Antonio Tamburro, la pittura della libertà

Tamburro_Enigma

Nella mostra di Palazzo Venezia a Roma, dal 10 dicembre 2009 al 13 gennaio 2010, un percorso d’arte libero da tendenze e tematiche, ma senza evasioni dalla realtà che è nell’ispirazione costante dell’artista con le sue tinte forti e le asprezze fino a comporre un colorato e intenso affresco di vita.

Lo incontriamo subito Antonio Tamburro alla vernice della mostra al pianterreno di un Palazzo Venezia dalla facciata virtuale, perfettamente riprodotta, balcone fatale compreso, a copertura delle impalcature del restauro. E’ stata appena fatta l’installazione, quindi sono momentaneamente spariti i grandi festoni per “Il Potere e la Gloria”, la mega esposizione di opere dei piani superiori.

Il percorso artistico

E’ un artista la cui mostra si muove tra questi due mondi, virtuali entrambi, presentandoci la realtà. Innanzitutto quella di se stesso: basco in testa con occhiali spessi e lunga sciarpa di lana a strisce orizzontali, quasi il cliché del pittore, mentre appena parla è molto diverso. Emerge subito la genuinità e l’impeto di una passione per la pittura nata da bambino, quando dipingere era uno sfogo che si esercitava su qualunque soggetto o tema, purché potesse esprimere quello che sentiva dentro, e farlo in assoluta libertà. “Gli artisti vedono ciò che alla gente comune sfugge – ci dice con grande cortesia pur pressato tra saluti e strette di mano – e poi lo raccontano in modo trasfigurato ed essenziale, hanno il dono della sintesi”.

Dal senso di libertà il rifuggire da scuole e tendenze o scelte forzate che è stato il suo imperativo, l’immediatezza dell’ispirazione la sua cifra costante. Che non vuol dire sradicamento ma coerenza; il suo legame con la realtà nel dipingere fin dall’infanzia fa sentire in lui gli influssi dei luoghi dove si è formato, dal Molise terra natale a Napoli dove ha compiuto gli studi, da Perugia, dove partecipò alla vita culturale del “Cenacolo” a Roma dove frequentò l’Accademia delle Belle Arti.

A ventitre anni la prima mostra personale nella sua terra, a Campobasso, seguita l’anno successivo da una mostra a Perugia; trascorrono soltanto due anni ed espone a Milano, ha soltanto ventisei anni. Poi l’ “escalation”, ancora mostre in varie città e pubblicazioni su prestigiose riviste d’arte. Varca i confini con la mostra a Toronto del 1996, poi dal 2003 mostre in Svizzera e in Germania a Monaco, vi tornerà nel 2006 con una mostra a Berlino, nel 2008 espone in Austria e quest’anno nel 2009 è arrivato fino a San Pietroburgo con una collettiva. In Italia ricordiamo le personali di Assisi e Rimini, Perugia e Verona, Bergamo e Marzabotto, Padova e Molfetta, Napoli e Prato. Aggiungiamo le pubblicazioni su note riviste, “Arte in Umbria” e “Tempo nostro”, “Arte Mondadori” e “Artein”.

Un excursus sommario di un percorso artistico molto intenso, ricco di eventi, vissuto a tempo pieno, per così dire, perché tale è stato il suo atteggiamento: “total immersion” nella pittura, vale a dire nel suo mondo del quale è un osservatore attento e appassionato. “Graecia capta ferum victorem cepit”, potremmo dire, riferendo l’antico aforisma alla realtà in cui lo vediamo immerso. Perché è stata nello stesso tempo il segno della sua libertà ed anche quello della sua totale identificazione.

Libertà e identificazione

L’impronta della libertà è senza dubbio prevalente nella sua arte, che spazia tra la molteplicità di temi e stimoli che la realtà gli presenta. Lo vediamo nei soggetti, i più vari anche molto distanti gli uni dagli altri. Ma più di uno sono i motivi comuni imposti dalla realtà che è il suo riferimento continuo. Nella varietà e nell’inafferrabilità tematica si viene pur sempre a ritrovare su alcune costanti che lo catturano quanto più vorrebbe disfarsene per essere libero e svincolato da qualsiasi vincolo o convenzione. E lo è, ma non al punto di rinnegare il suo approccio forte e deciso alla realtà. L’anelito per la libertà espressiva e tematica non gli fa varcare il Rubicone dell’astrattismo, troppo forte è la presenza del reale per farlo andare nell’onirico oppure soltanto nella sensazione che confonde forme e colori in una visione d’insieme che annulla la capacità di identificare.

No, non compie questo passo perché l’identificazione è l’altro sigillo della sua arte e, paradossalmente, lo fa ritrovare sempre, come nell’“Accadde domani” di Renè Clair, nel posto dove non vorrebbe trovarsi, alla ricerca com’è di spazi sempre nuovi di libertà. E li trova, però tutti ricompresi nel cerchio magico della vita: di tutti e di tutti i giorni, una quotidianità sempre fonte di sorprese che a poco a poco si identifica sempre di più nella vita metropolitana. Come se un cono di luce, un occhio di bue, seguisse l’artista che si muove libero sul palcoscenico della sua pittura riprtandolo al centro della scena, alla realtà che è un epicentro di colori e di emozioni. Un arrivo che si matura nel tempo, negli ultimi anni l’identificazione diventa ancora più evidente, costante.

Un approdo? Crediamo di no, perché nel mentre si assiste alla concentrazione sui contenuti il segno acquista una sostanza sempre nuova e diversa, quasi che attraverso la forma e il colore cercasse di sfuggire a quell’identificazione cui lo porta la forza della realtà che nutre la sua ispirazione. Di qui due poli con cariche opposte, di iperrealismo in una realtà sempre più pressante e di evasione verso l’informale che dà a questa realtà contorni meno definiti, privilegiandone gli aspetti più percettivi.

In questo modo, pur se “catturato” da una realtà che lo imprigiona ormai nel mondo metropolitano, per quanto variegato e ricco di stimoli mutevoli, cerca di liberarsi da questo abbraccio guardandola in un modo del tutto personale, così definito da Claudio Strinati: “Una specie di iperuranio dove tutto sembra modellato di una stessa sostanza e tutto appare affascinante e misterioso, secondo un orientamento che dalla nostra tradizione si è sviluppato in tradizioni lontane e oggi ritorna”. Del resto, non si può restare imprigionati quando si è “in grado di onorare le radici antiche e di vivere completamente immerso in una contemporaneità in continuo e perpetuo sviluppo”.

Lo stesso critico – che fa parte del Comitato scientifico presieduto da Maurizio Calvesi – dà un’interpretazione dell’ambivalenza di cui si è detto tra libertà e identificazione individuando il cuore della sua pittura: “La materia pittorica è la sostanza stessa del suo fare al di là dei singoli soggetti e delle varie idee, sovente molto acute, che il pittore mette in campo per una sua personalissima ricostruzione dello spazio urbano e delle molteplici sensazioni che il pulsare della vita provoca nella sua mente fervida”. Lo vedremo e capiremo nella galleria di opere esposte.

Prima di percorrerla vorremmo accennare all’“isola che non c’è”, cioè a un’assenza che si fa sentire, anche se in parte colmata dal filmato di un video in sala, non a caso commentato dai figli, Marco e Barbara, che aggiungono la dimensione familiare a quella dell’artista libero di spaziare senza legami se non quelli della propria ispirazione. Ci riferiamo ai suoi “ciclisti”. Non sono pitture occasionali queste, bensì uno spaccato di realtà sul quale si è polarizzata la sua attenzione e lo ha “catturato”, anche se poi si è divincolato verso altri soggetti, ma lasciando un segno potente ed espressivo. Mancano i dipinti esposti a Roma nel maggio 2009 con il titolo “Il ciclismo e i suoi protagonisti” all’Art gallery “6° senso”, dopo aver realizzato nel 2008 il Manifesto per i Campionati del mondo di Varese; galleria inaugurata nell’ottobre 2008 con la sua mostra “Graffio nel tempo”.

Li abbiamo visti nel video questi suoi quadri, sono straordinari, è reso tutto il fascino di uno sport mitico, con immagini individuali e collettive che ne rendono il tormento e l’estasi, se si possono associare questi termini, dove la forma e il colore concorrono a restituirne la forza e il dinamismo, l’energia esteriore e l’intensità interiore, il volo dell’eroe e la fatica dei gregari, in sintesi l’armonia. Quelle biciclette che nelle curve sono piegate come in una danza, quei campioni solitari che rinnovano la magia della vittoria contro gli elementi e gli avversari, contro la propria fragilità. Tutto questo si sente nelle immagini del video, c’è anche questo nell’arte pittorica di Antonio Tamburro.

La desolazione negli anni ‘80

Ma parliamo dell’“isola che c’è”, le opere esposte, per osservare come pur nella libertà espressiva che l’artista rivendica vediamo la sua attenzione dirigersi prevalentemente verso determinati soggetti o certe atmosfere; e anche se fosse stata la selezione per la mostra a portare a questo resterebbe comunque un fatto significativo. E’ la realtà, la grande protagonista della sua pittura, che fa pervenire a questo risultato con assoluta naturalezza, e con gradualità: Partendo dagli anni più lontani dove protagonista è il quotidiano in un’atmosfera sospesa di attesa intrisa di malinconia.

Le tonalità sono sul grigio, con colori freddi, il clima di abbandono dato dai particolari, la bicicletta a terra e gli oggetti alla rinfusa su una spiaggia desolata in “Mareggiata” del 1980 alla quale affianchiamo “Vista sul mare” dell’anno successivo dove un primo piano di roba affastellata fa intravedere la striscia d’acqua con una bagnante solitaria seduta vista da lontano; come non è vicinissimo il bagnante in costume disteso in modo altrettanto desolato a prendere l’“Ultimo sole”.
A questa serie dalle tinte grigio-azzurro su oggetti informi, a parte le figure umane, appartengono “Istantanea” del 1981 e “Ritratto di mia figlia” del 1988, entrambi esprimono una malinconia e una solitudine senza fine. Coerenti con queste rappresentazioni “Taormina” del 1986, un coacervo dissestato con dei coppi in primo piano in un clima di disfacimento e “Natura morta” del 1990, macinacaffè e caffettiera d’altri tempi con una mela su un tavolino spoglio.

Tamburro_Dentro un sogno

Dal vestito rosso degli anni ’90 al trionfo della musica

Non sappiamo perché il vestito rosso che ravviva i grigio-azzurri negli anni ’90 ci ha ricordato il cappottino di “Schindler’s List”. Nessun parallelo se non nel colore, però ha la funzione anche qui di catturare l’attenzione e farla convergere sulla macchia cromatica. Che ricorre in una serie di dipinti con giovani donne per protagoniste. Da “Dentro un sogno”, del 1992 e “Caffè” del 1998 dove è il colore del vestito della donna in due diverse situazioni evidenziate anche dal titolo; a “Un caffè mai preso”del 1994 e “Caffè di notte” del 2001 con un tavolo o una finestra a illuminare di quel colore intenso una scena altrimenti oscura.

C’è un clima di sospensione, il sonno o il silenzio dominano la scena mentre nel grigio “Interno vissuto” la donna è colta in un misterioso abbandono, dinanzi a una sedia rovesciata a terra; e con “Letto disfatto” del 2000 è vista semiavvolta nelle lenzuola in un letto che mostra più un’assenza che una presenza. La giovane si alzerà ed ecco la “Purificazione” del 2002, in un bagno desolato; come lo è la “Fermata dell’autobus” del 2003, tre paia di gambe accavallate, di nuovo la giacca rossa ma è un colore spento.

La figura rossa ricorrente nell’atmosfera grigia e desolata tornerà dilatandosi ulteriormente e dando l’avvio a un ciclo pittorico ancora più ricco e complesso. Ma prima ci sono ancora le tinte fredde con “Uomini e ombrelli” del 2003 , sciabolate di luce bianca su una bella composizione di forme sovrastate da ombrelli immersi nel grigiore. Ce n’è saranno altri due nella mostra con queste tonalità fredde, ne parleremo tra poco, ora vogliamo invece descrivere i ben più colorati dipinti dedicati alla musica.

Primo tra essi “Tonalità in musica” del 2006, una sinfonia di strumenti con il rosso che da testimonianza diviene prevalenza, come in “Jazz” del 2008; mentre in “La città della musica” dell’anno intermedio, rappresenta il cuore colorato come fosse il centro di una febbrile officina. I recentissimi “Frammenti musicali” e Grattacieli in musica”, entrambi del 2009, lo vedono tornare, soprattutto nel secondo, alle tonalità fredde su forme ben distinguibili; ma qui è il colore della spiritualità, perché i “grattacieli” sono una sublimazione della musica verso l’infinito.

Tamburro_Esodo

Irrompe la vita metropolitana

Con “Uomini e ombrelli” abbiamo avuto una visione fredda e insieme nervosa di una strada cittadina sotto la pioggia, rinnovata con il titolo di “Ombrelli” nel 2007 i cui contenuti figurativi questa volta sono delineati nelle grandi figure femminili quasi mimetizzate nella composizione; analoga visione è “Vista sulla città” del 2007, nel grigiore plumbeo due figure femminili si intravedono a fatica su una strutture instabile quanto misteriosa.

Non ve ne sono altre assimilabili a queste perché irrompe il colore. La vita metropolitana va in scena e, oltre ad animarsi dal punto di vista cromatico, si carica di motivi rappresentando le situazioni più diverse. E’ la realtà. vista non soltanto come apparenza ma come essenza con tutti i suoi problemi e le sue sorprese. Un lavoro di scavo anche sociologico che l’artista fa quando si immedesima nell’ambiente da par suo. Guardiamola da vicino questa pittura dell’alienazione, che dopo i dipinti dai colori freddi ci regala composizioni dove il pennello delinea con macchie di luce e di colore un clima metropolitano veramente suggestivo perché riesce a darne l’anima.

Ne abbiamo tre espressioni significative nel 2004 con “La metropoli dell’indifferenza”, dove sagome umane passano ignorando chi avrebbe bisogno di attenzione, seguita da“Incidente” dove l’indifferenza si manifesta anche dinanzi a un corpo disteso sull’asfalto, e qui torna il vestito rosso; mentre anche il coloratissimo “Spiaggia libera” fa sentire indifferenza tra due figure vicine ma isolate e d estranee quant’altri mai, laddove l’ambiente rilassato dovrebbe farle comunicare.
Non c’è solo indifferenza nella metropoli, ma anche violenza, espressa da un rosso intenso che non ricorda più il cappottino di “Schindler’s”, bensì l’abisso infernale. Così nel 2005 “L’arma del delitto”, dove la scarpa femminile davanti alla confusa sagoma di veicolo esprime la tragica conseguenza di un dramma metropolitano, fino al misterioso “Tavolo rosso” del 2006 con la giovane donna che vi è distesa inerme con il suo vestito bianco e le gambe larghe quasi vi fosse stata scagliata, un fotogramma di una sequenza di cui si può solo temere la conclusione violenta.

Ma la metropoli non si riassume neppure nella violenza. In “Città” del 2007 troviamo un impasto di colori che compongono forme e figure a prima vista indistinguibili ma evidenti quando si guarda con attenzione, esprimendo plasticamente la compresenza e il contrasto tra la folla e il gruppo, il caos e l’individualità che resta e resiste. L’artista esplora questo contrasto nel modo più efficace: racconta quello che vede, il che vuol dire esprimere quello che sente. Ed è bello come lo esprime.

Dal racconto della città alla persona e ritorno

E’ un racconto che prosegue e si precisa ulteriormente nel trionfo del colore. L’impeto futurista è evidente nelle opere del 2008: “Manifesto”, dove tra colori forti si intravedono sagome di auto veloci e aerei, e anche strumenti musicali, ma domina tutto l’insegna pubblicitaria in un rosso sfavillante; e “Manifesto pubblicitario” tra semafori e grovigli vari sovrastati dalla pubblicità.

Nello stesso anno il discorso si fa corale in“Caos metropolitano”dove trionfa la tavolozza di colori segnando un’evoluzione stilistica, del figurativo restano soltanto tracce, l’onda futurista sembra irresistibile. Ma la testimonianza resiste nella rivoluzione visiva, le tracce prendono corpo in “Metropoli” dove al semaforo del “Manifesto pubblicitario” si associano le due figurette femminili sulle sedie a sdraio e le due auto con gli sportelli aperti in alto, sovrastate sì, ma presenti, con uno strumento musicale sullo sfondo quasi a marcare il valore salvifico della musica.

Quando dipinge “Sotto l’ombrellone”, però, l’artista non recupera il figurativo in un’estensione dell’immagine sopra delineata ma viene di nuovo travolto dal caos espresso nell’impasto di colori con sagome indistinte che appaiono e scompaiono; medesima immersione caotica in Storie metropolitane”, la tavolozza è proprio tale, c’è un semaforo labirintico, un’auto che sfreccia, un viso femminile che spicca su uno sfondo rosso intenso.

Lo stesso nei dipinti del 2009, dove il brivido futurista si sente nella pelle e le dimensioni dei dipinti aumentano, tutti due metri per due, ci presentano dei veri e propri affreschi su tela.

Ecco “Roma”, l’ammasso di colori cupi che ne marcano l’impianto urbano e il cupolone bianco che tutto sovrasta.
“La fontana dei quattro fiumi”, un impasto colorato con i contorni della statua che rimandano alla figura umana; poi “Primavera”, con prevalenza del verde-azzurro, i colori della stagione e le gambe femminili che marcano la presenza umana. Questa presenza diventa prevalente nella “Figura in rosso”, grande immagine di donna in quel colore violento, distesa su un aggregato di luce e di colori freddi dove si vede e soprattutto si sente il caos, sia esso urbano oppure mentale.
Un ingrandimento sull’umanità individuale schiacciata dall’alienazione collettiva? In un certo senso sì, anche perché dal campo lungo si va al primo piano. Lo aveva già fatto con “Frutta” nel 2007, un grande viso femminile da diva che spicca nella tavolozza di colori con linee forti nei grandi occhiali e nelle labbra rosse. In “Ipnosi” del 2009 il volto diventa attonito e sofferto, da diva a donna, siamo portati a chiederci quale storia c’è dietro, l’opposto dell’esteriorità dell’altra immagine. “L‘enigma” dà un ulteriore ingrandimento, le grandi labbra rosse sono le protagoniste come in un’immagine surrealista, bilanciate dai grandi occhiali neri che riportano all’inconfondibile stile dell’artista.

L’approdo, dunque, si intende raggiunto nella figura femminile, il cui primo piano cerca di esplorare l’intimità, sia quella vacua con la frutta sia quella sofferta dell’ipnosi e dell’enigma?

Se si giungesse a questa conclusione l’artista si troverebbe imprigionato in un tema definito e finito, anche se ricco di spunti ma tale da porre un freno e un limite alla sua ricerca costante di libertà. Ci aiuta lui stesso a non avere dubbi nel negare questo epilogo. E lo fa con due dipinti dello stesso 2009: “Esodo”, dove la forza espressiva del colossale ingorgo di autoveicoli è tale da riproporre un quasi figurativo che si stempera nella tavolozza con tinte forti e contrastanti; “Controesodo”dove lo stesso ingorgo e una simile sostanza pittorica si sposta nel tempo libero con le sedie a sdraio affastellate come nell’esodo lo erano le automobili. Una sintesi fulminante, che non è episodica e improvvisata o sopravvenuta nel 2009, già nel 2007 il suo “Strada”, di dimensioni poco più piccole, un quadrato di un metro e quaranta, mostrano la fila alienante di autovetture tra macchie bianche e rosse che illuminano un ambiente cittadino consueto, come lo è l’esodo e il controesodo.

Il viaggio nell’umanità di Tamburro

Ciò posto, a dimostrazione che non c’è un approdo conchiuso, ed è bene che sia così, come dare una visione d’insieme di un’opera così variegata ma insieme unitaria? Dal punto di vista espressivo possiamo evocare la caratteristica più appariscente con le parole di Paola Di Giammaria, che ha curato la mostra e il bel catalogo: “L’amore per la materia primaria, il colore, è la sua costante. Le campiture di colore che costituiscono le forme e i contenuti della sua pittura”. Un colore che viene così declinato: “Il colore con tutte le sue sfumature, da quello plumbeo quasi grigio di certe pareti, a quello acceso del mare sotto il sole fino ancora a quello chiarissimo che sfuma in un bianco puro, è il protagonista dei dipinti di Tamburro”.

Per la forme e i contenuti il motivo unificante della realtà non basta, occorre andare oltre. La curatrice della mostra evoca la dimensione temporale: “Al di fuori di mode e tendenze, da sempre Tamburro si misura con il tempo… E’ il senso del tempo che si può leggere nelle sue tele: a volte è un tempo sospeso, quasi bloccato, è il tempo del pensiero, del distacco e della riflessione, come si vede in certi passaggi assolati dipinti dall’artista; altre volte è il tempo convulso della velocità, quello del ritmo frenetico quotidiano che tutto inghiotte, ed ecco comparire città piene di luci e insegne, con file interminabili di automobili e i tetti che quasi si confondono con macchie di colore”. E’ proprio vero, si sente tutto questo al punto di far intitolare la mostra “Senso del tempo”.

Ma vorremmo aggiungere l’altra dimensione, lo spazio. Non in termini esteriori, quanto interiori. Lo evoca in qualche modo anche Crispolti parlando della “sostanza stessa del suo fare al di là dei singoli soggetti e delle varie idee, sovente molto acute, che il pittore mette in campo per una sua personalissima ricostruzione dello spazio urbano e delle molteplici sensazioni che il pulsare della vita provoca nella sua mente fervida”. E’ uno spazio anch’esso a geometria variabile: come il tempo può essere sospeso o scorrere frenetico, così lo spazio può essere privato e intimo o pubblico e alienante.

La dimensione personale a cui corrisponde intimità e sospensione, come quella metropolitana che ha in sé frenesia e alienazione urbana unificano di volta in volta tempo e spazio, ma si differenziano l’una dall’altra in modo così netto da non mostrare collegamenti visibili e immediatamente percepibili nella forma come nei contenuti, anche il colore è differenziato.
Proprio questo avvicinamento e insieme allontanamento dei due motivi ci porta a quella che ci sembra una sintesi unificante: è sempre il viaggio protagonista dell’arte di Tamburro, viaggio iniziato nell’infanzia che continua, nel quale troviamo soste anche prolungate quando la realtà lo reclama. La Di Giammaria dice che la realtà di Tamburro “finisce per coincidere con l’avventura umana”, i suoi soggetti “diventano veri documenti poetici che si misurano non solo con il tempo ma con la vita dell’uomo”. Vita che viene esplorata e vissuta con questo viaggio che non finisce mai, nel quale troviamo, è la nostra opinione, il segno identificativo e il sigillo dell’opera dell’artista.

Le fasi temporali corrispondenti a fasi spaziali, come si è visto, identificano tappe diverse del viaggio di Tamburro. Nel quale ci si ferma a meditare dinanzi all’intimità, alla solitudine, all’abbandono; come ci si ferma abbagliati dallo spettacolo ciclistico penetrandolo nel profondo; fino ad essere travolti dal caos metropolitano dove solo la musica può dare elevazione spirituale.

Mentre scriviamo questo resoconto sentiamo alla radio Dori Grezzi dire che la musica di Fabrizio De Andrè viene definita come un viaggio nella vita. E’ una notazione affettuosa che ci conferma nell’interpretazione del percorso di Tamburro, con le sue soste e le sue accelerazioni, come in ogni viaggio, anche se per i contenuti ci fa pensare piuttosto a Franco Califano: dove non troviamo le denunce e l’impegno politico e culturale del grande Fabrizio ma l’abbandono dinanzi ad una realtà fatta di sentimenti e introspezione, e anche di violenza e alienazione metropolitana, addirittura alcuni dipinti di Tamburro sembrano coincidere con i suoi monologhi desolati o rassegnati.

Anche la mostra è una tappa del viaggio dell’artista, il suo percorso continua e siamo certi che le nuove tappe saranno in ascesa. Perché riesce a leggere dentro la società e la vita, a guardare dentro noi stessi. Più di quanto riusciamo a fare nella quotidianità. E’ vero quello che ci ha detto e abbiamo scritto all’inizio, e ci sembra sia la migliore conclusione: “Gli artisti vedono ciò che alla gente comune sfugge e poi lo raccontano in modo trasfigurato ed essenziale, hanno il dono della sintesi”.