Edgar Allan Poe e “The Raven”

Duecento anni fa nasceva il grande scrittore. Per ricordarlo, una breve nota su una delle sue poesie più celebri

Edgar Alla Poe nasce a Boston nel 1809 da attori girovaghi. In seguito alla morte dei genitori, quando egli era ancora bambino, viene allevato da un commerciante scozzese, che gli pagherà gli studi in Inghilterra. Studi che proseguirà negli Stati Uniti, dove si fece subito notare per originalità del carattere e precocità del talento, ma altresì vi trascorse una vita breve e travagliata, oppresso dai debiti e distrutto nel fisico e nella mente dall’abuso di alcool e sostanze stupefacenti.

Giornalista, traduttore, narratore e poeta, della sua vasta produzione, in cui scandagliano i misteriosi meandri dell’animo umano, ricordiamo: “Il racconto di Gordon Pym”, “I racconti del grottesco e dell’arabesco”, le traduzioni dei poeti francesi Baudelaire e Malarmé e la silloge “Il corvo e le altre poesie”, che contiene l’omonima poesia “The Raven”.

Uno degli aspetti più singolari di questa poesia, che esprime il tormento per la perdita della persona amata, è che fu scritta nel 1845, due anni prima che morisse sua moglie, Virginia Clem. All’epoca lei era già malata, e Poe si sentiva in colpa ed impotente di fronte alla sua malattia in quanto non era in grado di farla curare adeguatamente.

Dunque, la poesia vuole essere una trasposizione della paura della perdita, che egli doveva percepire come inevitabile ed incombente, ed infatti si rivolge al corvo con l’appellativo “profeta del male”, ossia colui che gli prefigura una pena. Poe morì a Baltimora nel 1849.

Breve nota su “The Raven”

In una tetra mezzanotte, un corvo maestoso, simbolo della morte che tortura, entra con strepito d’ali nella casa dell’anima del poeta; ad ogni domanda di quest’ultimo sul suo nome e sul possibile rincontro con Lenora, radiosa fanciulla da lui amata e prematuramente deceduta, risponde ossessivamente “Nervermore”.

Il poeta supplica il corvo di andarsene senza lasciare “alcuna piuma”, alcun segno, della sua visita menzognera e di lasciare almeno “la sua solitudine intoccata”. Ma la richiesta rimane disattesa perché la sofferenza del lutto lo abita e gli fa una penosa compagnia.

Non pago, l’animale infila “il becco” nel cuore esausto di lui e troneggia “sul pallido busto di Pallade” Atena, come un demonio impietoso che s’impossessa della saggezza della ragione, mentre la propria inquietante figura riflessa sul pavimento adombra l’anima dell’uomo, la umilia, la schiaccia a terra da dove non si solleverà “mai più”.

Come nei racconti del grottesco e del terrore dello stesso Poe, anche in questa lirica al lettore resta il dubbio circa l’ambiguità della percezione: è il corvo che ha parlato oppure è l’uomo che ha profuso in quell’unica, ossessiva espressione tutta la parte oscura ed inconfessabile della propria psiche?

Davvero l’io poetico ha visto il corvo od esso non è piuttosto la proiezione mentale di un intimo tormento, un orribile sogno “che mai un mortale osò prima sognare?”.