
E’ il titolo della mostra antologica che s sarebbe dovuta tenere al Castello dell’Aquila in occasione del centenario del Futurismo, l’unico grande movimento artistico italiano del secolo scorso iniziato ufficialmente il 20 febbraio 1909 con la pubblicazione del celebre manifesto sul Figaro di Parigi e proseguito con alterne ma sempre esaltanti vicende fino al 1944, anno della morte del suo fondatore, quel Filippo Tommaso Marinetti, personaggio eccentrico e geniale grazie al quale la ricerca artistica del nostro paese e non solo, subiva un’accelerazione in chiave modernistica.
Ora questa mostra celebrativa del grande movimento marinettiano è stata trasferita, a causa del sisma, nella città di Montesilvano presso Palazzo Baldoni dal 26 settembre al 24 ottobre 2009.
A differenza delle tante moste commemorative che si sono avute in diverse città italiane con la presentazione di opere dei vari protagonisti del Futurismo (ne cito una straordinaria: quella di Perugia dedicata all’aeropittore Alessandro Bruschetti davvero encomiabile perché dedicata ad un autore poco studiato ancora), questa esposizione rappresenta una novità in quanto sottintende una tesi pienamente condivisibile, ovvero essere ancora determinante nella ricerca artistica odierna l’influsso futurista, basato sull’apologia del dinamismo e della velocità. Il progetto espositivo della curatrice Chiara Strozzieri, studiosa del rapporto tra arte e pubblicità, si avvale della presenza del massimo esponente di quello che alcuni critici chiamano Neofuturismo, il napoletano Eduardo Palumbo che qualche anno addietro espose una suite di opere nel Castello Gizzi di Torre de’ Passeri per celebrare Corradino D’Ascanio il geniale inventore della vespa e dell’elicottero.
Da qui il significato del titolo della mostra, a dimostrazione che i principi teorici fondanti quel movimento hanno piena accoglienza da parte di artisti contemporanei: basti pensare ai vari Antonio Fiore in arte Ufagrà (Universo Fiore Agravitazionale – pseudonimo suggerito da Monachesi), Nello Palloni recentemente scomparso e tanti altri).
L’inaugurazione della mostra, programmata per sabato 26 settembre 2009 alle ore 17,30 vedrà un ospite d’eccezione: il regista Luca Verdone deputato a ritirare una onorificenza alla memoria assegnata al padre Mario Verdone, insigne storico proprio del Futurismo. Inoltre interverranno per una tavola rotonda oltre la curatrice della mostra Chiara Strozzieri, lo psicoterapeuta e docente presso l’Università di Chieti Fausto Agresta e il critico scrivente Leo Strozzieri che terrà una relazione sul rapporto tra Futurismo e spazialismo.
Ma ecco per i nostri lettori una breve scheda biografica di Eduardo Palumbo.
Nato a Napoli nel 1932, risiede dal 1960 a Roma. Diplomato all’Accademia di Napoli, avendo come docente Emilio Notte, esponente del Futurismo a Firenze negli anni ’10, ha iniziato nella Capitale la sua attività di docente e la sua carriera artistica. Dal ’56 gli sono state allestite una quarantina di mostre e sono state pubblicate su di lui diverse monografie. Tra le esposizioni da ricordare la prima tenuta alla Galleria S. Carlo e poi quella di Vienna (1970) e quella al Palazzo Gatti di Viterbo (1992). Tra le monografie vanno citate quelle firmate da Sandra Orienti, Vito Apuleo ed Alessandro Masi. Nel maggio del 2000 lo troviamo al Castello Cinquecentesco de L’Aquila nella mostra Dagli anni ’80 al 2000. Nel 1999 esegue un mosaico (2×12 metri) per la metropolitana di Roma (Stazione di Lucio Sesto), inaugurato nel marzo 2001.
Ecco come nel testo critico del bel catalogo che documenta l’esposizione, si parla degli esordi artistici del grande maestro: ”Nato nel celebre Palazzo Cellamare di Napoli, sotto la benedizione di ospiti del passato del calibro di Goethe, che vi abitò durante il suo viaggio in Italia nel 1787, Palumbo diventa giovanissimo un nome di spicco dell’arte italiana, anche grazie alle ultime vicende del primo Futurismo vissute in prima persona: il suo mentore infatti è Emilio Notte, aderente al Movimento Futurista dal 1914, che, nonostante l’abbia iniziato agli studi accademici, gli fa conoscere il pensiero di quei distruttori di musei, biblioteche e accademie di ogni specie, che sono i futuristi. La ricerca del giovane artista napoletano viene improntata perciò su un’assoluta libertà espressiva e i suoi primi quadri si riempiono di strutture anti-graziose, dove la figura viene dominata e rotta, mentre l’ordine va scombinato con vigore progressista.”
Determinante comunque fin dalle prime esperienze è per Palumbo il verbo astratto e questo “significa prescindere sempre di più dalla figura e non lasciarsi distrarre da successive declinazioni, come quelle dell’aeropittura, che gioiva del cambiamento di prospettiva, senza apportare arricchimenti di concetto sostanziali. La questione di una nuova spiritualità plastica extraterrestre viene risolta da Palumbo con gli Aviogrammi, definibili come figure piane che visualizzano dei movimenti aerei, evitando il riferimento a concreti elementi di paesaggio. L’autore ama chiamarli “spazi geometrici non euclidei”, ponendo l’accento sull’anomalo senso di equilibrio su cui poggiano, liberi da postulati troppo corretti e avvilenti.
Attraversando questa astrazione, egli si riallaccia a un rigoroso primo Futurismo, agitato dal mito della tecnologia e perciò legato sia alla nuova realtà industriale, che alle arditezze politiche degli interventisti.”
Il lungo e prestigioso itinerario pittorico del nostro artista rimarrà sempre coerente negli anni con una spiccata predilezione per la geometria resa gravida di letizia cromatica e luminosità mediterranea, fino alle recentissime esplosioni spaziali dei verdi, dei blu, degli ocra mirabilmente cinetici che lo rendono protagonista assoluto dell’interazione sentimento-ragione: un connotato di umanesimo derivante dalla sua cultura classica e dalla sua interiore sensibilità. Non è iperbolico affermare che la mostra abruzzese del maestro napoletano è da considerare una delle iniziative più originali poste in essere in Italia per celebrare la ricorrenza di quei lontani primi anni ‘10 quando Marinetti, Boccioni, Balla, Russolo, Carrà, Severini ed altri decisero di mutare il corso della storia dell’arte moderna.