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Paolo Mirti: “La società delle mandorle”

pubblicato il 5 febbraio 2008 alle 19:40
scritto da redazione
tematiche affrontate: Storia, saggistica, società & cultura

di  Massimiliano Orsini

Il racconto appassionato e lucido di uno (stra)ordinario eroismo di molti concittadini di San Franceso d’Assisi che, nel buio del ‘43, quando anche in Italia le deportazioni nei campi di sterminio divennero sistematiche, salvaraono dagli aguzzini i loro ebrei.

“Un uomo senza memoria è un uomo senza futuro” (Giovanni Paolo II), è un corpo senz’anima, custode dell’identità senza la quale non possiamo scoprire l’altro e leggere la realtà. Il giorno della memoria dovrebbe ricordarci che la storia acquista il suo senso profondo solo se ognuno di noi la vive nella quotidianità. Il 27 gennaio sta lì a custodire ogni anno il ricordo della grande nefandezza del novecento culminata nella Shoà. Il libro di Paolo Mirti “La società delle mandorle. Come Assisi salvò i suoi ebrei” è il racconto appassionato e lucido di uno (stra)ordinario eroismo di molti concittadini di San Franceso che, nel buio del ‘43, quando anche in Italia le deportazioni nei campi di sterminio divennero sistematiche, salvaraono dagli aguzzini i loro ebrei.

Dopo l’8 settembre affluirono ad Assisi moltissimi sfollati dal Mezzogiorno e confusi con essi tanti ebrei che furono strappati alla violenza nazifascista grazie ad una organizzazione clandestina coordinata dal vescovo mons. Nicolini e formata da alcuni esponenti del clero (don Aldo Brunacci, padre Rufino Niccacci padre Michele Todde le suore di clausura del monastero delle Clarisse di San Quirico, ed altri), un tipografo comunista Luigi Brizzi e la collaborazione di tanti, tanti cittadini Assisani. Un risultato straordinario: nessun ebreo fu deportato e a testimonianza della loro opera Monsignor Nicolini e don Brunacci furono dichiarati Giusti di Israele e ricordati nell’omonimo viale di Gerusalemme.

Le vicende in gran parte ricostruite con fonti orali ed epistolari ci riconcilia con quella storia che forse amiamo tutti, quella raccontata in prima persona, quella memorialistica, quella che ha la forza evocatrice che spesso ai manuali manca, e che vive dinanzi a noi con il vigore della voce calda intrisa di passione, dove gli occhi della voce narrante si (e ci) commuovono ancora. Non è la storia di serie B è la radice più vicina della nostra identità, declinata al plurale delle storie personali e collettive, che però non è meno rigorosa di quella che intende testimoniare chi con cruccio si avvicina al mestiere dello storico. Mirti ha il merito di raccontarla con garbo e fluidità e l’interesse cresce pagina dopo pagina, tanto che ci si ritrova, a poche righe dal termine, con la voglia ancora di leggere e di partecipare, commuovendosi o sorridendo a seconda degli episodi, a quelle vicende umane con la consapevolezza che “chi salva un uomo salva il modo intero”.

(Paolo Mirti “La società delle mandorle. Come Assisi salvò i suoi ebrei”, prefazione di Walter Veltroni, La Giuntina, 2007, pp. 127, € 12)

 

 

 

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