
E’ notorio che le leggende contengono sempre un fondo di verità. Per esempio quella sulla tradizione del “drago di Atessa”, la quale si basa su dei reperti conservati nella chiesa madre del luogo e alcune teorie recenti ne svelerebbero il mistero.
Correva l’anno 1924 quando Giovanni Pansa nella sua opera “Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo” scriveva: “Nella sagrestia della chiesa madre di Atessa (provincia di Chieti) si conserva una costola gigantesca d’animale fossile di razza scomparsa, con l’arco della misura di m. 2,13, la corda di m. 1,43 e con la freccia di m. 0, 60. tale avanzo che nel passato pendeva da una delle travi del soffitto, esposto da tempo immemorabile, è stato conservato in memoria d’uno strepitoso miracolo operato in quel luogo da S. Leucio, protettore del paese. A valle San Giovanni, dice la leggenda,…, c’era una grotta profondissima che girava per tutto l’Abruzzo con l’ingresso largo più di cinquanta palmi. Da quella grotta a Ritifalco si estendeva un bosco di spini così folto, che nemmeno gli uccelli vi potevano volare dentro. Nella grotta s’annidava uno sterminato dragone, il cui pasto dapprima consisteva in pecore, capre ed altri animali, ma poi cambiò in quello di un cristiano al giorno”.
Di questa leggenda viene qui riportata solo la parte iniziale; essa è stata riferita al Pansa dal professore Domenico Ciampoli, il quale la trascrisse da una narrazione orale fattagli da una certa Ernesta Miscia d’Atessa il 9 maggio 1909. In altre versioni della leggenda (diffusa tramite tradizione popolare) si narra che al tempo dei tempi vi erano due villaggi Ate e Tixa divisi da un’orrenda forra.
Tali agglomerati civili, divisi da un burrone, non potevano avere nessun contatto tra loro poiché, in un antro buio e profondo del dirupo, dimorava un drago che esigeva, dalla gente del luogo, un tributo in vite umane.
Un giorno però, transitava per quei luoghi un Sant’uomo di nome Leucio che, con la forza della fede, ridusse in catene l’animale che poi uccise estraendogli una costola che divenne le prove del sua eroica impresa e da quel giorno i due villaggi si unirono diventando Atixa, prima, Atissa, poi, ed infine Atessa. Nel luogo dove fu ucciso il drago venne eretta la chiesa in onore di San Leucio che divenne anche il patrono di questo luogo.
Secondo un’altra versione si dice che questo animale gigantesco fu rinvenuto morto davanti la chiesa dei Basiliani, la quale sorgeva al centro del paese. Alcune fonti sostengono che la costola, oggi conservata nella sagrestia della chiesa di San Leucio, facesse parte di un insieme di ossa enormi ritrovate ad Atessa in una località chiamata Valdarno. Alcuni studiosi ritennero che tali resti fossero appartenuti a elefanti condotti in Italia da re Sesoti, oppure da Pirro o, in alternativa, da Annibale quando transitò per gli Abruzzi.
Conclusioni alquanto insolite poiché, già da un esame empirico, si evince che la costola di elefante, come ad esempio lo scheletro conservato a L’Aquila oppure quello presente nel museo di San Buono, solo per citarne alcuni, è più piccola rispetto a quella custodita nella chiesa madre di Atessa.
Secondo recenti studi, infatti, tale osso apparterrebbe ad un Misticeto che trattasi di un sottordine dei Cetacei rappresentate dalle Balenottere, dalle Megatere e dalle Balene propriamente dette.
L’osso preso in esame apparterebbe più precisamente ad un membro della famiglia delle Balaenidae oppure Balanopteride aventi come tratto distintivo quello di non avere i denti bensì i fanoni, una sorta di filtro con cui filtrare i minuscoli organismi zooplanctonici oppure il Krill.
Questi nuovi studi potrebbero essere suffragati dalla comparazione di altre ossa simili trovate in Italia, compreso il reperto che si troverebbe a Penne molto simile a quello di Atessa; tali tesi, inoltre potrebbero essere supportate anche dal fatto che alcuni terreni del territorio di Atessa sono sabbiosi, come d’altronde quelli di Penne, Inoltre leggiamo sempre dal Pansa che: “Lo straripamento dei fiumi, le paludi mefitiche, i siti lacustri infetti dalla malaria, sono fenomeni naturali che il medioevo impersonò costantemente con la figura del dragone”.
Non è difficile, quindi, dedurre che la bonifica delle paludi da parte dei monaci di Atessa apparisse agli occhi dei loro contemporanei come una rinascita (dopo la sconfitta di un essere mostruoso: il dragone, appunto, che con il suo fetido alito annientava tutto, lasciando dietro di se solo una lunga scia di morte).
Giuseppe de Re, uno dei migliori topografi del Regno, secondo quando afferma Giovanni Pansa, descriveva il territorio di Atessa così: “Vieppiù copiose sono quelle che formano, nei dintorni di Atessa, l’Apello e il Ceripolla, i cui ribocchi, uniti ad altri del Sangro, producono una palude malsana di circa 6000 moggi.”
Non dimentichiamo che, durante il medioevo ed oltre, il fiume Sangro era navigabile e, quindi, l’ipotesi del rinvenimento di un cetaceo spiaggiato può non apparir, poi, così peregrina. E, come sappiamo, agli occhi dei nostri avi tutto ciò che non era conosciuto appariva come qualcosa di mitologico e malefico ed era visto come un segno di sventura inviato dal cielo per punirli delle loro debolezze e peccati.