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Nicola Abbagnano negli studi di Silvio Paolini Merlo

pubblicato il 28 settembre 2009 alle 18:40
scritto da Simone Gambacorta
tematiche affrontate: interviste, saggistica

Silvio Paolini, teramano, classe 1967, dottore di ricerca in Scienze Filosofiche all’Università “Federico II” di Napoli, ha appena pubblicato “L’esistenza come struttura. Il pensiero di Nicola Abbagnano e l’esistenzialismo” (Editoriale scientifica, pp. 266, Euro 20). Il libro è la seconda tappa di una ricerca che anni fa ha portato Paolini Merlo a firmare il saggio “Abbagnano a Napoli” (Guida, 2003).

Cominciamo con una domanda anomala: qual è il suo “sentimento” della filosofia?

«Primordiale, direi. Fisiologico e insieme ludico. Comunque non vedo anomalie in questa domanda: la filosofia è l’uso libero e antidogmatico della ragione, ma serve a poco se sganciata dalla vita».

Quand’è che ha iniziato a interessarsi a questo campo di studi?

«Più o meno contemporaneamente ai miei studi musicali. Le mie prime riflessioni filosofiche risalgono agli anni del Ginnasio. In realtà fin da bambino passavo ore a scrivere racconti e fantasticare improvvisando sul pianoforte, e questo deve avere alimentato in me l’interesse per la ragione discorsiva, per un’analisi del reale a partire dalle possibilità induttive e deduttive del pensiero. Tuttavia solo intorno ai sedici anni ho iniziato a praticare la filosofia come strumento inquisitivo, a non accontentarmi della veste esteriore delle cose e della realtà in generale».

E come è arrivato a Napoli?

«Dopo la discussione della tesi, a Chieti, mi rivolsi a numerosi esponenti della filosofia italiana. Tra questi, gli allievi diretti di Abbagnano a Torino. Da loro, dopo la vincita di una borsa di studio del C.N.R. a Genova, fui invitato ad approfondire le origini del pensiero del loro maestro che, nato a Salerno nel 1901, ha compiuto i suoi studi a Napoli».

Che clima ha trovato a Napoli, dal punto di vista accademico?

«Molto diverso da quello torinese, e molto più stimolante nei confronti della filosofia teorica. Torino, la città dove Nietzsche ha vissuto e scritto in un momento cruciale della propria attività intellettuale, è adesso – temo – emblema di una certa tendenza post-filosofica che oggi domina un po’ ovunque, specie nel nostro paese. Chiunque cerchi nel pensiero una guida per l’interpretazione della realtà e della storia, viene visto come un idealista o peggio come un mistificatore dei fatti. A Napoli, per fortuna, è tutto molto diverso. Il pensiero è ancora pensiero, e la sintesi vale almeno quanto l’analisi e la filologia».

Napoli ha anche un “clima” storico, una tradizione umanistica…

«Indubbiamente sì. La tradizione umanistica e artistico-letteraria, come noto ben più antica di quella del neoidealismo crociano e gentiliano di cui Napoli fu uno dei centri irradiatori, nasce da un visione del pensiero come espressione profondamente umana, e da una dimensione della ricerca ancora di tipo artigianale. Questo ha consentito a figure come Abbagnano di dedicarsi alla filosofia come disciplina autonoma».

Il primo libro che ha dedicato a questo filosofo s’intitola proprio “Abbagnano a Napoli”…

«Il lavoro, come dicevo, mi è stato proposto dagli allievi torinesi di Abbagnano, Pietro Rossi e Carlo Augusto Viano, che mi fecero osservare quanto poco si sapesse del periodo trascorso da Abbagnano prima del suo trasferimento a Torino. Accettai volentieri questa sfida e presi contatto con i principali studiosi della “Federico II” di Napoli, l’università dove Abbagnano stesso ha studiato. Lì ho conosciuto Giuseppe Cantillo, importante studioso fra l’altro di filosofia italiana, a cui ho proposto una ricerca che era la naturale prosecuzione del percorso che avevo scelto fin dagli ultimi anni di studio a Chieti. La mia intenzione, fin da allora, era di occuparmi della cultura filosofica italiana, così poco battuta in un paese notoriamente esterofilo come il nostro. Ho scelto quasi subito Abbagnano perché la sua voce mi è parsa in sintonia con quanto ho sempre cercato nella filosofia, ovvero una scienza rigorosa del pensiero umano. Dallo studio su “Abbagnano a Napoli” sono emerse numerose novità, che lo stesso Giuseppe Cantillo ha poi voluto sottolineare in occasione del grande convegno di Torino del 2001, per i cento anni dalla nascita del filosofo. In quella occasione ho avuto l’opportunità di rimarcare come, al contrario di quanto fino ad allora sostenuto, non esiste nessuna cesura tra gli studi napoletani di Abbagnano, o “pre-esistenziali”, e l’attività poi svolta all’Università di Torino. Una lettura piuttosto in controtendenza con quanto sostenuto dagli allievi diretti, propensi invece a difendere un comprensibile primato della fase torinese del filosofo».

È invece fresco di stampa un suo secondo volume, “L’esistenza come struttura. Il pensiero di Nicola Abbagnano e l’esistenzialismo”, che immagino sia una prosecuzione del lavoro avviato col primo…

«Infatti. Con “L’esistenza come struttura” completo la mia ricostruzione del pensiero di Abbagnano alla luce dell’esistenzialismo italiano ed europeo. E chiarisco fondamentalmente due cose: che l’esistenzialismo italiano “positivo”, di cui Abbagnano è stato il massimo esponente, è il tentativo di fondare l’uomo sul solo valore dell’esistenza. Laddove tutti gli esistenzialismi precedenti e contemporanei mostrano nell’esistenza un ex-sistere, un “esistere-fuori-da” che deve tornare all’essere-essere autentico – sia esso Dio, o l’essere, o il fine dell’evoluzione dialettica della storia -, l’esistenzialismo di Abbagnano intende fondare l’esistenza in se stessa, mostrandola come quell’essere “che può essere come non essere, e che è proprio come tale”. Si tratta insomma di un netto capovolgimento, assolutamente rivoluzionario, del rapporto tra l’esistenza e l’essere. L’esistenza, lungi dal dipendere dall’essere in quanto tale, cioè dall’essere assoluto e primigenio – che come tale cessa di avere senso e significato – viene a dipendere dalla condizione che è propria dell’essere umano. Ne deriva che tutto l’essere, e non solo quello che interessa la vita dell’uomo, diviene il luogo della possibilità e della non-necessità. Tutto l’essere diviene essenzialmente libertà, o, detto altrimenti, esistenza-di-qualcosa. La seconda cosa sottolineata nel libro è che non esiste “un” esistenzialismo, o una corrente prevalente, ma tanti diversi esistenzialismi, molti dei quali radicalmente alternativi fra loro. In Italia ne distinguo tre: uno di area marxista, uno di area cattolica, e uno di area “neoilluministica”, capeggiato dalla figura di Abbagnano. Il neoilluminismo, a sua volta, è stato un movimento assai variegato, al quale hanno preso parte, negli anni Cinquanta e primi anni Sessanta, intellettuali della più varia estrazione culturale e politica. Oltre ad Abbagnano, vorrei ricordare i nomi di Norberto Bobbio e Ludovico Geymonat. Quella neoilluministica è stata vista finora come una svolta, come una tappa successiva a quella esistenzialistica di Abbagnano. Io mostro invece che essa fa da subito parte integrante della stessa prospettiva filosofica, dello stesso progetto culturale».

Come è strutturato il volume?

«La prima parte affronta paragrafo per paragrafo “La struttura dell’esistenza”, l’opera fondamentale di Abbagnano, apparsa a Torino nel 1939, quasi negli stessi giorni in cui scoppiava il conflitto. Un’opera guardata per molto tempo con un certo distacco anche dagli accademici ex-allievi, credo proprio per una certa ambiguità nei confronti del clima politico che si respirava in quel momento. Nei primi due capitoli il mio obiettivo è stato quello di leggere e analizzare il linguaggio adottato da Abbagnano, per porlo in relazione non solo con l’esistenzialismo classico – a cominciare da Kierkegaard – o col pensiero tedesco – Heidegger e Jaspers – ma anche con quello italiano e angloamericano, non meno influenti. Nel terzo ho passato in rassegna tutti gli scritti minori apparsi nello stesso periodo su alcune riviste filosofiche. Quanto ne è scaturito ci mostra una visione filosofica dotata di notevole originalità, dove la tradizione esistenzialistica viene coniugata con cose molto diverse, come l’etica del criticismo kantiano e la metodologia del naturalismo americano. La seconda parte colloca il pensiero di Abbagnano nel quadro generale della filosofia italiana del Novecento, e porta tutta una serie di temi e di spunti per una lettura del tutto alternativa dell’esistenzialismo nel suo complesso».

Lei sostiene che quello di Abbagnano sia un esistenzialismo “sui generis”…

«L’esistenzialismo è nato in definitiva dal vuoto provocato dalla crisi dei due principali sistemi filosofici dell’Ottocento, idealismo e positivismo. Perciò in esso si respira quella tendenza diffusa a rivalutare tutto ciò che la ragione dimostrativa rifiuta o tenta di allontanare da sé, come gli stati emotivi, la morte, la precarietà, la sofferenza, l’assurdo. È facile perciò capire come questo clima sia stato estremamente vario e vago, se visto nella sua totalità. Credo perciò che l’esistenzialismo come fenomeno di costume, che va dal trionfo della psicoanalisi alle canzoni di Juliette Gréco, non abbia molto a che vedere con l’esistenzialismo filosofico, che in Abbagnano, come in Heidegger o in Sartre, ha invece avuto un senso e un percorso molto precisi, spesso orientandosi verso un recupero della razionalità, come nel caso di Abbagnano, oppure di una nuova mistica laica e immanentistica come nel caso di Heidegger. C’è stato perciò da un lato un esistenzialismo che ha detto solo no, e poi un altro esistenzialismo, molto “sui generis” in questo senso, che invece si è fatto portatore di posizioni chiare e propositive, che vanno ben oltre l’esistenzialismo come tale. Quella di Abbagnano mi è parsa, in definitiva, la più fertile».

La filosofia riesce a essere più contemporanea dell’attualità.

«O molto più inattuale, per dirla con Nietzsche. Molto più proiettata verso il mondo del futuro».

Quindi quella di Abbagnano è una lezione…

«Di autentica filosofia. Abbagnano è stranoto soprattuto per i suoi manuali di storia della filosofia e per il suo notevole “Dizionario di filosofia”, ma la sua attività più importante è stata quella teorica, che sta a monte di quella storiocritica e non può esserle separata. La contrapposizione che, in una sorta di delirio antidealistico, si è più volte sostenuta tra storia della filosofia e filosofia della storia, o tra “analitici” e “continentali”, sorge per esigenze di classificazione storiografica che non hanno alcun senso nella prassi filosofica. Il filosofo che abdica al proprio ruolo di pensatore per rifugiarsi in quello di semplice cronista delle idee, rinnega la propria funzione pubblica. Che è quella di aiutare la gente e i popoli a comprendere meglio ciò che sono, il senso di quello che fanno, in che modo imparare a ragionare con la propria testa. Tutto questo, in un’epoca post-filosofica come la nostra, può fare paura».

Quanta ricerca e quanta riflessione si nascondono dietro i suoi due libri su Abbagnano?

Quelle di tutta la mia vita. Ho compiuto i miei studi filosofici sempre come un complemento naturale ai miei studi musicali. In principio, anzi, essi dovevano solo accompagnare la mia attività di compositore. Col tempo sono diventati molto di più: il principale strumento del mio amore per l’arte e per la cultura».

(Intervista precedentemente pubblicata sul quotidiano La Città, Teramo)

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