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Davide Brullo, la volontà di costruire il mondo

pubblicato il 8 ottobre 2009 alle 16:18
scritto da Simone Gambacorta
tematiche affrontate: interviste

Il giornalismo culturale secondo lo scrittore che per sette anni ha curato le pagine letterarie del settimanale «Il Domenicale».

Davide Brullo (1979) ha pubblicato – tra l’altro – alcuni libri di poesia, come “Annali” (Atelier, 2004) e “L’era del ferro” (Marietti, 2007), e il romanzo “Il lupo” (Marietti, 2009). Per sette anni è stato responsabile sul settimanale «Il Domenicale» delle pagine letterarie “La Repubblica delle lettere”. Lo abbiamo intervistato sulla sua esperienza nel giornalismo culturale.

Quand’è inziato il tuo rapporto con «Il Domenicale»?

«Il rapporto con «Il Domenicale» è nato nell’estate 2002. Avevo ventidue anni. Un giorno ero in spiaggia a prendere il sole. Mi telefonò Angelo Crespi, che era e tuttora è il direttore del giornale. Mi disse che sarebbe partito questo settimanale culturale. Ci conoscevamo per affari letterari, avevamo organizzato assime letture di poesia. Lui mi ammirava come scrittore, non come giornalista, per il semplice fatto che, se non sporadicamente, non l’avevo fatto. Così abbiamo cominciato. La cosa affascinate è stata questa: quando Crespi mi telefonò, quel giornale doveva nascere, e quindi abbiamo dovuto idearlo assieme. Le due pagine letterarie che ho curato negli anni, e che si intitolavano “La Repubblica delle Lettere”, le abbiamo inventate davvero. Abbiamo ideato le rubriche, individuato le persone che le avrebbero tenute, le abbiamo pensate. Questo lavoro di invenzione del giornale è stata un’esperienza interessantissima. Iniziai a collaborare a giugno e il primo numero uscì a ottobre».

Qual era lo spirito con cui partiste? E qual era quello che animava le pagine che curavi?

«Siamo partiti con grandissime idee e con grandissime possibilità. Ricordo che il bacino di firme era costituito da giornalisti delle pagine culturali di quotidiani come «Libero», «Il Giornale» e «Il Foglio». Tutta gente di questo tipo. Quanto a me, devo dire che l’aspetto più stimolante è stato far scrivere gente che non apparteneva al mondo dei professionisti della carta stampata: penso alla scoperta del mio amico Massimiliano Parente, o di Marco Merlin e Daniele Piccini. Avevamo energie nuove e idee scoppiettanti. Ma non eravamo volutamente provocatorii, come la Terza pagina di «Libero», con cui del resto ho collaborato piuttosto a lungo assieme ad Alessandro Gnocchi e a Francesco Borgonovo. Noi abbiamo fatto sì che la nostra vera provocazione fossero le idee. Non ci interessava sparare sulla croce rossa degli scrittori italiani contemporanei, ci interessava costruire qualcosa. Questo per quanto riguarda le mie pagine. “La Repubblica delle Lettere” ne comprendeva due, ci eravamo ritagliati una specie di Eden, una possibilità assoluta di invenzione. Tieni conto che, fra i responsabili dei diversi settori del giornale, io ero l’unico ventenne. Gli altri, quelli che per esempio si occupavano di storia, erano giornalisti navigati».

Le tue pagine erano insomma un vivaio…

«Sì. Era l’aspetto che mi interessava di più, nel fare giornalismo culturale. Ed è stato quello che man mano ha continuato a interessarmi sempre più».

Qual è la situazione delle Terze pagine di oggi?

«Degenerata e apocalittica. La verità è che per fare qualcosa di sensato devi creare un gruppo. Non un gruppo ideologicamente corporativo, ma un gruppo di Don Chisciotte, per così dire. Ora come ora, le pagine culturali – quali più quali meno – sono il ricettacolo di markette più o meno mascherate. Ma in fondo, me ne rendo conto, quel che ho appena detto è una musica che si sente e si ripete da decenni, e forse è persino comodo nascondersi dietro di essa. Resta il fatto che nel giornalismo culturale non vedo grandi risposte, se non occasionalmente».

Perché accade questo, secondo te?

«Perché scrivendo puoi colpire chi vuoi, basti pensare alla politica, ma per quanto concerne i grandi nomi della cultura – e parlo di quelli che contano veramente, come i direttori editoriali delle case editrici – è meglio lambirli, è meglio disturbarli fino a un certo punto. Agli addetti ai lavori, ai giornalisti culturali, non conviene attaccarli in modo troppo diretto. Più che un vivaio, le Terze pagine sono diventate lo strumento attraverso cui arrivare a far parte del mondo dei letterati aurei e laureati della grande editoria».

Perché si è interrotto il tuo rapporto con «Il Domenicale»?

«Stavo facendo troppe cose insieme e ho deciso di concentrami sui miei libri. Sono anche il Preside di un Liceo Linguistico, e qualche ramo di impegno dovevo pur tagliarlo. Ti dirò poi che sette anni sono un tempo gigantesco, soprattutto nel giornalismo. Io credo che dopo tre o quattro anni di giornalismo, se sei riuscito a tracciare una via, quella via poi devono essere altri a portarla avanti. Perché alla fine scopri che ti ripeti, e scopri che puoi ripeterti anche su un settimanale come «Il Domenicale». A me invece piace rischiare continuamente».

Vale a dire?

«Devi metterti sempre in gioco, altrimenti diventa un alibi anche recitare la parte del cane sciolto o del battitore libero. Per esserlo davvero, i meriti devi conquistarteli sul campo. Devi inventarti, sforzarti continuamente di capire dove hai sbagliato, devi esercitare stili di scrittura diversi. Ricordo che, agli albori del «Domenicale», scrivevamo gli articoli con complessità snobistica. Pian piano, questa complessità si è trasformata in una scrittura più schietta e sobria. E c’è un altro punto da considerare: a volte è giusto usare la frusta, altre volte è semplicemente giusto parlare bene di una cosa bella che richiede uno sguardo limpido e innocente».

La Terza pagina è un’invenzione italiana: per come sono ridotte quelle italiane, ce n’è ancorca bisogno?

«Per come sono ridotte, no. Per come potrebbero essere, sì. È estremamente affascinate poter parlare di libri o dire delle cose attraverso i libri. Le Terze pagine potrebbero essere qualcosa di straodinario».

E lo sarebbero se…

«Se fossero fatte da pazzi e da sognatori. A dire il vero, basterebbe anche la passione minima di chi entra in libreria, vede un libro, ne resta affascinato, lo compra e alla fine ne scrive per apprezzarlo, per discuterlo o per stroncarlo. Le Terze pagine potrebbero essere realtà straodinarie, se solo chi le realizza fosse animato dalla volontà vera di costruire il mondo. Oggi invece ci si preoccupa di costruire se stessi attraverso l’esercizio della vanità e del leccaculaggio».

La volontà di costruire il mondo…

«Per carità, è una cosa che qualcuno cerca di fare. Voglio dire, c’è anche gente che lavora bene, che passa le notti pensando a cosa può fare di bello il giorno dopo sulla pagina del quotidiano. Ma sono pochi».

Un paio di nomi che apprezzi?

«A parte Davide Brullo (ride, ndr), direi Alessandro Gnocchi, quando è in vena. Altri nomi di giornalisti ora non mi vengono in mente».

Ne suggerisco uno: Massimiliano Parente.

«Massimiliano è un mio intimo amico. Tutto quello che scrive, lo approvo. Ma, quanto a giornalismo culturale, anche lui incontra le sue difficoltà. Tra le altre cose, Massimiliano è un polemista di talento. Ma più che in ambito culturale, gli permettono di fare polemiche in ambito politico. Pensa ai suoi articoli “politici” che compaiono in prima pagina sul «Giornale». Insomma, incontra meno ostacoli a fare il polemista politico piuttosto che il polemista culturale. E questo è uno dei paradossi stravaganti e strabilianti del nostro mondo giornalistico. Succede sei sei troppo bravo, troppo appuntito, troppo vero. La verità è che è più comodo far scrivere uno come Parente di politica piuttosto che di cultura. Chi fa polemica politica è più assorbibile di chi fa polemica culturale. Come dicevo prima, è più semplice attaccare i grandi nomi della politica che i grandi nomi della cultura».

Come scrittore hai pagato uno scotto per la tua esperienza giornalistica?

«Ho pagato e pago scotti totali e continui. Però sono dell’idea che in fondo non è vero che sono solo gli editori ad avere il coltello dalla parte del manico, e che ci sarà un tempo, com’era in passato, in cui gli editori vorranno, anzi, pretenderanno di pubblicare scrittori “forti”. Ho volutamente chiuso i ponti con Bompiani e Mondadori, ma poco importa, ho la fortuna di avere delle persone che credono in un lavoro letterario profondo. Penso a Giovanni Ungarelli della casa editrice Marietti, che peraltro è stato per trent’anni il direttore generale della Rizzoli. Figurati, Rizzoli è un editore con cui adesso non mi metterei neanche a parlare, eppure fino agli anni Novanta era diretto da Ungarelli. È lui che mi pubblica. Quindi devo dire che non sono così sconfortato, anzi».

E cos’altro ti conforta?

«In fondo l’unica cosa di nostra competenza è scrivere libri. E che rimangano allo stadio di manoscritti ben rilegati o che diventino opere con un loro pubblico, è ininfluente. Faccio un esempio: Flavio Santi. Faceva parte del vivaio del «Domenicale», adesso è una firma del «Riformista» e uno dei migliori critici in Italia. Ma Santi è soprattutto uno scrittore in catalogo Rizzoli. Ebbene, lui mi racconta delle cose terrificanti. C’è chi lo corregge capitolo per capitolo, c’è chi gli fa riscrivere delle pagine, insomma, la scrittura diventa una specie di lavoro a quattro mani. Certo, se lui accetta queste condizioni, significa che alla fine gli vanno bene. Ma voglio dire: devi avere del fegato per lavorare così. Io questo fegato non ce l’ho. Per cui non posso invidiarlo».

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