di Matteo Grimaldi
Il protagonista muore. Non sto svelando la fine, ma l’inizio di “Everyman”. È un romanzo atipico in cui Roth punta non tanto sull’epilogo a sorpresa, come solitamente accade, quanto sul percorso di vita che porta un pubblicitario di successo al giorno col quale ogni uomo deve prima o poi scontrarsi (da qui il titolo), e lo fa secondo una linea squisitamente corporale. Grande rilievo hanno perciò le disavventure ospedaliere (dall’ernia inguinale dei nove anni ai cinque bypass, per finire con le numerose operazioni che ne hanno segnato gli ultimi anni di vita) a cui fa da contrappunto la vita sentimentale: i tre matrimoni, il distacco dai primi due figli; la nascita dell’adorata Nancy; la scelta fallimentare di sposare una modella danese molto più giovane di lui; l’abbandono di New York a 75 anni per trasferirsi, dopo l’11 settembre, in un villaggio per pensionati e mettersi a dipingere.
Qui, nel New Jersey, la stagnazione della vita si rivela per intero nel tentativo fallito di sedurre una ragazza che fa jogging lungo la promenade del villaggio. Un crescendo di drammaticità che culmina con la morte dei genitori e nel colloquio – degno di Shakespeare – con il becchino del cimitero ebraico che li sta seppellendo.
Poi l’arresto cardiaco e l’ingresso nel nulla. Everyman è un caso lampante di come un immenso talento letterario possa riuscire a rendere speciale la storia di un uomo comune fatta di scelte, vita ordinaria, una famiglia un po’ scombussolata, ma non troppo diversa da milioni di altre. È una riflessione livida e spettrale sull’esistenza umana pervasa da un’impotenza crescente, un’inutile lotta contro il tempo che scorre sulla pelle e indebolisce la materia e l’esistenza umana, rendendola fragile e con sempre meno forza per reagire alle delusioni. La vecchiaia avanza e consuma il corpo, che aspetta la sua fine alternando vani tentativi di reazione alla rassegnazione per un deterioramento inarrestabile.
Il senso della propria finitezza, soprattutto nella senescenza, domina i pensieri del protagonista, il cui nome non compare mai, perché la sua parabola esistenziale è quella comune a tutti gli esseri viventi: che si nasce per vivere e invece si muore. Un libro dal contenuto amaro e spietato, il cui stile lucido intensifica l’insopportabile e l’indefendibile del nostro destino e della nostra inutilità. Un libro dal colore nero, come la copertina.
(Philip Roth, “Everyman”, Einaudi, pp. 123, Euro 13.50)
Matteo Grimaldi
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