Francesca De Carolis ha raccontato il legame fra i due musicisti nel romanzo “Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo”, edito da StampaAlternativa. Oltre all’intervista all’autrice, pubblichiamo le prime pagine del libro.
Non è una biografia di Luca Flores. Non lo è e non vuole esserlo. “Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo” (Stampa Alternativa, con prefazione di Vincenzo Mollica), di Francesca De Carolis, è un romanzo, un romanzo d’amore, il romanzo di un amore, la storia intensissima e struggente – e splendidamente raccontata – di un uomo e una donna. In questa intervista, Francesca De Carolis parla del libro e di come è arrivata a scriverlo.
Il tuo libro su Luca Flores è nato da un incontro con Michelle Bobko. Iniziamo da qui. Chi è lei, chi era lui, cosa sono loro per te…
“Chi è lei… Michelle è una cantante, americana, una donna dalla cultura ampia, complessa, con quell’irrequieta ricchezza d’animo che è delle persone che da molto giovani partono alla ricerca del mondo: intorno ai vent’anni ha lasciato il Texas per New York, poi l’Europa, Parigi, gli studi classici, quindi il jazz, l’Italia… Questa è la cosa che di lei mi ha subito affascinato. Siamo diventate amiche, ci siamo frequentate, molto, anche abitando in città diverse, io a Roma, lei a Montevarchi, un paesino vicino ad Arezzo. Lui… per me è la persona che ho conosciuto attraverso il ricordo di lei. Ho incontrato Michelle quando Luca Flores era già morto, tre anni dopo, e di lui all’inizio non sapevo proprio nulla. Sapevo solo del dolore di una tragica morte che lei si portava dentro, ma per molto tempo non ho osato chiedere nulla… Io credo che bisogna cercare di essere molto discreti con le vite degli altri, e poi penso che non sempre ‘indagare’ sui dettagli serva a capire meglio la sostanza delle cose. Poi a un certo punto è stata Michelle a parlarmene, e un po’ alla volta ho capito, forse, chi era Luca Flores: intanto un eccezionale musicista. Come Michelle anche lui aveva girato il mondo, da piccolo con la famiglia che si spostava seguendo gli impegni per lavoro del padre, un geologo. Poi da giovane in America, in giro per l’Europa, e dove la sua musica lo portava… Ecco credo che questo continuo spostarsi alla ricerca di qualcosa, o a volte in fuga da qualcosa, sia una delle cose che Michelle e Luca Flores hanno avuto in comune, oltre alla passione per la musica naturalmente, che non è solo il jazz: entrambi studiano e approfondiscono la musica classica, lei è stata anche cantante lirica, la scelta del jazz avviene in un secondo momento.
Cosa sono per me… Per me sono i protagonisti di una storia d’amore. Grande e appassionata, come io penso debbano essere le storie d’amore. Vissuta fino in fondo. Questo è quello che ho cercato di raccontare, e così preferisco che venga definito questo libro: una storia d’amore. Perché anche se ‘fisicamente’ termina con la morte, tragica, di lui, in realtà continua con il ricordo e il racconto di lei, che è un modo di continuare a far vivere e ad amare”
Così a un certo punto, la decisione di scrivere. Ma so che è stata una decisione molto meditata: qualche anno, se non sbaglio…
“Sì. Non è stato facile. In qualche modo è stata Michelle a chiedermi di raccontare questa storia. Mi piace ricordare il primo accenno. Si parlava di fantasmi, d’estate al mare dove lei era venuta a trovarmi… io scherzo sempre un po’ sul mondo degli ‘spiriti’, anche perché in fondo credo davvero che la nostra vita sia un camminare in bilico fra un di qua e un di là che non sappiamo (o non vogliamo) imparare a percepire, e credo che ogni essere vivente lasci in qualche modo traccia del suo passaggio… Si parlava dunque di fantasmi, e Michelle a un tratto accennando ai fantasmi che hanno assediato la vita di Luca, mi ha detto: “Questa è una storia che tu puoi raccontare…”. E così, un po’ alla volta, ho conosciuto brani della loro storia, davvero piena di ‘fantasmi’. La vita di Luca Flores era stata segnata dalla morte della madre, un ricordo che lo avrebbe tormentato per sempre, anche perché la madre era morta in un incidente d’auto proprio mentre accompagnava il figlio ad una visita medica. Poi, i ‘fantasmi’ della malattia. Flores soffriva di forti depressioni. Il nome medico è ‘sindrome bipolare’, una patologia che fa oscillare fra stati d’animo opposti, se così posso semplificare. E poi la sua sensibilità estrema… Inoltre io non conosco la musica, non particolarmente. Il mondo del jazz, poi… No, ho subito pensato che non sarebbe stato facile raccontare. Ma ne abbiamo parlato, io e Michelle. Poi lei mi ha permesso di leggere i suoi appunti, i diari, qualche lettera di lui, mi ha regalato il loro dischi, mi ha raccontato dettagli…Insomma, a poco a poco sono entrata in questa storia, e questa storia è entrata dentro di me”
E poi, una volta partita, pochi mesi per scriverlo. Dico male?
“E’ vero, poco più di tre mesi, quattro forse. Poi qualche settimana per rivedere il testo. Quasi non ho pensato ad altro. E’ stato come entrare in trance. Ma era l’unico modo, per me, per mantenere il tono con il quale mi sembrava dovesse essere raccontata questa storia: come un lungo sospiro. Senza interruzioni”
Il tuo libro non è una biografia, è un romanzo: un romanzo dunque su una storia d’amore. In che modo si è srotolato sotto la tua penna?
“Il ‘lungo sospiro’ è diventato un monologo. E’ la voce di lei che racconta. E’ un punto di vista. E’ comunque il modo che io preferisco del narrare, anche perché penso sempre che lo sguardo ‘soggettivo’ sia l’unico del quale abbiamo un’esperienza diretta. E di un fatto ogni ‘sguardo’ potrebbe dare una lettura diversa, ciascuna vera per chi guarda. In questo libro ho cercato lo sguardo di una donna che ha scelto di amare fino in fondo. Certo, una scelta arbitraria, ma forte della sua verità. E ho cercato il motivo intorno al quale potesse srotolarsi, nella narrazione, l’intera vicenda. Un motivo che fosse anche musica, che segnasse il ritmo del racconto. Quando ho ascoltato la versione della canzone di Luigi Tenco, “Angela, angelo, angelo mio”, suonata da Luca Flores e con la voce di Michelle Bobko, mi sono detta: ecco, il motivo non può che essere questo. Così ho immaginato che il primo incontro avvenisse proprio sulle note di questa canzone. Poi, è diventato anche il titolo del romanzo”
L’amore di cui hai scritto è stato un amore forte, intenso, passionale, a suo modo liminare: cosa ha significato gestire queste forze al momento della scrittura?
“Più che gestire, forse mi sono lasciata gestire…. Quindi è stato necessario accettare che almeno una ‘quota’ di passione, di amore, di dolore, mi prendesse, che questi sentimenti diventassero anche i miei. Perché dopo aver scelto il punto di vista di cui dicevo, è stato necessario provare a viverlo davvero quel punto di vista e ogni volta interpretarlo, come se quell’amore fosse stato davvero il mio… in realtà forse mi sono anche un po’ innamorata di questo amore. E perché no. Chi non desidera vivere una grande passione. Pensa all’emozione, al piacere immenso di ascoltare un brano al pianoforte e sapere che il pianista sta suonando solo per te… Forse troppo romantico? Io in fondo credo di essere rimasta una persona romantica. ‘T’amerò per sempre’ è ancora una frase che mi fa tremare, anche se a un certo punto della vita si capisce, adesso so, che ‘per sempre’ è un tempo che non esiste”
C’è anche la musica, un aspetto importante…
“La musica accompagna tutta la storia. E’ parte fondamentale del legame dei protagonisti, è anche linguaggio di comunicazione fra loro e con il mondo esterno. Ho cercato di scrivere ogni episodio, anche quando non si parla di musica o di concerti, pensando ad un motivo, sottinteso, che accompagnasse la pagina. Non mi sembrava si potesse fare diversamente: forse sbaglio, ma ho sempre immaginato che i musicisti vivano accompagnati costantemente dalla musica. Ho già accennato al fatto che sia Michelle che Flores hanno iniziato con gli studi di musica classica, Michelle è stata anche cantante lirica, e in seguito hanno scelto il jazz. Un giorno ho chiesto a Michelle il perché di questo ‘salto’, e lei mi ha detto che il jazz è stato per lei una scelta di libertà. Così ho anche pensato a questa storia come a una fuga da gabbie, la vita ce ne costruisce tante intorno…, a una corsa alla ricerca disperata di una libertà impossibile”
Cosa ha rappresentato, da un punto di vista umano – e direi soprattutto emotivo- immergersi in quelle profondità che creano il legame fra due persone?
“Si ha sempre un po’ di timore. Io all’inizio ne ho avuto molto. C’è la paura di essere indiscreti, di violare qualcosa di troppo intimo, e non sai se è poi la cosa giusta. Non c’è nulla di più prezioso e fragile di un segreto colloquio a due. Io sono molto grata a Michelle per avermi permesso di arrivare per qualche istante sulla soglia di questo segreto”
Qual è stata la cosa più faticosa?
“Non piangere. E poi cercare di capire la malattia, parlare di depressione senza averne esperienza diretta… intendo dire di non averla mai sofferta sulla mia pelle. C’è sempre il rischio di stare lì a giudicare, a sentenziare, davanti al dolore degli altri. Ecco, questa è una cosa che spero di non aver fatto”
E la più bella, la più sorprendente?
“Entrare nella musica. Cercare e trovare le parole per raccontarla, restituirne il senso. Pensare di riuscire a raccontarne il colore. A ritrasmetterne attraverso le parole il ritmo. Almeno, a tratti, così mi è sembrato. E’ un piacere immenso. Devo dire che molto mi è stato utile, in questo, leggere uno dei volumi che erano nella libreria di Flores, un testo di Kandinsky che introduce a una teoria del colore dei suoni. Davvero affascinante”
Sappiamo che l’amore tra Michelle e Luca è stato interrotto improvvisamente: nello scrivere questa storia, nel ricostruirla prima di riversarla su carta, hai trovato tracce di “presentimento” e di “paura”?
“Sì, e il romanzo inizia proprio con il racconto di un presentimento. Anzi, di una visione, che, a saperla interpretare, può svelare già tutto. Ma credo che accada spesso, che accada a tutti noi di avere ‘presentimenti’, di sapere dal primo momento come qualcosa va a finire, perché a volte fin dal primo momento ci sono tutti i segnali per capire. Nelle prime battute è già racchiusa tutta la storia. E’ che noi non vogliamo leggerli, quei segnali… e questo accade, accade anche nelle storie d’amore… anzi forse soprattutto in quelle, quando in qualche modo siamo già persi inseguendo il nostro desiderio, e per nulla al mondo vorremmo perderlo”
Una storia fra due musicisti, ma anche una storia di silenzio… quello di Luca, soprattutto.
“Il silenzio… credo di avere in qualche modo provato a spiegarlo. Il silenzio è importantissimo per un artista, per un musicista. E noi siamo costantemente circondati, assediati da rumori. Nel racconto c’è a tratti la ricerca del silenzio, nella fuga in campagna, nella ricerca di luoghi tranquilli dove vivere, dove trovare il giusto tempo per la concentrazione e lo spazio perché la musica si possa ‘espandere’. Poi ci sono altri silenzi… mi riferisco alle chiusure, alle fughe dal mondo di una persona taciturna, spesso chiusa in sé. Anche i silenzi, naturalmente, dicono molto”
Che immagine di sei fatta di Luca Flores?
“Di una persona molto complessa, dalla sensibilità estrema. La prima immagine che mi viene in mente è di una persona molto dolce e nello stesso tempo lo penso scontroso, e fragile pure. Ma, ripeto, il mio sguardo non è obiettivo… io l’ho visto attraverso gli occhi di lei… Se provo a staccarmene un po’, penso che sia una persona che avrebbe potuto intimorirmi, molto…un genio, in quel suo mondo completamente rapito dalla musica. Ma poi subito mi viene in mente l’amore che aveva per i gatti… I gatti sono anche un’idea della vita, inafferrabile e bellissima. Uno stile, i gatti si muovono come danzando”
C’è stato un aspetto di questo amore che hai preferito non esplorare?
“E’ una banalità, forse, ma si dice (è vero?) che nel rapporto di coppia c’è sempre uno dei due che ama di più. Ecco, questa è una domanda che non ho voluto fare”
Hai avuto dei riti particolari, nel corso della scrittura? L’ascolto di musica, magari.
“Hai detto la cosa giusta: la musica. Ho sempre scritto ascoltando i dischi e le registrazioni della musica di Flores, ma anche ascoltando la musica che lui o lei ascoltavano, e i brani preferiti. Li ho ascoltati continuamente, ripetutamente, ossessivamente, forse… tanto che quando ho terminato di scrivere il libro non sono più riuscita ad ascoltare quella musica per qualche mese. Ma questo mi ha aiutato nella ‘trance’ in cui sono finita. E poi ho sempre avuto davanti a me, sulla scrivania, una foto di lui curvo sul piano”
In allegato al libro c’è anche un cd: di che si tratta?
“Si tratta del concerto live di Michelle Bobko, tenuto a Caviglia nel maggio del 2004. Il titolo è ‘Omaggio a Luca Flores’. Sono per lo più brani musicali scritti da Flores, (due sono di R.Beirach, e Jobim/Buarque”) interpretati da Michelle, che di queste musiche ha scritto i testi. Michelle è anche poeta e ha scritto molte poesie ispirate a brani musicali, e non solo a quelli composti da Flores. Allegare il cd al libro è stata un’idea dell’editore, che io ho subito condiviso, perché mi è sembrato il giusto completamento del racconto. In appendice al romanzo, fra l’altro, ci sono alcune pagine di versi scelti fra le poesie e i testi di canzoni composti da lei”
A proposito dell’editore, come sei arrivata a scegliere Stampalternativa?
“Devo dire che è stato l’editore a ‘scegliermi’. Anzi , la parola giusta sarebbe ad ‘accogliermi’. Avevo già cominciato a contattare qualcun altro, senza successo…, poi, sfogliando il catalogo di Stampalternativa ( sono un lettore ‘storico’ di questo editore… della famosa “Lettera sulla felicità” ho fatto bomboniere per il mio matrimonio) ho notato quanto ampia e interessante è la sezione dedicata alla musica jazz, così ho spedito il manoscritto e nel giro di pochissimo tempo mi è arrivata la telefonata di Marcello Baraghini, e tutto è ricominciato da lì”
Intervista di Simone Gambacorta
Ecco le prime pagine del romanzo di Francesca De Carolis
Era tutto già riassunto in una visione. Arrivata all’improvviso prima che il treno entrasse nella stazione di un piccolo paese sul fianco del lago. Forse Castiglione, forse Terontola, o forse qualche altro nome che non ricordo più. Quello che ho ancora nitido nella mente è il colore azzurro e grigio dell’acqua. Il basso movimento delle onde, appena appena sospinte a riva dal vento. Poco più che un’increspatura. E quella trasparenza ovattata di bruma che sempre mi sembra stia sospesa fra l’acqua e l’aria. Nella luce orizzontale del tardo pomeriggio.
Tornavo verso casa e come sempre fermavo gli occhi a riposare sul paesaggio tranquillo e prigioniero del lago. Fu allora che come nata dall’acqua una folla di immagini venne verso di me, ognuna attraversò lo spazio d’aria che ci separava e tutte invasero la mia mente.
Erano tante strane immagini. Faccio ancora fatica a metterle in ordine. Cominciò, mi sembra, con un collage di letti colorati. Differenti tipi di letti. Piccoli, ampi, in legno, o con sontuose testiere in ferro battuto. In alcuni vi erano distese delle sagome. Non era chiaro se si trattasse di donne o di uomini. Forse erano solo fantasmi. Uno o due fantasmi seguivano a piedi. Poi arrivarono le mucche. Grandi morbide mucche con le mammelle gonfie di latte. Troppo latte. Avanzavano muovendosi a fatica. Avvicinandosi mi guardavano e avevano il volto di donne piangenti.
I fantasmi e i letti e le mucche, tutti camminavano verso di me. Divennero vicinissimi. Il vetro del finestrino che mi separava dall’alito caldo dei loro respiri s’infranse. Si scompose in lame d’aghi, che ferirono le dita di una mano. Con tagli lenti e precisi. Che scorrevano verticali lungo le dita, dai polpastrelli al centro del palmo, inesorabili. Tutt’intorno solo piatti rotti.
Ho ancora qui il foglio dove avevo preso alcuni appunti di quella allucinata visione. A quei tempi prendevo sempre appunti. Come continuo a fare ancora. Tutte le volte che è necessario strappare i fantasmi dal terreno che li nutre e renderli innocue righe d’inchiostro.
Nello spazio lasciato vuoto dalle parole c’è un disegno. Uno scarabocchio, piuttosto. E’ una mano che fra l’indice e il pollice afferra una farfalla. Un gesto molle, quasi distratto, come a dimostrare, quasi fosse necessario, che non costa alcuno sforzo immobilizzare una farfalla. Mentre una forbice mossa, sembra, solo dall’aria, ne taglia le ali. Un gesto sgraziato sospeso sopra un fascio di lame di vetri.
Un brutto disegno. Anche ora che lo guardo dopo tanto tempo, sento il sordo stridere del morso del ferro che taglia e il dolore asciutto delle ali di quella farfalla.
Era tutto già riassunto lì. Bisognerebbe fare più attenzione alle proprie visioni. Non lasciarsene solo incantare. Ma io me ne dimenticai presto. Di questa come di altre. Ero troppo giovane per capire ed ero contenta di ritornare verso quella che allora era la mia casa. Di lasciarmi andare al dondolio lento del treno. All’aria del mese di maggio. Già piena di tepore e di spore mature.
Lo vidi per la prima volta qualche giorno dopo. In molti mi avevano già parlato di lui. “E’ appena arrivato dalla Francia, lo devi conoscere”. “E’ tornato da New York” mi dicevano. “Vedrai, è uno dei migliori. Il migliore” qualcuno mi diceva. Lo vidi nel locale dove teneva un concerto con il suo gruppo. Un jazz molto complesso, intellettuale, quella sera, e tutti li vidi musicisti maturi, forti, irraggiungibili. Lui era il pianista e suonava da dio.
“Suona da dio, ma è completamente pazzo” dissi a Marco, che mi aveva accompagnato in uno dei soliti giri fra cantine e locali notturni. Marco rise e mi raccontò di lui, dettagli che ora non ricordo. Ma ricordo che a un certo punto mi puntò gli occhi addosso e fece un commento non so se più ironico o risentito: “So già come andrà a finire. Fra di voi” disse.
Le luci erano basse e lui era curvo sulla tastiera.
“Senti questo pezzo,” fece Marco. “E’ uno dei suoi. Ascoltalo bene…”.
Ma io già non avevo occhi e orecchi che per lui.
Aveva un modo molto particolare di scavare dentro la musica, dentro ogni nota. Andava giù, giù, ancora giù. Come tentato dall’esplorare chissà quali profondità. Fermandosi sul limite di non so cosa. Per poi risalire, in vortici leggeri. Soffermarsi in superficie, giocare con l’aria, indugiare accarezzando il piano della tastiera per poi ancora ridiscendere. Come inseguendo e componendo movimenti di linee a lui solo visibili.
Era sempre curvo sulla tastiera. Non ne potevo vedere bene il volto. Solo un tratto di profilo inclinato, la linea assorta dello zigomo, la barba leggera. La testa affollata di capelli e le spalle. Larghe e fragili di sussulti. Le braccia forti e le mani, le mani e le dita che erano tasti ed erano musica. Poi finalmente sollevò la testa, si volse appena, e vidi gli occhi. Grandi e scuri. Nella penombra mi sembrarono immensi. Erano immensi. Lucidi di gioia. Eccitata. Guardarono intorno, immaginai mi guardarono. Quasi subito si riabbassarono e furono di nuovo solo della musica.
Non so se fu già quella sera che m’innamorai di lui. No, non credo. Ma ne avvertivo, fortissimo, il fascino. Continuavo a fissare le sue mani, illuminate negli spot di luce, il loro doppio riflesso nel legno del piano, le dita che danzavano decise. Sfiorando appena i tasti e sempre fondendosi in loro. Sembravano tessere parole di note. Accompagnate da sfrigolio di piatti, tocchi soffocati di tamburo e corde di basso. Ma io vedevo e sentivo solo le sue dita.
Tutt’intorno era il solito sommesso chiasso. Parole, cenni d’intesa, saluti sorpresi da un tavolo all’altro, tintinnio breve di bicchieri, distratto spostare di sedie. Qualcuno che arrivava, qualcun altro che usciva per chissà dove. Incontri. Avvistamenti. Appuntamenti.
Salutai degli amici appena arrivati. Fecero segno di unirmi al loro tavolo. Esitai, poi provai ad alzarmi.
Ma tutto sembrò fermarsi, o almeno così ricordo la vertigine che si aprì nella mia testa, quando sentii l’accenno alle note di quel brano.
“Angela”. Motivo dolcissimo e dolorante che presto avrei imparato a conoscere e amare. Poche note che erano già un rimpianto
“Angela, Angelo, angelo mio. Io non credevo che questa sera. Sarebbe stato un addio. Angela io non sapevo”.
Ogni strofa un lieve lamento. Mi aveva preso allo stomaco dalla prima volta che l’avevo sentito. Decine e decine di volte l’avrei poi riascoltato nascere dalle sue dita, che sempre sembravano girare intorno alla triste dolcezza del brano quasi ne fossero padrone e schiave allo stesso tempo. Scavando nella melodia variazioni. Sprofondando fin dove il dolore poteva arrivare. Tentando a volte improvvise impossibili fughe. Per ritornare a cullarsi nel rimpianto. Rassegnate alla propria catena.
“Angela, angelo, angelo mio io non sapevo.
… volevo solo vederti piangere. Perché mi piace farti soffrire”.
Quel motivo ritornò a tratti durante la serata. O almeno così credetti. Forse perché rimasto prigioniero nella mia testa, più di una volta mi sembrò di sentirlo affacciarsi a sorpresa nel fraseggio di ogni altro brano che fu suonato. Negli attacchi dei suoi assolo. Magari ripreso in un breve cenno, riassunto in una sola nota. Nascosto qua e là nelle pause di silenzio.
“Angela, Angela, io non volevo”.
Nessuno vorrebbe mai. Ma a volte c’è poco da fare. Temo. Quando le cose della vita fuggono lungo solchi già segnati. Spesso ci si illude, ci si oppone, si combatte senza accorgersi, quando presi nel corpo a corpo, del rischio di precipitare in una stessa terra nera. Ma questo posso dirlo solo adesso, che tutto si è già compiuto. Ormai da tempo. Allora era maggio. Finalmente lontano il torpore dell’inverno. Che sa come annichilirmi. Il calore della primavera inoltrata s’infiltrava fin sotto le volte della cantina. Era profumo di futuro. Lo riconoscevo benissimo, pur confuso fra la nebbia delle sigarette, le risa, i fumi dell’alcool, la musica che nasceva dalle sue dita, che restai lì ad ascoltare fino all’ultima nota dell’ultimo pezzo. Che, se il ricordo non si confonde, mi sembrò un gioco di danza, improvvisato sul piano di panno di un tavolo. Le note tentavano sommessi movimenti centrifughi, venivano ricomposte, scosse, respinte, riacciuffate e rimesse in gioco. Come una danza di dadi.
“So già come andrà a finire fra di voi! Pazienza!”
Marco rise. Scherzò ancora, e quando la serata ebbe termine, prima di andare via, insieme ci avvicinammo a lui per un breve saluto.
Lui sorrise con aria timida e, mi sembrò, distratta. Mi guardò appena. Di sfuggita. Ma forse così mi sembrò per via delle luci basse del locale e poi so bene quanto, al termine di un concerto, si sia ancora prigionieri della propria musica.
Lo rividi due giorni dopo. Era su di un autobus che saliva sulla collina alle porte della città. Non ricordo perché anch’io fossi lì.
Lui era assorto. Mi avvicinai.
“Ti ricordi di me?” gli chiesi.
Si ricordava, certo, di me. Si ricordava benissimo di me, mi disse. Mi confuse.
Ancora una sera andai ad ascoltarlo suonare. Ancora fui catturata dalla sua musica, piena di echi che sembravano arrivare da mondi lontani. La sua ricerca musicale a quel tempo era anche un viaggio, avrei in seguito capito, attraverso il ricordo dei suoni della terra d’Africa. Viaggio carico di nostalgia della magnifica infanzia che lì aveva trascorso. Con i fratelli, le sorelle, l’intera famiglia. Memoria di una felicità perduta poi lì sul limite del mare. Ma anche questo seppi solo in seguito.
Uscii da quella seconda serata con un suo disco. La copertina era un intreccio di curve che su un fondo bianco disegnavano figure. La testa di un cavallo, gli occhi di un fantasma, il sorriso di un clown, la spirale tronca di due conchiglie, due ombrelli, uno in volo verso lo sbarramento della linea del titolo, l’altro che planava verso il basso a testa in giù. Poi perle come gocce, o forse lacrime legate a un filo, e note a dondolo in fuga da un triangolo. Figure che avrei detto cadute alla rinfusa sulla base bianca del cartoncino, come da una scatola di minuti oggetti che un bambino avesse rovesciato in terra, dicendo: basta! è ora di cambiare gioco. Seppi dopo che si trattava di uno dei suoi disegni.
Prima di addormentarmi ne sfogliai la copertina. All’interno c’era una sua foto di qualche anno prima. Molti anni prima. Rideva a pieno viso di fronte alla camera. Come a diciott’anni ancora si riesce a ridere. Mi piacquero i suoi denti, larghi e un po’ sfrontati. I suoi sconfinati occhi castani.
L’estate passò senza che mi capitasse più di rivederlo. Né lo cercai, né evidentemente mi cercò. Ma la sua musica e i suoi occhi erano ancora lì, acquattati nella mia testa.
Fu in autunno. Erano trascorsi quasi sei mesi dal primo incontro. Mi chiamarono per sostituire per una serata la cantante che si era ammalata. Andai. Il pianista era lui.
Ricordo poco di quel concerto, se non il mio timore di non essere alla sua altezza, di non essere abbastanza brava per lui, e per gli altri suoi compagni, e che con impaccio, appena lo vidi, gli feci ancora quella domanda.
“Ti ricordi di me?”
Non rispose. Semplicemente sorrise appena.
Poi la serata ebbe inizio e lui mi sembrò essere subito solo del suo piano.
Al termine del concerto ci fermammo a bere qualcosa. Poi lui mi accompagnò fino alla bicicletta.
Parlava pochissimo.
Lo incontrai ancora, pochi giorni dopo, ad una cena in casa di Marco.
Gli dissi che ero stata contenta di aver cantato con lui. Che mi ero chiesta, e gli chiesi, se gli ero piaciuta.
Lui mi guardò in silenzio.
“Ti ricordi di me?” Questa volta scherzai.
“Certo, che mi ricordo di te” disse serio. Ricordava tutto, disse, fin dal primo giorno. Ricordava esattamente persino i colori del vestito che portavo quella prima sera di maggio in cui c’eravamo incontrati.
“Certo che mi ricordo di te,” disse. “sono sei mesi che ti aspetto”.


ho letto il libro ,ho avuto il piacere di conoscere francesca de carolis in una località di mare,devo ringraziarla ,perchè da una storia tragica ,ha saputo parlare d’amore come poche sanno fare.spero tu riceva il mio commento .enzolidosolemare con affetto e stima enzo perrotta