di Matteo Grimaldi
Amo Isabella Santacroce perché è l’unica persona che conosca capace di incidere la carne con le parole, che tra le sue mani acquisiscono fattezze pericolosissime, quando vuole letali. “V.M. 18” è il suo ultimo romanzo, ambientato all’interno di un collegio decadente ed eccentrico nel quale la quattordicenne Desdemona, in compagnia delle sue amiche Cassandra e Animone, si sollazza tra orge e delitti.
Tali imprese crudelmente voluttuose si compiono sotto il nome del Manifesto Delle Spietate Ninfette di cui fanno parte le tre feroci e lussuriose fanciulle, abitanti insieme La Stanza Furente e dedite al massacro di ogni purezza. Le integerrime collegiali, le orrende istitutrici Polissena e Pelopia, l’altera direttrice Andromaca, la burrosa insegnante Giocasta, il consorte custode Agamennone, i dotati diciottenni Creonte e Minosse che frequentano il conservatorio poco distante, tutti sono in ostaggio delle Spietate Ninfette che, traendone cospicui profitti, li condurranno dentro giochi colmi di scellerate turpitudini.
La piccola Desdemona ha in sé la malvagità e potenza di una bestia furente, la dedizione ad una missione che non prevede tentennamenti morali. Come uno scolaretto che giorno per giorno fa i compiti che gli assegna la maestra, lei fa i suoi compitini per combattere ogni sentimento nobile, per esaltare l’occultato disprezzo, la slealtà praticata con grande destrezza. Perché la depravazione non è sudicia patologia, bensì elegante sofisticazione delle voglie. Il Dio che le Spietate Ninfette seguono e adorano è al contempo celestiale e satanico, ovvero la somma di due divinità contrapposte e identiche. E questo Desdemona si sente: un satanico Dio, un celestiale Demonio. Amico di Desdemona, intimo di Isabella al punto da dedicargli il libro: “Dedico “V.M.18” a Dio Onnipotente mio marito, perché ho un’idea religiosa della letteratura. La letteratura è per me una verticale verso la luce, e così come una suora diviene sposa dell’Altissimo, anche io lo sono divenuta”. Tanti sono stati gli insulti dopo l’uscita del libro, le voci dei benpensanti, quelli che guardano ad uno strano senso di pudore prettamente nella forma prima che nel contenuto. Lei si diverte pubblicandole sul suo blog (www.isabella-santacroce.splinder.com), e risponde così: “Non è mia intenzione divenire comoda, fingere, divenire codarda, opportunista, furba, ipocrita. La letteratura, è per me una verticale verso la luce, una scalata verso la bellezza, un’esaltante fatica che mi vedrà giungere in cima, toccare con le mani quella luce. Che si affatichino gli stolti gridandomi idiozie, inventandosi menzogne, io non li sento. C’è qualcosa di estremamente grande nell’esistenza, e io vivo per giungere a quell’estremamente grande. Dedicherò la mia vita alla letteratura, e anche la mia morte”.
E poi continua: “Io sempre e solo alla vita mi ispiro, è lei a parlarmi. Un corpo enorme che mi siede di fianco, continuamente. Parlo di vita, non di realtà. La realtà mi disgusta, mi disgusta quel suo rumore incessante che produce polvere coprendo la vita. Non mi interessa la quiete, io ricerco il maremoto. Non mi interessa la falsità, io ricerco la verità. Non mi interessa la pusillanimità, io ricerco l’ardimento. Non mi interessano gli umani pregiudizi, io ricerco l’umana grandiosità”. E quando le viene chiesto perché intitolare il libro proprio “V.M. 18” che sembrerebbe soltanto un buon modo per attirare l’attenzione e far salire le vendite lei replica così: “Ho intitolato “V. M. 18” il mio libro perché narra ciò che solitamente viene considerato vietato ai minori, quindi le quattordicenni protagoniste diventano minorenni vietate ai minori: credo nell’importanza di sfigurare i codici morali abbellendoli di nastrini colorati”.
Desdemona si lascia amare nonostante la sua natura estrema, convince il lettore a seguire il suo Manifesto, a pregare perché riesca nei suoi diabolici intenti di purificare il mondo dalla bruttura del pallido Bene. A tal proposito, sperando che Isabella non s’arrabbi, vorrei citare un piccolo passaggio del libro per provare a far arrivare a voi la sensazione che provo io ogni volta che leggo un libro di Isabella Santacroce: quella strana tendenza ad amare il Male a cui lei stessa spinge illustrandone i vantaggi e le meraviglie. È Desdemona che parla dopo aver indotto Andromaca ad un feroce delitto in nome del suo amore violato. “L’avevo risparmiata dal dover far ingresso in Paradiso, luogo nel quale avrebbe dovuto assistere alla vita eterna beata dei defunti, i quali scioccamente credono di godere della visione del volto di Dio Onnipotente.
L’avevo risparmiata dal dover vivere eternamente fra quegli idioti ciondolanti, fra quei corpi risorti dei Beati, i quali, privati della vita animale e vegetativa propriamente terrena, non avvertono più il bisogno di soddisfare la carnale concupiscenza. Preferibile allora far ingresso all’Inferno, subendo le pene dell’immaginazione, della memoria, dell’intelligenza, della volontà, e soprattutto le pene dei sensi, dove gli occhi continuamente osservano volti spasimanti di dannati e demoni, l’udito lamenti, urla, imprecazioni, e bestemmie, l’odorato fetori nauseanti, pestilenziali, putrescenti, mentre il gusto soffre una sete inestinguibile, e il tatto viene tormentato dal fuoco: preferibili le pene suddette al tedio generato dal dover condurre un’eterna vita fra i Beati-Beoti”Vorrei concludere invitando chi continua ad invocare il rogo per Isabella Santacroce e le sue opere a ricordare le illuminanti parole del buon Oscar Wilde: “Non esistono libri morali o immorali, solamente libri scritti bene o male.” E nel caso di “V.M. 18” siamo di fronte a un libro scritto divinamente.
(Isabella Santacroce, “V.M. 18”, Fazi, Euro 17,50)
Matteo Grimaldi


