A colloquio con il maggior esponente italiano della Space Art
Pittore e scultore, il teramano Italo Rodomonti collabora con vari studiosi, osservatori astronomici e istituti di ricerca nel mondo. Nel 1974 ha ricevuto un’importante segnalazione da parte dello scienziato Wernher von Braun per l’Alabama Space and Rocket Center di Huntsville. È l’unico artista italiano a far parte dell’International Association of Astronomical Artists (IAAA); è inoltre membro del Gruppo Astroarte. Le sue opere, oltre ad essere conservate all’interno di vari spazi museali sia in Italia che all’estero, figurano anche su “magazine” scientifici americani (“Pulsar”, “Mercury”, “Sky & Telescope”; “Science”). Gli abbiamo rivolto alcune domande, per conoscere meglio lui e il suo lavoro.
So che di recente hai ottenuto importanti riconoscimenti, soprattutto a livello internazionale. Di che si tratta?
«Sono stato appena nominato “membership” dell’Astronomical Society of the Pacific del Nord California; inoltre un’artista americana di nome Lynette Cook sta scrivendo un articolo (“Is Space Art Dead?”) in cui dedica ampio spazio a me e al mio lavoro. Infine, il prossimo 15 ottobre il professor Eugenio Coccia, ex direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS), mi conferirà un riconoscimento personale durante una conferenza che si terrà presso il Parco della Scienza di Teramo».
Ricordiamo che alcune tue opere sono attualmente esposte presso la Warehouse Contemporary Art di San Nicolò (Teramo), nell’ambito dell’esposizione collettiva intitolata “Summertime”…
«Sì, in mostra ci sono due mie sculture in ferro, accanto ad opere di altri artisti italiani e stranieri; la proposta è venuta qualche mese fa da parte della galleria (di cui sono un assiduo frequentatore) e io l’ho accettata volentieri».
Ma torniamo alle origini. Qual è stata la tua formazione?
«Ho sempre avuto una grande passione per l’arte, che si è sviluppata soprattutto a partire dagli anni delle scuole superiori. Sai, durante il periodo fascista si svolgevano i cosiddetti “agonali dell’arte”, a cui io partecipavo ogni anno con un’opera pittorica… vincendo sempre il primo premio. Poi, nel corso degli anni, ho viaggiato molto, e sono stato a contatto con i maggiori artisti e musei del mondo (soprattutto americani): così ho potuto estendere la mia preparazione e conoscenza».
Quali sono stati gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
«Indubbiamente i futuristi – Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Boccioni in particolare – di cui sono stato un attento ed ossequioso osservatore: da loro ho tratto il senso della velocità e del dinamismo, che è stato il punto di partenza della mia ricerca».
Ma come è nato l’interesse per il cosmo e la sua rappresentazione?
«Dalla velocità (correlata all’attività) dell’uomo sono passato ad ammirare la velocità dello spazio; da lì, dall’indagine dei corpi celesti, ho iniziato a dipingere meteoriti di carattere quasi ‘surreale’, in cui si evidenzia appunto la velocità cosmica».
La Space Art è nata a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘50: parliamo un po’ di questa corrente artistica e della sua evoluzione…
«Il precursore della Space Art – raffigurazione dello spazio e dei suoi elementi – è stato l’americano Chesley Bonestell; dopo di lui, molti altri ne hanno seguìto l’esempio, soprattutto negli USA. Ma anche in Australia e in parte dell’Europa la Space Art preso lentamente piede: così, nel 1981, alcuni artisti hanno fondato l’International Association of Astronomical Artists (IAAA), di cui fanno parte pittori, illustratori, appassionati e chiunque svolga attività inerenti alla rappresentazione dello spazio. In Europa sono gli inglesi, seguiti dai tedeschi, i maggiori esponenti di questa corrente. Nel 2001 è nato poi in Italia il Gruppo Astroarte, con l’intento di promuovere la Space Art nostrana che, conservando l’influenza delle avanguardie storiche europee, si differenzia dalla Space Art americana, caratterizzata prevalentemente da tecniche ‘illustrative’. Il Gruppo Astroarte è costituito da artisti che si ispirano per le loro opere al cielo stellato e ai riferimenti astronomici, purché siano suffragati dalla razionalità scientifica».
Qual è la tua idea del rapporto tra arte e scienza?
«Io credo che esista un legame strettissimo tra l’arte e la scienza, un connubio ben preciso in cui la prima serve alla seconda. Se, infatti, un artista ha una buona intuizione rispetto al cosmo, lo scienziato, osservando l’immagine creata, riesce a cogliere dei nessi razionali che fino a quel momento gli sfuggivano. L’esperienza personale ha confermato questa mia teoria: un matematico di nome Edoardo Angeloni ha trovato nella mia pittura la soluzione ad un teorema di Klein, la prova evidente che arte e scienza sono inscindibili».
Tu realizzi opere sia pittoriche che scultoree. Credo, tuttavia, che la tua vera ‘vena’ espressiva emerga nella scultura, in particolare nelle installazioni…
«È vero, hai ragione. La pittura mi piace, e mi ha dato grandi soddisfazioni a livello espositivo, ma la scultura la sento in maniera ‘viscerale’, forse perché presuppone un contatto fisico con la materia. Inoltre, la mia è una scultura d’avanguardia!».
Come nascono le tue opere?
«Da un’idea improvvisa, fulminante. In passato ero più riflessivo, seguivo un metodo ‘descrittivo’; oggi procedo per sintesi, cerco il risultato immediato, l’essenza».
Ha un significato particolare l’uso – prevalente nei tuoi dipinti – del bianco e nero?
«Sì, il bianco e nero – da un punto di vista pittorico – serve ad evidenziare il contrasto cromatico; i colori, comunque, non esistono nello spazio (le galassie ci appaiono colorate a causa di filtri che vengono utilizzati dagli studiosi per il calcolo delle distanze). Il nero per me rappresenta il cosmo, lo spazio celeste».
Quindi simboleggia la famosa ‘materia oscura’ di cui parlano i cosmologi?
«Esattamente, non per niente il titolo di una mia opera è proprio “The dark matter” (“La materia oscura”, ndr)».
Di recente, però, hai inserito – mi riferisco soprattutto alle sculture – anche l’elemento coloristico…
«È vero, ho sperimentato un colore rosso arancio, ispirato alle opere di Alexander Calder»
All’inizio di questa intervista hai nominato il Parco della Scienza di Teramo – ex stabilimento industriale oggi sede del Museo della Fisica e dell’Astrofisica – che è stato inaugurato nel maggio 2008 e per il quale hai prodotto due grandi sculture. Parlami di questa esperienza.
«L’ex sindaco Gianni Chiodi aveva espresso l’intenzione di collocare un’opera d’arte all’interno del Parco della Scienza, e aveva pensato a qualcosa che fosse legato al concetto di spazio. L’incarico è stato quindi affidato a me, e il lavoro è andato avanti per circa due anni; alla fine sono nate “Index” e “La porta del cielo”. Quest’ultima è un grande cancello in ferro che funge da ingresso al Museo, e ha quasi un significato ‘allegorico’: si tratta infatti una grande barriera nera che rappresenta la scienza. Ma per conoscere davvero la scienza dobbiamo spingerci all’interno del Museo: perciò sul cancello è tracciata una linea orizzontale costituita da tanti piccoli buchi (quello centrale è in asse con l’opera “Index”) attraverso i quali il visitatore può già percepire lo spazio che gli si spalancherà davanti. Prima di aprire il cancello, si è istintivamente spinti a ‘spiare’ l’interno attraverso la bucherellatura, per cui chi guarda può iniziare ad avere una conoscenza della scienza già dall’esterno. I buchi potrebbero sembrare una reminescenza dell’opera di Lucio Fontana, ma per me essi rappresentano i corpi celesti; tra l’altro, durante il giorno, la luce solare produce un particolare effetto ottico che illumina i fori facendoli sembrare proprio dei corpi celesti».
Hai realizzato anche opere nell’ambito dell’arte sacra, alcune delle quali sono tuttora conservate presso la Fondazione Stauròs di San Gabriele (Teramo). Come si inserisce l’elemento del divino nella tua ricerca artistica?
«Ho partecipato con un’opera pittorica alla VII Biennale d’Arte Sacra a San Gabriele, ma in generale posso dirti che il divino è da sempre insito nella mia arte, in quanto appartiene alla mia persona (sono un cattolico praticante). Dio è l’ispiratore di tutte le cose, il creatore dell’universo, “origine del cosmo e dell’uomo”, come ha detto Papa Wojtyla in occasione del Giubileo del 2000».
Qual è, secondo te, la funzione dell’arte oggi?
«Noi abbiamo sempre ricevuto grandi insegnamenti dall’arte; basti pensare ai primordi dell’umanità e alle pitture rupestri, che fornivano agli uomini le indicazioni per vivere. Oggi, nell’arte contemporanea, la ricerca espressiva è qualcosa in continua evoluzione, per cui è un fenomeno essenziale. Del resto, io credo che dall’arte traggano origine tutte le attività umane».
Sono curiosa di conoscere il tuo rapporto con gli astrofisici …
«Sono molto contento che tu mi abbia fatto questa domanda. Il mio rapporto con loro è splendido, credo si possa parlare di un ‘abbraccio’ ideale: c’è un’intesa stupenda tra noi, fondata sulla constatazione diretta della perfetta corrispondenza tra arte e scienza, tra le mie immagini e la loro ricerca».
Le tue opere sono presenti in molti luoghi – pubblici e privati – sia in Italia che all’estero, per esempio negli Stati Uniti, in Canada… quanto è importante per un artista ‘esistere’ all’interno di uno spazio?
«Esporre serve ad un artista per farsi conoscere; tuttavia, ciò che è più importante, almeno per me, è produrre qualcosa che risulti “sublime”, sia dal punto di vista formale che contenutistico. Quando creo un’opera desidero che l’osservatore abbia una percezione visiva che lo induca a pensare, che gli serva da stimolo – è questo il senso dell’arte concettuale – per riflettere su ciò che gli viene trasmesso dai sensi».
Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato (o che incontri ancora oggi) nel tuo lavoro?
«Forse ti stupirai nel sentirmelo dire, ma non ho incontrato grandi difficoltà nel mio lavoro d’artista. Ho sempre ottenuto buoni riscontri, sia da parte di chi mi commissionava le opere, sia da parte del pubblico. Per fortuna, aggiungerei».
O per merito, aggiungerei. Ma che consigli daresti ad un giovane che vuole intraprendere questa carriera?
«Essere sempre se stessi, mantenere la coerenza nel proprio lavoro, e soprattutto avere fiducia nel futuro. Inoltre non bisogna mai improvvisare, ci vogliono molto studio e applicazione per fare l’artista».
Per concludere, Italo, non posso non chiederti quali siano i tuoi progetti per il futuro: pensare a te e alla tua arte per me è proiettarmi in avanti…
«In questo periodo ho varie idee in mente, ma nessun progetto definito… Come mi ha fatto recentemente notare il vicepresidente dell’International Association of Astronomical Artists (IAAA), sono “vecchio per quanto riguarda l’età, ma giovane nel cuore”, per cui penso di avere ancora molto da fare!».


C’è una contraddizione nel vedere in quei fori una reminiscenza di Fontana o una visione di corpi celesti?
Vorrei citare la concezione artistica di un critico ceko, Ian Mukarovsky, che vedeva uno stretto rapporto tra parte e tutto, forma e materia.
I buchi costituiscono singolarità che possono essere viste in un contesto generale.
Ciò non è estraneo alle idee della fisica moderna, in quanto il fenomeno del big-bang può essere visto in modo organico invece che meccanicistico.
Si tratta di questioni su cui sto facendo pubblicazioni sia dal punto di vista artistico che quello scientifico a me più congeniale.