Castelli d’Abruzzo: una ricognizione sui castelli e le struttura fortificate aprutine

Il territorio abruzzese appare segnato in maniera diffusa e profonda dalla presenza di castelli e strutture fortificate disseminate nel suo paesaggio. Dalla fascia costiera a quella collinare e pedemontana fino alle aree interne, la regione è costellata di esemplari architettonici di grande varietà, sia tipologica che cronologica, che possono, per certi versi, raggrupparsi proprio in relazione a questi ambienti geografici.

Esaminando la zona litoranea, si nota immediatamente che essa conserva un numero minore di opere militari rispetto all’interno. Una carenza dovuta essenzialmente a due fattori: da un lato la minore difendibilità di queste aree, più aperte ed esposte al pericolo dell’attacco dal mare; dall’altro il fortissimo sviluppo urbano di queste zone in epoca recente, che ha naturalmente alterato in modo drastico le presenze antiche. Le poche tracce rimanenti sono in grado comunque di descrivere un paesaggio segnato, soprattutto dal cinquecento in poi, da un sistema di torri costiere anticorsare, tutte molto simili tra loro, che costituiscono la testimonianza sicuramente più cospicua del patrimonio litoraneo.

Rientrano a pieno titolo in questa tipologia le torri di Martinsicuro, della Vibrata, del Salinello, la torre di Cerrano e quella di Punta Penna. Sono anche attestati in questa area geografica nuclei urbani difesi da mura, di cui restano sporadici elementi superstiti, come a Giulianova, Tortoreto, Francavilla.

Uniche presenze imponenti, legate alla difesa dagli assedi e dunque alla tipologia morfologica del castello rinforzato da bastioni possono considerasi, nella fascia costiera, il forte di Vasto e il castello aragonese di Ortona. Le aree collinari e montane sono decisamente più ricche di edifici militari e fortificati. Le tipologie architettoniche sono più variegate, in relazione anche alle più complesse vicende storiche ed insediative di questa parte della regione. Le costruzioni in essa disseminate si possono ricondurre infatti a molteplici radici; in primo luogo all’esigenza di difesa dalle incursioni ungare e saracene che danno l’avvio, dal IX all’XI secolo.

Le popolazioni vanno alla ricerca di abitati difesi “naturalmente” dalle alture, fortificando a volte antichi insediamenti risalenti all’epoca italica, creandone a volte di nuovi intorno a pievi o villae sparse.

A partire dall’età longobarda fino al XII secolo, inoltre, sorgono ovunque torri di avvistamento, destinate in alcuni casi a rimanere isolate, come quelle di Aielli e Collelongo, in altri, a divenire fulcri intorno ai quali si addenseranno in età normanna, sveva e aragonese, corpi fortificati più articolati che in alcuni casi andranno ad assumere anche funzione abitativa (Roccascalegna, Pettorano sul Gizio, Popoli, Roccacasale, Palmoli, Crecchio…). Altre strutture nascono più esplicitamente con connotazioni residenziali, assumendo un aspetto ibrido tra il palazzo fortificato ed il castello vero e proprio. Esse rimangono come testimonianze della storia e della potenza delle più importanti famiglie feudali presenti sul territorio regionale come gli Orsini il cui nome è legato ai castelli di Avezzano e Scurcola Marsicana, i Piccolomini, “committenti” dei castelli di Capestrano, di Balsorano e di Ortucchio, e i Santucci, antichi proprietari del palazzo di Navelli. In altri casi, gli insediamenti fortificati furono il frutto dell’espansione territoriale operata, nei confronti dell’Abruzzo, dai grandi monasteri benedettini di Montecassino, S.Vincenzo al Volturno e Farfa fin dall’alto medioevo; spesso infatti, intorno ad abbazie e “grange” si crearono veri e propri agglomerati fortificati come fu il caso, ad esempio, di S. Benedetto in Perillis.

Col trascorrere dei secoli molte di queste straordinarie testimonianze del passato sono andate perdute, altre sono state irrimediabilmente danneggiate dal tempo, dall’abbandono, dalle calamità naturali e sono oggi rimaste allo state di rudere, conservando comunque un fascino potente reso in molti casi spettacolare dal contesto paesaggistico circostante; in altri casi le strutture però hanno avuto un riutilizzo, sono cioè giunte, attraverso opere di restauro considerevoli, a riacquistare un ruolo culturale importante per le città; in particolare in molti casi, castelli e torri sono diventati musei, ambienti espositivi, alberghi, ristoranti come ad esempio Castel di Septe a Mozzagrogna, ostelli, spazi per convegni e in un caso (torre di Aielli) perfino Planetarium.

L’evoluzione dell’architettura fortificata in Abruzzo

L’architettura fortificata,sebbene versi in condizione di rudere o di abbandono nella maggior parte dei casi, rappresenta un interessante aspetto del patrimonio monumentale dell’Abruzzo e ne caratterizza fortemente il paesaggio; infatti, poche regioni italiane offrono una varietà di fortificazioni così ampia, e spesso con esempi davvero interessanti,se non addi¬rittura di notevole pregio come la rocca di Calascio (L’Aquila),oppure il forte del L’Aquila.
L’origine e la costruzione dei fortilizi abruzzesi è ovviamente legata a necessità di avvistamento e di difesa, nonché di controllo della viabilità più importante e dei confini da sempre instabili o minacciati dopo la caduta dell’Impero Romano, ma è per lo più incerta la relativa datazione. Inoltre la necessità e l’urgenza di trovare un luogo ove rifugiarsi, in alcuni casi, portano alla riscoperta di siti già muniti di difesa nel periodo preromano ed ora ritenuti nuovamente idonei, come ad esempio nel caso di Leporanica presso Prata d’Ansidonia (L’Aquila) in cui, assieme alla cerchia muraria medievale, è ancora visibile un tratto della cinta risalente all’epoca vestina. Per comprendere l’evoluzione delle fortificazioni abruzzesi è necessario effettuare confronti con esempi delle regioni più prossime: per l’XI ed il XII secolo sono importanti le fortificazioni superstiti dell’architettura normanna nell’Italia meridionale, mentre per il XIII secolo non va sicu¬ramente dimenticato l’apporto di quel “promotore” dell’architettura fortificata che fu Federico II di Svevia. Per i secoli successivi occorre riferirsi soprattutto agli esempi della Campania e del Lazio per i rapporti che sussistevano tra l’Abruzzo e queste regioni.

Castelli e castra nelle fonti antiche

Le fortificazioni,che sono dette castella o castra nelle fonti antiche,presentano una varietà di tipi estremamente vasta: dalle semplici torri di avvistamento e di con¬trollo sino, in alcuni casi, alle città. L’Impero Romano, soprattutto nell’età tardo-antica (III – V secolo d.C.), aveva provve¬duto alla realizzazione di insediamenti fortificati, che erano importanti centri strategici per il controllo del territorio.
Durante l’impero bizantino si mantenne questa tradizione,specialmente nelle for¬tificazioni intorno a Roma, anche dopo l’arrivo dei Longobardi e fino all’VIII secolo.
Lo sviluppo delle fortificazioni avvenne in seguito a situazioni di pericolo legate alle scorrerie ungare o alle aggressioni saracene, ma i tempi dell’incastellamento sono legati sia alle condizioni economiche e politiche,sia al tipo di aggressio¬ne dal quale derivava l’insicurezza. È quindi probabile che proprio le tecniche di offensiva dei Saraceni, cui seguiva la deportazione dei prigionieri che veniva¬no poi venduti come schiavi, siano alla base dello sviluppo più tardivo di tale fe¬nomeno, rispetto alle zone colpite dalle scorrerie degli Ungari.
Infatti,è proprio lungo le coste dell’Italia meridionale che si verificano le prime aggressioni esterne dopo la caduta del l’Impero Romano, ma paradossalmente in queste zone per lungo tempo non venne organizzato un sistema di fortificazio¬ni, che iniziò solamente in concomitanza con la fine del pericolo. La realizzazione delle fortificazioni è le¬gata sia a necessità di difesa dalle incur¬sioni esterne,sia a ragioni di carattere po¬litico, particolare all’instabilità interna causata dai tentativi di affermazione e di sopraffazione,sia a ragioni di ordine eco¬nomico, poiché i grandi proprietari ter¬rieri avevano la necessità di difendere il loro latifondo e coloro che vi risiedeva¬no, assicurandosi in tal modo il manteni¬mento del loro potere. Infatti è noto che nell’Italia settentrionale si assiste al sor¬gere di fortificazioni già sul finire del secolo IX, mentre tale sviluppo tende a ri¬tardare nell’Italia centrale e meridionale: in Toscana questo fenomeno si sviluppa nei primi anni del X secolo, mentre in Campania intorno alla metà di questo se¬colo. Va però rilevato che, anche nell’Italia settentrionale, territori interessati dal¬le scorrerie saracene, come la riviera ligure e le sue zone limitrofe fino al Piemonte occidentale, presentano un forte ritardo nella costruzione di castelli. L’incastellamento, che si veniva realizzando sin dai primi anni del X secolo, si attuava principalmente in due modi: la fortificazione costruita intorno oppure nelle immediate vicinanze di un centro abitato,o di una chiesa.

Evoluzione delle fortificazioni

L’apparato fortificatorio, nei casi documentati, denota un progressivo perfezionamento che va dal semplice fossato, munito di palizzate, alle mura con fossato, eventualmente preceduto da palizzata; inoltre la porta d’accesso già nell’XI secolo viene protetta da un percorso d’ingresso articolato in modo da sotto¬porre l’assalitore alla difesa piombante (lancio di oggetti dall’alto delle mura), oppure al tiro di fiancheggiamento (per colpire lateralmente l’assalitore) effettuato da un’adiacente torre più alta della cinta muraria. Infatti alcune monete, datate tra il 1052 e il 1077 ed in uso nell’Italia meridionale, rappresentano città murate con torri, porta con saracinesca e merlature.Tale fortificazione doveva rap¬presentare una struttura difensiva sufficientemente sicura negli ultimi decenni dell’XI secolo.
A volte la torre costituisce l’elemento iniziale del fortilizio ma, già presente in alcuni casi nel castello intorno alla metà del X secolo, diventa elemento costante verso la fine del secolo successivo, quando nei castelli ne compare almeno una. All’interno dell’impianto le abitazioni dei residenti sono simili a quelle di qualunque altro villaggio non fortificato: le case sono in muratura e di legno, magari su più piani, coperte da tetti di paglia o assi di legno; sono ordinate su strade, magari parallele, e separate tra loro da orti; nell’insediamento, inoltre, vi sono piazze e chiese.
Anche l’Abruzzo, con la caduta dell’Impero Romano che ne coinvolse la struttura socio-politica, venne esposto alle invasioni esterne.
Secondo la Cronaca di Casauria, prima della fondazione dell’omonima abbazia benedettina (872), nella regione comparivano solo ville e casali e nessun castello era ancora edificato, mentre gli uomini vivevano senza il timore della guerra fino all’arrivo dei Saraceni, i quali in seguito giunsero ad occupare e bruciare il monastero stesso; poi,cessato il pericolo delle scorrerie e per ripararsi da futuri saccheggi, si cominciò a fortificare le “ville”, cioè i borghi, e comparvero edifici fortificati.
Con la conquista dell’Abruzzo da parte dei Normanni, iniziata verso la se¬conda metà dell’XI secolo e completata intorno alla metà del XII,l’incastellamento si struttura in modo organico. Inoltre,là dove esistevano già delle fortificazioni, queste o divennero di proprietà dei nuovi signori, oppure venne instaurato un rapporto di vassallaggio con questi ultimi, mentre nei casi in cui i “castellani” aprirono le porte ai nuovi dominatori, questi pretesero comunque obbedienza, ma forse concessero maggiori autonomie o libertà.
Fu questo, probabilmente, il periodo durante il quale si realizzarono dei recinti murari finalizzati,secondo il Perogalli, ad offrire ricoveri temporanei in caso di pericolo, oppure si disposero le case dei centri abitati in maniera tale da limitare al minimo i varchi d’accesso e renderli più facilmente difendibili, come ad esempio avviene nel ricetto di Castel del Monte (L’Aquila).
Nella logica difensiva secondo la quale, per scoraggiare gli at¬tacchi, venivano scelti luoghi già naturalmente difendibili e quindi in posizione preferibilmente elevata e non a ridosso delle strade principali, appare per lo meno strano che il castello-recinto venisse utilizzato solamente in caso di pericolo imminente.
Probabilmente all’interno di queste fortificazioni potevano trovarsi modeste abitazioni in legno, che oggi sono ovviamente scomparse, e che al riparo della cinta fortificata, costata fatica e denaro, erano in grado di ospitare le poche decine di famiglie del borgo, le quali potevano così godere di una certa tranquillità ed evitare l’assalto di sorpresa sia durante la notte, sia durante il giorno mentre venivano svolti i lavori nei campi o venivano portate al pascolo le greggi.
Ad ogni modo, nel corso del XII secolo, si assiste ad un graduale perfezionamento della struttura difensiva delle fortificazioni per adeguarla alle nuove tecniche di assedio che, nel frattempo.si erano evolute: infatti è opinione comune che, in seguito ai contatti con la cultura araba e bizantina, conseguenti alle crociate, alcuni miglio¬ramenti si sarebbero realizzati e diffusi in Francia e in Inghilterra e quindi nel resto d’Europa. Tuttavia recenti studi permettono di integrare e correggere questa ipotesi infatti non va dimenticato che, già prima delle crociate, in occidente era stata riscoperta la trattatistica antica che faceva riferimenti alla strategia militare, e che nell’ Italia meridionale, occupata dai Normanni, venivano già praticate evolute tecniche di assedio, diffuse nel resto d’Europa almeno dalla metà del XII secolo probabilmente attraverso le flotte genovesi e pisane.

Impiego delle macchine da guerra

Già nell’assedio di Crema (Cremona) del 1159, i cronisti dell’epoca ricordano la presenza di macchine come le torri mobili d’assedio, le tettoie mobili dette gatti, e le macchine ponte mediante le quali si potevano riempire i fossati e dominare dall’alto le mura del fortilizio assediato e quindi colpire i difensori con le frecce scagliate dalle balestre, armi che per la loro potenza e precisione vennero usate con sempre maggiore frequenza. Tra le macchine da guerra impiegate in questo periodo sono di notevole importanza quelle da getto, quali le petriere ed i mangani, mentre sul finire del XII secolo il trabucco consente di lanciare proiettili di pietra intorno al quintale di peso. Tornano inoltre ad essere ampiamente utilizzate le gallerie di mina e le materie incendiarie, già note in età classica. Tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, la documentazione rivela un miglioramento delle tecniche costruttive delle mura: la muratura saldata con calce sostituisce quella a secco, mentre compaiono parapetti e cammini di ronda sulle cinte murarie, e le fortificazioni vengono migliorate con passerelle lignee retrattili per superare il fossato o i ponti mobili (o basculanti) in uso fino a tutto il XIII secolo, e con la realizzazione di un ulteriore fossato esterno e di un’altra cerchia difensiva. Nell’Italia centro-settentrionale della metà del XII secolo compare inoltre il dongione, evoluzione degli edifici signorili già esistenti nei secoli precedenti in alcuni importanti castra, che si diffuse ampiamente nel XIII secolo allorché, cinto da mura e da fossati propri, andrà a costituire il nucleo più munito dell’intero complesso castellano. Agli angoli e lungo la cinta muraria delle fortificazioni venivano disposte delle tor¬ri, opportunamente distanziate fra loro, ma esistevano anche esempi di fortilizi le cui torri non fuoriuscivano dal tracciato planimetrico, come ad esempio nella parte più antica del borgo murato di Ocre (L’Aquila).
Queste torri irrobustivano le cortine, rafforzavano gli angoli ed inoltre permettevano di opporre una più incisiva reazione all’eventuale assalto là dove l’intensità di tiro dei difensori sarebbe stata, altrimenti, meno efficace. Successiva¬mente si fecero sporgere queste torri esternamente rispetto al perimetro delle mura, permettendo così il tiro di fiancheggiamento al quale veniva sottoposto l’assalitore. Si tratta del superamento del semplice tiro frontale, effettuato dal di¬fensore con scarsa efficacia contro il nemico che poteva proteggersi con lo scudo. Va però rilevato che questa tecnica difensiva, notevolmente diffusa nel Medioevo, era già stata usata dai Romani e dai Bizantini.

Diffusione dei ponti levatoi

Nel XIV secolo si diffonde l’uso dei ponti levatoi, nonostante in alcune località fossero già in funzione nel secolo precedente, mentre sul finire del XIV secolo in Francia si introduce il doppio ponte leva¬toio per la porta pedonale e la porta carraia.
Esistevano già altri accorgimenti che consentivano un ruolo più attivo del¬la difesa, come le feritoie, per lo più verticali e strombate verso l’interno, e le merlature, che offrivano maggiore protezione al difensore mentre si riarmava o durante l’assalto inoltre fanno la loro comparsa le piombatoie dalle quali si potevano gettare oggetti contundenti in genere su¬gli assalitori per proteggere, inizialmente, gli accessi ed i passaggi obbligati della fortificazione.
Successivamente, intorno alla fine del XIV secolo, anche le torri e le cortine vennero munite di una struttura sporgente verso l’esterno, sostenuta da beccatelli, cioè da mensole in pietra o in mattoni,che erano alternati alle caditoie, sorta di botole attraverso le quali si effet¬tuava il tiro piombante cui l’assalitore ve¬niva sottoposto mentre cercava di scala¬re le mura.
Questo apparato a sporgere, molto diffuso fino allo scorcio del Quat¬trocento, è un importante elemento di datazione del monumento, per lo meno relativo all’intervento circoscritto e verrà impiegato in modo sistematico nella rocca.

Dal castello alla rocca

II termine “rocca” è usato con diversi significati: può indicare un fortilizio d’altura, oppure, nella locuzione “rocchetta”, l’estremo baluardo del castello,ove si po¬teva concentrare l’ultima difesa.
Recentemente con questo termine si intende indicare un tipo di fortificazione molto diffuso nella seconda metà del XV secolo, finalizzato ad un uso soprattutto militare (sostituitasi al castello, comparve per lo più dal Lazio all’Emilia) ed è presente in Abruzzo con l’esempio di Avezzano (L’Aquila).
Nelle rocche, la cui pianta era preferibil¬mente quadrilatera, le torri angolari, che fino ad allora erano più alte delle mura, vennero abbassate e portate alla stessa altezza di queste e quindi vennero tra¬sformate in massicci torrioni, per lo più cilindrici, più idonei a resistere alle prime armi da fuoco.
Inoltre le cortine dell’intero perimetro, che erano state aumentate di spessore, vennero coronate da una struttura sporgente che, oltre a permettere il tiro piombante assieme a quello frontale e di fiancheg¬giamento, agevolava rapidi spostamenti dei difensori.
Verso la fine del XV secolo, con la diffusione dell’uso dell’artiglieria, l’apparato a sporgere e la merlatura divennero facili bersagli e di conseguenza furono via via eliminati. L’effetto dirompente della palla in pietra, che poteva raggiungere i 60 centimetri di diametro (successivamente vennero usate palle di ferro con una maggiore forza di penetrazione), aveva maggiore efficacia su una parete piana piuttosto che su una curva, sulla quale il proiettile poteva rimbalzare.
Occorre ricordare che, nel XIV secolo e nei primi decenni del Quattrocento, l’invenzione della polvere da sparo aveva portato alla realizzazione di artiglierie i cui effetti non erano più devastanti di quelli causati dai proiettili scagliati dalle macchine d’assedio medievali. Infatti, verso la metà del XV secolo, assieme alle artiglierie, venivano ancora usate macchine per lanciare le pietre, come è dimostrato nell’asse¬dio di Manfredonia (1442-43), in cui venivano adoperati contemporaneamente sia i trabucchi che le bom¬barde. Noti eventi storici testimoniano in vece la potenza raggiunta dalle armi da fuoco in pochi anni: la caduta di Bisanzio nel 1453 sotto i colpi delle bombarde; musulmane, e la discesa in Italia nel 1494 di Carlo VIII che, sebbene sul territorio fosse disseminata una moltitudine di ca¬stelli, non trovò grande resistenza grazie alla sua artiglieria campale che poteva sparare palle di ferro e, montata su ruote, aveva il vantaggio di poter effettuare rapidi spostamenti.
Ma già prima che Carlo VIII venisse in Italia, i più famosi architetti e teorici italiani dell’epoca avevano pensato, studiato e progettato soluzioni e nuovi accorgimenti per le fortificazioni, che però non vennero realizzati per motivi di ordine economico.
La rocca del Quattrocento, che era nata in risposta alla comparsa delle artiglie¬rie, costituiva comunque un migliora¬mento difensivo del castello, ma, di fronte alla continua evoluzione tecnologica e all’efficacia dell’artiglieria degli assedianti, era necessario trovare sempre nuove risposte che andassero oltre la sola realizzazione di spessori murari sempre più massicci.
Con Francesco di Giorgio Martini (1439-1502), studioso,teorico ed architetto militare, si superò questo limite attraverso la scelta di costruzioni basse, robuste e, specialmente, con forme che lungo l’intero perimetro dovevano evitare la presenza di superfici piane, per sopportare meglio i colpi inferti dall’artiglieria. Egli realizzò rocche dalle forme originali, operò principalmente nelle Marche, probabilmente anche in Puglia e, sul finire del 1490, secondo A. Ghisetti Giavarina potrebbe aver visitato i più importanti possedimenti di Gentile Virginio Orsini e tra questi, in Abruzzo, almeno Tagliacozzo, Avezzano, Scurcola.

Il forte bastionato come evoluzione della rocca

L’evoluzione dell’architettura militare portò alla realizzazione del forte bastionato, il quale viene attribuito a Giuliano da Sangallo, che operò per la committen¬za medicea e papale intorno alla fine del Quattrocento; alcuni disegni di France¬sco di Giorgio Martini di questo periodo sono però la probabile fonte d’ispirazio¬ne del Sangallo.
La bastionatura in corri¬spondenza degli angoli modificò l’orga¬nizzazione e l’aspetto della fortificazione la quale, almeno in un primo tempo, ri¬prese per lo più la pianta quadrilatera del castello.
In seguito, nella gola del bastione, si disposero artiglierie che esercitavano il tiro radente, e ciò consentì una migliore organizzazione difensiva di con¬seguenza si poteva effettuare il tiro incrociato, in base al quale le singole parti del castello concorrevano alla realizzazione di una difesa d’assieme per far trovare l’assalitore in una posizione insostenibile.superando così il concetto del castello o della rocca in cui ogni punto reagiva singolarmente.
Inoltre vennero allargati e migliorati i fossati, furono eliminate le merlature, che vennero sostituite, tra una batteria e l’altra, da merloni, ossia parapetti lunghi, bassi e arrotondati.
Il forte spagnolo dell’Aquila, progettato dall’architetto spagnolo Escrivà verso il 1534 e costruito nei due decenni succes¬sivi, rappresenta sicuramente un impor¬tante esempio di questo sistema difensivo effettuato con tiro incrociato, e conservatosi integro fino ad oggi per non essere mai stato sottoposto ad attacchi.
In questa rapida esposizione sull’architettura militare si è potuto osservare come lo scopo fondamentale della sua evoluzione tipologica fosse costante¬mente quello di garantire ai difensori una situazione favorevole rispetto a quel¬la degli assalitori i quali,a loro volta,erano spesso mercenari o soldati di mestiere, e quindi più esperti circa le tecniche militari.
La tipologia castellana abruzzese aderisce a quella generale italiana, e secondo il Perogalli, può essere riassunta, in ma¬niera schematica, nei seguenti principali tipi architettonici.

Le tipologie delle fortificazioni in Abruzzo

La torre isolata, quasi esclusivamente medievale, aveva generalmente il compito di controllare il territorio, avvistare l’e¬ventuale nemico e segnalare situazioni di pericolo; spesso era inserita in un sistema “a catena” che consentiva di comunicare mediante segnali per lo più di fuoco o di fumo, e di organizzare rapidamente le adeguate misure difensive.
In Abruzzo vennero realizzate sia la torre a pianta quadrata che quella a pianta circolare, mentre quella a pianta poligonale può essere considerata un caso eccezionale; infine il puntone, con pianta a pentagono irregolare, raramente isolato, rap¬presenta per lo più il mastio di un recinto fortificato.
Tra le torri a pianta quadrata è interessante ricordare quella di Castel di Ieri (L’Aquila), realizzata in pietra, e quella di Ripattoni di Bellante (Teramo), costruita prevalentemente in mattoni e coronata da un apparato a sporgere.
Mentre tra le più rilevanti torri a pianta circolare si possono citare quelle di Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila),con apparato a sporgere, di Venere di Pescina (L’Aquila), di Collarmele (L’Aquila), tutte costruite in pietra.
Singolare è la torre di Trasacco (L’Aquila), in pietra, che si imposta su pianta quadrata nella parte inferiore ed è data¬bile alla metà del XIII secolo, mentre un verosimile intervento successivo aggiunse una struttura cilindrica che la elevò ulteriormente e che venne provvista supe¬riormente di una struttura a sporgere.
Un altro esempio interessante è rappre¬sentato dalle torri di Aielli (L’Aquila), di Santa lona (L’Aquila) e di Sperone (L’A¬quila), ove la torre in pietra presenta esternamente una pianta circolare men¬tre al suo interno è di forma ottagonale: scelta probabilmente dovuta “all’architettura colta” del progettista.
La torre quadrata di Introdacqua (L’Aquila) è inserita in una cinta poligonale a scarpa, anch’essa in pietra, che aveva la funzione di impedire l’assalto diretta torre: è probabilmente uno dei migliori esempi del suo genere conservato in Italia.
Le torri a pianta pentagonale sono per lo più diffuse nell’area compresa tra Casci¬na (L’Aquila), ove attualmente compare isolata,fino a Rocca Pia (L’Aquila),ed an¬novera tra gli esemplari meglio conserva¬ti quelli di Barisciano (L’Aquila), di Beffi (L’Aquila), Camarda (L’Aquila), Caporciano (L’Aquila), Pescina (L’Aquila), San Pio delle Camere (L’Aquila), Rocca Pre¬turo di Acciano (L’Aquila),tutte in pietra e facenti parte però di recinti fortificati, come si vedrà più avanti. Anche il fortilizio di Pettorano sul Gizio (L’Aquila),che ha l’aspetto di un castello, fu costruito in pietra attorno ad una precedente torre pentagonale, che ne divenne il mastio.
Le torri costiere devono essere inquadra¬te in un sistema più ampio, in quanto fa¬cevano parte di un progetto difensivo del Regno di Napoli ed avevano la funzione di avvistamento anticorsaro. Per l’Abruz¬zo si possono citare i pregevoli esempi di Cerrano (Teramo), Martinsicuro (Teramo), Salinello (Teramo), Vibrata (Teramo), Mucchia (Chieti), Punta Penna (Chieti). Esse vennero realizzate nel XVI secolo in laterizio e presentano una for¬ma tronco-piramidale conclusa da una struttura a sporgere con troniere.
Un altro esempio particolare è costituito dalla torre triangolare di Sutrium presso Bussi (Pescara), costruita in pietra e fa¬cente parte di un impianto difensivo più complesso del quale resta l’unico ele¬mento superstite, e dalla torre di Monte Gualtieri (Teramo) realizzata in laterizio.
Il castello-recinto, diffuso in età medieva¬le, è un fortilizio costituito da un recinto in muratura, generalmente a forma di triangolo isoscele con il vertice in alto occupato da una torre a puntone detta mastio, rivolta a monte ed utilizzata con funzione di avvistamento, di segnalazio¬ne o di comando, ed inizialmente pure come abitazione del feudatario. Solita¬mente è ubicato a mezzacosta ed è mol¬to diffuso nell’Abruzzo interno, ma ve ne sono di simili anche in Umbria come quello di Bazzane di Spoleto. Uno dei più pregevoli esempi di questa tipologia è quello di San Pio delle Camere (L’Aquila), ma sono altresì interessanti quello di Roccacasale (L’Aquila), Camarda (L’Aquila) e persino quello di Pizzoli, trasformato nel Sei¬cento in villa dal cardinale de Torres, ove è ancora visibile il mastio. Nel caso di Ba¬risciano (L’Aquila), si può parlare invece di un esemplare di alta quota: occupa infatti la cresta della montagna. Il Perogalli ritiene che queste fortificazioni fossero sufficientemente ampie per accogliere in caso di pericolo la popolazione che vi¬veva più a valle, ma il caso di Beffi (L’Aquila) testimonia che all’interno del re¬cinto vi erano abitazioni e quindi si potrebbe parlare di piccoli borghi fortifi¬cati o, nel caso di residenze anche dei feudatari, di castelli. Viene spontaneo aggiungere alla serie il molisano caso di Pesche (Isernia) ove una delle torri in basso, rotonda -un’eccezione in questo genere di fortilizio- in sommità era piccionaia: una notevole risorsa alimentare, ma forse utiliz¬zata pure per comunicare a distanza.

Roccasale (Aq)

Il castello di Roccacasale, situato alle pendici del Monte Morrone, in forte pendenza, domina dalla sua posizione la strada che collega Popoli a Sulmona. La leggenda narra che fu edificato nel 925 d.C. per volontà del Conte di Spoleto per tentare di sbarrare agli Arabi la strada della Valle del Sangro e del Piano delle Cinquemiglia. Successivamente, tra il medioevo ed il rinascimento, le vicende del castello si legarono prima alle sorti dei Cantelmo, poi, a partire dalla fine del XVI secolo, ai Baroni De Sanctis che ne mantennero il dominio fino al 1803, anno in cui il castello fu attaccato e distrutto in seguito all’invasione napoleonica. Il complesso è costituito da un recinto ad andamento triangolare al cui vertice nord campeggia la torre-puntone, posta a protezione degli attacchi dall’alto, oggi parzialmente crollata ma ancora leggibile nel fianco sud-est. Il castello può essere accostato, per le sue caratteristiche, ai recinti fortificati situati a controllo della Piana di Navelli (Fossa, Barisciano e San Pio delle Camere) ma pur rientrando perfettamente nella tipologia del castello-recinto, esso presenta degli aspetti estranei agli altri manufatti. Infatti, lungo il lato a valle, che si affaccia sul borgo, si vedono chiaramente i resti di un poderoso palazzo baronale che testimoniano l’uso residenziale che assunse nei secoli la struttura, oltre a quello difensivo; altre tracce di costruzioni e di ambienti vari (cisterne, fondamenta, etc.) si individuano all’interno del recinto, con lacerti murari di modeste proporzioni, dato il processo avanzato di distruzione cui il castello è andato incontro nei secoli. Nel corso degli anni novanta (1994-1996) il complesso è stato sottoposto a restauri conservativi volti all’arresto del degrado strutturale e al recupero architettonico e funzionale della zona più a valle del fabbricato. Il castello, proprietà del Comune di Roccacasale, in seguito all’edificazione di una struttura da adibire a museo e sala congressi polifunzionale, realizzata all’interno del recinto murario, ospita dal 2004 il Museo della Documentazione e delle tradizioni popolari.

Pesche (IS)

Pesche — già feudo dei Caldera — sorge all’altitudine di m 732 sul pendio del Monte San Bernardo, a settentrione della strada fra Campobasso ed Isernia, a pochi chilometri da quest’ultima. Pur trattandosi di un monumento del Molise, merita notare la sua posizione occidentale, che lo avvicina alquanto a Sulmona ed a Pòpoli, e dunque alla zona dei castelli-recinti della provincia de L’Aquila. La icnografia è anzi la medesima: un recinto tracciato a monte dell’abitato, su un terreno accidentato ed in pendenza molto accentuata, persine maggiore che in quelli. Più breve invece è la distanza fra le ultime case dell’abitato ed il castello-recinto; così che il trasferimento da quello a questo poteva avvenire in tempi più contratti e con minore disagio. Del resto lo stesso abitato — contrariamente a quanto si constatò altrove — posa su un terreno appena meno inclinato di quello su cui insiste il superiore castello-recinto.
Tutto ciò rende parecchio più stretto il rapporto fra i due, che difatti assieme costituiscono quasi un’unità, nei confronti dell’ulteriore rapporto fra essi e l’intero ambiente paesaggistico circostante. Naturalmente, poiché il paese — che fra l’altro possiede notevoli esemplari d’architettura minore, talora raggruppati attorno a spazi liberi di vivo interesse — è tuttora abitato, mentre il castello-recinto è monumento « morto », il distacco fra i due è pur palese, ma tale evidenza s’impone soprattutto dalle distanze brevi; in pratica uscendo dall’abitato verso monte.
Una volta guadagnato il castello-recinto, pur nella conferma di quanto affermato sopra sul piano icnografico, si nota in quest’esempio molisano l’uso sistematico delle torri rotonde: tanto agli angoli che in posizione di rompitratta. Particolare, questo, che stabilisce una differenza non trascurabile con i ricordati castelli-re¬cinti abruzzesi.
A San Pio delle Camere, più che a qualunque altro, sembra comunque potersi avvicinare questo di Pesche, malgrado a monte (cioè a nord-est) non si trovi — come a San Pio — un puntone, bensì ancora una cortina muraria, ancorché parecchio contratta rispetto ai lati lunghi, vale a dire quelli il cui tracciato segue la pendenza del terreno. E’ anzi proprio tale tratto di cortina quello meglio conservato fra tutti, forse anche in quanto si trova stret¬to — e dunque protetto — fra due torri rotonde: quella verso settentrione tuttora coronata da merli, l’altra verso oriente invece cimata, così da raggiungere attualmente un’altezza di poco superio¬re a quella della cortina.
Ben conservata è infine la torre inferiore — pure rotonda — del lato lungo sud-est, che vanno superiormente adibita a piccionaia, e presenta un coronamento piano.

San Pio delle Camere (AQ)

Il castello di San Pio delle Camere, oggi allo stato di rudere, è aggrappato alle pendici del Monte Gentile, affacciandosi dalla montagna a controllo della valle sottostante e dell’area corrispondente al famoso Tratturo Magno, che collegava L’Aquila a Foggia. Il forte era posto a monte del paese ed inizialmente fungeva da rifugio per le popolazioni circostanti e per il loro bestiame, nei casi di maggior pericolo. Le prime notizie sul castello risalgono al 1173, quando risultava feudo dei baroni da Poppleto. La struttura, dato il forte pendio, dovette essere realizzata, nelle cortine e nel cammino di ronda, secondo la tecnica a gradoni; e se, da un lato, ciò costituiva un elemento di ostacolo per i difensori stessi, dall’altro, l’impervia disposizione garantiva una posizione vantaggiosissima nei confronti di eventuali assaltatori. La pianta si presenta triangolare, circoscritta da un puntone posto al vertice superiore e da più piccole torri rompitratta inserite nelle mura di cinta. La struttura originaria è stata più volte rimaneggiata nel corso dei secoli; un esempio è rintracciabile nelle mura che risultano sopralzate nell’ambito di lavori probabilmente riferibili al secolo XIV.
Ciò che oggi si presenta dinanzi ai nostri occhi è ciò che rimane dopo l’assalto di Braccio da Montone nel 1424, che coinvolse analogamente anche il forte di Barisciano.
La rocca d’altura ha il suo pregevolissimo esempio nella Rocca di Calascio (L’Aquila), situata a 1460 metri d’altitudine: essa si caratterizza per la pianta quadrata e per la presenza delle quattro torri circo¬lari scarpate agli angoli. Costruita in pie¬tra, probabilmente verso la metà del XIII secolo, presenta al suo interno il mastio a pianta quadrata verosimilmente di epo¬ca precedente. Alcuni elementi, fra i qua¬li il superamento delle difficoltà orografiche per l’attuazione del progetto, lasciano ipotizzare che il suo architetto facesse parte della cerchia federiciana.
Il castello, tra gli insediamenti fortificati, si distingue generalmente per la sua funzione a carattere residenziale-militare; organizzato per lo più attorno ad un corti¬le, ospitava il feudatario con la propria famiglia, il personale di servizio ed i suoi armati. Vi si amministravano la giustizia locale ed il territorio, ovviamente aveva compiti difensivi e, per le sue funzioni, sorgeva di solito in un luogo dominante idoneo al controllo delle più importanti vie di comunicazione.
Tra gli esempi abruzzesi più interessanti è possibile annoverare il castello di Cela¬no (L’Aquila), a pianta rettangolare con torrioni angolari leggermente sporgenti, munito di una cinta esterna, ad andamento irregolare, rafforzata da torri. Co¬struito in pietra, viene comunemente datato tra la fine del Trecento e la metà del Quattrocento.
Altro notevole esempio è il castello di Balsorano (L’Aquila), costruito verso il 1470, che presenta una pianta a pentagono irregolare ed è munito ad ogni angolo di una torre a pianta circolare che non supera in altezza le mura. Inoltre presenta analogie con il castello Orsini di Bracciano (Roma).
Singolare è il castello di Cagliano Aterno (L’Aquila) a pianta irregolare, costruito presumibilmente in più fasi articolate tra il Trecento ed il Quattrocento. L’intera costruzione è munita di una prima cinta esterna ad andamento irregolare dalla quale si accede, mediante un ponte levatoio (uno dei pochi superstiti nella regio¬ne), ad una seconda. La sua caratteristica principale è costituita dall’apertura verso l’esterno del suo cortile per mezzo di un porticato sormontato da loggiato. Altri esempi da ricordare sono senz’altro i castelli di Capestrano (L’Aquila), Massa d’Albe (L’Aquila), Pacentro (L’Aquila) ed Ortona (Chieti), Roccascalegna (Chieti), Crecchio (Chieti), Castel Menardo di Serramonacesca (Pescara).

Roccascalegna (CH)

II centro di Roccascalegna sorge sulla valle del Rio Secco, af¬fluente del fiume Aventino. Il borgo è di origine medievale e il toponimo “Rocca Scaregna” sembrerebbe riferito ad un personaggio longobardo di nome Aschari.
Il castello medievale di Roccascalegna, posto su un alto e suggestivo sperone di roccia che domina l’intera valle del Rio Secco, si presenta come un organismo risultante dall’aggregarsi di vari corpi ad uso residenziale e militare racchiusi da una cinta muraria. Il complesso risale per lo più al XIV -XV secolo, con tracce di preesistenze murarie normanne (XII secolo) e svevo-angioine (XIII secolo). Fu feudo degli Annechino (circa 1450-1530), dei Carafa (1531-1600), dei De Corvis (1600-1717), dei Nanni e infine dei Nanni-Croce che mantennero il castello dal 1806 fino al 1980, quando lo donarono al Comune. Nell’intero complesso si possono distinguere, a partire dall’ingresso posto al culmine di una ripida gradinata di pietra, i resti della garitta che proteggeva l’accesso al castello e una prima torre di sentinella, a pianta circolare, parzialmente crollata, caratterizzata da un rinforzo della muratura nella parte inferiore e da buche da fuoco nella parte superiore. Sulla sinistra dell’ingresso si nota ancora un portale in pietra a tutto sesto con ghiera ornata da un cuore rovesciato, che un tempo permetteva l’accesso ad una torre a pianta semicircolare crollata nel 1940 in seguito a violenti nubifragi. Costeggiando il fianco nord-ovest emergono le masse di altre due torri addossate alle mura, entrambe a pianta semicircolare: la “Torre del carcere” e la seconda, più stretta e allungata, nota come “Torre del forno” dalla presenza appunto di un forno al suo interno. Entrambe sono caratterizzate da spesse e compatte cortine murarie interrotte solo da scarse aperture e buche da fuoco. Tra le due torri si frappone un edificio rettangolare in pianta, detto attualmente “magazzino” probabilmente appartenente all’antico corpo residenziale. Adiacente alla Torre del forno e con essa comunicante, è la cappella del S. Rosario, costruita nel 1577 come testimonia l’iscrizione sul portale d’ingresso; all’interno si presenta come un semplice vano rettangolare che conserva i segni di molte sopraelevazioni. Dall’ esterno della chiesa, tramite gradini in pietra che si insinuano nella roccia, si accede all’ultima torre detta “Torretta”, l’unica del complesso a pianta quadrata, appartenente con buona probabilità ad una fase costruttiva precedente l’edificazione delle torri semicircolari, ovvero all’età svevo-angioina. La Torretta, posta sul punto più alto dello sperone roccioso, è coronata da merlatura guelfa e caratterizzata da numerose aperture quadrate e fori per l’avvistamento. E’ stata in parte costruita con materiale di spoglio come sembrerebbe ipotizzabile dall’impiego di due pietre squadrate nei piedritti dell’ingresso, decorate da incisioni raffiguranti candelabri ebraici a sette bracci e provenienti da un altro edificio di cui però si ignora l’ubicazione. Il versante sud-est del castello, privo di altre torri a causa della morfologia della roccia in questo tratto, è invece costeggiato da un camminamento e rinforzato all’esterno da contrafforti semicircolari. Nella muratura esterna del fianco nord-ovest e delle torri semicilindriche sono ben visibili le tracce di una precedente merlatura, pertinente probabilmente alla fase normanna del complesso, prima che le torri venissero sopraelevate e rinforzate in età aragonese. Gli interni attualmente si presentano spartani e privi di elementi decorativi significativi, con strutture moderne, frutto dei lavori di restauro e recupero terminati nel 1996. Il castello , proprietà del Comune di Roccascalegna, in seguito alla sua ristrutturazione, è diventato un centro culturale che ospita negli ambienti delle torri e del cosiddetto “magazzino” importanti mostre temporanee.

Crecchio (CH)

Il castello Ducale di Crecchio sorge al margine sud dell’antico abitato urbano, in un luogo molto favorevole da un punto di vista strategico, tra i due corsi d’acqua dell’Arielli e del Riopago. La struttura, suggestiva nel suo complesso, mostra nelle sue linee costruttive la trasformazione subita nei secoli da nucleo prettamente difensivo, a organismo architettonico residenziale, costituito com’è da quattro corpi serrati da torri angolari disposti intorno ad un cortile aperto a loggiato su due lati. Non si conosce con precisione la data di costruzione del castello, ma sicuramente esso ha subito attraverso i secoli numerosi rimaneggiamenti. La torre primitiva, quella rivolta a nord-est, detta torre normanna e risalente al secolo XII, rappresenta con molta probabilità il corpo originario da cui successivamente, nel tempo, si sviluppò il resto della struttura. La torre, caratterizzata da notevole spessore murario, si articola in tre piani e al suo interno, una scala ricavata nelle mura, consente di raggiungere il livello più alto. Le torri esposte a sud, con caratteri tardo gotici, il perimetro murario e alcuni ambienti interni, sono invece costruzioni attribuibili al XV secolo. Nel 1789 il castello subì ulteriori modifiche ad opera dei De Riseis che trasformarono il manufatto da struttura difensiva a residenza, facendo coprire a tetto il camminamento merlato per ricavarne un secondo piano. La storia più recente del castello è strettamente legata al 9 settembre 1943 quando, nella residenza, fecero tappa il re Vittorio Emanuele II, la Regina e il principe Umberto in fuga da Roma. Poco dopo, tra la fine del 1943 e l’estate del 1944, il castello venne pesantemente bombardato. Solo negli anni settanta del XX secolo, per iniziativa della Soprintendenza ai Beni Architettonici dell’Aquila, il castello fu restaurato nelle forme attuali. Il castello Ducale, proprietà del Comune di Crecchio, ospita al suo interno il “Museo Archeologico Bizantino ed Alto Medioevale”.

Castel Menardo Serramonacesca ( PE)

Castel Menardo è posto sul roccioso Colle Ciumina, nei pressi di Serramonacesca, da cui domina imponente, i passaggi della Val Pescara e i valichi della Maiella. La sua collocazione, sulla terminazione di un colle raggiungibile solo a piedi e attraverso un impegnativo cammino, è certamente da ricollegarsi all’indiscusso carattere difensivo che la fortezza doveva possedere.
L’edificazione del forte risale probabilmente al XII-XIV secolo e, insieme alla torre di Polegra, era posto a difesa della vicina Abbazia di San Liberatore a Maiella, legata al nucleo abitato di Serramonacesca. In realtà non si hanno ancora a disposizione documenti che attestino con certezza l’epoca di edificazione del castello, ma la tradizione vuole che esso venne costruito da Carlo Magno lungo la linea di confine del suo impero, per consacrare il suo potere sui territori conquistati e per difendere il monastero di S. Liberatore dalle incursioni saracene.
Secondo un’altra leggenda invece il castello venne costruito in una notte dai paladini di Carlo Magno, i quali, giganteschi eroi, si sarebbero passati, con le sole mani, gli attrezzi da lavoro dalla vicinissima fortezza di Polegra.
Dagli attuali ruderi risulta piuttosto difficile risalire all’organizzazione interna del fortilizio; mentre da un’analisi della possente muratura, ancor oggi visibile, e del corpo squadrato è possibile fare delle analogie con le fortificazioni cassinesi, delle quali Castel Menardo richiama proprio il perimetro irregolare con risalti squadrati. L’impianto è triangolare, con un corpo quadrangolare inserito su una delle estremità e due torri circolari agli altri vertici. E’ possibile inoltre affermare che i portali d’accesso erano due e che il corpo di fabbrica era costruito su due livelli. Da uno sprofondamento nella zona che precedeva il torrione è emerso un ambiente quadrato, di un livello più basso rispetto al piano del castello in cui sono ancora presenti alcuni conci a terra. Si è ipotizzato che, durante le lotte tra Svevi ed Angioini, la fortezza venne smantellata da Carlo d’Angiò andando progressivamente in rovina. In un inventario dei beni dell’Abba¬zia di S. Liberatore, risalente all’anno 1492, si registra che il monastero possedeva tra gli altri, anche il Castel Menardo, già all’epoca distrutto.

Roccacalascio (AQ)

Il fortilizio di Rocca Calascio, situato a 1460 metri d’altezza, è tra le fortificazioni più alte d’Italia e domina da tale altura la valle del Tirino e della piana di Navelli. Il suo impianto è di uso esclusivamente militare e si caratterizza per la capacità con la quale riesce a fondersi con l’impervio territorio circostante, dal quale non risulta affatto condizionato. E’ evidente come la sua, sia una posizione assolutamente favorevole dal punto di vista difensivo. La struttura, in pietra bianchissima, ha una pianta quadrata: presenta agli angoli quattro torri cilindriche considerevolmente scarpate e un mastio quadrato al centro, il quale costituisce il più interno corpo militare di difesa del castello. Alla rocca si accedeva mediante un ingresso posto sul lato est, a circa 5 metri di altezza, raggiungibile dalla corte esterna sottostante mediante una scala lignea retrattile, che veniva poggiata su due mensole in pietra tuttora visibili al di sotto della soglia di ingresso. La prima citazione di Rocca Calascio si ha in un documento del 1380, descritta come torre di avvistamento isolata, la cui originaria costruzione è da collocarsi però, intorno all’anno 1000. L’aspetto attuale è riconducibile alla fine del XV secolo quando, sotto il dominio dei Piccolomini, sono state realizzate le ultime più importanti modificazioni, consistenti nel potenziamento della fortificazione con l’aggiunta della corte e delle torri angolari attorno al mastio centrale. Efficacissimo punto di osservazione militare, permetteva di comunicare con gli altri castelli, fino alla costa adriatica, mediante l’ausilio di torce durante la notte e di specchi nelle ore diurne. Ai piedi della rocca sono presenti anche i ruderi dell’antico borgo, al quale essa è collegata con un ponte di legno. Nel 1703 un disastroso terremoto ha danneggiato sia la rocca che il borgo. Restauri conservativi ed integrativi sono stati compiuti tra il 1986 ed il 1989. Essi sono consistiti nell’arresto del degrado strutturale e nel recupero architettonico e funzionale dell’intero fabbricato ed in particolare della torre centrale quadrata. Gli interventi di risanamento hanno permesso all’intera area di essere oggi discretamente conservata e visitabile. Rocca Calascio è anche famosa per aver ospitato, in più occasioni, grandi set cinematografici, tra cui i films “Lady Hawke” , “Il viaggio della Sposa”, “Padre Pio”, “Il nome della rosa”, “L’orizzonte degli eventi”. Per la bellezza di questi luoghi, l’industria cinematografica ha nominato tutta la zona da Rocca Calascio a Santo Stefano di Sessanio “set per eccellenza”.
La rocca quattrocentesca, con una funzione per lo più militare, sebbene non sia molto diffusa in Abruzzo, è comunque presente con alcuni esempi interessanti come la rocca di Avezzano, a pianta quadrata con quattro torri a pianta circolare poste agli angoli; costruita nel 1490 per volere di Virginio Orsini, essa rimanda ad alcuni tipi dell’Italia centro-settentrionale come quelli di Ravenna (circa 1470), di Imola (1472-73), di Forlimpopoli (1471-80), o di Senigallia (1474-79).
La rocca di Scurcola Marsicana (L’Aquila), a pianta triangolare, che ricorda quel¬la di Ostia (1483-86), presenta torri circo¬lari a scarpa verso valle ed un ampio tor¬rione ovoidale a monte, il quale in corrispondenza dell’attacco con le cortine ospita fori per le artiglierie che rimanda¬no ad un tema già proposto da France¬sco di Giorgio Martini, il quale affermava di preferire la figura geometrica triangolare, e che, per altro, aveva realizzato la rocca di Sassocorvaro (1476-78) con la quale è possibile trovare delle analogie nella pianta. Appartenente agli Orsini, venne presumibilmente realizzata intorno agli ultimi due decenni del XV secolo.
Anche la fortificazione detta comune¬mente castello di Ortucchio (L’Aquila), per l’epoca e la tipologia, potrebbe esse¬re annoverata tra le rocche.
Costruita tra il 1456 ed il 1488 per volere di Antonio Piccolomini d’Aragona, a pianta quadrilatera con torri circolari agli angoli, inglobò una preesistente tor¬re a pianta quadrata che venne riutilizzata con funzione di mastio.
La sua singolarità è data dalla presenza della darsena che permetteva l’accesso direttamente dal lago Fucino, prima che questo venisse prosciugato; essa inoltre era collegata alla terraferma attraverso un ponte levatoio.
Il forte può essere considerato l’evoluzione della rocca e, pur avendo anch’esso una destinazione prevalentemente mili¬tare, è più adatto ad affrontare le nuove armi da fuoco, nonché ad impiegarle a sua volta nei bastioni angolari che vengono a sostituire le torri e che sono intro¬dotti tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI secolo da Giuliano ed Antonio da Sangallo.
In Abruzzo occorre ricordare l’importante esempio del forte dell’Aquila, cui si è già accennato, ed il caso singolare di Vasto (Chieti), di ardua data¬zione in quanto non è stato trovato riscontro nemmeno fuori regione, ma probabilmente realizzato tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, con trasfor¬mazione del castello quattrocentesco che incorporò le torri rotonde nei bastioni a mandorla.
La fortezza, che rispetto al forte presenta una pianta dalle notevoli dimensioni e piuttosto irregolare, trova un importante esempio nel caso di Civitella del Tronto (Teramo),dotata di pseudo-bastioni e con for¬ma e dimensione suggeri¬te dalla morfologia del luo¬go; essa assunse questa connotazione in seguito alle trasformazioni realizzate intorno alla metà del XVI secolo.
La cinta urbana
Un discorso a parte andrebbe fatto per la cinta urbana, che definiva il pe¬rimetro urbano attraverso cortine murarie rafforzate da torri opportunamente distanziate.Si è comunque ritenuto opportuno accenna¬re a questa struttura difensiva anche se legata a problematiche di carattere urbanistico. Generalmente la cinta medievale si adatta all’orografia del luogo a meno che non si tratti di un impianto urbano “tracciato razionalmente” a priori.
L’ac¬cesso all’interno veniva garantito alme¬no da una porta nel caso dei borghi forti¬ficati, e da un numero maggiore nel caso delle città. Per l’Abruzzo si possono cita¬re come esempi, per il primo caso, il borgo fortificato di Ocre (L’Aquila) del XIII secolo,posto sopra un’altura,che mantiene ancora le mura in pietra per l’intero perimetro, e costituisce uno degli esempi del suo tipo meglio conservati nell’Italia centrale. Una delle caratteristiche più significative è la cura nel disporre la porta archiacuta d’ingresso cui si giunge rasentando le cortine.
Il borgo murato di Castelvecchio Calvisio (L’Aquila) presenta un’interessante cinta muraria in pietra,ad andamento irregolare tendente alla forma ellittica, mentre al suo interno, al quale si accede da più ingressi, l’impianto presenta un’asse longi¬tudinale di tipo decumanico intersecato ortogonalmente da assi minori.
Rilevante è la Porta Sole o Angioina di Campli (Teramo) del periodo angioino, realizzata in conci di pietra tufacea e con apparato a sporgere; mentre Porta Napoli a Sulmona, anch’essa in pietra squadrata, e datata da alcuni studiosi intorno al 1315, e da altri alla metà del Trecento, è singolarmente elegante nella sua fattura.
Particolare attenzione meritano le mura di Lanciano (Chieti), realizzate in mattoni; esse, seppure presentano notevoli la¬cune, nei tratti superstiti hanno una rile¬vante scarpa ed un parapetto con feritoie, inoltre alcune torri a pianta quadrata conservano ancora i beccatelli che sostenevano un apparato a sporgere perduto.
La cinta urbana dell’Aquila realizzata in pietra nei primi decenni del XIV secolo sviluppa il suo perimetro con andamento irregolare adattandosi all’orografia del terreno; è conservata quasi interamente ed è caratterizzata dalla presenza di circa sessanta torri a pianta leggermente rettangolare e dall’apertura delle dodici porte d’accesso che permettevano una forte interrelazione con il territorio circo¬stante.
Le Case Torri L’insicurezza delle case isolate, la netta separazione tra campagna e centro abitato, la ristrettezza di spazio nelle città medioevali, la necessità di costruire edifici compatti per ridurre il costo ed evitare dispersioni di calore creano questo tipo particolare di abitazione. La casa è in muratura, chiusa, stretta e alta come una torre; dalla muratura sporgono ballatoi e balconi in legno. Serve come abitazione per una famiglia, è divisa a più piani – 4- o 5 – con pochissime stanze per piano. Le comunicazioni tra i piani sono assicurate da una scaletta in legno interna. A pianterreno si trova di solito un fondaco che affaccia sulla strada; nei piani superiori sono collocate le stanze di abitazione. Nei primi tempi le aperture sono piccole e rade ma già nel XIII sec. le finestre sono più ampie, i locali più ariosi e dotati di logge. A Pisa, dove il terreno non è atto a sopportare grandi pesi, gli architetti risolvono la difficoltà in questo modo l’ossatura della casa-torre è formata da altissimi archi di pietra; il terreno viene rafforzato nelle fondazioni dei pilastri, dentro gli archi si ricavano con materiale leggero, generalmente legno, i piani e le stanze. In alto sporgono eleganti logge.
La casa-torre del secolo XIV si evolve nella casa che poggia su arcate di logge, con fondachi a pianterreno e, in alto, ampie finestre.

Il Castello di Rosciano (Pescara)

Abitato sin dal neolitico e probabilmente vicus romano, Rosciano vide l’insediamento di una fara longobarda e, più tardi , nella seconda metà del sec. XI, Achille Valignani, duca di Vacri, fece costruire una torre che fungesse da testa di ponte delle schiere normanne verso il comitato pinnense. Intorno a questo elemento fortificato, poi ampliatosi nell’attuale Castello, le popolazioni della fara e quelle circonvicine crearono il primitivo nucleo abitato di Rosciano. Aggregato inizialmente alla contea normanna di Manoppello, il Castello di Rosciano diede ricovero ai più temibili e famosi capitani di ventura del tempo (fra i quali l’eponimo Roscio da Montechiaro e Muzio Attendolo Sforza) che guadagnarono al paese l’epiteto di “Rocca dei Capitani”. In seguito, nel XV sec., fu costituita la “Universitas Terrae Rusciani”, i cui statuti, garanzia ed orgoglio delle libertà roscianesi, limitarono l’azione ed il potere dei numerosi Signori che, dopo circa due secoli di mite dominio della città di Chieti (1410-1599), acquistarono il prestigioso titolo di Baroni di Rosciano. Nei tempi successivi furono unite a Rosciano le frazioni “storiche” di Villa San Giovanni (leggendario feudo dei Templari, passò poi ai Cavalieri di Malta), di Villa Oliveti (da secoli dominio illuminato degli Abati di Montecassino) e di Villa Badessa, colonia arbreshë fondata nel 1743 da esuli provenienti dall’Epiro meridionale. L’imponente Castello di Rosciano si compone di un torrione quadrangolare risalente alla fine del secolo XI, costruito dai Normanni all’epoca della prima invasione del comitato di Penne, e di un corpo di fabbrica laterale, trasformato nel Rinascimento in Palazzo Baronale. La torre si eleva su un basamento di epoca più risalente, dal quale si scorgono ancora murature del periodo romano. Una leggenda vuole che la Torre di Rosciano sia stata edificata dai Giganti Paladini all’epoca della prima crociata e, pertanto, nella tradizione orale essa è indicata comunemente come “la Torre dei Paladini”. La splendida fortezza trecentesca è anche sede del Museo d’Arte Sacra della Marsica.
Il Palazzo Baronale, completato nel 1600, presenta un piano rialzato, nel quale era collocato l’antico Corpo di Guardia, con le finestrelle protette da pesanti grate, ed il piano nobile, al quale si accede per mezzo di una vasta scalinata interna, ha ampie finestre separate da sottili paraste ed un sottotetto fornito di semplici loculi. La gravità dell’edificio tradisce la sua origine militare, poiché spesso era adibito a ricovero delle truppe dei vari eserciti che attraversavano la Valle del Pescara.

Castello di Nocciano (Pescara)

II borgo di Nocciano, sorto presumibilmen¬te nell’XI secolo (il toponimo Oneczanum compare nel Chronicon Casauriense nell’anno 1056), presenta una configurazione anulare attorno all’elemento fortificato posto alla sommità del sito. Antico feudo degli Aliprandi, poi dei de Sterlich, è costituito da un’edilizia minore a schiera. Dal dominio dell’abbazia cistercense di Civitella Casanova passò a quello della potente famiglia aquilana dei Camponeschi. Il nucleo abitato, dopo una prima espansione databile tra il XVI ed il XVII secolo, presentava due porte: la Porta da Piedi, che inquadrava la chiesa di S. Lorenzo, e la Porta da Capo, situata tra il castello e la chiesa di S. Antonio. Intorno agli anni ‘60 venne demolita anche la chiesa di S. Biagio che si trovava in posizione più alta rispetto agli altri fabbricati, all’interno della originaria cinta anulare.
II castello è situato nel sito più alto dell’abitato e, con un insieme di case-mura, delimita uno spazio anulare che abbraccia il colle. L’elemento fortificato è collegato con l’esterno da alcuni passaggi sotterranei non più pratica¬bili, fino alla contrada Grotte, ed è a guardia delle vallate del Cigno, del Pescara e della Nora. L’ingresso al castello si trova nella zona orienta¬le in località Largo del Piano in confluenza con la Strada Comunale dei Mulini, dove sorgeva la chiesa della Madonna del Piano (sec. XVII), demolita a seguito delle precarie condizioni statiche. Divenuto di proprietà della famiglia Aliprandi, nell’evidente intento di acquisire ed accrescere il feudo di Nocciano, si può ipotizza¬re che il castello possa essere stato ampliato e modificato secondo le nuove necessità di palazzo baronale e di centro amministrativo delle varie attività agricole che in esso vi si svol¬gevano.
La corte del castello assunse sempre più, a partire dal XVII secolo, il ruolo di corte rurale sulla quale gravitavano, come ancora oggi riscontrabile, i fabbricati per il forno, per il ricovero degli animali (stalle, scuderie, ecc.), per il ricovero delle macchine ed attrezzi, per la conservazione dei prodotti (fienili, granai, canti¬ne, ecc.). Osservando il castello in pianta, alla destra dell’ingresso si distingue un corpo di fabbrica a pianta quadrata, con spesse mura (circa 180 cm),che verosimilmente può essere riconosciuto come torre isolata; nella facciata tale let¬tura appare più difficoltosa a seguito di trasformazioni successive che hanno sostituito i materiali costruttivi originari. Infatti, si riscontra un apparecchio murario in laterizio nella parte sinistra, delimitato da due paraste dello stesso materiale poggianti su un basamento di ciottoli malamente rassettati.
Sono inoltre presenti, regolarmente distribuiti, dei fori da ponte, occlusi nella parte inferiore, e due ampie finestre seguite da una terza, murata, con stipiti e davanzale in conci di pietra squadrata, interrotta in altezza, che fa supporre un ulteriore sviluppo verticale. Nella parte destra abbiamo invece una muratura in pietra, composta di ciottoli ben rassettati e giunti accuratamente sigillati; lo spigolo è completato da pietre angolari ben squadrate. Il primo nucleo con caratteristiche residenziali, associato ad un corpo di fabbrica definito come puntone, assume una conformazione rettangolare; anche le murature in elevazione ripetono la suddetta ripartizione su tre livelli. Tale corpo di fabbrica è privo di qualsiasi elemento decorativo, la parte inferiore è a scarpa, all’interno si trovano una cisterna ed un locale deposito, l’ingresso è sopraelevato, ci sono feritoie circolari e merlature a filo muro, ora inglobate da successivi interventi di sopraelevazione, con fori per arciere e balestriere (aperture strombate ed allungate). I solai sono realizzati mediante la posa in opera di una massiccia trave longitudinale, approssimativamente squadrata, che sostiene l’orditura di travetti ed assito in tavolato. Il torrione è in posizione aggettante rispetto alla cortina muraria, per favorire la fun¬zione di avvistamento rispetto alle principali vie di comunicazione. Sul lato nord della corti¬na muraria vi sono tracce di una terza torre, con basamento a scarpa, posta a guardia della valla¬ta del Cigno e della Nora. Pertanto, il nucleo ori¬ginario del paese nel Medioevo può essere identificato quale agglomerato anulare circon¬dato da una cortina muraria scandita da tre torri, due delle quali rivolte verso la vallata del Pescara.
Tale insediamento era separato in due porzioni distinte: quella settentrionale, interessa¬ta dall’elemento fortificato con l’attuale area adibita a spazio verde, nella quale non sono rin¬tracciabili resti di costruzioni, e quella meridio¬nale, caratterizzata dalla presenza di un minuto nucleo residenziale, in parte ridotto in rovina, servito da una piccola piazzetta, piazza S. Biagio.

Casoli (CH)

Il castello di Casoli è posto in cima all’abitato, su di un colle alla destra del fiume Aventino da cui domina la sottostante valle fluviale con il grazioso lago S. Angelo e le colline circostanti. Nessun documento ci attesta l’epoca di costruzione del castello ma di certo le sue vicende si intrecciano con quelle del feudo di Casoli, che dapprima fece parte della Contea di Manoppello (XII sec) e poi, dal 1369 fino al 1489, fu feudo degli Orsini, sotto il cui casato si può far coincidere la costruzione dell’attuale fabbrica, che divenne in seguito possedimento della Famiglia D’Aquino. Si può solo ipotizzare che il nucleo originario del complesso fortificato sia da identificarsi con l’alta torre puntone pentagonale, eretta per ragioni difensive a controllo delle valli dell’Aventino e del Sangro e attualmente inclusa fra l’abside della Chiesa di S. Maria Maggiore ed il castello stesso, di cui sorveglia l’ingresso. Il blocco residenziale del castello, che si estende attorno ad un cortile quasi rettangolare è da ritenersi invece di epoca rinascimentale; in particolare il corpo maggiore, posto sul lato meridionale del cortile, che costituisce il castello vero e proprio, mostra chiari caratteri di edificio ad uso abitativo. Quest’ultimo è infatti caratterizzato da un ingresso archiacuto spostato in prossimità della torre, da ampie finestre che ne accentuano la natura di palazzo nobiliare, da un elegante coronamento con apparato a sporgere, costituito da mensole aggettanti in mattoni, che reggono archetti acuti. Anche la torre appare coronata, ma con un apparato a sporgere diverso, più evoluto, caratterizzato da beccatelli in pietra e caditoie. La storia novecentesca del castello è legata al nome della famiglia Masciantonio che ne rimase proprietaria fino al 1981 e che ospitò ripetutamente Gabriele d’Annunzio che qui soggiornò, spesso insieme con Michetti, Tosti, Scarfoglio e De Titta. Recentemente l’intero complesso è stato oggetto di restauro.

Materiali da costruzione

Come si è potuto osservare, in Abruzzo i materiali d’uso comune per erigere le architetture fortificate e difensive furono la pietra, adoperata nelle zone montagnose o comunque dell’interno, ed il mattone, usato lungo la fascia costiera, ovviamente associati con il legno; tali materiali venivano impiegati indipendentemente dal tipo di difesa e dalla tipologia architettonica realizzata per attuarla.
La pietra era adoperata nelle tre possibili forme utilizzabili in cantiere: in pietrame grezzo o appena sbozzato, in conci squa¬drati o in ciottoli di fiume, questi ultimi però raramente impiegati in Abruz¬zo. Nel primo caso il mate¬riale poteva anche essere reperito in loco e doveva essere necessariamente legato da abbondanti strati di malta di calce, ma se in tal modo era possibile utilizzare una numerosa manovalanza con poche maestranze qualificate, cui corrispondeva tra l’altro una costruzione relativamente economica, d’altro canto gli agenti atmosferici ne potevano facil¬mente diminuire la resistenza, ed inoltre il paramento così realizzato offriva maggiori appigli ad una eventuale scalata delle mura.
L’utilizzo di conci di pietra permetteva una maggiore cura nella posa in opera e la stesura di uno spessore sottile di malta di allettamento, pertanto veniva così realizzato un paramento murario più omogeneo, più curato e più difficilmente deperibile dagli agenti atmosferici, ma una muratura di questo tipo richiedeva l’impiego di diverse maestranze qualificate e il costo della sua costruzione risultava ovviamente elevato.
Il mattone, invece, permetteva di organizzare meglio i tempi e le fasi di costruzione della fortificazione, in quanto la sua produzione ed il suo rifornimento nel cantiere potevano essere più facilmente programmabili e costanti; inoltre era più maneggevole da usare per dimensioni e per peso. La sua standardizzazione consentiva di lavorare in modo più veloce e di realizzare paramenti sufficientemente omogenei. Ovviamente la stessa resistenza del mattone, peraltro già inferiore a quella della maggior parte delle pietre, era condizionata dalla cottura e dalla qualità dell’impasto, per cui spesso gli spigoli o le aperture delle porte e delle finestre venivano realizzati in pietra da taglio.
Entrambi i materiali, pietra e mattone,potevano essere usati per la realizzazione di murature “a sacco”, cioè venivano costruite due sottili cortine parallele e sufficientemente distanziate che fungevano da rivestimento e da cassaforma, all’interno delle quali veniva gettato materiale eterogeneo in genere legato con calce, sia pure povera.
Questa tecnica costruttiva permetteva di fabbricare velocemente murature di considerevoli spessori a costi contenuti in quanto per realizzare il “sacco” non occorreva alcuna attenzione nella scelta del materiale di riempimento né manodopera specializzata.
Va però sottolineato che questo tipo di muratura cade rapi¬damente in rovina quando una delle due cortine esterne comincia a guastarsi, giacché lo rende facilmente aggredibile dagli agenti atmosferici. Infatti è proprio l’azione degli agenti atmosferici uno dei fattori che, con i terremoti e le guerre, ha facilitato il rapido degrado di queste fortificazioni; ma è anche vero che una più oculata manutenzione di questo patrimonio architettonico e culturale potrebbe salvare da una prossima rovina esempi importanti come la torre di Trasacco (L’Aquila), il borgo fortificato di Ocre (L’Aquila), il castello di Ortona (Chieti),la rocca di Sarete (L’Aquila), per citarne solo alcuni.

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Nicoletta Travaglini