San Demetrio ne’ Vestini: “Orazione in memoria di un suicidio collettivo”

Riceviamo e pubblichiamo questa accorata e sentita lettera scritta dal nostro lettore Giorgio Adami, relativa al paventato progetto di apertura di una nuova e gigantesca cava, estesa su  una superficie di quasi 120 ettari (!), nella zona di San Demetrio ne’ Vestini. 

“Egregio direttore, vorrei rivolgermi per Suo tramite alla classe dirigente della vostra splendida regione perché, da osservatore esterno, mi sono reso conto che l’Abruzzo rischia di perdere il treno di uno sviluppo solido e duraturo. Sono un giornalista che da 40 anni svolge il proprio mestiere a Roma occupandosi di politica e, per una serie di circostanze, mi sono trovato a frequentare la Vostra bellissima terra fin dal 1984. Ho anche acquistato con mia grande soddisfazione una seconda casa, nel centro storico di un’amena località nei pressi dell’Aquila.

Negli ultimi tempi però, come dicevo, sono giunto a una conclusione allarmante: l’Abruzzo sta dando segnali sempre più numerosi e frequenti di un uso dissennato e schizofrenico del proprio territorio e sembra voler abbandonare quella via di  sviluppo sicuro e qualificato che pareva ormai dovesse percorrere senza scosse o deviazioni. Ho sempre pensato, con buoni motivi, che la Vostra regione avrebbe seguito le orme della Toscana, dell’Umbria e delle Marche nella salvaguardia quasi integrale del territorio, ma oggi mi rendo conto che ciò non si verifica affatto. 

In Abruzzo si è andata via via accentuando una separazione, marcata ed evidente, fra le zone soggette a protezione ambientale e le altre, sempre più numerose, dove c’è la licenza di devastare e cementificare a man bassa. Con il risultato che comprare oggi un casale di campagna in Umbria equivale ad acquistare un appartamento semicentrale a Roma – in termini di investimento – mentre un simile discorso, in Abruzzo, rimane semplicemente un sogno; anzi i compratori stranieri o del Nord Italia che ormai hanno saturato il mercato immobiliare delle tre regioni che citavo prima, pare che nel territorio abruzzese neanche ci mettano piede. E con ragione, perchè basta osservare, ad esempio, in che stato miserevole è stata ridotta la Valle dell’Aterno o tante altre zone dell’Abruzzo che fino a pochissimi anni fa erano praticamente intatte. Ma allora, ci si potrebbe chiedere, gli abruzzesi non hanno diritto a uno sviluppo economico? Certo che sì, è la risposta, ma Toscana, Marche e Umbria hanno avuto un eccellente sviluppo senza bisogno di devastare i propri territori!

Ora, questo metodo imprevidente, avido e alla lunga distruttivo che sembra aver preso il sopravvento in Abruzzo finirà per mettere in difficoltà anche le zone in cui l’ambiente è protetto, come un cancro che distrugge un corpo sano con le sue metastasi. Non si illudano, perciò, gli operatori economici delle zone soggette a salvaguardia, alla fine pagheranno anche loro il prezzo salato di una politica così dissennata. Un politica che appare sempre più inquinata da imprenditori che basano tutto sul cemento selvaggio e su altre speculazioni individuali che, proprio per la loro natura, ostacolano uno sviluppo sano, generalizzato e durevole. Il fatto è che, purtroppo, per gestire al meglio un territorio e i suoi beni artistici e ambientali occorrono volontà, capacità, cultura, forte senso di identità collettiva e altro ancora. Molto più semplice allora, se non si hanno queste capacità, svendere i propri tesori per un piatto di lenticchie e magari spalmare il tutto con milioni di tonnellate di cemento: un prodotto facile da produrre e da usare, tanto che ne fanno un fortissimo uso tutti i popoli arretrati del mondo.

Ora, a conclusione di queste considerazioni, vorrei rendere nota la circostanza che mi ha definitivamente aperto gli occhi su quanto succede in Abruzzo: si tratta del progetto di una nuova, enorme cava di materiale inerte che si vuole aprire a poche decine di metri dal centro abitato di San  Demetrio ne’ Vestini. Ad essa ho dedicato una “ORAZIONE IN MEMORIA DI UN SUICIDO COLLETTIVO”.

Eccone il testo:

“San Demetrio ne’ Vestini: orazione in memoria di un suicidio collettivo

 

    La realizzazione delle progettata, enorme e spropositata cava di materiale inerte a San Demetrio ne’ Vestini non sarà – come pensano ingenuamente in molti  - l’atto iniziale di una nuova prosperità economica ma l’atto finale di un dramma, la cui conclusione non potrà che essere il “suicidio” collettivo della comunità sandemetrana.

    Si tratta di un’autentica tragedia, la cui rappresentazione non nasce ai giorni nostri ma è cominciata molti decenni fa, all’indomani della  seconda guerra mondiale, quando si dissolse e scomparve la vecchia classe dirigente che aveva governato questo paese abruzzese nei secoli passati (nobili, proprietari terrieri, professionisti, uomini di cultura, preti). Nell’occasione, come è noto, si fece avanti una nuova classe dirigente: commercianti, artigiani e alcuni neolaureati.

    Da quel momento cominciò l’avvento di un certo benessere materiale. La nuova classe dirigente di San Demetrio è riuscita via via a risolvere molti problemi di carattere concreto  (lavori pubblici, case, lavoro, pensioni, piccole attività imprenditoriali)  ma si è dimostrata assolutamente inadeguata –  nei decenni passati – a far fronte alle questioni di carattere spirituale, di natura culturale e identitaria, che riguardano la coesione sociale e quindi l’agire collettivo. Anzi se ne è disinteressata perché non ne ha afferrato l’importanza: il commerciante e l’artigiano di vecchio stampo erano per loro natura materialisti e individualisti, e perciò hanno sempre considerato inutile l’azione collettiva e ideale. Anzi, alcuni di essi la giudicano controproducente per i propri particolari interessi. Ed è proprio da questa indifferenza alle problematiche ideali e comuni a tutta la collettività che ha preso corpo il dramma di San Demetrio. Nel senso che si è verificata una disgregazione degli antichi legami fra gli abitanti e dell’antica capacità di agire collettivamente, come un’autentica comunità di persone. Una debolezza morale, questa,  che si è rivelata fatalmente negativa nei momenti più difficili e complessi che il paese ha dovuto e deve affrontare.

    A tutto ciò va aggiunta un’altra grave circostanza negativa, che ha contribuito nei decenni a disgregare e a dissolvere l’anima collettiva del paese: il fatto che a San Demetrio, per varie ragioni, sia venuta totalmente a mancare, da oltre mezzo secolo, una vera guida spirituale da parte di preti e di parroci degni di tal nome. Perciò, quando un “forestiero” dotato di senso critico giunge per la prima volta a San Demetrio riceve subito, netta, la sensazione di una comunità a cui manca un timoniere ed è, quindi, come una barca alla deriva dal punto di vista spirituale, oltre che dal punto di vista culturale e identitario. E tale sensazione viene poi, sempre puntualmente confermata.

    L’ultimo atto della tragedia – e lo si dice con dolore, per l’amore che si porta a San Demetrio – ora  sta per attuarsi, con la vicenda della mostruosa cava in progetto. Non si può non provare pietà e commiserazione per  un paese che, con tanti secoli di storia alle spalle, verrà aggredito, stritolato, distrutto. E i cui abitanti, in pochi anni, si ammaleranno tutti indistintamente ai polmoni a causa delle POLVERI SOTTILI che saranno prodotte dagli scavi e che si propagheranno per tutta la valle. Altro che nuovo benessere, qui si va verso il suicidio collettivo!

    Non a caso, infatti, un progetto simile – in apparenza economicamente allettante ma in realtà distruttivo – è stato rigettato senza tentennamenti da una città come Sulmona, i cui abitanti e amministratori sanno ben difendere, e con lungimiranza, i propri autentici interessi .    

    Non così a San Demetrio, con la sua comunità debolissima, dotata di scarsa o nulla identità, con poca coscienza di sé e dei propri veri interessi. Mentre larga parte della sua classe dirigente si dimostra avida e non all’altezza della situazione, e perciò succube dei primi venuti, come in questo caso i gestori delle cave e i loro sponsor. Una classe dirigente indegna di tal nome, che in maniera irresponsabile e incosciente sta portando il paese intero all’autodistruzione. Al suicidio, appunto, come si diceva.

    Questa classe dirigente di San Demetrio ha un solo modo per evitare il proprio storico fallimento, nonostante il qualcosa di positivo fatto nei decenni passati: deve impedire che lo scempio della “megacava” venga compiuto, per il bene del paese e per la salute delle future generazioni, dei suoi stessi figli. Altrimenti, oltre che riflettere sul proprio fallimento, essi dovranno in aggiunta interrogarsi sulle loro responsabilità sociali…”

 

di Giorgio Adami