“Sante Monachesi, futurista per sempre” in mostra a Roma

E’ come visitare una collettiva di più artisti percorrere la grande mostra della Fondazione Museo di Roma al Corso che espone oltre 100 opere di Sante Monachesi dal 21 settembre al 24 ottobre 2010. Una sensazione che sottoponiamo al curatore Stefano Papetti avendone conferma: “Tante mostre, tanti artisti in un solo nome”. Un grande nome che è riuscito a rendere i profondi mutamenti avvenuti nel Novecento interpretandoli in forme rinnovate con materiali al passo dei tempi. Il che non vuol dire seguire le mode, tutt’altro, è stato all’avanguardia, semmai le ha dettate, nella pittura come nella scultura, intendendo quest’ultima in modo rivoluzionario come forme e come contenuti. E’ un’occasione preziosa vedere riunite queste opere, quasi tutte provenienti da collezioni private.


“Parigi”, 1947, cm. 100×70, Roma, Collezione privata.

Il filo conduttore del futuro in un artista poliedrico e innovatore

C’è un filo conduttore, un motivo unificante in questo poliedrico succedersi di espressioni che ci dà cento volti di un artista? Lo abbiamo ricercato in fonti particolarmente qualificate: “Capacità di osmosi con la cultura europea e mondiale, continua ricerca estetica esteriore e interiore” secondo Emanuele, presidente della Fondazione Roma organizzatrice della mostra; “Futurista per sempre”, dice Papetti facendo di questa definizione la sua presentazione; “sempre futurista nell’animo” scrive Luce Monachesi in un’affettuosa e intima rievocazione che la mostra ha il pregio di rivelare.

Ecco, dunque, l’identikit, lo spirito futurista, rimasto anche dopo il tramonto di quel movimento, lo ha portato al continuo dinamismo espressivo, all’incessante ricerca attenta ai mutamenti nel contesto artistico internazionale e legata ai motivi profondamente sentiti: di qui l’“esteriore e interiore” di Emanuele, il “per sempre” di Papetti, “nell’animo” della figlia Luce.

Ma dato che proprio l’animo stiamo scandagliando, ci piace riportare qualche immagine dell’“educazione alla Oxford”, o “diseducazione” come usava dire, nella sua casa romana a San Lorenzo in Lucina, aperta ai giovani dell’Accademia Belle Arti come agli artisti affermati, da Mafai a Trombadori, da Turcato a Bartolini. Dove le discussioni colte sull’arte si mescolavano alle tavolate succulente preparate da lui “grande cuoco oltre che pittore e scultore di fama”, è la figlia Luce che parla, in un cenacolo nel senso etimologico del termine. Questo avveniva anche nelle vacanze estive a Civitanova Marche, che si animava di artisti di diverse discipline e dava luogo a incontri distensivi in spiaggia o al caffè ai quali poi seguivano contatti a Roma e Milano.

Che dire del ricordo dell’artista che balla con Ava Gardner, a Roma per “La contessa scalza”, e di Joan Fontaine che acquista il ritratto di Luce “con le treccine”? “Ci ha lasciato in eredità una grande ricchezza: la fantasia”, dice ancora la figlia, e se non bastassero i pochi tratti ricordati c’è l’immagine dell’artista che dipinge all’alba cantando canzoni napoletane e fa lezioni di storia dell’arte ai propri familiari prima che escano di casa per andare a scuola e al lavoro.

A quest’immagine domestica si associa quella esterna del fondatore di movimenti artistici, con un’inquietudine che era in realtà un modo di essere, la sua instancabile vocazione al movimento.

Ne parliamo ancora con Papetti, del futurismo come fiducia nel futuro, e quando il futuro diventa il presente con il progresso tecnologico, cerca subito di cavalcarlo, come fece Marinetti con le automobili, come fece lui con i velivoli dell’“aerofuturismo”, la seconda fase del movimento abbracciata subito da un predestinato: era nato nel 1910, l’anno del “Manifesto della pittura futurista”, centenario celebrato l’8 marzo, il giorno della pubblicazione, con una sua mostra a Falconara curata anche da Papetti, docente e dirigente culturale nella terra di Monachesi, le Marche.


“Il suonatore d’arpa, 1930, Alluminio lucidato a specchio, fusione di alluminio eseguita nel 1958, cm 150×104, Roma, Collezione privata.

E’ stato un bene, perché nella grande mostra sul Futurismo aperta a Roma il 20 febbraio 2009, il giorno del centenario del Manifesto di Marinetti, non c’era Monachesi essendo limitata alle Avanguardie fino al 1915, lui è intervenuto negli anni ‘30 con l’aerofuturismo che invece fu presente nella piccola mostra di grande qualità a Giulianova (Teramo) nell’estate dello scorso anno.

Di entrambe le mostre abbiamo dato conto a suo tempo sulla rivista consorella http://www.abruzzocultura.it/, ora siamo particolarmente lieti di aggiungere questo tassello fondamentale, i suoi quadri aerofuturisti come prosecuzione di quelli visti appunto a Giulianova.

Ma poi va “più alto e più oltre”, per dirla con D’Annunzio, la corsa allo spazio lo esalta e la celebra con grandi dipinti, l’“Orma” ci ha fatto pensare subito al “piccolo passo” di Neil Armstrong: Papetti ci conferma la correttezza dell’intuizione, ma ci fa osservare che è del 1960, lo ha prefigurato anticipandolo di nove anni. Ha ragione la figlia a parlare della fantasia come sua grande eredità , mentre giravano i satelliti nello spazio lui già ne immaginava e dipingeva l’allunaggio!

Questa mostra è un tassello fondamentale nel mosaico futurista perché non si limita alla corrente artistica, e in particolare pittorica, ma è aperta allo spirito futurista che non è venuto meno con l’esaurirsi delle sue manifestazioni, è stato il lievito dell’innovazione a tutto campo. La scultura senza peso è diversa da quella di Calder “lo scultore dell’aria” che cercava il dinamismo, ma poi approderà a strutture monumentali urbane saldamente ancorate al suolo. Monachesi toglie peso alla materia avvalendosi di quanto offre la tecnologia ma senza lasciarsi dominare, tutt’altro: “E lui che impone la forma alla materia – dice Papetti – non la ricerca al suo interno né si fa condizionare”, quindi è un futuro che accresce le opportunità anche per l’artista, il quale però ne resta il dominus; rovescia la visione michelangiolesca che “liberava” la forma imprigionata dalla materia in eccesso.

Andiamo con Papetti nella grande sala con “Evelpiuma”, le sculture in gomma piuma, ci viene ricordata la mostra di Civitanova del 1965, in cui i visitatori potevano esercitarsi in proprie composizioni. Ma come nel “readymade” dadaista ciò che sembra per tutti non lo è, è l’animus dell’artista ad infondere il soffio dell’arte in materiali che altrimenti restano poveri e informi; occorre – per citare l’ossimoro di Schwarz - “il rigore dell’immaginazione”, ricordando che lo stesso Duchamp si impose di limitarne al minimo la produzione annuale per evitare “assuefazione” e “contaminazione”. Monachesi diceva che le composizioni dell’ “Evelpiuma” – non sono “readymade”, il foglio di materiale va avvolto ad arte, non solo firmato ed esposto – si potevano portare a casa arrotolate per rimodellarle in forme diverse, l’opposto della scultura immutabile.

Non c’è stata solo la gomma piuma, anche il metacrilato in fogli dai colori vivaci che modellava riscaldandoli fino bruciarsi le mani, ci ha detto Papetti fornendoci un’altra indicazione preziosa: il metacrilato blu della Galleria nazionale d’Arte Moderna è ispirato alla Nike di Samotracia. Non è figurativo, solo guardandolo bene avendo quest’informazione se ne riconosce il portamento, la nobiltà, valeva la pena bruciarsi le mani per evocare nei materiali moderni un simile capolavoro!


“La cabala”, 1953, cm 135×180, Roma, Collezione privata.

Il periodo futurista fino agli incubi della guerra

Il futurismo era una predestinazione per Monachesi, che nacque nel 1910, l’anno del “Manifesto della pittura futurista” firmato da Boccioni e Carrà, Balla, Russo e Severini. E lo interessò sin da quando aveva12 anni con la mostra dell’estate del 1922 nella sua città natale, Macerata, del pittore Ivo Pannaggi dedicata al futurismo e definita da Papetti “una bomba destinata a deflagrare nel sonnolento ambiente artistico locale”. Le forti sollecitazioni impresse fecero breccia su di lui ai primi passi nell’arte, fino al libro di Boccioni, “Pittura e scultura futurista”, che rappresenta un riferimento sicuro e una fonte diretta di ispirazione per la sua produzione artistica degli anni trenta.

E’ un artista impegnato in prima persona nei movimenti, a 22 anni nel 1932 dà vita, con altri artisti tra cui Guido Tano, al “Gruppo futurista Umberto Boccioni. Movimento futurista delle Marche”, e fu solo l’inizio; ed è molto attivo anche nelle manifestazioni, lo troviamo già nel 1936 a Parigi all’Esposizione universale, due anni dopo a Venezia alla XXI Biennale e a New York all’esposizione dell’Art Department alla Columbia University, a Roma nel 1939 alla III Quadriennale, presentato da Marinetti che lo aveva introdotto nell’ambiente futurista della capitale.

Un’avanguardia anticonformista la sua che creò sconcerto quando, nel 1934, le sue sculture furono esposte a Recanati nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Leopardi nell’austero Palazzo Venieri del XV secolo dove si trovavano le famose opere di Lorenzo Lotto e Guercino. Erano 24 sculture di alluminio, illuminate a intermittenza, definite “astrazioni plastiche” una “bomba” a orologeria nell’ambiente locale, nell’espressione di Papetti.

Sono tra le prime opere che incontriamo in mostra, due “Astrazioni plastiche” del 1930, sorta di bassorilievi dove spiccano dei solidi a sbalzo su una superficie piana; stesso anno “Il suonatore d’arpa” di grandi dimensioni, un metro e mezzo per un metro con la versione piccola, un bozzetto.

La scultura in fusione di alluminio si libera completamente dal piano in “Il precluso”, sempre del 1930, nella versione grande come la precedente e in quella piccola che qui è in gesso. Il dinamismo è reso dalla forma sinusoidale e dall’orientamento, mentre è appena smussata la statuaria forma compatta “Ritratto di Tano”, medesima altezza e stesso anno. Scavate le rappresentazioni plastiche in gesso policromo, in terracruda e marmo “Il dittatore”, del 1932-33, quasi delle fauci aperte.


“Fiori”, 1958, cm 80×60, Roma, Collezione privata.

Si torna sul piano sbalzato, ma con rilievi questa volta piccoli, nelle cinque opere “Alluminio a luce mobile”, in lamierino, veri quadri murali che ci avvicinano alla pittura. Ma prima di incontrare i suoi dipinti si passa per opere scultoree del tutto diverse come materiali e stili, dalle titolazioni particolarmente aggressive e di rottura: Sono opere realizzate nell’arco di oltre un decennio, dal 1937 di “Simbolo 1 Vulva totemica” al 1949 di “Germinazione”, passando per tre opere intitolate “Incazzatura”, che dovette durare a lungo dato che la prima è del 1938 e la terza del 1948, sono in ceramica policroma e smaltata, un magma informe di blocchi sovrapposti, blocco compatto o sfrangiato. Questo periodo termina nel 1948 con due sculture nello stesso materiale di quelle citate, “Simbologia – Strutture nuove”, che si protendono in verticale.

La verticalità ci porta alla pittura, dove troviamo subito esposte “Diagonali”, 1934, e “Composizione plastica materica”, 1935, e soprattutto “Astrazioni plastiche pittoriche”, 1936, quasi una proiezione delle sculture con lo stesso nome; ma soprattutto il suo “aerofuturismo” , nel segno del manifesto del 1929 “Aeropittura futurista” di Marinetti e Balla, Prampolini e Dottori. Ci sentiamo proiettati nelle “Acrobazie aeree”, 1938, evidenti anche nella “Aeropittura con fabbrica”, stesso anno; e nella guerra aerea, con “Aerei in picchiata” e “Bombardamento sui serbatoi di nafta a Londra”, entrambi del 1941. Li precede “A foglia morta su Roma”, 1940, una inconsueta visione dall’alto con l’evidenza del Colosseo e dell’agglomerato urbano; ancora anteriore “Cosmo – Forme nello spazio”, 1937, una composizione dinamica e colorata di forme.

Furono esposti nella mostra del 1941 alla galleria romana “La Barcaccia” in una rassegna dedicata ai fiori insieme a propri quadri sul tema dell’esposizione. Con questo accostamento, scrive Papetti, “Monachesi intendeva prendere le distanze dalle estreme esperienze futuriste. Distacco non definitivo, però, perché era impossibile dimenticare per sempre l’empito marinettiano che aveva animato il suo aprirsi al mondo dell’arte”.

Ecco, dunque, gli altri motivi, il “distacco”, al termine degli anni ‘30’ e nei primi anni ’40, e la mostra ne dà conto: “Ritratto di Parisella”, 1939, è un figurativo composto e delicato anche nelle tinte pastello, più marcato e dalle tinte forti “Ritratto di donna con fiori e cappello”, 1942, dove la persona stringe al petto un mazzo di fiori molto colorati che ritroviamo in “Fiori vivi”, 1943, un vaso che ha la freschezza del mazzo di fiori del ritratto come di altre opere del periodo.

La galleria del periodo bellico comprende altre opere serene, “Natura morta con teiera” e “Autoritratto”, 1944, dello stesso anno “Venezia – La Giudecca”, e “Veduta di Roma”, l’agglomerato urbano con il profilo del cupolone quattro anni dopo “A foglia morta su Roma”.


“Evelpiuma”, 1960, cm 100×65, Roma, Collezione privata.

La gioia di vivere e l’impegno artistico e culturale del dopoguerra

Nel dopoguerra l’impegno artistico si manifesta nella partecipazione costante alla Biennale di Venezia, oltre che nell’esprimersi in pittura e scultura; l’impegno culturale anche in letteratura e nel cinema. Dopo la “Prima mostra d’arte Italia libera” del 1944, il Premio Suzzara del 1949 e altre mostre personali e collettive, lo vediamo esporre all’estero nel 1951 in Francia e anche in Svezia e Norvegia, Danimarca e Finlandia, fino all’America Latina. Il suo essere eclettico e il suo alternare opere di gusto popolare ad opere innovative lo ha esposto ad accuse di ambiguità e incoerenza.

“In realtà ciò che accomuna le creazioni artistiche di Monachesi – afferma Papetti – è una coerenza interna alle varie opere che non si dovrà giudicare sulla base di restrittive coordinate stilistiche, ma piuttosto chiamando in ballo i concetti di espressione libera da condizionamenti, di autonomia artistica, di desiderio sperimentale, persino di anticonformismo che tutto accomunano nel suo divagante procedere creativo: una sorta di furor che caratterizza anche altri artisti” marchigiani.

La mostra a Parigi alla galleria Silvagni lo fa entrare nell’atmosfera del dopoguerra nella capitale francese: gioia di vivere e vita notturna e anche ricostruzione edilizia. Quest’ultima la troviamo riflessa in 4 opere esposte intitolate “Parigi”, 1947, muri giustapposti fortemente colorati con contorni molto marcati, e nei famosi “Muri ciechi di Parigi”, 1947 e 1948, dove invece prevale il colore bianco; che sarà abbagliante nei dipinti con lo stesso titolo del 1960 e 1961. Si tratta di facciate di condomini, tutte senza finestre per lasciare l’appoggio in aderenza a successivi edifici, superfici monocromatiche chiare con sciabolate di colore, che diventano quasi arte astratta; in “Parigi”, 1954, un isolato visto non nella superficie delle pareti ma nei volumi e nelle cubature.


“Le Clownesses – I due mondi”, 1963, cm 179,5×136, Roma, Collezione privata.

A Parigi non lo colpirono solo i “muri ciechi” ma anche la vita notturna: ecco “Clownesses”, 1959 e “Le Clownesses – I due mondi”, 1963, con globi fortemente colorati nelle braccia di sagome femminili bianche, su sfondo a vari colori, in atteggiamento di libertà, come sospese nell’aria.

Non clownesche, nel medesimo stile parafigurativo con il bianco su sfondo a forti colori “Nudo bianco”, 1952 e “Figure nuove”, 1953. La composizione si anima in “Idrotelatecnicista”, 1950, dove alla figura bianca, una statua, si contrappone la donna nuda rossa, al centro un giradischi e altri motivi in un interno colorato; come lo è “Nudo femminile di schiena con vaso di fiori”, 1954.

,Si torna sul tenue, anche se con macchie di colori netti, in “La cabala” , 1953, e “L’attesa a Parigi”, 1951-52. due figure composte in interni con tavolino e oggetti, con il manifesto in cui “Monachesi chiede di pubblicare i bilanci della illegale biennale nordista”, di cui si vedeva un frammento anche in “Idrotelatecnicista”, altro segno del suo forte temperamento.

Riflessi italiani di questa pittura di ispirazione parigina si trovano in “Nuovo spazio di luce su La Spezia”, 1960, muri variopinti, con la novità che sembra delineare su due pareti molte finestre. Abbiamo anche “Obelischi di Roma” e “Controluce romano”, entrambi 1950, dai segni marcati e le linee forti con figure umane abbozzate nei tratti neri ben evidenti.

Forte contrasto cromatico nei due recipienti molto allungati di “Natura morta”, 1950, invece colori chiari nelle due “Natura morta in bianco”, 1954, solo contorni netti in composizioni senza colore; ugualmente in tinta tenue il “Ritratto”, 1949, mentre irrompono colori forti e segni marcati in “Autoritratto con Parisella”, 1958.

Alla fine degli anni cinquanta ritroviamo i “Fiori”, 1958, con le corolle dai forti colori e gli steli rigidi, diremmo quasi turgidi, ancora la gioia di vivere del primo dopoguerra. Un sentimento persistente, nel 1977 abbiamo “Vaso di fiori a Parigi”, i fiori si moltiplicano e così i colori, rispetto al precedente dipinto, così la gioia di vivere transitoria diventa un inno alla vita permanente.


“Non cadremo più né appesi né sospesi”, 1970, cm 160×250, Roma, Collezione privata.

Le pitture dello spazio, le sculture con i materiali forniti dal futuro

Abbiamo accennato all’inizio della prontezza di Monachesi nel cogliere la sfida spaziale, come aveva fatto per quella aerea dell’aerofuturismo. Non sembra possibile al suo spirito innovatore continuare come se niente fosse dinanzi alla gara per la conquista dello spazio. Compone opere pittoriche a questo ispirate: “L’orma”, 1960, già citata, un grande ovale nero che precorre il primo passo sulla luna, quando questo avverrà porterà a “Ombre rosse e nere”, 1969, nel grande ovale due più piccoli rossi forse perché furono in due ad allunare. Seguirà “Non cadremo più né appesi né sospesi”, 1970, oggetti volanti di forma allungata come navicelle spaziali, il titolo richiama l’affermazione fatta nel 1964 alla Biennale di Venezia, “non cadremo più”, nel presentare il suo movimento “Agrà”, del 1962, che faceva seguito al “Manifesto dell’Astralismo” lanciato nel 1959 a Roma. Il “Simbolo Agrà”, 1965, è una composizione geometrica dalle forti tinte rossa e blu divise da una larga fascia nera con losanga bianca. Lo spazio dissolve le forme e il simbolo lo registra.

Dal futuro non arriva soltanto lo spazio, ma irrompono anche i nuovi materiali. E il suo spirito innovatore e inquieto non perde l’occasione di sperimentarli. Sono leggeri e duttili, si prestano ad essere modellati docilmente. Abbiamo anticipato all’inizio che la gommapiuma si presta un’inedita versatilità, l’opera può essere scomposta e ricomposta molto facilmente, anche trasportata nel modo più comodo per poi venire ricostituita. Per l’acrilico ci sono maggiori vincoli, per essere plasmato va riscaldato e Monachesi ne portava i segni, in compenso grande trasparenza e colori vivaci .

Le sculture “Evelpiuma” presentate nella mostra a Civitanova nel 1965, quando i visitatori potevano esercitarsi piegando e legando i fogli di gomma piuma, sono sopra di noi, appese al soffitto per la loro leggerezza. Ne contiamo 16 nella vasta sala , del colore neutro del prodotto a parte uno sul verde: datate dal 1960 al 1962, una 1963, hanno fogge diverse, alcune avvolte in forme cilindriche o coniche, altre come contratte, tutte sono legate: Si sente l’effetto Calder, anche la sospensione in alto ricorda l’esibizione delle “sculture dell’aria” al Palazzo delle Esposizioni.

Dalla leggerezza e duttilità alla trasparenza e plasticità con i fogli di “polimetacrilato fluorescente” dai forti colori, modellati in varie forme aggrovigliandoli a caldo, con la logica della gomma piuma. Se ne contano 14 intitolate “Perpex” con un numero, sono del 1965 e 1966, le due ultime del 1967 sono “Perpex blu” in cui si intravede la Nike e “Perpex 13” rosso, che la richiama più vagamente. Le altre sono gialle, rosse e verdi e formano composizioni variegate, orizzontali o allungate verso l’alto, sempre molto contorte ed elaborate tranne “Perpex 14”, un semplice cilindro scuro verticale.


“Perpex blu”, 1967, h. cm 190, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Una sinfonia di contrasti nel segno della libertà e del futuro

Come concludere? Un provocatore forse, Monachesi, ma soprattutto un innovatore che non si è mai sentito minacciato dalle novità prorompenti, bensì stimolato a esprimere quanto la rivoluzione tecnologica potesse apportare. Restano negli occhi i bianchi accecanti del muri ciechi di Parigi, le sue sculture futuriste e soprattutto i suoi fiori pieni di vita; con le tinte chiare di nature morte e di quiete composizioni in interni rispetto ad opere in tinte forti e segni marcati. Si esce dalla mostra passando dalle tenui e leggere sospensioni in gommapiuma ai rutilanti polimetacrilati fluorescenti..

Una sinfonia di contrasti che conferma il motivo unificante, la libertà espressiva fuori da vincoli e schemi, la grande attenzione al futuro che trasferisce subito nell’arte. Ripensiamo alla definizione di Papetti: “Sante Monachesi, futurista per sempre”. La mostra ne dà una suggestiva conferma.