fuori dal consueto percorso culturale ma non estranea. Il genio creativo non ha limitazioni, l’arte è ovunque il genio possa manifestarsi, i grandi stilisti non sono inferiori ai grandi artisti”. E lo spiega: “I protagonisti sono i costumi che, con la loro spettacolare unione di fantasia e stile, tradizione e avanguardia, diventano vere e proprie opere d’arte”. Proprio per questo, e per essere inaccessibili al pubblico, è “un evento che ha il colore del sogno”.

Il “Teatro alla moda” è dunque il “Teatro del sogno”: ci sia allora consentita l’associazione di idee che richiama la mostra con questo titolo in corso a Perugia “da Fellini a Chagall”, un’immersione nell’onirico tra simbolismi e surrealismi. Un bel gemellaggio! Ma non è solo un discorso culturale: “E’ uno strumento anche economico – ha concluso Emanuele – per mostrare le potenzialità, una strada per il rilancio attraverso creatività, innovazione e bellezza”. La sublimazione del “made in Italy” che unisce “moda e teatro, due eccellenze del nostro paese”, perciò la mostra è richiesta all’estero oltre che da altre città italiane: “Per il suo contenuto e il suo significato è un unicum”.

Dopo l’“ouverture” del Presidente, Massimiliano Capella apre le porte al grande spettacolo che si preannuncia rivelando i contenuti e le motivazioni di un lavoro appassionato. Ha curato la mostra e anche il Catalogo edito da Umberto Allemandi & C, selettivo e impreziosito oltre che dai rutilanti colori, da primi piani quasi cinematografici sui particolari più eclatanti degli abiti riprodotti. “C‘è slancio e apertura verso il futuro nel ‘Teatro alla moda’, anche se si tratta di una retrospettiva”, ha precisato subito. “E’ giusto parlare di artisti e di creazioni basate su alcune idee di eccellenza; sono opere uniche, non vanno confuse con i comuni costumi di scena”.

Siamo nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia e questo è un modo di celebrarlo perché ci riporta alla tradizione, grazie al teatro che ritroviamo nel nostro futuro. Ha richiesto tre anni di ricerche e un lavoro complesso per reperire e poter esporre 100 abiti e oltre 90 bozzetti, figurini e archivi video; ne valeva la pena, teatro e moda sono il migliore biglietto da visita del “made in Italy”.


Gianni Versace, Costume Contessa per Dame Kiri Te Kanawa, Milano, Versace Spa – 1990, Capriccio, Richard Strauss, San Francisco, Opera House e Londra, Royal Opera House.

Il percorso espositivo poteva avere diverse letture, il curatore dice che è stata scelta quella per autori, con una sezione introduttiva che è un omaggio agli stilisti e grandi interpreti, cantanti e ballerini in trent’anni di vita artistica e sette sezioni dedicate a grandi stilisti. Un momento speciale quando lo stile di Versace è entrato nel teatro, non si trattava delle crinoline settecentesche, ma di fashion alla moda. Nel 1980 c’erano entrate le Fendi che amano molto l’opera, con la Traviata nel 1983, quindi la Carmen all’Arena di Verona con abiti in jeans e applicazioni di pelliccia.

Ecco poi Missoni alla Scala nel 1983, Pizzi lo chiama per la Lucia di Lammermoor, le sue lane si prestano molto alla Scozia, Pavarotti con abito scozzese e basco aprì a Missoni il mercato americano. Capucci è stato definito “uno dei più grandi geni della moda, un vero architetto”, portò nel 1986 all’Arena di Verona creazioni monumentali. Armani dal 1980 aveva stretto un rapporto con il cinema, all’opera vestì “Così fan tutte”, poi eccolo nel 2000 a Barcellona, disegna i suoi abiti e li fa cucire da una delle più celebri sarte delle vesti del flamenco.

La cavalcata continua, ora Marras, un creativo legato al teatro, nel “Sogno di una notte di mezza estate” per la lettura di Ronconi. Poi, oltre agli affezionati del teatro gli stilisti con presenze isolate: Valentino e Ferrè a Caracalla, Gigli al Regio di Parma, Coveri alla Scala di Milano, “one show”; e infine la chiusura in bellezza della mostra, l’ultima sezione è un omaggio a Gianni Versace, una delle colonne portanti del rapporto tra moda e teatro nel magico quindicennio dal 1982 al 1987.

Dunque, per il curatore, continuità nel rapporto tra la moda con i suoi massimi esponenti e il teatro, con i protagonisti di eventi memorabili nello spettacolo teatrale e operistico e nel balletto. Le grandi creazioni vengono esposte per la prima volta nella mostra, e non sono visibili nei musei come avviene per le opere d’arte; per poterle presentare in una vasta selezione si sono aperti gli armadi delle maison di moda, dei teatri, di collezioni private. Non saranno più accessibili fino a quando non nascerà un museo permanente, ora vengono esposte in un percorso esclusivo e irripetibile.

Sentire evocato il museo fa ricordare al presidente Emanuele che aveva proposto tempo fa di gestire gli abiti di scena ammucchiati in un deposito in Via de’ Cerchi, se non erriamo, creando un museo, ma non se ne fece nulla per le solite incomprensioni, confusione di competenze e quant’altro. Un accenno quanto mai opportuno perché dai grandi stilisti – c’erano la Fendi e Santo Versace – è stata ripresa la sollecitazione per un museo della moda, l’Assessore alla cultura di Roma Capitale si è mostrato possibilista, e la presidente della Regione ne ha sottolineato l’importanza: quasi a dare corso all’“apertura verso il futuro” con cui il curatore aveva iniziato il suo intervento.


Missoni, Costume Edgardo di Ravenswood per Luciano Pavarotti, Milano, Teatro alla Scala – 1983, Lucia di Lammermoor, Gaetano Donizetti, Milano, Teatro alla Scala.

La presenza non solo rituale delle istituzioni locali e nazionali

L’Assessore alla cultura di Roma Capitale Umberto Croppi ha sottolineato che nella moda per il teatro si ha la fusione di aspetti significativi dell’identità e della cultura nazionale, e si esprimono la capacità e la specificità del talento italiano che riesce a permeare i generi più diversi. I problemi nascono sul versante economico, e al riguardo ha lamentato che i finanziamenti pubblici negli altri paesi sono ben più elevati che in Italia; e dove c’è un massiccio intervento dei privati, come negli Stati Uniti, non manca la presenza del pubblico, tutt’altro. Da noi “bisogna rivedere le priorità” e incoraggiare “imprenditori culturali illuminati come Emanuele presidente della Fondazione Roma, un esempio”.

Sembrerebbe un rituale il succedersi di interventi delle autorità locali, ma l’importanza della mostra è testimoniata anche da queste presenze e dalle cose dette. Il rappresentante del presidente della Provincia di Roma, nel paragonare la moda alla “Ferrari” come eccellenza italiana, ha sottolineato come con il teatro dell’opera, celebrato dalla mostra, “l’Italia entra nelle capitali di tutto il mondo”, e la creatività diventa un “un vero asset per il nostro paese”. Di qui la citazione delle politiche per la creatività messe in atto dalla Provincia con un fondo apposito e una giornata ad essa dedicata. E ha concluso dicendo che “la creatività si deve insegnare, in un rapporto forte con le radici come quelle evocate dalla mostra”. Insegnare la creatività! Se ci si pensa non è contraddittorio come sembra.

La presidente della Regione Lazio Renata Polverini, dopo aver reso omaggio “alla bellezza degli abiti già visti in anteprima e alla passione del curatore”, ha parlato dei risvolti sociali della cultura: “Le iniziative culturali stanno cambiando la città e la regione, la cultura va messa nella disponibilità di quante più persone possibili, occorre pensare anche ad aperture gratuite, la gente risponde come hanno dimostrato le file interminabili a Palazzo Barberini e alle grandi mostre romane”.

Il suo tono diventa personale, cita una lettera di Fendi ed esclama: “Vedere gli abiti esposti ci fa sentire fortunati di vivere in un paese straordinario, dalla creatività e vena artistica che riesce sempre a trovare una forma di realizzazione”. E ancora: “Ogni abito è diverso, un’opera a sé, e oltre all’arte dello stilista esprime il talento di mestieri che vanno recuperati, è un problema e un’opportunità su cui occorre lavorare con le istituzioni”.

Nel Lazio c’è una notevole diffusione di imprese che operano nella moda, dell’ordine di 25 mila, sono fonti di lavoro per i giovani e di positive sinergie. “E’ necessario far venire fuori il talento italiano, e a questo riguardo l’idea del museo – eccola ripresa dopo la citazione di Emanuele – non è solo recuperare e valorizzare ciò in cui il talento si è espresso, ma trovare un luogo dove si racconta la storia che deve creare formazione per giovani e lavoro, in modo da selezionare i migliori talenti”.


Karl Lagerfeld / Fendi, Mantella per Raina Kabaivanska, Roma, Fendi – 1984, La Traviata, Giuseppe Verdi, Macerata, Sferisterio.

Dalle istituzioni locali a quelle nazionali, il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Maria Giro ricorda il suo impegno nel sostenere progetti di qualità che promuovano il patrimonio culturale della Capitale e della regione, “retaggio di grandi architetti e pontefici”, da difendere e valorizzare: “E’ l’Italia che presenta la propria immagine in una città straordinaria come Roma e in una regione che lo è altrettanto”.

Entra poi nello specifico: “La moda è da sempre protagonista della scultura, dal manto all’acconciatura, la moda italiana fa parte della pratica artistica più prestigiosa”, e cita il Rinascimento e il Barocco. “Gli stilisti prestano la loro creatività e la loro arte al teatro e alla lirica che sono nella nostra storia nazionale”. E’ una mostra che alla vigilia del 150° anniversario dell’Unità d’Italia esprime ciò che vi è di più autentico e originario, “è una mostra sull’Italia, una cavalcata nell’arte italiana e nell’identità nazionale”.

Ci sono grandi artisti mobilitati per l’allestimento di opere liriche rimaste per questo nella memoria, “è una testimonianza del rinascimento della cultura” che si intende promuovere: La mostra esprime bellezza e armonia, è “la creatività italiana che non deve restare solo un fatto culturale ma trasformarsi in benessere economico e sociale. I giovani devono credere nel loro Paese, all’identità della città, regione e territorio, per il patrimonio culturale che esprimono”. Come fattore di crescita anche economica, prospettiva che il sottosegretario non si stanca mai di sottolineare.

La conclusione sembra lasciata agli stilisti: per Maria Silvia Venturini Fendi, presidente di Altaroma, il teatro alla moda non è solo talento creativo ma anche alta qualità nelle materie prime e maestria tecnica nella “costruzione” dell’abito, l’insieme lo rende fatto artistico, non commerciale, risorsa imprescindibile del “made in Italy” di eccellenza. Santo Versace, che di Altaroma è presidente onorario, nel sottolineare il valore della cultura per il Paese, ha detto che il Ministero per i beni e le attività culturali dovrebbe essere considerato il principale dicastero del nostro governo e ha messo il sigillo sulla presentazione con le parole: “Non c’è sviluppo senza cultura come non c’è cultura senza sviluppo, la moda è il Rinascimento che continua”.

Il sigillo non è la conclusione, per questa c’è stata la sorpresa del presidente Emanuele, già ne avevamo avuta una di recente al Quirino con le letture delle sue poesie divenute spettacolo teatrale di qualità. Questa volta la presentazione diviene alla fine spettacolo operistico, dieci orchestrali in nero con i loro strumenti in una successione di sinfonie suonate dal vivo. In questo modo si è entrati nel clima giusto, e nella visita i video delle rappresentazioni teatrali in cui gli interpreti indossano gli abiti esposti esaltano la suggestione visiva riproponendo forti emozioni immerse nella memoria.

E’ un omaggio per celebrare un fulgido percorso trentennale che evoca un’evoluzione ancora più profonda ricordata dalla Fendi: l’“unione tra musica, coreografia e scenografia” è stata la chiave del superamento del modello culturale ottocentesco “nell’intento di creare uno spettacolo che conciliasse tutte le forme d’arte coinvolte”. In tale prospettiva, ha affermato, “questa mostra rappresenta il collegamento ideale tra creatività senza restrizioni, sapienza artigianale e la più classica delle tradizioni sartoriali: l’alta moda”. Concetto ribadito da Versace: “La mostra ‘Teatro alla moda’ è un vero omaggio alla creatività italiana, un intreccio di quelle eccellenze che hanno reso celebre il nostro paese nel mondo”. E l’altro protagonista, Piero Giacomini presidente della Fondazione Giacomini Meo Fiorot, nel ricordare i Musei Mazzucchelli, di cui è direttore il curatore della mostra, ha sottolineato l’importanza di aver riunito “per la prima volta la produzione per il teatro, l’opera e la danza di alcuni dei più importanti stilisti italiani, attraverso un’accurata selezione di costumi, bozzetti, figurini e video”: e ha rimarcato questo “esempio di condivisione di eccellenze, energie e competenze pubbliche e private”. A questo riguardo è significativo quanto ha affermato il presidente Emanuele sulla “tematica inedita” della mostra, a sua volta espressione di “una partnership altrettanto inedita tra il mondo dell’arte e della moda”. E ha citato “la sinergia tra Altaroma, promotrice dell’Italian Style nel mondo, i Musei Mazzucchelli di Brescia, da sempre impegnati nel campo della moda e del costume, e la Fondazione Roma, promotrice dei valori della cultura e dell’arte”, con il nobile scopo di “valorizzare con orgoglio l’eccellenza del made in Italy”.


Romeo Gigli, Costume Regina della Notte, Parma, Teatro Regio -1995, Die Zauberflote, Wolfang Amedeus Mozart.

La galleria della moda, i grandi interpreti

Al di là di questi contenuti – che vanno considerati e la illuminano oltre le già luminose apparenze – la galleria della moda è di per sé spettacolare, diremmo teatrale; come lo è la presentazione all’esterno con i grandi festoni sulla bella facciata del palazzo del Museo Fondazione Roma, sobria e raffinata, impreziosita da armoniose arcate delle finestre ai piani alti sovrastate da frontoni.

Sembrano vere sculture anche nella realtà e non solo nell’associazione di idee gli abiti esposti, sono isole di sogni, in quanto evocano le opere che hanno “vestito”. Un altro “teatro del sogno” dopo quello della mostra perugina ricordata all’inizio: lì il sogno nell’arte, con le figurazioni oniriche di grandi pittori, qui nella moda teatrale di grandi stilisti che non nasce dai sogni ma li suscita, gli abiti sono personaggi e animano la scena, e con loro salgono sul palcoscenico anche i nostri ricordi.

E’ un teatro nel quale gli abiti non sono mere riproduzioni dei costumi d’epoca, si tratta, sì, di “costume di scena”, ma trattandosi di “grandi stilisti” – ripetiamo l’esplicito sottotitolo – c’è l’impronta del loro stile, diventa un segno peculiare di identità che fa rivivere la vicenda con la sensibilità nuova, quindi dando ad essa nuova forza espressiva. “Non costringiamo personaggi e miti nella gabbia della tradizione”, le parole che vengono da Gianni Versace identificano un “teatro alla moda” reinventato nella modernità la cui irruzione nel melodramma gli dà nuova linfa.

Gli spazi espositivi del Museo Fondazione Roma sono stati adattati alla particolare natura della mostra. Come nel “Teatro del sogno” di Perugia gli ambienti sono incastonati l’uno nell’altro, ma là i quadri dalle pareti sembra guardino il visitatore che si muove al centro nelle sezioni dedicate ai singoli artisti. Anche qui ci sono sezioni monografiche per lo più intitolate ai singoli stilisti, ma la sensazione è diversa, sembra di entrare nella scena e di vivere le storie del melodramma, mentre i video danno movimento e vitalità a quella che altrimenti sarebbe una fissità innaturale; perché, lo ribadiamo, il teatro è azione. E dell’azione ci si sente partecipi e insieme spettatori.


Valentino, Costume settecentesco, Washington D.C., National Opera – 1994, The Dream of Valentino, Dominick Argento Washington D.C. (USA), The John F. Kennedy Center for the Performing Arts.

Sembra di entrare in un labirinto in una semioscurità teatrale, si va a zig zag finchè l’ambiente si apre in grandi sale o piccoli ambiti raccolti, e torna la piena luce. Anche la scelta espositiva è stata coerente, i costumi di scena non hanno bisogno di essere antropizzati con manichini dalle sembianze umane, si impongono per la loro forza espressiva, non vestono più i personaggi, diventano loro stessi protagonisti; poi nei video tornano ad essere personaggi in carne e ossa, impressi e sedimentati nella memoria del visitatore. E non è poco. Soltanto in qualche caso i supporti diventano manichini con corpo e volti, da Evita Peron al protagonista della Lucia di Lammermoor, dalla Carmen in jeans e pelliccia di Fendi alla Matrioska di Gianni Versace.

Non c’è nulla di rituale né di solenne in tutto questo, l’impressione che si ha è di una grande festa con i suoi aspetti pirotecnici, colorata e pittoresca in tutti i suoi momenti. Che non sia una rassegna “ingessata” lo dice lo stesso titolo, che riproduce quello di un libricino del compositore Benedetto Marcello; il sottotitolo non era come ora “costume di scena, grandi stilisti”, bensì “o sia metodo sicuro e facile per ben comporre & eseguire l’Opere Italiane in Musica all’uso moderno”; un “decalogo satirico” con ironiche istruzioni su come adattare l’arte ai gusti contingenti del pubblico.

Con questa leggerezza che allontana ogni soggezione, entriamo nella galleria della lirica e della danza, rivediamo le prime donne e i protagonisti nei tessuti preziosi elaborati con artigianato di altissima qualità nella magistrale confezione dietro l’ispirazione del genio dello stilista. E convive con la musica e la parola, l’interpretazione e il canto ponendosi sullo stesso piano, che è quello dell’arte in cui i vari generi creano un magico amalgama.


Enrico Coveri, Costume Jordan Baker, Milano, Teatro alla Scala – 2000, Il Grande Gatsby, George Gershwin, Cole Porter, Milano, Teatro alla Scala.

L’ingresso della moda nel teatro fu improvviso, avvenne nel 1924 con il balletto di Diaghilev “Le Train Bleu”, ambientato sulla spiaggia della Costa Azzurra ideata da Jean Cocteau, vi convergono il cubismo di Picasso, i costumi di Chanel, le musiche di Milhaud; l’esempio fu seguito da grandi compagnie di opera e balletto, con registi e musicisti famosi, e nomi celebri nella moda all’estero, come Christian Dior e Yves-Saint Laurent. Negli anni ’30 troviamo l’italiana Elsa Schiaparelli, un’espressione isolata, l’esplosione dei nostri stilisti è del 1980, allora si apre la galleria della moda.

E’ folgorante l’impatto con la prima sezione, dedicata ai “grandi interpreti”. per i quali sono stati realizzati gli abiti di scena capolavoro: l’abbinamento con gli stilisti crea delle coppie prestigiose, come avveniva nella Coppa Bernocchi ciclistica, l’unione nella “classica” per poi riprendere l’attività separati fino all’occasione successiva di correre insieme. Ed ecco le Fendi con la Gasdia, Capucci con la Kabaivanska , Missoni con Pavarotti; Genny con la Ricciarelli, Versace con la Kanawa e la Savignano, rispettivamente nelle vesti della Contessa di “Capriccio” di Strauss e di Eva Peron di Bejart. Stilisti e interpreti, un binomio affiatato, inscindibile, spesso coppie fisse.

Si è subito colpiti dalla figura che apre la galleria, l’abito a balze argentate per la celebrazione di Eva Peron, della Svignano - una “Venere di Milo” dell’“haut couture” questo costume di scena – e a marcare il contrasto di forma e colore il Costume contessa, ambedue di Gianni Versace, del quale segue il Costume Erodiade per “Salomè”, la Dernesch.

Cambia tutto con il costume in raso e tulle nero della Girombelli per La Vedova allegra della Ricciarelli e il diversissimo abito da concerto di Capucci per la Kabaivanska, una cascata di pieghe arancione con una grandinata di pietre nel corpetto: statuari entrambi, introducono nella galleria dei sogni. Nella carrellata iniziale Fendi è presente con la Mantella per La Traviata della Gasdia, e Missoni con il celebre costume dai pantaloni blu e verdi, mantello, gilet e basco con pon-pon, il tutto nella lana adatta alle nebbie della Scozia.

Dopo i grandi interpreti la visita continua nelle 7 sezioni monografiche, dedicate a Fendi e Missoni, Capucci e Armani, Marras e il gruppo del “made in Italy” che diventa teatro, da Gigli a Ferretti, da Coveri a Valentino; fino alla pirotecnica conclusione con i trenta abiti di Gianni Versace, un teatro a sé stante tutto da ammirare. Ci torneremo cercando di raccontare questo spettacolo, intanto possiamo anticipare che supera le aspettative create da quanto si è detto sui contenuti e sull’allestimento. Non ci sono parole per esprimere certe sensazioni. Lo vedremo presto.

(Ph: Fotografie Luigi Malannino e Flavio Pellegrini, elaborazione immagini Pietro Grandi, Silvia Bergamo, Gianmarco Cauzzi, della scuola di grafica dell’Accademia di Belle Arti di Brescia Santa Giulia.)