Marco Taddei si racconta

A colloquio con uno scrittore folgorato sulla strada della poesia

Marco Taddei nasce nel 1979 a Vasto (CH) dove vive e lavora. Grafico e fotografo, coltiva la passione della scrittura da anni. Scrive regolarmente per alcune fanzine di cultura giovanile come “Cartastraccia” (Pescara), “Youthless Fanzine” (Ferrara) e “Vortice letterario” (Pescara) oltre che per il bimestrale “Juice Magazine” (Termoli). Le sue pubblicazioni: “Assurda” (Edizioni Sabinae, 2008), “Ho preso in mano quella fotografia e” (9 muse, 2008), “In Dosi Minime” (Maremmi Editori, 2009).

Parliamo a ruota libera che sarà meglio. Uno come te, a tratti impalpabile, da sempre fuori controllo, come arriva a pubblicare “Prima Assurda”, la raccolta di racconti uscita nel 2008 e poi “In Dosi Minime”, il cimento poetico pubblicato in questi giorni?

Tutto è un miscuglio. Essere impalpabili e al tempo stesso terrestri, essere fuori controllo ma anche estremamente raziocinanti, non sono paradossi dell’essere umano, ma in realtà un sacrosanto modo di vivere. Queste dicotomie che mi sono care mi hanno portato a rimandare in continuazione la data di una seria presa di coscienza del materiale che mi ribolliva nel cassetto. La raccolta “Assurda” è infatti un’emersione da questo piccolo abisso che riunisce materiali datati e scritti in tempi differenti e quindi da vari tipi di Marco Taddei, diversi se non contradditori tra loro. “In Dosi Minime” è invece un’energia tutt’opposta, non è l’opera di un archeologo ma di un esploratore, è un distillare improvviso di un sudore poetico che mi ha preso improvvisamente l’inverno scorso, come in un’allergia. Nel giro di trenta giorni avevo espresso una sessantina di creature zoppe e scortesi che ho disamoratamente decimato e poi sottoposto all’editore Maremmi di Firenze, che a sua volta mi ha suggerito un’ennesima decimazione quasi sacrificale, un’ecatombe che ha poi portato “In Dosi Minime” alla pubblicazione.

Come vedi il tuo futuro e quello della letteratura, tenuto conto che ormai moltissimi scrivono e pochissimi leggono?

Bene. Scrivere è una responsabilità più che un privilegio, nel caso della poesia questa responsabilità diviene una sorta di condanna. Il poeta è scialbo, mistico e invertebrato e con queste energie eunuche desidera esaltare la bellezza del mondo. Per me il mondo è tutt’altro: marcetto ed incartapecorito, disordinato e volgare. In un certo senso “In Dosi Minime” è testimonianza di queste forze che corteggiano la follia. Siamo costretti alla bellezza che è oramai sinonimo di degrado psicologico e umorale, ma io preferisco la grettezza delle cose più basse che mi rendono la vita meno noiosa. Sono ossessionato dal Tempo, purtroppo. Percepisco la putrefazione quando penso al futuro, che mi rende sempre nervoso. Mi dà più confidenza il passato, certo e conchiuso. In tutto questo quindi sto a casa e scrivo, continuo a scrivere, scrivo anche per non pensare al mio presente incatenato. Ora sono tornato ai racconti, ma ogni tanto mi prende un doloretto al fianco che cerco di farmi passare appuntando in versi le strane cose che mi passano per la mente.

Si respirano cose tipo Praga magica di Angelo Maria Ripellino nella tua scrittura…s’intuiscono. Questo “strano” sonoro di cui si gode leggendoti ad alta voce viene da lì, passa per altro? Vuoi chiarire ai lettori quali sono gli autori che ti stimolano scrivendo?

Scrivere è terapia per molti. Anche per me. Leggere però è ancor più terapeutico. Giorgio Manganelli, Consolo, Borges, Edgar Allan Poe, raziocinio e pieno delirio, aiutano a trovare ordine nel caos e spesso a sorpresa spuntano perfino delle lezioni d’esistenza. Scrivere per me è questione viscerale, assai intima ed inconscia. Poi, dopo, interviene l’analisi ed allora ecco che affiorano dei relitti riconoscibili, delle reliquie di questo e quell’altro. “In Dosi Minime” deve molto al suono. Fin dal titolo. Do Si Mi. Una serie di note che bisticciano assieme. Preferisco cedere parte del significato, farlo retrocedere, per favorire la sonorità, la melodia o la cacofonia dell’invenzione. Tra le paginette spuntano parole che non hanno senso, insignificanti, né italiane né straniere, ci sono anche parole che si annodano insieme, due o tre, per inventarne una nuova. E al contrario: ci sono sostantivi che divengono verbi, verbi che si sostantivizzano, parole che nascondono matrici complicatissime, fisarmoniche di significati, reticolati serpeggianti di immagini che si contaminano a vicenda arricchendone la forza. “In Dosi Minime” alla lettura immediata può aver effetto dell’ortica: dar fastidio. Io infatti consiglio un certo rilassamento quando si approcciano questi brevi componimenti, un desiderio di perdercisi dentro. Niente di spaventoso comunque, un perdersi infinitesimale, in dosi innocue, minime, secondarie. Una casa che sta lì lì per crollare, ma non crolla. Non sono mai stato muratore, ma da piccolo di case sugli alberi ne ho costruite abbastanza.