Laurence Boccolini, “Le cicogne hanno perso il mio indirizzo”

Il titolo dolcissimo, la copertina deliziosa (il volto dell’autrice sorridente e messo in risalto dalla maglia dalle tenui gradazioni del verde), la dedica iniziale degna di nota e, nel retro della copertina, un trafiletto con le parole dell’autrice che sciolgono il cuore, inducono l’ignara lettrice ad acquistare il libro, nel convincimento che leggerlo le permetterà di partecipare all’idealistico dialogo che la Boccolini sembrerebbe voler instaurare in generale, con tutte le donne e in particolare, con quelle senza figli.

Effettivamente il primo capitolo promette bene, in esso l’autrice descrive l’angoscia che l’attanaglia per la sua mancata maternità, il rifiuto iniziale di questa realtà, la successiva presa di coscienza e la decisione di scrivere il libro da un lato, per esorcizzare la sua situazione, sperando di essere ascoltata ed aiutata dalla “fatina buona” e dall’altro, per dare voce alle tante donne che non possono diventare mamme, perché riescano a condividere il proprio tormento e perché non si lascino abbattere. Di qui in poi, però, il buio.

Dopo il primo capitolo, ogni tenero e amichevole proposito iniziale scema e il racconto diventa un’autobiografia dell’autrice che narra alcuni spezzoni della sua vita in riferimento alla sua mancata maternità e che, nel farlo, mostra un’eccessiva disinvoltura.

Il contatto che si riprometteva di instaurare con la lettrice stenta a formarsi, poiché la Boccolini si limita semplicemente a buttare qua e là, qualche pillola di saggezza sul sentimento di sconforto provato da ogni donna in questa situazione. Per tutta la lunghezza del libro, si alternano periodi toccanti ed intimi (in netta minoranza), a periodi asettici e piatti (in netta maggioranza), cosicché l’attesa di prendere parte ad un dialogo cuore a cuore, rimane tale.

Quindi, quella che alla luce delle premesse avrebbe dovuto essere una testimonianza partecipata e calda, è risultato invece essere un monologo privo di pathos, poiché la parole usate, lessicamente ineccepibili (la Boccolini lavora per la radio e per la televisione francese), non comunicano calore.

Un testo dal contenuto così intimo e dalle premesse così amichevoli, induce a pensare che nel leggerlo ci si troverà di fronte un’amica con la quale confrontarsi e invece si rimane spiazzati, perché é come se chi scrive usasse le parole per parlare unicamente a se stessa. Si ha così l’impressione che il motivo egoistico, che l’autrice indica come uno di quelli che l’hanno indotta a raccontarsi, in realtà sia l’unica ragione giustificante la realizzazione dell’opera.

Il libro difetta di forza comunicatrice, perché la Boccolini ha semplicemente descritto, a mo’di cronaca, la sua condizione, senza però farne partecipe chi legge che invece si aspettava, alla luce delle premesse, una storia semplice e cordiale, raccontata da una donna a tutte le altre.

In definitiva manca, o semplicemente non è sufficiente, lo spirito confidenziale e complice che è invece necessario, perché si possa instaurare un rapporto di empatia tra l’autrice e ogni sua singola lettrice.

(Laurence Boccolini, “Le cicogne hanno perso il mio indirizzo”, trad. it. di C. Pradella, pp 142, Piemme, Euro 12,50)