I ruderi nascosti dell’antico monastero di San Pietro di Vallebona a Manoppello.

Sulla sommità di una collina nel territorio comunale di Manoppello, al di sopra della basilica del Volto Santo, sorgono i ruderi di un’antico complesso monastico. Il panorama mozzafiato della val Pescara e la rigogliosa vegetazione fanno da scenografia a un luogo dominato ancora oggi dall’antico silenzio di un tempo.

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San Pietro è un monastero di cui rimangono pochi ruderi in stato di totale abbandono, situato in un ambito naturalistico del tutto eccezionale, ovvero sulla sommità di una collina che domina la cosiddetta Vallebona nel territorio comunale di Manoppello, località meglio conosciuta tra gli anziani del posto, con il nome di Fosso del Crocifisso o Gesù Cristo e da sempre frequentata grazie alla presenza delle antiche miniere di bitume.

Per raggiungere l’edificio è necessario arrivare a Lettomanoppello, nei pressi del campo sportivo e poi procedere attraverso una piccola strada carreggiabile che costeggia le miniere di Foce-Valle Romana e le attuali cave di pietra, trasformandosi infine in un sentiero, sempre carreggiabile, che termina dopo circa 3 Km riconducendo nel territorio comunale di Manoppello. Una volta giunti qui, in una piccola valle, vicino alla cisterna moderna, alzando lo sguardo, si scorgono sulla parte alta della collina i pochi ruderi di San Pietro.

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Non esiste, almeno da questo versante, un agevole sentiero di accesso che conduca in alto: è necessario aprirsi un varco fra gli arbusti rigogliosi che caratterizzano le nostre montagne. Una volta arrivati sul colle, la sorpresa e il panorama che si scopre verso la Val Pescara ripagano sicuramente dell’arrampicata fatta.

Dell’antico monastero rimangono soltanto alcune strutture murarie in alzato coperte in parte dalla vegetazione. Si leggono con certezza due mura dall’altezza di circa 5-6 m posti ad angolo “a L” e realizzate in conci irregolari, misti a laterizi e coppi. L’impianto originario dell’edificio doveva essere di forma rettangolare, poiché dalla folta vegetazione emergono gli altri due lati di questo ipotetico rettangolo. L’interno risulta caratterizzato dal crollo di materiale lapideo che occulta il piano pavimentale. Nelle adiacenze dell’edificio si osservano altri paramenti murari anche questi coperti dagli anfratti e probabilmente connessi agli antichi ambienti del monastero.

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Sull’esistenza del complesso monastico di pertinenza della diocesi di Chieti, vi sono svariate fonti storiche (per un’ulteriore approfondimento si rimanda al contributo della Dr.ssa Daniela Bianco in E. SANTANGELO, Manoppello. Guida storico-artistica alla città e dintorni, pp. 104-108): la prima attestazione è del 1140, dunque la fondazione dello stesso è sicuramente antecedente a questa data.  Nel 1285, per citare soltanto le datazioni principali, l’abbazia di San Pietro si unì alla congregazione celestiniana alle dipendenze di Santo Spirito del Morrone e fu quindi sottoposto alla guida dello stesso Pietro da Morrone. Nel periodo dal 1320  al 1350, il monastero godette di un ritrovato splendore che cessò a partire dal 1383 quando ripresero le incursioni di predatori causando uno stato di decadenza e abbandono. Solo nel 1645, l’edificio venne restaurato da parte dell’Università di Manoppello in seguito ad un’apparizione miracolosa su un crocifisso della chiesa che attirò una moltitudine di fedeli.

Questa è anche l’ultima attestazione storica che possediamo e da cui deriva il nome di Chiesa del Crocifisso con cui viene denominato comunemente il sito. Altri titoli con cui viene menzionato oltre a San Pietro di Vallebona, che è quello di fondazione, sono: Santa Maria di Vallebona e Santo Stefano di Vallebona o del Lupo. Il primo toponimo è legato a uno dei due reperti storici che proviene dal questo luogo sacro: si tratta di una testimonianza del culto alla Vergine, ovvero la cosiddetta “Madonna della neve”, scultura in pietra conservata dal 1855 presso la Basilica del “Volto Santo di Manoppello” e oggi collocata su un altare nel cortile retrostante, l’appellativo Vallebona invece potrebbe essere collegato al culto della dea Bona, come per la preesistenza dell’abbazia di S. Maria Arabona.   

Il secondo toponimo è legato, invece, alla venerazione di Santo Stefano del Lupo. Secondo la leggenda sarebbe stato lo stesso Santo Stefano, nato a Carovilli, in provincia di Isernia, sotto il pontificato di papa Pasquale II (1098-1118), monaco benedettino a San Liberatore a Majella, a fondare intorno al 1148 il monastero di Vallebona. Sempre secondo la tradizione orale, il Santo riuscì ad ammansire un lupo che terrorizzava gli abitanti delle zone circostanti, da qui deriverebbe il suo appellativo. Le sue reliquie furono conservate fino al 1591 presso il monastero, da questo momento furono portate a Roccamorice nella prima sede dell’Ordine dei fratelli di Santo Spirito fino a quando l’Ordine venne sciolto e le reliquie furono reclamate dalla comunità di Carovilli e da quella di Manoppello. Ancora oggi nella Basilica del Volto Santo, è custodita la reliquia del braccio di Santo Stefano non a caso nella cappella laterale che fino a qualche decennio fa ospitava il Volto Santo. I pellegrini di Carovilli ogni anno compiono, come segno della loro devozione al Santo, un pellegrinaggio in tutti i luoghi toccati dalla Sua spiritualità e in particolare, all’antico monastero nei pressi del quale hanno posizionato una sorta di teca in ferro battuto recante una preghiera e una breve storia del sito.

Il fatto che l’antico monastero di Vallebona si trovi in un luogo  vicino a quello in cui è stato innalzato, proprio nel momento in cui il primo si avviava alla decadenza, un altro tempio della Cristianità, la Basilica del Volto Santo, potrebbe non essere casuale. 

Certo è che il monastero ebbe nel corso dei secoli una rilevanza notevole: i suoi possedimenti si andarono accrescendo grazie alle continue donazioni di terreni e di beni ecclesiastici sparsi in tutto il centro Italia. Oggi, però, di quella antica grandezza non rimangono che ruderi silenziosi rimasti a contemplare la suggestione e la spiritualità di un posto sconosciuto ai più.

Roberta Di Renzo