Non solo aforismi: Il Flaiano che forse non tutti conoscono

Flaiano, chi era costui? Di lui Pescara è piena. In ordine di pertinenza, il suo nome è presente: su una lapide affissa nel 1992 sul muro della casa in cui è nato, in corso Manthoné, a forse cento passi da quella del Vate; un busto ingobbito messo in piazza Unione a far da supporto alla fontanella dal 2003, ma che sembra più vecchio della lapide di cui sopra; e una via a lui dedicata, non a caso nel centro storico. Seguono, in ordine alfabetico: associazioni culturali, edifici, istituzioni, manifestazioni e premi dedicati all’insigne scrittore, giornalista e soggettista.

Di lui a Pescara si respira quando c’è vento contrario, ossia quando per un attimo si smette di parlare di Gabriele d’Annunzio (che stimo tantissimo e che quindi saluto).

Flaiano. Ma chi. Era. Costui? Lascerò ad altri l’arduo compito di cantarne le armi, gli uomini e gli amori. In questa sede mi limiterò a parlare dei miei personali stupori.

Dall’A.D. 2004 sono assidua frequentatrice dei Premi Flaiano, che da più di trent’anni fanno risplendere il cielo sopra il capoluogo adriatico di paillette e lustrini, per un paio di notti estive, grazie alla danza di alcuni dei personaggi più glamour del mondo dello spettacolo. Sta scritto pure su Wikipedia Italia. Mi diverto sempre a buttare una domanda qua e una domanda là ai personaggi più appetitosi. Una volta, pur di scambiare una parola con Luca Zingaretti (“Il commissario Montalbano sono”, per intenderci), sono andata a chiedergli: “Cosa ha letto di Ennio Flaiano?”. L’ho trovato in difficoltà, ha abbozzato un “Tutto quello che c’è da leggere!” e poi ha contrattaccato con “Lei, conosce Ennio Flaiano?”.

Ebbene sì, signori della corte. Io. Non. Conoscevo. Ennio. Flaiano. A scuola già è tanto se si arriva a studiare Quasimodo, figurarsi se qualcuno mi aveva mai parlato di uno morto mentre i miei genitori facevano gli scioperi all’Università. Tutto quello che riuscivo ad associare al suo nome era un paio di baffoni non meglio identificati. Non avevo neanche le idee chiare se la sua produzione fosse da leggere, da ascoltare, da contestualizzare o direttamente da guardare (parlo, ad esempio, di “Ladri di biciclette”, “Giulietta degli spiriti” o “Un marziano a Roma”). In quel caso partii allo sbaraglio e atterrai malamente. Poi mi sono ricordata che un mio collega, noto nell’ambiente degli appassionati di storia e da me eletto a mio personalissimo padre spirituale, mi aveva parlato di “Tempo di uccidere”. Ma io lo avevo un po’ sottovalutato. Diciamo.
La verità è che il mio collega non ha gli occhi di ghiaccio del mio bel Zingaretti.

Punta sul vivo, “Tempo di uccidere” me lo sono andata addirittura a comprare. E mi sono trovata di fronte ad un romanzo che è insieme evocazione, nostalgia e linearità geometrica. Una storia abbastanza surreale e vaga da sembrare reale, persa in mezzo ai vapori dell’Africa e ai fumi del rimpianto. L’ossessione di una ferita – lebbrosa?, non lebbrosa?, lo scopriremo mai? – che non si rimargina. La lontananza di una donna di cui si comincia a dubitare l’esistenza. Nel 1947 “Tempo di uccidere”, esordio del Flaiano narratore, fu accolto tiepidamente dalla critica: tuttavia vinse il Premio Strega. Diciamo che fu, dopo tutto, un flop. In questo romanzo non si ritrova il Flaiano pungente e ironico degli aforismi che ci fanno sorridere, ma piuttosto una penna acre che descrive asciutta – e proprio per questo spietata – atmosfere e delirii, intinta in un tragico senso dei fatti. “Tempo di uccidere”, nella tensione al ritorno, diventa una metafora di vita: e per un pomeriggio si può anche fare a meno di pensare alle guerre d’Africa. La metafora dice, laconica: è la realtà, baby, e tu non puoi farci niente.

Cristina Mosca