La prima dell’Otello verdiano nell’allestimento di Renato Bruson è stata, come prevedibile, un evento di oggettivo rilievo e di indiscutibile interesse. Il Maestro Sanvitale fa bene a dirsene soddisfatto. La regia è stata nel complesso piuttosto convenzionale, ma efficace e coinvolgente. Bene tutte le voci principali, ottimo il coro, essenziale ma suggestiva la parte scenografica e scenotecnica. Ampia e come al solito accurata la dotta analisi introduttiva preparata da Marco Della Sciucca, per quanto sia personalmente convinto che il controverso rapporto tra Verdi e Boito, e ancor prima tra Verdi e Wagner, e tra Verdi e Shakespeare, appena accennati, siano centrali per la comprensione di quest’opera. Pubblico numeroso, in qualche caso alla sua prima esperienza operistica, malgrado i costi non precisamente popolari. Ma insomma il risultato è stato quello che è stato, e persino qualche incertezza negli attacchi fra direttore e cantanti non ha diminuito la gratificazione della degna messa in scena di uno dei massimi capolavori della letteratura operistica italiana, nato dal sodalizio di due artisti d’eccezione, prodromo di un percorso che condurrà nei decenni successivi al crepuscolarismo e al futurismo. Bene, ma veniamo al resto.
Lo stesso giorno, la Società Riccitelli per voce del suo Presidente Maurizio Cocciolito, ha diramato un comunicato nel quale si è sottolineata l’urgenza di una nuova struttura che ospiti in maniera finalmente adeguata la crescente domanda di spettacolo e di cultura artistica nella nostra città e in provincia. Parole sante, che accogliamo come sprone a quelle che sembrano le precise intenzioni della nuova amministrazione cittadina: la costruzione di un nuovo teatro a Teramo, o meglio l’avvio dei lavori di un progetto che lo scorso anno, pochi giorni prima dello scandalo sanitopoli, il comune di Teramo presentava alla presenza di progettisti e consulenti tecnici prestigiosi. Orbene, è certo che Teramo non ha un vero teatro, e che anzi non l’ha praticamente più avuto da quando, sin dai primi decenni del secolo scorso, il Teatro Comunale venne trasformato, sorte comune a tante altre periferie italiane, in cineteatro, e relegato ad ospitare film, operette e riviste, per poi essere inesorabilmente abbattuto, su delibera quasi unanime del consiglio comunale, verso la fine del 1959.
E tuttavia, che quella di Teramo sia una “stagione lirica” è chiaramente un’illusione, oltre che un’improprietà terminologica. È una verità che fa male, specie in questi frangenti dove spesso d’abitudine si ricorre a litanie da mala tempora, ma va detta. Se fino a qualche anno addietro le offerte del nostro cartellone si contavano sulle dita di una mano, ora non è necessaria neppure la mano. Persino nei non brillantissimi anni Trenta e Quaranta il nostro Teatro Comunale ha mai programmato così poca lirica. Stesso e persino peggiore destino sembra essere capitato alle “Serate Liliana Merlo”, che, presentate lo scorso anno come il prologo di una stagione internazionale di danza, annunciata con giusto vanto e in diverse occasioni dall’allora sindaco Gianni Chiodi e sostenuta con convinzione dall’assessore Mauro Di Dalmazio, sono rimaste, per così dire, un pro-logos senza il logos.
Perciò vediamo di fare il punto: non esistono che tre sole “stagioni” a Teramo, e queste sono la teatrale della Società Riccitelli e le concertistiche di quest’ultima e dell’Associazione Musicale da Camera “Benedetto Marcello”. Il resto è altra cosa, come il Maggio Fest o il Premio Di Venanzo o Cineramnia, o è sporadicheria di lusso. Le ultime edizioni di “Fondazioni all’Opera”, le “Serate Liliana Merlo”, altri spazi come quelli destinati alla canzone d’autore nel nome di Ivan Graziani o quelli riservati al jazz curati da Paolo Di Sabatino, sono tutte offerte d’eccellenza rimaste frammentarie, energie disperse di una legittima ambizione che finora sembra essersi dimostrata troppo grande per la nostra piccola città. E ciò nonostante sia in corso e si stia sempre più facendo strada, come mi capitava di leggere non molto tempo fa su di un’importante rivista nazionale di settore, una tendenza che apre il campo a una “rivincita dei piccoli”.
È sempre più vero che principalmente nei teatri periferici, nelle città medio-piccole, le iniziative più originali e innovative fanno presa e ottengono risonanza nazionale. A riprova che non contano solo le strutture, ma la voglia di fare, e che non è sempre e solo una faccenda di danaro, che non c’è o che non basta, ma anzitutto di una politica delle amministrazioni locali che premi, con obiettività e senza finalità elettoralistiche, le idee solide e la capacità di fare bene. Queste potenzialità Teramo le ha, e le ha di suo, nei suoi connotati storici, nel suo Dna sociale, ma bisogna saperle individuare. Temo tuttavia, e ritengo sia proprio questo il punto, che sia mancato il giusto coraggio, quello di dire “questo è valido, questo no”, “questo è più rischioso ma va nella direzione giusta”, “questo si finanzia di più perché più innovativo e questo di meno perché più popolare e meno rischioso”, ovvero la giusta attitudine mentale per accettare sino in fondo la sfida di rinnovamento che il mondo di oggi ci impone.
Per il resto, che dire? Cose alla grillo parlante come: la cultura è la prima e più grande ricchezza dell’uomo?, la cultura è il primo volano dello sviluppo economico, e non solo morale e spirituale, di una collettività? Non credo sia necessario ricorrere a pedanterie del genere. Basta dare un’occhiata in giro, ai tantissimi esempi positivi presenti anche in Italia, che esistono e che si consolidano nel tempo, magari andando a prenderne visione personalmente come ho fatto io. Perciò chioso volentieri le parole del Maestro Cocciolito: ben venga il nuovo Teatro Comunale, ma attenti ai continuismi, ai conformismi, ai miraggi del facile successo con poco sforzo. Attenti soprattutto, come capitava a un noto personaggio romanzesco di Tomasi di Lampedusa, a non decantare che tutto cambi solo perché tutto possa restare uguale.
Che dire? Come sempre l’analisi condotta dal dott. Silvio Paolini Merlo è puntuale ed efficace, oserei dire diddatica poichè c’è sempre da apprendere qualcosa di nuovo, almeno dal mio punto di vista.Lasciando agli specialisti della materia la prima parte dell’intervento,sottoscrivo punto per punto le considerazioni sulla politica culturale che da sempre è l’anello debole della catena e sul cui terreno il ritardo accumulato è enorme. Si abbia il coraggio, in definitiva, da parte degli enti e delle amministrazioni competenti di destinare le “poche risorse”(ma sarà vero?) ai progetti di sicura valenza culturale e sociale, abbandonando la esecrabile metodologia degli interventi cosiddetti a pioggia, e si restituisca a Teramo un vero TEATRO degno delle antiche tradizioni.