Dietro le quinte dell’Unità d’Italia

Questo lavoro vuol narrare le microstorie, quotidiane e minime che portarono alla sofferta, contrastata e sanguinosa Unità d’Italia.
Esse saranno raccontate attraverso il filo sottile che divide il mito dalla storia, che spesso si intrecciano per dare vita a quelli che noi definiamo eroi o briganti.

E’ notorio che il Brigantaggio fu un fenomeno politico, economico e sociale che si inseriva, di solito, su una particolare situazione di crisi estesa a tutti i livelli.
Esso affonda le sue radici all’alba della storia dell’umanità, ma fu fortemente sentito ed ebbe un ampia eco a cavallo dell’Unità d’Italia, quando dilagò nelle sue forme più violente ed estreme, rasentando la guerra civile, soprattutto nel Meridione della nostra penisola, ove il disaggio delle masse esplose in tutto il suo furore e rabbia repressa per secoli, dato che il Sud Italia, passava con disinvoltura da un “Padrone” ad un altro, senza poter reagire e senza poter decidere del proprio destino.

Quella penisola, che si affaccia sul mar Mediterraneo, Adriatico e Ionio, collegata alla terra ferma tramite la catena montuosa delle Alpi, composta da una varietà di climi, di geomorfologie e tradizioni diverse, che viene chiamata Italia, dalla dissoluzione dell’impero romano, vero ed unico collante dei popoli italici, che occupavano questo luogo, non ha mai più avuto una sua autonomia ne una vera e propria unione!!

Dal Medioevo in poi essa è stata sotto la sfera d’influenza spagnola, che in maniera più o meno diretta, “governava” la nostra penisola, poi fu la volta dei Francesi, poi ancora degli Austriaci ed infine l’Italia si unì sotto il governo piemontese, che forse per ironia della sorte fu il più odiato degli altri dominatori stranieri; poiché i piemontesi erano alla stregua degli altri “invasori”.

E’ difficile giudicare o opinare la Storia, poiché essa è solo narrabile, in quanto non la si può modificare!!

La distanza storica da fatti che fanno parte del nostro recente o remoto passato, serve per esaminare e ragionare su errori ed orrori precedenti che non andrebbero dimenticati, per non essere ripetuti mai più.

Introduzione

Agli albori del “Secolo dei Lumi”, si assistette a una feroce lotta per la successioni al trono di alcuni regni europei, per la stabilità del potere politico.
Questo stato di cose, che si era creato in seguito alla morte di alcuni sovrani privi di eredi, aveva lasciato dei troni vaganti, che aveva scatenato una contesa tra le maggiori potenze europee per accaparrarseli, anche e sopratutto attraverso intrighi e inganni, per brama di potere.

Alla morte di Carlo II d’Asburgo, nel regno spagnolo, si creò un vuoto di potere, che, secondo le indicazioni del defunto sovrano, doveva essere colmato da suo nipote, nonché nipote anche del monarca francese e allo stesso tempo legato alla corona austriaca da vincoli di parentela, Filippo di Borbone, il quale avrebbe rinunciato, una volta diventato re di Spagna, a qualsisia pretesa sul reame di Francia!!!

L’allora monarca francese, Luigi XIV, ignorando le disposizioni di Carlo, cercò, attraverso Filippo di Borbone, di accentrare, in maniera indiretta, trasformandosi in una sorta di eminenza grigia, nelle proprie mani, i due regni, facendo così pendere l’ago della bilancia del potere politico dalla sua parte.

Queste sottili manovre diplomatiche, non sfuggirono agli attenti occhi delle altre potenze europee, in primis l’Austria, che si ingegnò in tutte le maniere possibili per scongiurare l’ingombrante presenza del rivale, fino a scatenare una sanguinosa guerra, che durò ben 14 anni, e che alla fine diede ragione all’impero asburgico, dando si il trono a Filippo di Borbone, che divenne Filippo V, ma privandolo di qualsisia rivendicazione nei confronti della corona francese, cedendo inoltre all’Austria, i domini che la Spagna possedeva in Italia. La Francia uscì dalla guerra assai indebolita con una grave crisi economico-sociale, che portò allo spopolamento delle campagne, all’arresto di molte attività, oltre che alla perdita di fiducia nei confronti del sovrano, visto più come un “padrone/despota”, che, piuttosto, come un astuto amministratore della cosa pubblica, preparando, così, le basi, alla sua morte avvenuta nel 1715, per quello che sarà un evento terribile ma “necessario”:la “Rivoluzione Francese”.

Per l’Europa non vi era comunque pace, poiché risolto il problema iberico, si profilò quello polacco, quando nel 1733 esso si ritrovò senza re, il quale veniva eletto da una nobiltà polemica, litigiosa e pasticciona, che, spesso, era influenzata da elementi esterni, come le altre monarchie straniere; in questo caso, l’Austria, per esempio, con un’abile mossa diplomatica, si accaparrò il trono, con l’elezione di Augusto II di Sassonia!!

L’asburgica Austria aveva, quindi, posto sotto la sua sfera d’influenza un’altra regione, avendo così notevole peso nella politica internazionale!!
Lo stesso impero asburgico, comunque, si ritrovò ad avere gli stessi problemi della Spagna e Polonia, quando Carlo III morì, nel 1740, lasciando il suo seggio alla figlia primogenita Maria Teresa, la quale dovette far fronte alle ostilità delle altre monarchie, ostilità che si trasformò, presto, in una guerra lunga 8 anni, che lasciò, si, il trono in mano alla legittima erede, ma che privò l’impero della Slesia a favore della Francia.

Il 1700 è definito il “Secolo dei Lumi”, dove la ragione trionfava su tutto, il reale diventava spiegabile con l’uso dell’intelletto, insomma tutto si poteva esplicare, analizzare e teorizzare attraverso di esso.

Questa epoca che della ragione celebrò i fasti, non fu per niente un momento storico di pace, anzi …essa culminò con la “rivoluzione Francese” e lo smembramento della Polonia, ad opera dell’Austria, Russia e Prussia.

Si videro nella forza dell’azione militare e nella guerra, l’unico diritto, la legge si imponeva a suon di cannonate, e in questa grande confusione e cecità dell’animo, che attraversò l’Europa, la politica si faceva nei campi di battaglia e i confini dei nuovi Stati, erano scritti con il sangue innocente dei soldati e civili caduti per ragioni che il più delle volte ignoravano!!

Gli eserciti, infatti, erano composti in maggior misura da mercenari senza scrupoli, che radevano al suolo, villaggi, città o paesi che conquistavano, seminando, morte terrore e violenza, lasciandosi dietro, carestia e pestilenza, vera arma di distruzione della politica dei sovrani settecenteschi, che obbligavano ai sudditi di abbracciare cause non loro, di partecipare a guerre non volute, dato che questi regnanti ritenevano, che la loro politica combaciasse con il bene dei loro sudditi. Quando questi provavano ad abbozzare qualche forma di resistenza venivano imprigionati nelle segrete di qualche carcere o castello, dove rimanevano a languire per il resto della loro vita, poiché erano una sorta di “desaparecidos” antelitteram, in quanto essi erano dimenticati da “Dio e dagli uomini”.
Come si può constatare la vita di un vassallo era in balia dei “capricci” del potente di turno, che ne disponeva a suo piacimento e, soprattutto, senza renderne conto a nessuno.

Il Settecento vede la nascita dell’assolutismo regio, cioè il sovrano che raggruppa il potere nelle proprie mani, mettendo, così, fine a un tipo di società feudale e frammentaria, che spezzettava il potere centrale a scapito di un enorme rivolo di nobili che spadroneggiavano su minuscoli territori, all’insaputa del re stesso.

Con la ritrovata centralità del potere, il sovrano poteva amministrare in prima persone anche le periferie più lontane del suo regno, attraverso un’equa ed oculata politica di riforme giuste, nonostante che la qualcosa potrebbe essere opinabile dato che, in quest’epoca, la parola “giustizia” era un fonema, privo di significato.

Queste monarchie,comunque, estromettevano, in maniera più o meno elegante, dalla gestione del governo il popolo che era il vero artefice della ricchezza di ogni nazione. In Francia Luigi XIV, il Re Sole, fu un ottimo accentratore del potere sulla sua persona, ma non si rese conto delle scelte scellerate fatte in politica estera, che portarono a un impoverimento del suo regno, esasperato, poi, dalla gestione del suo successore, Luigi XV, che, non solo dilapido il poco che c’era rimasto nelle casse dell’erario, ma riammise al governo anche i nobili, precedentemente esclusi.

La Prussia, anche facente parte del Sacro Romano Impero, dipendente, quindi, di facto dall’Austria, si rese autonoma da questa, e attraverso manovre diplomatiche si annesse, ricorrendo anche alle maniere forti, diversi paesi, contravvenendo, così, le disposizioni dell’Impero Asburgico. La politica estera del sovrano prussiano, Federico II, fu, quindi, molto aggressiva, a differenza di quella interna che fu all’insegna del rinnovante e dell’equità.

Pietro I il Grande di Russia, fu una vera e propria “presenza ingombrante” per i suoi vassalli, governando in maniera giusta ed onesta, ma troppo asfissiante!!
Maria Teresa e Francesco Stefano di Lorena, furono ottimi gestori della cosa pubblica, finché ella non rimase vedova, continuando a governare, prima con il figlio Giuseppe, e poi quest’ultimo da solo. Giuseppe fu un discreto oratore, riempiendosi la bocca di belle parole sulla libertà ed autonomia del popolo, in realtà adottò una sistemi governativi simili agli altri sovrani, addirittura, fissando il numero delle candele che potevano essere accese in chiesa!!

La “democratica” Inghilterra, adottava solo una parvenza di libertà, poiché il parlamento di facto era soggetta al sovrano, in quanto le due Camere che componevano l’organo parlamentare, Lord e Comuni, erano persone di estrazione sociale medio alta: i primi erano nobili e la carica era ereditaria, i secondi erano borghesi; siccome la Costituzione anglosassone non era scritta qualsiasi monaca privo di scrupoli avrebbe potuto approfittarne come fece Giorgio III, che allontanati i suoi oppositori, estromise il Parlamento dal governo del regno diventando così alla stregua delle altre monarchie.

Se tutte queste grandi potenze avevano crucci, per quando riguarda la controllo del loro potere, la penisola Italica, aveva altri e più grossi problemi, essendo divisa in una miriade di stati, in balia della potenza di turno, che facevano delle sue terre un immenso campo di battaglia, attraversata, ferita e violata da bande di eserciti regolari e non.

Purtroppo la fama è caduca e come tale ai giorni del trionfo seguirono quelli dell’amara disfatta e così il Congresso di Vienna del 1815 confermò, la sconfitta definitiva di Napoleone Bonaparte, delle sue idee e della grande utopia della libertà, uguaglianza e fraternità. La Russia, l’Austria, l’Inghilterra, la Prussia si divisero l’Europa e come lupi affamati la dilaniarono, senza pietà, opponendo, così, alla forza delle idee, il suono grave e funereo dei cannoni, dei fucili e della forza irragionevole delle armi.

Il Risorgimento portò una ventata di rinnovamento e di nuovi ideali utopici, che la società dell’epoca, teorizzò come di possibile realizzazione. Purtroppo la cruda e banale realtà fece infrangere quei bei sogni e così con la fine di questo meraviglioso periodo, pregno di ideali, sogni, illusioni, eroi ed utopie, si dovette fare i conti con la quotidianità, fatta di miseria e sopraffazione, in una società feudale ed iniqua, in cui la violenza, disonestà e gli abusi erano l’unica legge che il Sud conosceva.

Ci si rende conto, purtroppo, in maniera brutale che esistono dei chiari e profondi problemi, che il Regno d’Italia mette a nudo, in primis quella che va sotto il nome generico di “Questione Meridionale”, uno ottuso cliché che indica una lentezza endemica del Meridione d’Italia, rispetto al Settentrione.

Questa modus vivendi, non è il risultato di un clima sfavorevole o di scarsa intelligenza, secondo un limitato preconcetto, che è difficile da estirpare, le ragioni di questo stato di cose sono molto più profonde e vanno ricercate nella divisione e successiva aggregazione coercitiva di queste individualità, scaturita dalla mente dei loro teorizzatori, che non hanno tenuto in conto al divisione profonda dei popoli che occupavano questa Penisola.

Dall’Unità d’Italia in poi il Sud è stato: una colonia del Regno; una riserva di manovalanza a basso costo per industrializzazione di aree economicamente valide; una cassaforte dal quale trarre il massimo profitto anche attraverso tributi fiscali; stabilizzatore di una società in crisi, attraverso l’emigrazione verso luoghi lontani; il Sud insomma a seconda dei casi, era un appendice fastidiosa ma necessaria del “sogno” dei teorizzatori del Regno d’Italia.
Questa situazione insostenibile deflagrò in tutto il suo orrore nella “guerra civile” che va sotto il nome di Brigantaggio.

Brigante o Emigrante?

E’ notorio che, con la fine del risorgimento e la proclamazione del Regno d’Italia si chiude un’era quella degli eroi e si inizia un’altra quella degli uomini, caratterizzata dalla valorizzazione del quotidiano e dell’ordinario.

Tramonta così, l’ideale romantico del primo Ottocento, e si afferma una concezione nuova della vita e dell’arte basata sull’osservazione empirica del reale e sulla loro consapevolezza dell’esistenza dei problemi sociali: in primis “la Questione Meridionale”.

La “Questione Meridionale” è cliché per definire la condizione di ritardo sociale delle regioni meridionali rispetto al resto della Penisola.
Questo Status Vivendi, non è certamente l’effetto di fattori climatici o di costituzioni naturali di quelle popolazioni, secondo un superficiale ed semplicistico pregiudizio tardo a morire, ma è la conseguenza storica della frammentazione e successiva forzata unione, che ha portato a un divario tra Nord e Sud.

Le regioni meridionali sono state così, di volta in volta, nei cento anni e più dell’Italia unita, un’appendice coloniale per collocare la produzione delle aree industrializzate; un magazzino di materie prime e di beni agricoli da prelevare a basso prezzo; un pozzo da cui attingere prelievi fiscali con l’imposizione indiretta; una valvola di scarico, mediante l’emigrazione all’estero, per un peso occupazionale eccedente; una riserva di manodopera non qualificata per sostenere l’espansione indu¬striale di aree non depresse.

Conseguenza di questa situazione esplosiva, fu, dopo l’Unità d’Italia, la diffusione, di un fenomeno non crudele, ma straziante, come l’Emigrazione correlato con un altro più atroce e devastante: il Brigantaggio.
Questo fenomeno diffuso maggiormente nel regno di Napoli, fu, a seconda dei punti di vista, un flagello o una liberazione, per il popolo oppresso e sfruttato.
Cercando di definire e circoscrivere il fenomeno del brigantaggio, dal francese “brigants” , è importante capire le radici profonde sulle quali si viene ad inserire questo fenomeno politico—sociale, diffuso nella parte continentale del Mezzogiorno italiano, che associò le forme tradizionali del ribellismo contadino a una violenta protesta contro lo stato italiano, appena costituito, favorita dall’appoggio dei Borbone e del governo pontificio .

Il brigantaggio mise radici sulle condizioni materiali e morali in cui vivevano le plebi meridionali ed esplose contro lo stato unitario, che impose misure ammi¬nistrative e fiscali considerate punitive nei confronti delle popolazioni meridionali .

La dissoluzione dell’esercito borbonico,che reclutava truppe tra i contadini poveri, l’abolizione degli antichi usi comuni delle campagne, l’introduzione della leva obbligatoria furono alcune delle ragioni che scatenarono il brigantaggio.
Le bande di briganti colpirono con attacchi e imboscate i soldati e le forze di polizia e uccisero personaggi che si erano espressi a favore dello stato italiano, commettendo atti di brutale violenza.

La risposta del governo fu prevalentemente repressiva: fu inviato un corpo di spedizione che contò oltre 150.000, furono promulgate leggi eccezionali (legge Pica del 1863) sotto la giurisdizione dei tribunali militari .
Furono eseguite oltre 7.000 condanne a morte e uccisi più di 5.000 banditi; diversi paesi che avevano solidarizzato con i briganti furono incendiati.
All’indomani dell’Unità d’Italia la situazione del Mezzogiorno italiano era pressoché omogenea. Uno stato di indigenza assoluta dominava incontrastato, e questo era uno dei principali malcontenti dell’Italia unita solo politicamente.

Nel Marzo del 1861, dunque L’Italia si unì politicamente sotto il comando di Vittorio Emanuele II. L’unità d’Italia ,comunque ,non fu voluta da tutti; infatti, su 22 milioni di persone pochi avevano partecipato alle lotte d’Indipendenza ,altri erano rimasti estranei o addirittura ostili; tanto è vero che nel napoletano si inneggiava ancora a Franceschiello , ovviamente stiamo parlando di Francesco II di Borbone .

Con Garibaldi a Caprera e Mazzini in esilio Cavour, con la conquista del napoletano,diede corpo all’Italia secondo come lo aveva teorizzato egli stesso e cioè uno Stato Monarchico Costituzionale, rigidamente accentrato e per nulla aperto alla partecipazione delle masse popolari al governo dello stesso.

Lo Stato fu organizzato in maniera tale che fossero favorite le classi sociali più ricche.Le classi dirigenti ,infatti, erano formate da alti burocratici magistrati nobili, naturalmente queste categorie sociali,formavano la CAMERA ELETTIVA e avevano in più diritto di voto.La percentuali degli elettori era del 2%.

La grande massa della popolazione era costituita da operai e soprattutto contadini, abbandonati a condizioni di vita e di lavoro primitivo ed immersi nella più totale ignoranza.

Su questa massa uniforme di gente che condivideva un triste destino ,quello della povertà, appunto, il nuovo Governo dell’Italia unita impose gabelle gravose, inique e pesanti come quelle sul macinato (1868) che provocò il rincaro del pane aggravando in questa maniera, la già misera condizione di vita di quella plebe indigente.

A queste masse del Meridione già provate da secoli di do¬minazione straniera questo nuovo stato apparve come “signore padrone” peggiore di quello antico, ed essi si videro privati anche di quei pochi privilegi che il regime borbonico aveva elargito. Un altro motivo di malcontento fu il servizio di leva obbligatorio,che dal Piemonte venne esteso a tutta l’Italia:esso sottraeva alle famiglie,per un lungo periodo,i giovani più validi danneggiandoli,quindi, economicamente. Superata la soglia di tolleranza i contadini del Sud reagiscono con la ribellione aperta si delinea così un secondo Brigantaggio non meno violento di quello che si era sviluppato nel Sud prima dell’Unità d’Italia .

La protesta era ormai dilagante e molti si diedero alle macchie compiendo rapine, violenze e saccheggi, seminando il terrore e infiammando il Meridione con le loro ribellioni ormai aperte allo Stato Unitario.

Questa forma di protesta primitiva, comunque,scatenò una guerra civile,perché i con¬tadini appoggiavano e proteggevano i briganti che erano la personificazione, di vendicatori audaci dei tanti subiti .

Su queste proteste violente si inserì la propaganda clericale e borbonica che, tramite questo braccio armato, voleva tornare al potere; ma lo “Stato piemontese ”inviò nel Sud ingenti forze militari per reprimere queste piaghe ed i soldati furono spesso costretti a non indossare neanche le uniformi per non essere riconosciuti dalla popolazione, che come ricordiamo proteggeva i briganti.

L’Abruzzo, ad ogni modo,fu la regione in cui queste le due anime del Brigantaggio quella legittimistica borbonica e sociale contadina autonoma, s’intrecciarono profondamente, almeno all’indomani dell’Unità.

Il brigantaggio è stato un fenomeno controverso e affascinate che può essere paragonato ad un immenso fiume di odio e di sangue, cui sono affluite ingiustizie e delinquenza; vi è stato un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul Brigantaggio: questo è il Mezzogiorno d’Italia.

Se si prova ad immaginare di essere su quelle terre bruciate, dal sole dimenticate da Dio e sfruttate dalla malvagità degli uomini, ci si accorge che coloro che fuggivano, per darsi alla macchia, lo facevano solo per rivendicare diritti che lo stato da sempre negava loro.

E’ difficile archiviare questa grande e cruenta guerre civile, che ha infiammato e insanguinato anche il nostro Abruzzo, con un’ analisi storico – sociale, perché vi sono tante microstorie che ci danno la vera sostanza di questo fenomeno; in altre parole è facile parlare di masse informi ma è più difficile dire i loro nomi e raccontare le loro storie che si confondono e intrecciano indissolubilmente fino a creare quella che definiamo Storia. Quella storia che vista sotto un’ottica diversa, come quella delle donne, ci regala uno spaccato di vita quotidiana tutt’altro che facile.

Brigantesse

Nell’ottocento le donne in generale, erano “ le regine del focolare domestico”, le signore dell’alta società in particolare, erano considerate alla stregua di merce di scambio per combinare vantaggiose alleanze. Le aristocratiche avevano il vezzo di svenire, le popolane, invece, abituate al duro lavoro dei campi, non disdegnavano grandi sacrifici. Non desta meraviglia, quindi, che il gentil sesso abbia avuto un ruolo attivo anche durante il brigantaggio, condividendo con i loro colleghi maschi pericoli, rocambolesche fughe, oltre che ai lavori forzati, per sottacere le torture e i plotoni d’esecuzioni.

Queste donne non erano solo e semplici “mantenungole”, cioè collaborazioniste, “drude” o “ganze”, termine denigratorio per indicare fidanzate, amanti, compagne o mogli dei briganti, molte di esse, invece, erano vere e proprie brigantesse, molto più spietate e determinate degli uomini rappresentando gli effettivi boss.

Molte di esse furono incriminate come autrici di efferati delitti, per fortuna, furono poche quelle che finirono giustiziate, poiché l’autorità giudiziaria le condannava, di regola, a 15 anni di lavori forzati o ergastoli, a differenza dei loro colleghi maschi che furono quasi tutti torturati e giustiziati.

Molte donne furono seviziate dagli allora tutori dell’ordine e questo fu, forse, causa di suicidio di molti militari di leva, che dovettero assistere, tra le tante crudeltà ed efferatezze.

Esse vestivano come uomini, maneggiavano le pistole, fucili coltelli e qualsiasi altro strumenti di offesa, come degli esperti uomini d’arme, nascondevano le loro lunghe capigliature sotto il cappello all’aspramente, cioè a larghe falde, e alcune di loro riuscivano anche a dissimulare gravidanze calcolate, così da usufruire i benefici della legge; era difficile, quindi, per i soldati riconoscerle se non all’atto dell’arresto.

Molte donne furono seviziate dagli allora tutori dell’ordine e questo fu, forse, causa di suicidio di molti militari di leva, che dovettero assistere, tra le tante crudeltà, anche a efferatezze del genere.

Queste brigantesse erano molto appassionate, cioè amavano i loro uomini fino a lasciare il consorzio civile e “darsi alla macchia”; ma pretendevano di essere ricambiate alla stessa maniera e una volta tradite, esse non esitavano a denunciarli o ucciderli con le proprie mani.

Una di queste figlie d’Eva dell’Italia preunitaria, si legò a un brigante, diventando brigantessa a sua volta. Quest’uomo violento, al disgregarsi della sua banda, andò a vivere con la sua compagna, suo figlio piccolo e due cani feroci, in uno dei tanti anfratti tra la Calabria e la Basilicata; l’uomo odiava suo figlio e quando una sera, braccati dalla forza pubblica, il bambino iniziò a piangere, l’uomo lo scaraventò contro una roccia appuntita e fracassandoli la testolina.
La donna, chiusasi in un mutismo pieno di odio, seppellì il bambino, ma quando il bruto si addormentò gli sparò un colpo di pistola in mezzo alla fronte; dopodiché, tagliatagli la testa, la portò al primo posto di polizia riscuotendo la taglia che pendeva sul capo del suo compagno. Questo fatto alquanto cruento ci dà la misura delle grandi passioni di cui esse erano capaci.

Un’altra di queste donne non esitò a trucidare la sorella quando seppe che aveva avuto una relazione con il suo uomo, e nonostante la famiglia la ripudiò, essa non si disse per nulla pentita dell’ omicidio.

Queste “signore” erano per la maggior parte ex prostitute, ma non mancavano donne oneste o addirittura anche aristocratiche come contesse, duchesse, etc. affascinate da questi uomini “belli e dannati”.

Un caso emblematico è quello della duchessa Anna Durante, figlia di un inflessibile magistrato ucciso crudelmente dai briganti.

Il duca Giovanni Durante era un magistrato molto severo, poiché aveva fatto impiccare molti briganti ed era un alto funzionario della procura pugliese. Egli era considerato un vero nemico di questi fuorilegge, così i fratelli Vardarelli, Gaetano, soprannominato anche il “Gran Vardarello”, Giovanni, Geremia e la sorella Anna Antonia Meomartino, che erano molto temuti anche nella zona dell’alto vastese, un pomeriggio mentre l’anziano magistrato riposava, lo presero ed impiccarono a un grosso albero del suo giardino. Poco dopo si udirono dei colpi di fucile dall’interno della casa e il Gran Vardarello, entrato di soppiatto, catturò Anna Durante, mentre cercava di ricaricare il fucile. La leggenda vuole che questa si innamorasse perdutamente del suo aguzzino e, rinnegata dall’aristocrazia dell’epoca su di lei e sul suo grande amore scese l’oblio.

Sarebbe scontato pensare che questi fuorilegge fossero così efferati, in vero, anche i tutori dell’ordine non erano così benevoli nei confronti di queste persone “al limite”. Secondo testimonianze dell’epoca, molti uomini e donne furono accusate ingiustamente di crimini non commessi e si videro confiscare i loro pochi beni da burocrati e funzionari corrotti, i quali, per un semplice sospetto, potevano incriminare onesti cittadini, i quali si davano alla macchia per potersi salvare. In quei tempi così turbolenti si era diffuso un clima da “caccia alle streghe” e un semplice pettegolezzo diffuso da persone maligne o interessate, poteva diventare, in sede di tribunale, una condanna a morte con conseguente rovina finanziaria di tutto il parentado.

Un caso rappresentativo potrebbe essere quello di Maria Suriani la quale fu probabilmente accusata ingiustamente di mantenungolismo.
Nel maggio del 1866 la banda Cannone ebbe uno scontro a fuoco con i militari nelle campagne di Atessa, vistosi a mal partito il brigante Domenico Valerio, detto Cannone, si disfece di diversi oggetti tra cui una tunica decorata, nel cui interno vi erano dei fazzoletti ricamati e delle lettere d’amore indirizzate a lui personalmente.

Queste lettere portavano la firma di Maria Suriani, una bella ventenne bionda, nata ad Atessa nel 1846 essa ebbe una storia d’amore con il brigante Capitano Cannone ma il suo idillio si interruppe bruscamente nel 1863.

Maria Suriani di Pasquale, era una contadina benestante, e aveva un reddito di circa “Mille Lire” di quel tempo; essa viveva con i suoi genitori anche essi contadini. Questo “status sociale”attirò la rivalità di alcuni parenti e vicini, che rosi dall’invidia non esitarono a denunziare questa ragazza, forse, innocente.

Una sera come tante altre Cannone e il suo luogotenente Policarpo Romagnoli andarono a fare visita ai vicini e parenti dei Suriani, i Tano, passarono alcune ore e Domenico Valerio e il suo vice entrarono come due furie nella casa di Maria e avvicinatisi a Pasquale gli diedero un sonoro ceffone, minacciandolo di morte se egli avesse fatto la spia presso le autorità. Probabilmente i vicini avevano accusato i Suriani di essere degli informatori al soldo dei “Militi”.

Intanto si fece giorno e Pasquale andò, a denunziare questa intimidazione, il sindaco lo rassicurò dicendogli che avrebbe mandato qualcuno per verificare l’effettiva presenza dei briganti in zona. Il contadino uscì trafelato dal Comune e riprese la strada verso casa; ma a casa lo attendeva una dolorosa sorpresa: Domenico e Policarpo lo stavano aspettando e dopo avergli mostrato una lettere del sindaco, nella quale si diceva che il suddetto Pasquale li aveva denunziati per minacce, i due bruti riempirono di botte il malcapitato e appena terminato la loro opera i due andarono alla masseria dei Tano.

Passarono alcune ore e sopraggiunsero anche i gendarmi, i quali non vedendo alcun brigante da quelle parti, picchiarono di nuovo il povero contadino per collaborazionismo con i briganti. La figlia, allora raccolse il tumefatto padre e lo mise a letto dove restò per sei mesi, sospeso tra la vita e la morte. Passarono alcuni mesi e Maria fu arrestata con l’accusa di essere la “druda” di Cannone e mandata a scontare le sue colpe in Sardegna; ma dopo nove mesi di custodia cautelare, essa fu ospite delle carceri di Chieti, dove revisionata la causa, fu prosciolta per mancanza di prove, visto che nessuno volle testimoniare contro di lei.
Nel 1866 le lettere trovate nella tunica del Valerio rappresentavano quasi una confessione, peccato però che Maria fosse del tutto analfabeta. La legge voleva, comunque trovare in lei un capro espiatori e così il giudice Raffale Finamore pensò bene di far perquisire la casa dello zio di Maria, Fra Camillo, per trovarvi qualche traccia di quelle lettere, dato che in casa di Maria non si era trovato nulla di compromettente; ma anche così non si arrivò a nessuna prova concreta e schiacciante.

Maria, comunque, fu condannata ai lavori forzati, ma dopo cinque mesi, con la revisione del processo voluta da Maria stessa essa fu prosciolta per mancanza di prove.

A questo punto è legittimo dubitare se Maria fosse davvero l’autrice di quelle lettere; se non le ha scritte lei chi fu l’autore di questo macabro scherzo, infine perché Valerio si disfece solo della tunica e dei fazzoletti che recavano la firma di Maria?

Molte storie sul brigantaggio si situano sulla sottile linea che unisce la realtà al mito fino a far sconfinare una nell’altra. Questo è il caso di Domenico Valerio alias “Cagnozzo” a causa del suo aspetto fisico piuttosto grassoccio e tracagnotto.

Domenico era un uomo molto distinto e affascinante ed anche se era piccolo e grassoccio seduceva il suo abbigliamento sempre curato e quando parlava ometteva le erre così da risultare molto distinto. Portava anelli e orecchini e un orologio rigorosamente d’oro, frutto di rapine ed estorsioni varie.

Successivamente, Domenico Valerio, cambiò il suo nome in “Cannone”, quando si mise a capo di un pugno di uomini spietati tra cui spiccava il nome di Policarpo Romagnoli suo luogotenente.

Il capitano cannone somigliava, secondo la descrizione della sua “filiazione”, una sorta di identikit antelitteram, a un divo del cinema anni trenta e probabilmente le donne rimanevano affascinate da quest’uomo “bello e dannato”
Il capitano “Cannone”, come amava farsi chiamare dai suoi uomini, era uno dei più efferati e crudeli assassini che facevano scorrerie per le terre d’Abruzzo.
Nato a Casoli nel 1838, paese dell’entroterra del chietino, Domenico Valerio fu accusato di atti di cannibalismo oltre che di violenze varie.

E’ difficile credere che si possa amare una “belva” assetata di sangue come lo era Domenico Valerio. Negli atti dei processi a suo carico, 93 per la precisione, si legge, tra le tante cose, che una sera dopo aver prelevato un contadino, Giacomo di Giacomo, da casa sua e averlo malmenato e legato lo uccisero a colpi di “stile” vicino ad una quercia e dopo averne fatto scempio del corpo gli conficcarono un chiodo in testa con la firma di coloro che avevano ucciso il povero contadino reo di aver fatto la spia con i gendarmi.

A un altro contadino gli furono tagliati le orecchie e poi ucciso con armi da taglio e da fuoco.
Una sera di primavera del 1866, Cannone e la sua banda, dopo aver gozzovigliato in una masseria di campagna ebbero uno scontro con la forza pubblica, ma la primula rossa del brigantaggio ebbe la meglio e così, Domenico, sfuggì di nuovo alle maglie della giustizia.

Mentre la banda cannone si ritirava incontrò un funzionario del comune di Casoli che andava a chiamare i rinforzi. L’uomo, Antonio Imbastaro, fu catturato e giustiziato; dopo averne seviziato il corpo gli conficcarono in testa un chiodo di 30 cm che ancora oggi lo si può vedere nella sez. dell’Archivio di stato di Lanciano.

E’ impressionante come la ferocia umana possa giungere a certe aberrazioni e a distanza di 135 anni questi “corpi del reato” possano ancora destare sgradevoli sensazioni di avversione verso una guerra fratricida, in realtà mai dichiara. Dopo questo ennesimo delitto di Domenico Valerio si persero le tracce.

Secondo alcune testimonianze sembrerebbe che il capitano Cannone fu ucciso da un traditore nel territorio di Termoli in Molise, altri sostengono che egli morì in uno scontro a fuoco con i gendarmi, ai confini con lo Stato Pontificio; la leggenda popolare vuole che il capitano Cannone si sia rifugiato in America. Per la legge, invece, Domenico Valerio alias Cannone è, a tutt’oggi, ancora “latitante”.

Il brigantaggio, come abbiamo detto, fu un fenomeno molto sentito in Abruzzo, anche e soprattutto, nelle sue forme più estreme e violente come l’assedio che dovette subire la Fortezza di Civitella del Tronto, nel Teramo, che rappresentava l’estrema propaggine settentrionale del regno di Napoli, nonché, l’ultima baluardo Borbonico prima dell’unione forzata della nostra Penisola.

Assediata dai piemontesi per ben duecento giorni, alla fine fu espugnata, distrutta, incendiata e i soldati e i loro familiari, mandati in Piemonte, presso campi di concentramento, dove morirono d’inedia e di freddo; a molti non rimase che la via dell’emigrazione forzata, dato che le strade da percorrere erano solo due: “Brigante o Emigrante”.

In ricordo di quest’assedio e della grave repressione che ne seguì, sul portone d’accesso al primo ordine di mura si legge: “Anche una causa “condannata dalla storia” può nobilitarsi quando a prezzo di valore e di sangue si tiene alta la bandiera della Lealtà, Fedeltà ed Onore pure senza speranza. Assedio di Civitella del Tronto “Fedelissima”- Ottobre 1860-20 Marzo 1861”.

E’ notorio, quindi, che, le uniche alternative dei meridionali per rimanere nella legalità era quello di emigrare per iniziare una nuova esistenza, cancellando con astio quella passata, in una sorta nemesi rigenerativa, poiché la depressione economica e il vuoto di potere, conseguente l’unità portò il Mezzogiorno a uno stato di esasperazione tale da avere una fuoriuscita di popolazione che assunse nell’ultimo ventennio dell’ottocento una dimensione di esodo biblico. Infatti, nel primo decennio postunitario le partenze verso le Americhe erano sull’ordine delle centomila persone, agli albori del 1900 se ne contavano mezzo milione, nel 1913 erano 872.000 un italiano su quaranta, l’anno dopo se ne contavano sei milioni, rispetto ai 35 milioni che erano rimasti in Italia.

Essi partivano perché il loro Paese non offriva neanche un minimo per vivere dignitosamente anche sotto la soglia dell’indigenza, ed anche, se erano consapevoli che la nuova vita poteva essere peggiore della precedente rappresentava comunque una via da percorrere.

Il ‘900 non fu diverso dal secolo che lo aveva preceduto e così tra due devastanti guerre e diversi terremoti, come quello del 1915 che colpi la Marsica, provocando 50.000 morti, nel meridione continuò nel suo continuo esodo verso le Americhe e dal 1922 anche verso il Settentrione, in primis Torino.

Nel 1917, dopo la disfatta di Caporetto, il ministro Sonnino, promise l’abolizione del latifondo e la distribuzione delle terre ai contadini, in caso di vittoria, la cosa non fu mai attuata e così quando si occuparono le terre la polizia soppresse duramente questa iniziativa. Da qui una nuova ondata di espatrio colpì duramente il Sud, testimoniati dalla penna di grandi scrittori come Silone, Iovine, Verga, Fiore etc. solo per citarne alcuni.

Sottacendo la sofferenza e il dolore dell’ulteriore umiliazione della partenza forzata, a volte anche clandestina, l’emigrante,doveva confrontarsi con l’emarginazione della società nella quale andava a inserirsi, che a volte era evidente, in altri casi più sottile, per questo nacque l’esigenza di mantenere vivo il retaggio della propria terra d’origine, che a volte veniva vista come Madre benigna altre volte come Matrigna crudele, attraverso associazioni o clubs; come la FEDAMO FEDERAZIONE, DELLE ASSOCIAZIONI ABRUZZESI E MOLISANE IN ARGENTINA, fondata nel 1953, e fu una delle prime dell’america latina.

Nicoletta Travaglini