Al Vittoriano, dal 23 gennaio al 14 febbraio 2010, 130 dipinti di ambiente romano, campagne e colline, piazze e marine, un’arte che diffonde le bellezze del territorio.
Le sorprese nell’arte come nella vita
Ci ridestiamo da questo sogno, siamo di nuovo al Vittoriano, ora ci fa pensare che l’arte come la vita è fatta di conferme ma anche di sorprese. Nelle prime abbiamo le assonanze di una vicenda con l’altra, di un’opera con un’altra; nelle sorprese abbiamo i contrasti, stridenti ma nel contempo costruttivi perché compongono l’insieme nel quale si rispecchia l’essenza stessa della natura, dove la compresenza di opposti alimenta le forze vitali contro l’entropia e la stagnazione.
Questo pensiamo alla mostra “La Campagna romana, dai Bamboccianti alla Scuola Romana”, nel Salone centrale del Complesso del Vittoriano: la sede dove ai piani superiori abbiamo visitato nel giorni scorsi “Dada e il surrealismo ritrovati”, la grande esposizione curata dal nume tutelare Schwarz. Nulla di più diverso, anzi di opposto in una compresenza molto stimolante: al piano terra la Campagna romana, ai piani superiori il nichilismo dadaista e la rivoluzione surrealista, il figurativo sotto, il “non sense” più libero ed espressivo sopra. I due estremi che si toccano nell’arte, espressione della capacità di rinnovarsi e di innovare, entrando direttamente anche nella vita.
Abbiamo già commentato quale sia la vita portata nell’arte da queste scuole rivoluzionarie, con i “readymade”, oggetti “spaesati” dall’uso normale, anche trasgressivi e provocatori; e con espressioni oniriche e allucinate, violente o rarefatte senza vincoli di contenuto né stilistici. Nella mostra che ci prepariamo a visitare la vita invece è quella che vediamo nei suoi aspetti più accattivanti, i paesaggi ameni della campagna romana e le vedute cittadine: contenuti precisi, tema fisso; gli stili sono quelli rigorosamente figurativi dei periodi coperti dalla mostra, in particolare : dalla seconda metà del seicento approdando al Novecento. Per di più ci si riferisce ad avvenimenti ben precisi come il “Grand Tour” e a movimenti pittorici ben radicati come la Scuola romana.
La Campagna romana nella pittura, le bellezze e le risorse del territorio
E’ una raccolta straordinaria composta di 130 tele da Collezioni private, che ne accresce l’eccezionalità e – ci è stato detto su nostra richiesta alla Presentazione del 22 gennaio – è alla base del ristretto periodo di esposizione, tre settimane dal 23 gennaio al 14 febbraio, per l’esigenza di riportare presto le opere nella disponibilità dei prestatori riducendo il tempo di esposizione esterna.
L’appassionato e colto curatore Clemente Marigliani fa da cicerone d’eccezione nel primo giro, soffermandosi sulle opere più espressive e riportandoci a epoche passate nelle quali l’arte era mobilitata per rendere la bellezza, nella figura umana come nella natura; e se i moti dell’animo che diventavano sofferenza aggiunsero un “vero” diverso dal bello per l’essere umano, questo è meno evidente nella natura che mostra sempre la sua bellezza anche se è corrusca, il “bello orrido” appunto. Nelle vedute presentate ci sono pochi esempi di natura corrusca, è una visione elegiaca di un mondo che assume anche gli aspetti idealizzati dell’arcadia, con toni bucolici rasserenanti.
Marigliani parla del “Vedutismo”, che rendeva in espressione artistica l’incanto provato dai viaggiatori che tra il Seicento e la prima metà dell’Ottocento fecero il “Grand Tour” nel Bel Paese, del quale volevano riportare in patria le vedute che li avevano incantati; lo fece anche Goethe dipingendo oltre che scrivendo il suo “Viaggio in Italia”. Roma era naturalmente la grande attrazione non solo con i suoi monumenti ma anche con la Campagna romana prospiciente la città e con quella che sale ai Castelli romani fino alle suggestioni della marina, in una costa variegata da Nettuno a Civitavecchia. Ci sono poi anche gli artisti locali, in particolare nel ‘900 i pittori della “Scuola romana”, che hanno preso il testimone di una staffetta artistica affascinante.
L’incanto viene riproposto in una carrellata unica nella sua bellezza, un’occasione irripetibile perché torneranno presto nelle Collezioni private da cui sono stati presi per una breve libera uscita e non saranno più visibili né isolatamente né tanto meno riuniti come isono n mostra. Oltre ad ammirarne la bellezza si possono misurare idealmente le trasformazioni subite dal territorio con uno sconforto mitigato dalla soddisfazione che le testimonianze di com’era sono state scolpite nell’arte.
Vi ha fatto riferimento il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti, a cui si deve l’iniziativa, dando il tocco politico nella presentazione della mostra: “Un’occasione per ammirare una raccolta rara e preziosa ma, insieme, anche per riflettere sullo straordinario patrimonio di bellezze artistiche e naturali che il nostro territorio ancora oggi racchiude e che deve essere tutelato e valorizzato come risorsa per il suo futuro. Pensiamo che a Gianni Chiodi come presidente della Regione Abruzzo e a Mauro Di Dalmazio come assessore alla Cultura e al Turismo siano fischiate le orecchie.
Dal 1600 al 1800, il paesaggio popolato da una varietà di soggetti
La pittura del paesaggio, lo ricorda Marigliani, si sviluppa con il successo dei drammi pastorali di Torquato Tasso, che viene a Roma nel 1594 invitato dal cardinale Aldobrandini per essere incoronato in Campidoglio. In precedenza c’era stata la riscoperta dell’antichità partendo dalle sue rovine, nello spirito della lettera degli inizi del 1500 da Raffaello a Leone X: “Essendo io stato assai studioso di queste tali antiquitati, e avendo posto non piccola cura in cercarle minutamente e in misurarle con diligenza”, iniziava, parlando poi del suo “grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quest’alma nobile cittate, che è stata regina del mondo, così miseramente lacerato”.
Fu il fiammingo Paul Brill uno dei più efficaci nel riprodurre il paesaggio romano nel primo quarto di secolo del ‘600: un paesaggio non solo naturale ma abitato, con le stalle e le osterie, le pecore tra i ruderi e gli altri animali del lavoro agricolo. Anche la fatica e l’ambiente dei pescatori entrarono nella pittura del Brill e dei contemporanei, con toni spesso da astrazione fiabesca. Il paesaggio viene visto passando dalla realtà all’idealizzazione, in un’alternanza che non ha confini netti. Nel corso del ‘600 si precisa ulteriormente l’interesse per le rovine viste anch’esse nel paesaggio.
Ma il paesaggio “abitato” acquista una sua peculiarità con i cosiddetti “bamboccianti”. Non si tratta dei “bamboccioni” che furono evocati dall’ex ministro Padoa Schioppa, ma il termine è ugualmente dispregiativo perché i soggetti rappresentati erano considerati ridicoli, come veniva ritenuto ridicolo, per il suo aspetto goffo e fanciullesco, il loro precursore Pietre van Laer (1582-1624), per questo soprannominato “il Bamboccio”. Si trattava di un realismo lontano dalle idealizzazioni, che si ispirava alla vita popolare, ai margini di una città augusta e austera, fatta di personaggi ben diversi da quelli ufficiali: dai ladri alle prostitute, dai mendicanti ai ruffiani.
Troviamo nella mostra l’olio su tela di Michelangelo Cerquozzi (1602-60), il piccolo “Pastore con armenti”, un altro quadro della sua scuola è “Paesaggio con contadini”, figure e visi se non deformi comunque visti con un realismo impietoso che ne sottolinea gli aspetti popolari. Dello stesso periodo il dipinto di Jan Miel, altro esponente dei “bamboccianti”, “L’arrivo dei viaggiatori”, il rudere e la casa di contadini con in primo piano piccole figure di varia umanità.
Ricordiamo che i pittori fiamminghi del periodo di Vermeer (1632-75), nella mostra di qualche mese fa a Roma, avevano la stessa attenzione per le scene minute e la vita quotidiana, in antitesi alle rappresentazioni solenni dell’arte di quel periodo, e ne abbiamo dato i motivi nel nostro resoconto di allora. Un’attenzione seria e non giocosa, come quella di Sweerts in cui non c’è ricerca del pittoresco tipica dei “bamboccianti”, ma una comprensione mista a pietà religiosa.
Non erano solo realisti e popolari, o fantastici, i motivi inseriti nel paesaggio. Baur prediligeva i temi opposti, vi ritraeva i nobili con le loro carrozze e la loro vita di agi. Inoltre veniva ambientato il sacro, con scene all’aperto del Vecchio e del Nuovo testamento; oppure scene di caccia, in particolare da Brill e Dughet, e quelli chiamati “repertori” agresti e di tipo storico-filosofico. Cominciarono ad essere inserite nel paesaggio le nature morte.
Con Keilhau che aveva una scuola ad Amsterdam, le scene bucoliche e pastorali come anche le figure popolari acquistano dignità, nella sua bottega romana venivano copiate. Ne fece parte Roos detto Rosa da Tivoli (metà ‘600- inizi ‘7009), con il “Paesaggio con pastore” in mostra.
Nella “Scena popolare tra le rovine antiche” di Olivero l’esposizione ci porta alla metà del 1700, l’ispirazione dei “bamboccianti” e dei fiamminghi è unita a vivacità di scene e colori. I piccoli dipinti di Anesi fanno entrare nello spirito del “Gran Tour”, le loro dimensioni favorivano il trasporto da parte dei viaggiatori stranieri che li acquistavano: ce ne sono tre ambientati in luoghi famosi, “Veduta dell’Arsenale di Porta Portese”, con un grande albero in primo piano e i capannoni nel fondo, “Il porto di Fiumicino” e “La piramide Cestia”.
Lo stile dell’artista, dice Marigliani, “si avvicina notevolmente al ’vedutismo’ di Gaspar van Wittel (1632-1736)”, autore di opere importanti: dalla “Veduta di Castel Sant’Angelo” a “Piazza del Quirinale”, dal “Porto di Ripa Grande” a “Via di Porta Pinciana”, dalla “Veduta dell’Abbazia di Grottaferrata” alla “Veduta di Tivoli con cascata dell’Aniene”, dipinta anche da Hackert. Di van Wittel anche due scene tempestose del “Naufragio davanti al Porto di Civitavecchia” e al “Porto di Anzio”.
Troviamo una intitolazione simile in Busiri con la “Veduta della Tomba detta degli Orazi e Curiazi”; suo anche “Torre e casolare nella campagna romana”, la forza è nei monumenti e nella campagna, le figure umane sono piccole e arcadiche.. La stessa ”Tomba” è nell’olio su tela di Rupert.
Il paesaggio romano nel 1800
Roma divenne non solo meta di viaggiatori nei “Gran Tour” ma di pittori stranieri, sempre più attratti sia dalle rovine dell’antichità sia dalle grandi chiese e dai magnifici edifici, C’era molto fervore artistico, più di 50 studi di pittura, poi accademie e mostre, committenti religiosi e privati. Nell’accademia di Villa Medici addirittura gli studi dei pittori vengono ubicati in modo da avere sia la vista della città con l’arte e le antichità, sia quella della campagna con le meraviglie della natura.
Troviamo la “Chiesa dei riformati di Albano” del belga Verstappen, maestro di Massimo D’Azeglio, presente a Roma nella prima metà dell’800. In questo periodo anche altri stranieri come Birman e Keiserman, in mostra entrambi con un dipinto ambientato a ”Monte Mario”; Dies e Knip rispettivamente con “Veduta del tempio di Esculapio a Villa Borghese” e “Acquedotto romano”, immagini di grande serenità. Come lo è il “Fontanile a Grottaferrata con sullo sfondo l’Abbazia di San Nilo”di Maria Isabella di Borbone, un grande albero fronzuto e piccole figure.
Non possono mancare gli italiani, primo tra tutti Pinelli, del quale vediamo innanzitutto la “Battaglia navale tra Romani e Cartaginesi”, nella quale interpreta, come in altre opere, quello che Marigliani definisce “il sentimento della nobiltà romana che si sente ideale erede dell’aristocrazia dell’antica Roma”. Ma i suoi temi preferiti riguardano ambienti popolari, quelli che “Pinelli immortalò”, secondo le parole della famosa canzone, e lo fece idealizzandone i costumi.
Ci sono anche Bassi con il piccolo dipinto “Ninfeo del lago di Albano” e Acquaroni con “San Carlino alle Quattro Fontane” in cui appaiono due figure femminili in costume tradizionale. .
Il soggiorno di Corot a Roma, soprattutto nei Castelli romani, oltre che in Umbria, nel 1925-28 e 1834-43 spinge a uscire dalle forme dell’Accademia per la pittura “en plein air”. Abbiamo ”Il cosiddetto tempio di Vesta” di Caffi, con una nuova visione degli squarci di luce; di lui c’è anche lo splendido scorcio prospettico degli “Acquedotti romani al tramonto”.
Sulla Roma monumentale la mostra presenta una serie di opere: da Frey, “Veduta del Foro boario col Tempio di Vesta”, molto simile al quadro del contemporaneo Caffi, e “Veduta di Roma dal Palatino” a Benouville con “L’Aquedotto Claudio”, fino a “Veduta di San Pietro”, una prospettiva ravvicinata che fa sembrare il Cupolone a ridosso della Campagna. romana.
In essa sono ambientate la “Scena presso un casale” di Quaedvlieg e quella dipinta da Poindestre, e lo “Zuavo” di Lalaisse, un ritratto a figura intera con nello sfondo il panorama e in secondo piano le sagome dei commilitoni che sfilano a cavallo. Di Costa ci sono due dipinti, “Campagna intorno a Roma” e il “Temporale” di Sassi. Mentre di Franz i “Cipressi a VIlla d’Este” e lo “Studio del cielo”, due acquerelli molto diversi. Poi “Via Flaminia”, di Joris e il dipinto sulla stessa via di Lanoue, “Alla Roccia dei Nasoni”, nel forte contrasto tra la pozza d’acqua in primo piano con il cielo, entrambi luminosi, e il promontorio in un bel chiaroscuro. .
La “Scena famigliare nella campagna romana” di Wahlbom gioca sul contrasto tra la serenità della famiglia, in primo piano davanti a un’antica colonna, e il lavoro movimentato dei butteri a cavallo nello sfondo.
Intitolati alle “Mandrie di Bufali” i tre dipinti di Charles Coleman, che li raffigura “In riposo presso un acquedotto romano”, e vicino “L’acquedotto Claudio sulla via Appia”, quindi “Nei pressi di Ponte Milvio”. L’autore merita una menzione particolare avendo percorso anche i luoghi più inospitali della Campagna romana, come le Paludi Pontine cui dedicò una serie di acqueforti pubblicate in raccolta nel 1850 con il titolo “…Pontine marshes designed from nature”, c’è n’è una con “Bufali in riposo” su cui si basa il quadro a olio. Ricordiamo per affinità di tema, la “Lotta di Tori”, a inchiostro di Tiratelli; per affinità di luogo “Paludi Pontine” di Amato, sempre in mostra, ma siamo già agli inizi del 1900.
Non c’erano solo bufali e tori, gli ambienti inospitali favorivano il brigantaggio, e gli artisti non ne restavano indifferenti. Ecco i “Briganti che assaltano un calesse” di Vernett, drammatico per la violenza con cui il gentiluomo viene afferrato e accoltellato, l’opposto è il “Brigante nella caverna“ di Danois, una giovane coppia dove l’unico segno di tensione è nello sguardo di lui. Mentre “Brigante” di Michallon è un ritratto quasi agiografico a figura intera. Anche la caccia avveniva sotto lo sguardo vigile dei pittori: ne fa fede “Caccia al cinghiale” di Vallati, del 1838, con il contrasto tra la massa scura dell’animale selvatico e il bianco del cane che cerca di fermarlo.
Di Palm l’“Aranciera di Villa Borghese, portico dei leoni,” con le tre arcate e l’elegante giardino. Poi con lui saliamo ai Castelli romani, il suo “Castello e Lago di Nemi”gioca sul contrasto tra il lago luminoso e il monte oscuro, mentre il castello in cima è chiaro. Petzholdt raffigura “Castel Gandolfo e il lago di Albano” in modo arcadico; di Buntzen, Busse e Costa opere sullo stesso lago. Il lago di Nemi si ritrova in Knebel e Palm, Frommel e Bunsow.
E’ esposto un dipinto su “Nemi” di Corrodi, autore al quale si deve anche “Anzio, la riviera di Levante”, ridente località sul mare cui è dedicato il quadro di Bucciarelli: “Porto d’Anzio con manaide”. Della lunga costa laziale troviamo la “Veduta di Terracina dal monastero dei padri Dottrinari” di Heinrich detto Henry.
I XXV della Campagna romana del primo Novecento e i ritratti
Arriviamo alle soglie del Novecento, ed ecco un movimento pittorico che intende portare avanti il tema paesistico affrancandosi dalla dipendenza con i canoni ottocenteschi. Si chiamarono ”I XXV della Campagna romana”, nascita ufficiale nel 1904, ma il nucleo di questo gruppo faceva parte della preesistente associazione “In Arte Libertas”: vi troviamo Giuseppe Ferrari, inoltre un Coleman diverso da quello che abbiamo incontrato, si chiama Enrico; poi Vertunni e Sartorio.
Innanzitutto citiamo Carlandi, in mostra con ben cinque acquerelli, da “Via Appia” a “Roma, palude” e “Ansa sul Tevere”, la peculiare caratteristica del fiume nelle sue volute; da “Frascati, Villa Falconieri” a “Veduta di Anzio dalla spiaggia di Nettuno”, l’artista spazia nel territorio. “Ansa sul Tevere” è dipinta anche da Sartorio, del quale è presentata pure “Villa Falconieri al Muscolo” Ci sono in mostra il “Ruscello nella Campagna Romana” di Cecconi e “Lo stagno delle ranocchie” di Petiti; e tre dipinti di Anivitti: “Piazza di Spagna”, “Ponte Lucano” e “Capanna”, una sorta di tucul di paglia, con una contadina seduta e due bimbi, uno in braccio.
La Campagna romana viene vista anche nelle sue componenti folcloriche e di svago, c’è la ricerca di una raffigurazione “dal vero”. Se ne interessano gruppi come le “Scuole dell’Agro romano” che vi vedono l’aspetto sociale, anche il Futurismo che inizialmente fu respinto dai paesaggisti.
Di Enrico Coleman abbiamo gli acquerelli“Aratura” e “Toro nella Campagna Romana” , che fanno pendant con “Un buttero che conduce una mandria di buoi nella Campagna Romana”. Di Vertunni un quieto “Ruderi con gregge”.
Un discorso a parte per gli acquerelli di Ettore Ferrari: da “Ruderi lungo la via Appia” alle immagini marine con il “Porto d’Anzio dalla Villa Imperiale” e “Barche al Porto d’Anzio”, “Porto d’Anzio visto da Nettuno”, e “Veduta del borgo di Nettuno”. Vi troviamo anche un “Contadina di Genzano” che ci consente di introdurre il tema dei Ritratti e dei Costumi.
Allo “Zuavo” di Lalaisse e al “Brigante” di Minchallon, prima ricordati, accostiamo il “Contadino della Campagna Romana” di Schweitzer, e contrapponiamo, nel loro vistoso contrasto, il “Ritratto di Napoleone III” e il “Ritratto dell’Imperatrice Eugenia di Montijo”, entrambi di Winterhalterher“ ovviamente celebrativi. Lo sono anche i tre“Ritratti di Vittoria Caldoni”, di pittori diversi con tre costumi tradizionali diversi, quello di Vernet è di Albano, quelli di Ivanov e Riedel non sono specificati; diverse anche le tre espressioni del viso incorniciato dai capelli neri. Di Susanna Fries il “Ritratto di ragazza di Albano”, di Riva le “Donne in costume”, mentre di Indoni è esposto “Pastore e donne in costume nella Campagna Romana”.
Le pose di Vittoria Caldoni ripetono quelle dei nobili e sovrani, mentre c’è anche interesse a riprendere le donne del luogo nelle loro attività, in base alla concezione realistica di cui si è detto. Lehmann raffigura la “Donna che lava al fiume” e la “Donna che solleva il grano per mondarlo dalla pula”, titoli che evocano lavori contadini che anche in Abruzzo erano abituali, rappresentati dando un rilievo particolare alla posizione tesa delle braccia. Invece la “Donna di Sezze”, di Anonimo della Scuola tedesca e il “Costume Nettunese” di Baccani sono leziosi, soprattutto il primo, con la mano sinistra che alza un grappolo d’uva in un largo gesto molto artificioso. Il già citato Vernet ne unisce due con “Giovani donne in costume di Ariccia e di Nettuno presso un’edicola”: non è un ritratto, è una scena con un bimbo e un cane, lo sguardo di lei va altrove.
Sul Costume di Nettuno occorre soffermarsi per sottolinearne la peculiarità, era protagonista assoluto delle feste popolari e del Carnevale, la sua bellezza viene definita “scandalosa”. Ci sono altri due quadri, uno di Schnetz e l’altro di Venceslao dove è raffigurato nel suo rosso splendore, dei tantissimi che lo riprendono soprattutto nel carnevale romano. Si trova citato sin dalla “Secchia rapita” di Tassoni del 1624 ed è dipinto in un affresco di Mola a Nettuno del 1651; il copricapo è una semplice tovaglia ripiegata per raccogliere i capelli, che dà una positura alla testa particolarmente graziosa. Si trattava di una veste molto elaborata, ricchissima di pieghe nella parte inferiore, rossa e aperta sul petto con un corsaletto, tutto descritto minuziosamente da Soffredini nel 1879 sulla base di documenti antichi dell’Archivio del comune. Nella sala della mostra dove sono esposti i ritratti con raffigurato questo costume, si trova al centro un vero abito nettunese in una sorta di prezioso atelier con altre vesti caratteristiche, un’attrazione in più.
Dalle incisioni d’epoca alle opere del 2009
Una grande attrazione sono le preziose stampe d’epoca, torniamo ora al 1500, bulini e incisioni finissime che ci riportano ai grandi raduni popolari nelle principali piazze ed edifici monumentali di Roma, da San Pietro a Castel Sant’Angelo, da Testaccio alla Cappella Sistina, dalla Tomba di Cecilia Metella alla Piramide Cestia. Tra gli autori Brambilla e Vico, editore Lafréry anche della spettacolare “Pianta di Roma” di Bos (tra il 1520 e il 1582) ; altrettanto spettacolari il “Panorama” di Maggi del 1630 e la “Topografia dell’Agro romano” di Della Pegola del 1692. Ma le incisioni non sono soltanto auliche e celebrative, le abbiamo per luoghi più raccolti, in genere dedicate a siti prestigiosi nella città di Roma e nei suoi paesi, da Ariccia ad Albano, da Cisterna a Terracina. Incisioni e disegni molto raffinati a matita o inchiostro raffigurano pure i costumi.
Dalle incisioni tra il ‘500 e l’’800 saltiamo ai contemporanei che hanno preparato le opere esposte appositamente per la mostra nel 2009: Finestauri con “Il ponte di Velletri verso sera” ci dà un’immagine vagamente metafisica, Chirici due oli, “Torre Paola” e “Dune di Sabaudia”, pittorici e intensi. Quindi i diversissimi “Respiro” di Valenti e ’”Campagna Romana” “di Mastrella, fino a “La Stradivaria” di De Santis che riporta alla mostra “Dada e il surrealismo”.
Ed ora siamo finalmente alla “Scuola Romana” dei grandi del secondo Novecento, che contrastavano sia gli eccessi delle avanguardie sia le ritirate classiciste, per toni caldi e contenuti “fantastici e visionari”.Quelli che commentiamo in conclusione li chiamiamo “i magnifici sette”, per la loro intensità. Prima, però, va ricordata la riproduzione, anch’essa in mostra, del tondo “La Madonna della Seggiola”, opera molto apprezzata di Overbeck, della seconda metà del 1800.
I “magnifici sette” della Scuola Romana del secondo Novecento
Abbiamo ora dinanzi “Il vigneto”, olio su tela di Carlo Levi, vissuto fino al 1975,una macchia variegata di verde chiaro che ubriaca più degli abbozzati grappoli d’uva nera, in un onirico abbraccio bacchico. Gli accostiamo la “Capra in riposo” di Stradone, del 1975, un verde ancora più chiaro ed omogeneo come sfondo, dove l’animale è appena delineato dagli spazi più chiari.
Si cambia tutto con Quaglia, tipico esponente della Scuola Romana, vissuto fino al 1970: il fondo verde, questa volta scuro, con il marrone e il bianco degli edifici rappresenta “Roma dal Gianicolo”, olio su masonite, mentre “Il Campidoglio”, olio su legno, è una suggestiva composizione tripartita dove al nero entrale è sovrapposto il verde scuro del monumento a Marc’Aurelio, quasi scortato dai nebulosi gialli e rossi laterali, imponente e suggestivo.
Nuovo cambiamento radicale con “Il volto” di Cagli, del 1972, quattro anni prima della scomparsa, un suo caratteristico disegno a olio su carta, espressivo di un sentimento tutto da decifrare, aperto a sviluppi “in un arco amplissimo di risonanze”, scrive Crispolti nel suo “Chiavi per i percorsi di Cagli”.
Due ponti vengono raffigurati in modo diversissimo, nel colore e nella forma espressiva in due oli su tela: Attardi dipinge il “Ponte sul Tevere”, una forma scura, quasi fosca, Ciai il “Ponte a Roma”, poco più di una visione nella nebbia o un miraggio appena percettibile: per Marigliani “costituiscono un messaggio del lento defluire e mutare dell’arte sempre antica e sempre nuova”.
Il botto finale dei fuochi d’artificio ce lo fa sentire Turcato, con il suo olio“Porto di Anzio”: “La tela ancora si ispira alla natura visibile – dice Marigliani – Del resto negli anni che seguono la seconda guerra mondiale il segretario del Pci Palmiro Togliatti sollecitava gli artisti comunisti ad allontanarsi dalla figurazione post-cubista verso il realismo sociale”. Abbiamo seguito l’appello di Benedetto XVI il 21 novembre 2009 agli artisti alla Cappella Sistina, non sapevamo di questo appello del pontefice della chiesa comunista, siamo grati all’illustre curatore di avercelo ricordato.
E aver ricordato, con le parole di Crescentini, che un gruppo di artisti provenienti dall’“Art Club”, tra i quali il già citato Attardi, nell’immediato dopoguerra, il 15 marzo 1947, “si proclamarono ‘formalisti’ e ‘marxisti’, contro il pericolo di un ‘realismo spento e conformista’, a favore invece della forma pura, dell’astrazione, che per loro è ancora tuttavia d’influenza postcubista francese. E pubblicano in aprile il relativo manifesto teorico nel primo numero del loro mensile ‘Forma’, diretto da Barbagallo”.
Dopo queste notizie guardiamo con maggiore attenzione il dipinto, già scelto per il botto finale prima di averne conosciuto la storia. Ora non ne ammiriamo soltanto le linee possenti, il segno impresso con una forza che ne scava i contorni, la composizione di grande compiutezza e pulizia nel suo realismo violento, i contrasti di colore pur nell’armonia dell’insieme. Nella figura in primo piano ripiegata su se stessa con la camicia del colore della fiancata della barca, mentre guarda quasi timoroso il mare che si staglia dove termina la spiaggia, sentiamo il sogno di alzare la vela per liberarsi dall’oppressione. Per questo ci sembra ancora più meritoria l’azione di Marigliani che è riuscito a recuperare l’opera per questa mostra. A noi è sembrato esserne il degno sigillo.



Rispondiamo alla gentile richiesta di W. Quaedvlieg con un articolo pubblicato oggi 17 settembre su questa rivista fornendogli due immagini di un dipinto dell’artista sulla Campagna romana e qualcosa di più, accogliendo la sua cortese sollecitazione, non potevamo fare altrimenti proveniendo da tanto nome.
You have photo’s from work of Charles Quaedvlieg? Or more? Thanks, W.Quaedvlieg
You have photo’s from work of Charles Quaedvlieg? Or more? Thanks, W.Quaedvlieg
W.Quaedvlieg del 2 luglio 2010
Bello e sentimentale, l’accostamento dell’arte di diffondere le bellezze del territorio romano, alle ispirazioni artistiche di valorizzazione dei pregi ambientali d’Abruzzo ed in particolare di “Montauti”, nell’illustrare la “regione verde d’Europa”.
Bella e ricca la descrizione della straordinaria raccolta di opere esposte, tutte commentate con attenzione nei particolari costruttivi, con approfondimenti storici e facendo notare gli stili degli artisti.
Bello e pittoresco il paesaggio romano, meta non solo di pittori italiani, immortalato con le varie opere sulla Roma monumentale (rovine dell’antichità, ma anche grandi chiese e magnifici edifici), con la campagna romana vista anche nelle componenti folcloristiche e di svago e con accostamenti e contrapposizioni di ritratti.
Dopo il discorso sugli acquerelli, sulle finissime incisioni e sulle stampe d’epoca, il commento conclusivo sui “magnifici sette” della “scuola romana” dai toni caldi e contenuti “fantastici e visionari”.
Degno sigillo del servizio, la superba descrizione del dipinto “già scelto per il botto finale prima di averne conosciuto la storia” e riconoscimento della meritoria azione di Merigliani che è riuscito a recuperare questa sua opera per la mostra.