Campli, scrigno di tesori

Nonostante il suo apparire di tranquilla cittadina adagiata nella campagna teramana che oggi mostra al visitatore, Campli fu in realtà borgo di grandi tradizioni con una storia secolare, e di questo suo illustre passato conserva oggi, in apparenza assai gelosamente, splendide testimonianze.

Il suo centro storico ospita ormai poco più di 400 abitanti, ma le sue viuzze e le sue mura narrano ovunque d’antichi splendori, e le sue chiese celano una miriade di pregevoli opere d’arte, dando cosi vita ad un grande scrigno colmo di storia e di tesori.

Non vi stupisca sapere che nei secoli dello splendore qui furono all’opera maestri quali Giacomo da Campli, quel Niccolò Filottesio detto anche Cola d’Amatrice, e poi Giovanbattista Boncori, Donato Teodoro e Vincenzo Baldati, nonché artisti delle scuole di Blasuccio, del Gagliardelli, di Ragazzini e, secondo alcuni, persino pupilli di Giotto e Raffaello. I loro capolavori superstiti possono essere ammirati nelle chiese della Madonna della Misericordia, dove ebbe sede uno dei primi ospedali d’Abruzzo, di San Francesco, di San Paolo e nella vicina Scala Santa, nel convento di Sant’Onofrio, futura sede del Museo d’Arte Sacra e nella cattedrale di Santa Maria in Platea. E poi ancora, visitando i dintorni, nel convento di San Bernardino, fondato nel 1449 da San Giovanni da Capestrano, e nelle chiese di San Giovanni Battista a Castelnuovo e di San Pietro di Campovalano. Nel borgo si trovano inoltre torri e palazzi, medievali e rinascimentali, di grande bellezza come quello annesso al convento di San Francesco, sede del Museo Archeologico, ma anche Palazzo Farnese, la porta Angioina a Castelnuovo e la torre dei Melatino a Nocella.

Al moderno visitatore Campli appare come una tranquilla cittadina della campagna teramana, un piccolo centro storico circondato da un nugolo di frazioncine ed immerso nel verde dei campi ai piedi dei Monti Gemelli. Ma non fatevi trarre in inganno da questo suo modesto apparire, è solo discrezione frutto di antiche nobili origini. Campli, infatti, fu in realtà borgo di grandi tradizioni, orgoglioso di una storia secolare, e di questo suo illustre passato conserva oggi, in apparenza assai gelosamente, splendide testimonianze. Le sue viuzze e le sue mura narrano di antichi splendori, ma sono soprattutto le sue chiese a celare pregevoli opere d’arte, dando cosi vita ad un centro storico che, man mano che lo si esplora, si svela sempre più scrigno colmo di storia e di tesori.

L’origine di Campli risale all’epoca della conquista romana e sulla base di alcuni rinvenimenti gli archeologi ipotizzano che fu municipio di Roma. E non vi stupisca sapere che nei secoli dello splendore, dal quattrocento in poi, qui furono all’opera maestri quali Giacomo da Campli, quel Niccolò Filottesio detto anche Cola d’Amatrice, e poi Giovanbattista Boncori, Donato Teodoro e Vincenzo Baldati, nonché artisti delle scuole di Blasuccio, del Gagliardelli, di Ragazzini e, secondo alcuni, persino pupilli di Giotto e Raffaello.

Un po’ di storia
Il primo documento storico che attesti ufficialmente l’esistenza del borgo di Campli risale addirittura all’anno 890, anche se è solo nel 1078 che il nome “Campli” appare ad indicare uno dei possedimenti di Roberto, Conte di Aprutinum. Nel 1271, dopo essere rimasta per un breve periodo sotto il dominio del Re di Napoli, Carlo d’Angiò concesse Campli al nobile Arduino d’Averio. Quindici anni più tardi, nel 1286, il borgo entrò in guerra contro la vicina e potente Teramo.

Nel 1363 la Regina Giovanna I attribuì alla cittadina il privilegio della Fiera di Santa Margherita, e successivamente quello di scegliere in maniera  autonoma il proprio giudice civile. Trascorsi sei anni venne nuovamente alle armi con i vicini teramani, questa volta per contender loro il possesso del Feudo dei Melatini.

Nel 1372 Campli fu proclamata “libero comune”. Nell’anno 1424, insieme ai vicini comuni di Teramo ed Atri, passò sotto il dominio dei nobili Acquaviva. Gli anni che seguirono videro spesso i camplesi brandire le armi per risolvere questioni di confine contro Civitella del Tronto, in particolare nel 1430 e poi nel 1479. Una pace stabile e duratura fu raggiunta solo nel 1507. In quel periodo Campli era definita “città regionale”, e come tale veniva considerata proprietà diretta della Regina Giovanna III.

Caduta in mani francesi, fu donata da Carlo VIII a Margherita d’Austria, sua figlia naturale e moglie d’Ottaviano Farnese. Un cognome, quest’ultimo, che, di lì in avanti, si legherà in maniera assai stretta alla storia della cittadina. Nel 1520, infatti, la bella piazza rinascimentale a pianta rettangolare fu impreziosita dal possente, ed allo stesso tempo elegante, Palazzo Farnese, designato come sede del parlamento. Furono questi anni di grandi mutamenti, che portarono a Campli gioie ed onori, ma anche sventure e devastazioni.

Nel 1557 il Duca di Guisa, forte di oltre 2000 uomini, assediò Campli e, dopo un’aspra battaglia contro i coraggiosi abitanti, riuscì ad espugnarla e saccheggiarla. Nel 1575 videro la luce gli “statuti comunali”, importanti documenti che erano destinati a regolare la vita amministrativa di Campli. Nel 1579 Margherita d’Austria si recò in visita nella cittadina e per la solenne occasione i camplesi decisero di rendere il loro comune degno di una regina, compiendo importanti restauri e innalzando nuove costruzioni.

Fu cosi che venne eretto il palazzo del Monte di Pietà, fu fondato il Convento dei Cappuccini e la Cattedrale stessa ebbe ad essere arricchita con splendidi dipinti ed un altare offerto dagli uomini della congregazione dei lanai. Aprì inoltre i battenti, vera novità per qui tempi, una bottega dove si esercitava l’arte tipografica.

Nel 1600 Campli ebbe l’onore di essere elevata a Diocesi, grazie all’interessamento di un nobile rampollo della famiglia Farnese, al quale, proprio in quegli anni era andata in sposa la pronipote del Papa, proveniente dalla famiglia degli Altobrandini. Ironia della sorte, quel secolo, iniziato in maniera così propizia, si rivelò invece davvero nefasto per Campli. Nel 1656 la città venne colpita da una terribile epidemia, nel 1703 fu quasi rasa al suolo da un violento terremoto. Alle calamita naturali si aggiunse presto il terribile flagello del banditismo. Per decenni le autorità furono praticamente impotenti contro il dilagare di feroci banditi che, annidati tra le selvagge ed inespugnabili gole delle vicine montagne, mettevano a ferro e fuoco le contrade e le campagne di Campli, assalendo viandanti e fattorie isolate.

La popolazione di Campli prese a scendere vertiginosamente e nel 1736 tocco il minimo storico di 2500 anime. Dopo alcuni anni venne di nuovo occupata dalle truppe francesi ed i camplesi, legati storicamente ai Borboni, giunsero addirittura al punto di chiedere aiuto ai briganti pur di tentare un’ultima disperata resistenza e liberarsi dagli invasori. Scampato il pericolo, la situazione generale non migliorò affatto.

Per risollevare le sorti della città ormai avviata ad un inarrestabile declino si fece ricorso ad ogni mezzo. L’anno di grazia 1776 venne, infatti, caratterizzato dall’apertura della Scala Santa, un evento d’enorme importanza che fu sì religioso ma soprattutto sociale ed economico, e rappresentò un estremo tentativo di rivitalizzare la città stessa, l’ultimo in verità nella storia di Campli.

Un tuffo nell’arte
Seppur all’apparenza cosi piccola, Campli richiede invece una buona disponibilità di tempo e di pazienza al visitatore che voglia scoprirne i segreti ed ammirarne i tesori, tali e tanti essi sono. Una visita ideale potrebbe aver inizio dalla piazza principale, da sempre centro della vita d’ogni borgo che si rispetti, dove si trova il monumentale Palazzo Farnese, l’antico Palazzo del Parlamento, attuale sede del Municipio. L’imponente edificio derivò il nome attuale dalla famosa famiglia nobiliare che fu proprietaria di queste terre fino al 1734, anno in cui i feudi passarono ai Borboni ed entrarono a far parte del regno di Napoli e di Sicilia.

Dinanzi al Palazzo si trova la chiesa di Santa Maria in Platea, risalente al 1400 e con la facciata ricostruita alla fine del 1700. Favolosi il soffitto in legno dipinto e il tesoro d’arte sacra conservato all’interno, con tele, crocefissi, affreschi del 1400 e del 1500. La cripta ospita poi alcuni affreschi, ritenuti attribuibili alla scuola di Giotto, di bellezza davvero unica, tra i quali una Resurrezione e una Natività.

A fianco di Palazzo Farnese si apre invece una moderna ed accogliente piazzetta che fa da anticamera alla bellissima Scala Santa, recentemente restaurata e riaperta al culto. Si tratta di un edificio sacro alquanto inusuale, sembra uno dei pochi ancora esistenti, composto in pratica solamente da una scala di salita ed una di discesa connesse tra loro. Se percorse secondo certe regole, pregando, permettono al fedele di conquistare l’indulgenza plenaria. All’interno si trova un inestimabile tesoro d’arte: tele, reliquiari, affreschi del 1500, del 1600 e del 1700.

Una delle caratteristiche architettoniche che rende suggestiva la città di Campli è la presenza delle case porticate, alcune delle quali risalenti persino al XIII secolo, che si susseguivano in antico lungo il corso principale senza soluzione di continuità. Di notevole interesse è la casa porticata che trovate sulla destra della chiesa di Santa Maria, iniziando a scendere lungo il corso principale. Restaurata di recente, essa reca sulla facciata un concio in pietra con la data del 1400. Proseguendo, poco oltre incontrate la casa dello “Speziale”, ossia l’antico farmacista, evidenziata da una elegante loggetta, e subito dopo quella del “Medico”, apparentemente di scarso interesse a causa della sua facciata alquanto anonima, ma impreziosita da un delizioso interno sviluppato su due piani con porticato, pozzo e loggiato.

Proseguendo ancora lungo il corso si arriva alla chiesa di San Francesco, col suo bel portale in pietra scolpita, che ospita numerose opere d’arte di notevole pregio, tra le quali una croce dipinta del 1400 e due affreschi raffiguranti una Pietà e un’Annunciazione. Annesso è l’ex-convento, che accoglie oggi il Museo Archeologico, nel quale è esposta un’eccezionale raccolta di reperti archeologici provenienti dagli scavi della vicina necropoli italica di Campovalano.
Alla fine del corso, una volta usciti dal centro storico, sulla destra trovate il Convento di Sant’Onofrio, in restauro dopo lunghe vicissitudini che hanno messo in grave pericolo il suo eccellente patrimonio artistico costituito dal ciclo di affreschi che ornava il refettorio.

Dell’originale struttura resta ormai ben poco: parte fu demolita per far posto a piazza e strada, parte è andata persa durante rimaneggiamenti e riusi dell’edificio. Anche gli affreschi e le decorazioni sono state messe a dura prova da coloro i quali si sono succeduti nei secoli in quelle stanze, utilizzandole persino come officine e magazzini per granaglie. Dopo averlo acquistato da privati, la Soprintendenza sta procedendo ad un minuzioso restauro del Convento per collocarvi il nascente Museo Diocesano destinato ad ospitare i preziosi oggetti ed arredi sacri provenienti dalle varie chiese della città.

Lasciato ormai alle spalle il borgo seguite la strada che scende verso la valle ed incontrerete, dopo poche centinaia di metri, la frazione di Castelnuovo. Qui si trova la Porta Angioina, detta anche “Porta Orientale”, costruita nel XIV secolo per consentire l’accesso ad uno dei quattro quartieri di cui era composta in origine Campli, per l’appunto quello di Castelnuovo. Due erano in antico le porte, ma quella detta “di Campo Castello” fu demolita nel 1797. Superata la porta, sulla sinistra si trova la chiesa di San Giovannni, dall’inusuale struttura a due navate, ricca all’interno di due altari barocchi e d’affreschi che si ritiene opera, almeno in parte, di Giacomo da Campli.

Rientrate ora in paese, attraversatelo per intero e dirigetevi verso la strada che congiunge Teramo ad Ascoli. Raggiungerete così la vicina frazione di Nocella, dove potrete ammirare l’elegante torre dei nobili signori Melatino, costruita nel 1394 come testimonia tuttora l’incisione sulla parete accanto allo stemma di questa nobile ed antica casata.

Pur se potrete ritenere a questo punto di aver visto tutto, ebbene non illudetevi, Campli riserva ancora parecchie sorprese come, ad esempio, il convento di San Bernardino. L’imponente edificio religioso, oggi abbandonato e pressoché in rovina, si trova di là del torrente che fiancheggia a nord la cittadina, sul colle di Santa Lucia, immerso nel verde di un boschetto. Venne edificato nel 1476 dai Frati Osservanti ed utilizzato come luogo di meditazione e meta di pellegrinaggi fino alla fine del XVIII secolo, quando cadde in disuso. Molto suggestivi sono il chiostro, con il classico pozzo centrale, e la lunetta del portale decorata da un affresco seicentesco. 

Per terminare degnamente la vostra visita vi attende ancora una sosta a Campovalano, ultima tappa del vostro viaggio alla scoperta di Campli, ma non per questo meno importante di tutto quel che avete visto sino ad ora. Pur se essa è oggi solo una piccola frazione distesa ai piedi della montagna, poche decine di case lungo la strada che collega Teramo ad Ascoli, venticinque secoli fa Campovalano era sede di uno dei più importanti insediamenti delle genti che abitavano queste terre assai prima dell’arrivo dei Romani.

In trent’anni di ricerche gli archeologi hanno, infatti, scoperto e scavato una enorme necropoli, dove gli italici seppellirono per secoli i loro defunti. Non si tratta purtroppo di un luogo aperto al pubblico, poiché i lavori sono ancora in corso, ma ogni anno, in estate, il cantiere archeologico viene riaperto per alcuni mesi e, facendo domanda ai responsabili, si può magari chiedere di visitarlo. La eccezionale mole di reperti trovati nel corso degli scavi è esposta, come già detto,  nel museo archeologico di Campli.

Poco distante dalla necropoli si trova infine la piccola chiesa di San Pietro in Campovalano, antica e molto bella, oggi inglobata in una casa colonica.

La Scala Santa
Fu Papa Clemente XVI ad attribuire, il 21 gennaio 1772, il privilegio della Scala Santa alla città di Campli, grazie al paziente lavoro diplomatico dell’avvocato Gianpalma Palma.
I ventotto gradini in legno, da salire pregando in ginocchio, donano ai fedeli l’assoluzione dai propri peccati e, in alcuni giorni dell’anno, l’Indulgenza Plenaria con lo stesso valore di quella che si ottiene sulla Scala Santa di Roma. Affascinanti le simbologie della Scala e della decorazione. Si sale tra sei dipinti che raccontano momenti della Passione di Cristo per ripercorrere le tappe di Gesù verso la Croce e riviverne, simbolicamente, la sofferenza.
Nel Sancta Sanctorum è l’altare del Salvatore, il Cristo Salvator Mundi, l’unico in grado di liberare il peccatore dal peso dei suoi misfatti. Dopo aver reso omaggio ai ritratti di Papa Clemente e a Sant’Elena, l’uomo nuovo, il credente purificato nella sua anima, scende finalmente verso la luce del giorno, ora in piedi, accompagnato dalle scene gioiose della Resurrezione ed angioletti sorridenti affacciati dal tetto.

Quello della Scala Santa è un rito religioso di grande importanza, legato ad una narrazione affascinante per se priva di fondamento storico. Secondo la tradizione fu infatti Gesù, salendo e scendendo dal cospetto di Pilato, a consacrare la pietra dei gradini col suo sangue.
Dopo decenni di chiusura la Scala Santa di Campli è stata restaurata dall’abile mano della dottoressa Tilde Di Giacinto e riaperta a fedeli e visitatori nel settembre del 1995.

Il convento di Sant’Onofrio
Dell’antico Convento Celestino di Sant’Onofrio, situato all’ingresso est del paese, ai nostri giorni è giunta purtroppo solamente una vaga traccia della sua grandezza, della sua bellezza e di quelli che erano con tutta probabilità i tesori d’arte che l’ornavano: la sala affrescata del refettorio.

Una parte del chiostro fu demolita per ampliare la strada, mentre l’altra, ridotta ormai in condizioni indescrivibili, è stata occupata per anni dalla bottega di un artigiano. Le superstiti celle dei monaci si trovano invece nel piano superiore dell’edificio che, come lo stesso refettorio, è stato a lungo proprietà di privata prima di essere acquisito, alcuni anni fa, dal Ministero per i Beni Culturali.

Dal punto di vista strutturale il refettorio è praticamente integro, nonostante in passato sia stato usato come deposito di grano. Per quanto riguarda gli affreschi, alcuni attribuiti al pittore Giacomo da Campli e considerati una delle più belle testimonianze della scuola pretuziana del 1400, pesanti sono i danni recati dal recente uso della sala. Lo zoccolo decorato a motivi ornamentali è andato interamente perduto, consumato pian piano dai sacchi di grano che lo hanno letteralmente grattato via; sorte peggiore è toccata ad una porzione di affresco sul quale, a mo’ di lavagna, gli operai erano soliti incidere il numero di sacchi scaricati. Il soffitto del refettorio è caratterizzato da una volta a vela sostenuta da pennacchi, sulla quale sono affrescati i Santi Celestini, Santa Scolastica ed una Trinità.

Sulla parete d’ingresso è rappresentato un paesaggio di grande suggestione, nel quale molto probabilmente è riconoscibile Campli. La parete opposta, quella di fondo, conserva, affrescate all’interno di due archi, un’Annunciazione ed un’Ultima Cena di rara bellezza e di grande effetto. La parete destra, pur rovinata dalle tracce di tre finestre aperte e poi murate, racconta la vita da eremita di Sant’Onofrio. Nel lato opposto, tra gli strombi di tre finestre, sono affrescati i ritratti di San Michele ed altri Santi.

Palazzo Farnese
È indubbiamente uno degli antichi edifici d’uso civile più interessanti tra quelli che si possono ancora trovare in Abruzzo. La sua prima costruzione viene fatta risalire al 1400 e la data del 1520, scolpita su un concio di arenaria incastonato nella facciata, viene comunemente riferita all’epoca di un importante restauro. Su uno dei lati del palazzo di ergeva anticamente una grande torre campanaria,  crollata a causa di un violento terremoto. Viene anche detto Palazzo del Parlamento perché vi si riunivano i Capifamiglia chiamati, dal tradizionale suono della campana, a decidere sulle vicende della cittadina. I cronisti dell’epoca riferiscono dell’esistenza di un terzo piano, di cui si sono perse le tracce, nel quale fu allestito il primo teatro d’Abruzzo. La decadenza del palazzo iniziò sotto la dominazione dei francesi, che lo utilizzarono come caserma fin quando alcuni crolli ne minarono la  stabilità consigliandone l’abbandono definitivo. L’aspetto attuale, copia fedele di quello originario, gli fu restituito dai restauri del 1888.

Il Museo Archeologico
Il Museo Archeologico Nazionale di Campli, ricavato nelle sale del Convento annesso alla trecentesca chiesa di San Francesco, è stato inaugurato nel 1989. Si tratta di una struttura di dimensioni abbastanza contenute, composta com’ é da sole quattro sale, ma capace di fornire al visitatore un quadro chiaro e completo della civiltà picena, grazie anche alla sua eccellente impostazione didattica e ai pannelli esplicativi, che risultano essere di grande chiarezza e completezza. Nella sua progettazione si è privilegiata la qualità dei reperti esposti rispetto alla quantità, evitando cosi di dar vita ad uno di quegli oppressivi musei-magazzino e riuscendo invece, in modo innovativo, ad evidenziare gli aspetti socio-economici della comunità di genti italiche di Campovalano, dalle prime sepolture fino al periodo della decadenza, coincisa con la conquista di quelle terre da parte dei romani.

Molto ben studiato l’utilizzo dei pannelli didattici caratterizzati da appositi colori guida, disponibili per altro anche in versione stampata in un utilissimo cofanetto dal titolo “il Museo in tasca”. Assolutamente innovativa e di grande effetto l’idea di rendere trasparenti le porte dei magazzini, posti sullo stesso piano delle sale espositive. In questa maniera il visitatore riesce a cogliere l’esatta dimensione dell’enorme quantità di reperti restituiti sinora dagli scavi e può meglio apprezzare i pochi e selezionati oggetti esposti nelle vetrine, destinati a documentare ora la tomba di un capo, ora quella di un bimbo, ora i segni della decadenza.

Chiesa di San Francesco
La chiesa, di evidente stile romanico, fu costruita nel XIV secolo e la data di inizio dei lavori seguì solo di pochi anni la morte di San Francesco di Assisi, il famoso santo protettore di d’Italia al quale deve il nome, avvenuta nel 1226. La facciata è realizzata in conci di pietra squadrata e presenta assai evidenti gli elementi della tipica tecnica costruttiva trecentesca adottata dai primi francescani. Tra i poderosi contrafforti angolari spicca il pregevole portale, splendidamente decorato da volti umani e da animali, al di sopra del quale, oltre la cornice, si apre la finestra circolare che ospitava in antico il rosone intagliato che la tradizione vuole trafugato dai francesi invasori per essere collocato sulla facciata di una chiesa di Civitella del Tronto, dove a tutt’oggi fa bella mostra di se.

Ad un’attenta analisi si scopre come il portale sia in pratica una fedele replica di quello che decora l’ingresso dell’antica chiesa di San Francesco a Teramo (oggi detta Sant’Antonio), che è caratterizzato da una fantasiosa flora di capitelli finemente intagliati. Sul fianco sinistro della chiesa si trovava il chiostro, oggi in parte demolito ed in parte occupato dal Museo Archeologico. Un tempo esso era affrescato per intero dalle pitture del maestro polacco Sebastian Majesch, raffiguranti scene della vita di San Francesco. In uno dei due porticati oggi ancora esistenti si possono ancora ammirare le pregevoli finestre bifore e il portale che in antico dava accesso alla sala Capitolare.

Al centro della Corte del Chiostro si trovava un pozzo, ormai scomparso. La massiccia torre campanaria a base quadrata che veglia sulla chiesa ha una curiosa storia da narrare: costruita nel XIV secolo ed alta in origine ben 42 metri, venne smontata pietra per pietra molti anni fa perché ritenuta pericolante ed in procinto di crollare. Mutata per decenni in cumulo di blocchi di pietra, nel 1997 è stata ricostruita, nelle dimensioni e misure originali, usando per lo più i materiali originali. Unico neo di tale operazione è una assai discutibile colonnina di moderne origini, sembra opera di un artigiano locale, inserita con poco garbo estetico e storico in una delle finestrelle della torre.

L’interno, ad una sola navata di grande respiro spaziale, era originariamente decorato con una serie di splendidi affreschi che vennero purtroppo ricoperti per intero con uno strato di cale durante l’infuriare di una delle innumerevoli pestilenza che flagellarono la zona. Solo piccole porzioni di essi sono state recuperate e portate alla luce dai lavori di restauro. L’abside, caratterizzato da una volta costolonata, è illuminata da una semplice monofora collocata in alto. Ai lati dell’ingresso, addossate alla controfacciata, sono situate due edicole, una a tutto sesto e l’altra ad arco ogivale, decorate da affreschi di chiara imitazione giottesca. Dietro l’altare pende una grande croce in legno dipinto risalente al XIV secolo, probabilmente di fattura bizantina.

Sulla sinistra del presbiterio è visibile, all’interno di una nicchia, un pregevole affresco trecentesco raffigurante una Pietà, mentre sulla parete destra un altro di grandi dimensioni riproduce un’Annunciazione nella quale è possibile osservare inserito anche il ritratto del dedicante che offrì alla chiesa l’opera d’arte.

Chiesa di San Giovanni Battista
La chiesa di San Giovanni Battista si trova al di fuori del centro storico di Campli, nella frazione di Castelnuovo, che s’incontra lungo la strada che sale da Pagannoni e da Sant’ Onofrio. Essa è situata all’interno dell’antica cinta muraria, proprio a ridosso della Porta Angioina, che la lambisce con la sua torre dalle forme goticheggianti.

La facciata a campana, semplice e spoglia, presenta un elegante  portone ogivale in pietra del XIV secolo, sormontato da un finestrone circolare ripetuto sulla destra alla stessa altezza.
L’interno ha un’inusuale struttura a due navate: quella di sinistra è originale, mentre l’altra fu aggiunta nel XV secolo. Ai lati dell’ingresso, appoggiate alla controfacciata, si trovano due edicole sorrette da colonnine. Quella di destra ha la volta e le due pareti decorate da affreschi e nel suo interno si trova una fonte battesimale. Le pareti interne della chiesa sono impreziosite da affreschi quattrocenteschi, raffiguranti soggetti votivi tra i quali vari Santi e la Madonna di Loreto, attribuiti a Giacomo da Campli.

Il soffitto, realizzato tradizionalmente con travi e mattoni, è decorato interamente con una serie di motivi geometrici che richiamano spesso il cielo stellato. Tra gli arredi si segnalano i due splendidi altari lignei dorati del seicento, impreziositi da tele, un crocefisso ligneo del trecento e una tela seicentesca raffigurante San Carlo Borromeo.

Giovanni Lattanzi