Sul litorale teramano un sindaco con la giunta in bicicletta, una mostra futurista, un progetto dannunziano
E’ cominciata così per noi la “pausa estiva” della Rivista. Con una “non pausa”, un primo accenno di “futurismo” personale, la trasgressione alla regola costituita. Scriviamo nella notte di ferragosto 2009, giorno sacro alle “ferie agostane”, la “pausa” comunicataci dal nostro Direttore è andata a farsi benedire. Ma è stata benedetta la serata futurista della vigilia a Giulianova, un futurismo improvvisato che si è andato materializzando momento per momento.
All’inizio l’incontro con un dinamico giornalista locale, animatore di eventi culturali e non solo, nel segno della memoria: fu il primo visitatore interessato al nostro libro su “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale” oltre dieci anni fa alla mostra di Silvi Marina del dicembre 1996 “D’Annunzio e le sue donne”. Una rivelazione per lui, pose all’ingresso del giardino della sua abitazione una targa in ottone con una frase dannunziana colta nel libro, un gesto futurista forse, nell’accezione di insolito rispetto all’andazzo corrente, quando il Poeta non era ancora totalmente “sdoganato” come oggi.
Ci fa da cicerone Walter De Berardinis, ci verrebbe di dire da Virgilio ma non siamo Dante, tutt’altro, né stiamo per andare nell’inferno, ma in paradiso. Tale è Giulianova, con le sue palme e la larghissima spiaggia, il mare piatto e accogliente fatto per le famiglie, dove i bambini possono andare tranquilli per il bassissimo fondale che si prolunga e consente loro di allontanarsi dalla riva senza pericoli, i grandi negozi moderni e i piccoli negozi tradizionali dove c’è tutta la storia locale, i divertimenti per i giovani e le tante attrazioni per ogni età, un lungomare affollato di turisti. Tra dieci giorni, poi, ci sarà il 2° Campionato mondiale di pesca d’altura, una gara sportiva sul mare con la partecipazione di equipaggi di tutto il mondo.
La crisi sembra lontana in questo specchio di vita serena, sarà movimentato ma non stravolto dalle sei giornate di festa e di sport che, anzi, creeranno un ambiente cosmopolita quanto mai stimolante aggiungendo interesse a interesse.
Ma già la prima parte della serata ci riporta al futurismo dopo questo inizio mosso da sensazioni che più convenzionali non potrebbero essere, la vacanza e poi la spiaggia, famiglia e bambini, giovani e anziani; il campionato di pesca d’altura ancora non si vede né si sente, ci sarà dal 24 al 29 agosto.
Il Sindaco in bicicletta
Ci riporta al futurismo il “Sindaco in bicicletta”, potrebbe essere il titolo di un Manifesto per gli amministratori, i rappresentanti istituzionali. Non solo perché vedere un sindaco al microfono seduto sul sellino di una bici è inconsueto, anche se non ci sono più i balconi per i discorsi civili come restano inutilizzati i pulpiti per le omelie religiose, in un finto “understatement”: perché i privilegi del rango laicale e la pompa di quello religioso appaiono prepotenti e sfrontati, altro che il pulpito.
Ma anche perché il discorso di Francesco Mastromauro, a dispetto del tono colloquiale e non gridato, annuncia un futurismo apparentemente alla rovescia e ne dà una manifestazione pratica. “Giulia in bici” si intitola il manifesto della lotta all’inquinamento automobilistico, e all’uso di questo mezzo di locomozione, in nome della qualità della vita, un gesto controcorrente accompagnato da quel discorso in bicicletta con una mano sul manubrio e l’altra sul microfono.
Il futurismo non era fatto solo di parole ma anche di immagini, di fatti concreti, ed eccole lì, le dieci biciclette schierate, quattro da uomo, sei da donna, altro gesto simbolico, le “quote rosa” diventano maggioritarie, il sessanta per cento, quasi un omaggio all’emancipazione; l’aver notato che in queste ultime, almeno in alcune, c’è il cestino, presumibilmente per la spesa, ci fa pensare maliziosamente che altro può essere il motivo, ma il “pensar male” viene scacciato dalle parole del Sindaco, le biciclette del Comune saranno a disposizione dei turisti gratuitamente dalle 20 alle 23,45 di ogni sera, dunque quando non si fa la spesa, basta lasciare un documento di riconoscimento.
Troviamo futurista il proclama del Sindaco anche se il Futurismo mitizzava l’automobile, con queste parole prese da uno degli undici punti del “Manifesto” di Marinetti del 20 febbraio 1909: “Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita”; e questo perché la voglia di “movimento” vi trovava la massima manifestazione per quei tempi, oltre all’aereo che seguirà nella seconda fase.
Ma oggi va contro la regola costituita, nell’automobile diventata parte della persona, non più mero ausilio della famiglia, ha preso corpo “l’uomo a quattro ruote” di cui “il cane a sei zampe” era “il fedele amico”, un’antropizzazione, per così dire, divenuta patologica. Nell’era contemporanea ha sostituito il cavallo dei film western, attende docile il “padrone” liberandolo dalle attese delle diligenze, pardon dei mezzi pubblici. A parte le diligenze e i mezzi pubblici, in versione cittadina si ripropone ora il “cavallo d’acciaio”, così veniva chiamata la bici, per un insolito western-spaghetti, una lotta di liberazione dalla nuova schiavitù degli ingorghi e dalla nuova peste dell’inquinamento.
Per questo lo vediamo come manifesto futurista, e tra l’altro appena inforca la bici ci richiama il quadro della pittrice russa Goncarova esposto alla mostra “Futurismo” di Roma, grande primo piano di una bicicletta con in sella una persona, proprio come il sindaco oggi. Mentre parla, evocando anche l’estrema necessità delle piste ciclabili, pensiamo che un “manifesto” di questo tipo non ha sèguito a Roma, dove le piste che pure esistono sono desolatamente deserte, ma può averlo in un centro balneare dove la bicicletta è il mezzo di locomozione ideale, ed è ritenuto tale da tutti.
Dov’è allora il messaggio rivoluzionario, la trasgressione? Nel fatto che la crociata è ispirata a visioni profetiche e si svolge mentre tutt’intorno impazza il traffico automobilistico. Che il Sindaco intende combattere con le sue dieci biciclette, poche come i trecento alle Termopili; questa associazione di idee ci riporta al “grazie, combatteremo all’ombra”, la coraggiosa risposta di Leonida al proclama “le frecce dei nostri arcieri oscureranno il sole”, qui di ombra ce n’è da vendere con le file di ombrelloni schierate sull’interminabile spiaggia giuliese, e poi le bici saranno disponibili dopo le 20, altro che ombra, nelle ore in cui il traffico dovrebbe ridursi!
Il valore simbolico della manifestazione
C’è stata, comunque, una virtuale trasgressione alle regole costituite, il valore simbolico della manifestazione lo vediamo realizzarsi al termine dell’allocuzione, quando l’intera giunta inforca le biciclette per una sfilata dimostrativa alla guida del Sindaco; vorremmo che fosse visto come un manifesto contro i privilegi del potere nell’uso dei mezzi di Stato, limitati alle auto blu in una visione ormai superata dato che quella odierna oltre agli autisti a disposizione permanente comprende ben altro: c’è stato un ex presidente della Repubblica che di auto blu ne chiese, e forse ne ha avute, addirittura due, a vita, una anche come ex presidente del Senato, “noblesse oblige”; infatti l’auto spetta, a vita, con annessi autisti e ufficio di rappresentanza, agli ex presidenti delle Camere, persino se sono sindacalisti operaisti o, peggio, poco più che trentenni entrati poi nello “star system” magari con un’immagine “punk”, “noblesse”, diciamo così, purtroppo “oblige” anch’essa, nulla da eccepire formalmente, lo consente la legge. Ma nella sostanza…
La legge non lo impone, e mai che qualcuno rinunci agli anacronistici privilegi spagnoleschi che un sano “futurismo” dovrebbe spazzare via mobilitando le coscienze, come fece un secolo fa dando una forte scossa all’inerzia e al conformismo. Se ne sente il bisogno, e per fortuna non è stato seguito l’esempio di un altro Presidente del Senato, che comunque avrà a disposizione l’auto blu a vita, il quale non più di quindici anni fa utilizzò addirittura un treno di Stato, allestito solo per lui (e utilizzato dai compagni di scuola della prole non previsti dal privilegio ma ospitati sugli incolpevoli scompartimenti), in base a una delle leggi che non mancano mai per legittimare gli abusi del potere, e ci tornano alle orecchie e nel cuore le note dell’accorato “Povera patria” di Franco Battiato.
Tra queste dolenti associazioni di idee ci viene in mente che i vincitori di un concorso al Ministero, se sono iscritti all’Ordine, ad esempio degli Avvocati, devono cancellarsi preventivamente anche se non esercitano, pena il licenziamento; chi siede in Parlamento e per di più è presidente della Commissione Giustizia, ad esempio della Camera, non solo non deve cancellarsi dall’Albo, ma può esercitare anche in conflitto di interessi difendendo con tanto di toga al mattino nelle aule di Tribunale e presiedendo la Commissione parlamentare, con la giacca al posto della toga, nel pomeriggio cercando di ostacolare e rallentare per via legislativa alla Camera il processo che il mattino ha cercato di ostacolare e rallentare per via giudiziaria in udienza. Tutto legittimo!
Non si è trattato di un’eccezione non reiterata come il treno del presidente del Senato, indimenticato anche per la “nonchalance” della mano sinistra in tasca durante il discorso di investitura; tuttora chi presiede la stessa Commissione esercita l’avvocatura addirittura difendendo davanti alla Corte imputati di omicidio, in un macroscopico conflitto di interessi con la logica; vedere le immagini in sequenza nelle due funzioni è un vero manifesto passatista che una ventata di “futurismo” democratico dovrebbe lacerare con tutto il resto.
Per fortuna il presidente Napolitano è andato controcorrente rispetto agli aerei di Stato mobilitati, senza distinzione di segno politico, per portare il rango all’autodromo di Monza, nelle due versioni con e senza figlio, come il superpotente in vacanza con o senza nani e ballerine al seguito. Il sindaco in bicicletta, come il Presidente e signora sul traghetto per Stromboli, dunque: l’aereo di Stato c’era e anche lo yacht di Stato, forse, ma il Presidente ci ha rinunciato.
La legge non obbliga al privilegio, è fatta dalla stessa classe politica che ne usufruisce; il singolo può rinunciare e se lo fa deve avere il plauso, è agli antipodi dell’utilizzatore di ieri del treno tutto per sé e per l’allegra brigata, e dei troppi utenti di oggi, dagli aerei “a gogò” e delle auto blu con annessi e connessi.
Vedere la giunta comunale imboccare coraggiosamente, per l’assenza della pista ciclabile, il lungomare tra un nugolo di automobili, fa scacciare l’altra associazione molesta, l’abbiamo detto al drappello: “Ecco, appena c’è qualcosa per i cittadini se la prendono subito gli amministratori!”. Solo una battuta scherzosa, il valore del manifesto c’è tutto nei suoi positivi significati e ci auguriamo che il Sindaco possa mantenere il proposito di potenziare il servizio il prossimo anno dopo l’inizio con pochi mezzi nella parte finale della stagione, periodo scelto per sperimentarlo. Anche perché è stato annunciato per il 2010 un sistema di “bike-sharing” a livello provinciale.
Un parentesi dannunziana
Lasciamo il lungomare per andare oltre la ferrovia e la nazionale, da Beccaceci, perché la maestria culinaria del genitore, da noi conosciuta decenni orsono, si è tradotta in una citazione nel nostro “Rolando e i suoi fratelli, l’America!” come meta delle cene del protagonista. Siamo qui con Walter per la consegna del libro al giovane erede della dinastia, Andrea Beccaceci: facciamo una foto insieme con il libro in evidenza, ce ne regala uno di prossima uscita che rievoca la Giulianova di ieri e i pregi della sua cucina con bellissime immagini di un famoso fotografo e scatti preziosi di una “Giulianova sparita” con tanto di personaggio deamicisiano; ci parla di una possibile cena dannunziana, l’idea ci trova entusiasti e pronti a farne un evento con motivi e stimoli aggiuntivi.
D’altra parte, in clima di futurismo non è fuori posto pensare a D’Annunzio, tutt’altro. Giordano Bruno Guerri lo cita in quarantadue delle trecento pagine del suo avvincente libro su Marinetti, e scrive tra l’altro: “Nel 1895 d’Annunzio aveva divinato quel ‘sentimento della potenza e dell’energia’ che sarà una delle anime futuriste. Entrambi hanno un temperamento estetizzante e aristocratico, individualista e pagano, ma Gabriele precede Marinetti in uno dei concetti più forti del futurismo, l’identificazione fra arte e vita.
Caratteristica comune e fondamentale era il superomismo nietzschiano, e li univa anche la passione per il volo e le automobili, per la Francia e i suoi scrittori, il furore nazionalistico, l’amore per il lusso, un’ambizione smodata. Il binomio d’Annunzio-Marinetti fu ‘l’erma bifronte della modernità’, come l’ha definito Claudia Salaris”. Per non forzare il pensiero di Guerri – che vigila su D’Annunzio dalla sua fresca presidenza della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” – completiamo la citazione: “Per quanto il futurismo sembri antitetico al dannunzianesimo, i miti di Gabriele si esaltarono nel futurismo: quello della giovinezza e quello della virtù guerriera, il cosmopolitismo, il piacere che rende piena la vita, l’amore per la velocità, l’icarismo e l’ulissismo. Come d’Annunzio, Marinetti fa del mare il simbolo della Bellezza e della conquista. Come nel pensiero di Filippo Tommaso, per d’Annunzio la passione patriottica deve portare alla guerra…”.
Giordano Bruno Guerri va avanti a lungo e noi, citando ancora le sue parole, aggiungiamo soltanto che “dieci anni dopo il manifesto Marinetti accorse a Fiume, dove d’Annunzio aveva messo in pratica ciò che il futurismo aveva teorizzato in decine di manifesti. La rivoluzione globale – quella che investe, oltre l’arte, tutti i comportamenti, i gusti, le passioni e le tendenze dell’uomo odierno – mosse a Fiume molto più che i primi passi; e a Fiume si era concretizzato ciò che per il futurismo era una teoria e una speranza, ovvero gli artisti e la fantasia al potere”. Lo sarà anche nel 1968, con la contestazione: il sogno dell’“immaginazione al potere” rimasto un mito non raggiunto.
La mostra del Futurismo
Ma è tempo di passare dal “futurismo” evocato con un’associazione di idee nata dallo stimolo positivo dell’insolita iniziativa del Sindaco, che rimarchiamo dopo la parentesi Beccaceci, al vero Futurismo praticato nella sede più idonea, l’arte che ne ha segnato gli inizi. Walter ci accompagna alla mostra dell’Associazione Piazza Dante, con una perigliosa gimkana sul sellino posteriore del suo motorino, emozione non più provata da moltissimi anni, attraverso una Giulianova alta di cui non conoscevamo i vicoli antichi, giusto a misura di “uomo a due ruote” oltre che a due gambe, ci fa ripensare alla “tipo due”, il modello di “auto” che il pedone orgoglioso dichiarava di usare; una “Giulianova vecchia” con angoli di vita medioevale che completano, offrendo la diversa dimensione di storia e tradizioni, l’esplosione solare degli spazi e la modernità della marina.
Lo dice anche il Sindaco, questa volta non dal sellino di una bicicletta ma dalle pagine del catalogo della mostra di cui parleremo: “Perimetro dell’anima in cui la storia assume i tratti suggestivi delle tante emergenze architettoniche e dei tesori racchiusi nella trama fitta delle vie e delle piazze, il centro storico di Giulianova dispone di una naturale vocazione a ‘cittadella’ dei saperi e dell’arte”.
Ebbene, entriamo in questa “cittadella”, per noi è nei locali della mostra, anzi nel primo, la sede dell’Associazione. Questo locale è una mostra nella mostra, i soffitti a mattoni tra la botte e la crociera, le pareti in pietra, una vera “cave”, ci attendiamo di veder comparire Juliette Greco e gli esistenzialisti, c’è anche un bar molto discreto. Appaiono per incanto le opere del Futurismo esposte; ne ha già parlato con tempestività Manuela Valleriani su AbruzzoCultura in un apposito servizio, il nostro ha carattere diverso, scritto in una notte di ferragosto futurista dai motivi personali.
Vogliamo creare “suspence”, non le descriviamo ancora, i fondatori del circolo, Livio Rapini e Marco Di Martino non parlano dei locali, pur così suggestivi che ci hanno evocato le “cave” underground; ma del logo dell’associazione, suggestivo anch’esso, una schematica “cavea” da Colosseo o Arena di Verona, quindi “en plein air”, circolare con due torri di Maratona, dicendo che fa pensare alla “circolarità delle idee”: “Si tratta di un concetto simile ma sottilmente distante da quello di ‘circolo’, poiché quest’ultimo presuppone implicitamente una chiusura all’interno di se stesso. Il termine ‘circolarità’ evoca, invece, un andamento propagatorio che, originariamente generato al proprio interno, si moltiplica progressivamente tutt’intorno e, quindi, al di fuori di se stesso”; aggiungeremmo che evoca anche la “circolazione”, esigenza oggi molto sentita per le attività culturali, cuore della strategia del Ministero che ha aggiunto ai Beni le Attività riconoscendone l’alto valore e la sinergia con il patrimonio; strategia che fa leva anche sul “museo diffuso”, un itinerario nel quale ogni tappa del percorso fa scoprire tesori nascosti e identità da portare alla luce e valorizzare: “Il circolo circolare che circola” è un assioma per fare di “Piazza Dante” una tappa illuminata da luce propria. E questo, come dicono Rapini e De Martino, “attraverso i saperi e i ‘sapori’ di uno scenario che è innanzitutto un luogo di ritrovo: la piazza”.
Ma ora eccoci dentro la “cave”, superato l’impatto emotivo delle volte e dei muri di pietra guardiamo le opere. Le associamo al ricordo della grande mostra romana “Futurismo”, di cui abbiamo dato conto sulla Rivista. E’ come passare da un “colossal” di Cecil B. De Mille, per citare un cult della nostra generazione, a un film del neorealismo italiano, stracult, se così possiamo dire. Se da una parte c’era preponderanza di mezzi con una doviziosa galleria di opere, dall’altra c’è la ricerca di nicchia con la cura del particolare e l’individuazione di uno spazio precipuo da occupare.
E qual è questo spazio? Innanzitutto il confronto con Roma non si pone per un motivo in più rispetto a quello evocato della diversa “performance”, lì il “colossal”, qui il “neorealismo”, aiutato dalla “cave” tipicamente giuliese di volte antiche valorizzate da un sapiente restauro. Il motivo è che a Roma erano esposte le avanguardie pittoriche, dal 1910 al 1913 con pochissime opere del 1915. Qui si spigola nel periodo successivo, che innovò ulteriormente, suscitando nuovi manifesti programmatici di vari autori, tra i quali Balla e Prampolini, oltre a Fillia e, naturalmente, Marinetti. I primi tre sono rappresentati alla mostra, Marinetti lo è nel Manifesto e come nume tutelare.
Così Vincenzo Centorame definisce il futurismo nel catalogo: “Un’avanguardia che riesce a farsi tradizione senza perdere la sua forza dirompente e senza banalizzarsi. Non è un caso che l’aspetto più vitale del verbo futurista sia quello del linguaggio più universale e di maggiore valenza simbolica; quello, cioè, legato alle arti figurative e alla stessa architettura intesa nella sua valenza più nobile”. E quelli presenti alla mostra di Giulianova “sono artisti che dimostrano, nella loro eloquenza pur variegata, cosa voglia dire avere la capacità di attraversare il tempo conservando la forza dirompente della novità perenne”.
Parla specificamente dell’“aeropittura” – il fatto innovativo della seconda fase, conclusa la prima guerra mondiale – ancora Manuela Valleriani in una delle due belle note sul Futurismo contenute nel catalogo, che la rivista ha pubblicato integralmente: “Si tratta di una pittura che risponde ancora ai principi di sintesi, dinamismo, compenetrazione e simultaneità, ma che spazia in una nuova dimensione alla scoperta delle mutevoli prospettive del volo e della mobilità perenne della realtà”. Così prosegue: “Il suo indiscriminato – perché esteso a tutti i campi – impeto di trasformazione universale è, alla luce attuale, il fattore che ne ha determinato la vitalità e insieme la decadenza”.
Concentriamoci su tre pittori – Balla, Depiero e Corona – dei quali la mostra delinea un percorso artistico dai contorni evidenti con una selezione oculata di opere, la maggior parte delle quali provenienti dalla Collezione Rosini-Gutman di Riccione e dal Museo Magi di Pieve di Cento.
Giacomo Balla, futurista accanito dalla prima ora, firmatario del manifesto di Marinetti del 1909, lo abbiamo visto e commentato nel periodo delle avanguardie, ci interessa seguirlo nella fase successiva, documentata nelle opere esposte. E non sono poche, sono ben sei, e di diversa natura, che coprono il periodo dal 1918 agli anni 1925-30, il seguito ideale del Balla di Roma.
Qui abbiamo due suggestivi “Senza titolo”, lasciati all’interpretazione, quindi aperti alla nostra immaginazione: nel primo di grandi dimensioni, del 1920, ci sembra di poter vedere rappresentata virtualmente la musica in una sorta di chiave di violino che s’innalza da un cuore rosa in un cielo con una nuvola, ovviamente una musica futurista date le traiettorie colorate in movimento che s’intersecano; nel secondo più piccolo, del 1918, vediamo cieli cangianti dal celeste al blu, fino al rosa, con abbozzi di costellazioni nelle forme rotonde costrette in spicchi triangolari in piena armonia cromatica.
Un Balla diverso è quello dei “fiori futuristi”, un piccolo “trittico” del 1918 con forme simmetriche fortemente cromatiche da caleidoscopio, ci sembra vederle comporsi e scomporsi, in movimento; come lo è il Balla dei tre “motivi per tappeti”, tra cui “Fiori più spazio”, ben illuminato al centro della “cave”, disegnato negli anni 1925-30 e realizzato nel 1987, dove il fiore centrale è coronato da forme laterali, petali o uccelli in movimento, un cromatismo discreto in una simmetria geometrica.
Completato il percorso di Balla, iniziato alla mostra di Roma, ci interessano, per il gusto dell’inedito, se così si può dire, gli autori non esposti in quella mostra perché non avanguardie, partendo dai due quadri di Enrico Prampolini, di dimensioni opposte, grande la “Cassandra” del 1945, piccola la “Figura femminile nel paesaggio”, in entrambe un’evidente femminilità compressa.
Ma prima uno sguardo alle tinte pastello di Fillia in “Il saluto (scomposizione di figura)” già descritto nel titolo, e alla coloratissima “Lanital” di Nicola Dulgheroff: due snelli parallelepipedi della stessa altezza al centro, con una immensa frusta blu che sembra abbattersi su di loro, mentre cade simbolicamente l’ultima lettera della “marca” scritta a grandi caratteri, quasi un’inquietante prefigurazione della tragedia dell’11 settembre 2001; uno dei due parallelepipedi, a differenza dell’altro, ha un’appendice sulla cima, sembra l’antenna televisiva di una delle Torri Gemelle.
Cancella questi angosciosi ricordi Fortunato Depero con il suo “Anacapri (Riesumazioni Alpine”) del 1920, un grande olio su tela dai forti colori scuri, di ambiente vagamente metafisico, e con i due piccoli disegni di “Il drago”, del 1935, una matita e acquerello che ne delinea i contorni, e “I Giocolieri”, quasi un figurativo tanto sono definite e percepibili le due immagini colte nelle pose acrobatiche di un gioco circense.
E poi, la sorpresa dei “Ciclisti (studio)” del 1924, che ci riporta al “Ciclista” del 1913, esposto nella mostra a Roma, di Natalja Goncarova, firmataria nello stesso anno con Larionov del manifesto “Raggisti e futuristi”; qui però c’è il movimento, nei piani di colore violetto attraversati e soprattutto nelle tre sagome quasi sovrapposte, una sorta di sdoppiamento da velocità. Il pensiero torna al Sindaco in bicicletta dietro il microfono e poi mentre pedala su strada seguito dalla Giunta, il Futurismo è stato anche la bicicletta e non solo l’automobile, il loro giro ciclistico lo ha evocato, se ne ha conferma nella mostra.
L’auto, peraltro, la ritroviamo in Vittorio Corona, nel 1919, con i due quadri paralleli “Dinamismo di auto + vento + acqua”, il cui titolo riecheggia l’“Uomo + aria + spazio” di Popova esposto a Roma, reso con il nero cupo di un viaggio notturno trafitto da una pioggia fitta e battente, mentre le luci dei fari ingigantite proiettano grandi corolle di un giallo intenso, bell’effetto di una sorta di tricromia dove il rosso fa appena capolino tra il nero e il giallo, a parte il bianco della pioggia nei brevi trattini che percorrono una scena di grande impatto.
Dieci anni dopo, nel 1929, ripropone il tema sotto un altro aspetto, la “Velocità di automobile (Targa Florio)”, dove riesce a renderla giocando su eloquenti scie di luce contrapposte al pilota vestito di nero, una macchia scura che, “mutatis mutandis”- e c’è molto da “mutare”- ricorda la fascinosa quanto volitiva donna al volante di Tamara de Lempicka; il termine automobile, nel titolo del quadro senza genere, “veniva usato al maschile prima che d’Annunzio – nel 1923, in una lettera a Giovanni Agnelli – decidesse che l’automobile è femmina”, ricorda Giordano Bruno Guerri.
Già nel 1925 Corona aveva affrontato il “dinamismo aereo”, con la forte sagoma del velivolo stilizzata tra scie variopinte in coda e viluppi di linee in testa.
Va oltre nel 1929, l’anno in cui dipinge l’appena citata “Velocità di automobile”, a dimostrazione che l’ “aeropittura” – sottolineata ben a proposito dalla Valleriani – non aveva cancellato del tutto il fascino delle quattro ruote. Il volo ha una forza prorompente nei due dipinti sul “Dinamismo di stormo aereo”, nei quali si intravedono tre aerei in ogni quadro irrompere frontalmente in un potente effetto di rilievo cinematografico, con le eliche in moto vorticoso, tra le matasse di scie colorate che si susseguono, si sovrappongono e si intersecano, quasi fosse un assalto bellico più che un’ordinata Pattuglia acrobatica “ante litteram”.
A questi livelli di totale immedesimazione nella realtà modernista attraverso il movimento, possiamo dire veramente di aver toccato l’apice del Futurismo; non sono più le “avanguardie”, preziose nello sbarco per creare la testa di ponte, sono ormai le “fanterie” che vanno “più alto e più oltre”, per usare un motto dannunziano, al culmine allora consentito, quello del volo aereo. Troviamo anche un assaggio di altre creazioni futuriste, il “Vestito antineutrale” nero con risvolti rossi del 1914, il “Cestino” di Balla e la “Sedia” di Depero del 1920, oltre alla prima pagina del “Manifesto” di Marinetti su “Le Figaro” del 20 febbraio 1909.
Ci saluta Marco Di Martino, ricordiamo quanto lui e Rapini hanno scritto nel catalogo, che “’idee’ come l’arte, la musica, la letteratura e la poesia sono legate insieme, senza soluzione di continuità, da un invisibile ‘file rouge’, accomunate, in questo viaggio senza fine, dall’intento di far crescere e arricchire ciò che i greci chiamavano ‘psichè’, ‘soffio’, ‘spirito vitale’, e non solo semplicemente anima”.
E dato che questa passa anche per la letteratura e la poesia nel loro legame con l’arte, visualizziamo in questa “cave” dalla luce soffusa il “soffio” dei greci ripensando al viaggio di D’Annunzio in Grecia alle fonti della classicità; e immaginiamo in un ambiente evocativo quale quello di “Piazza Dante” l’esposizione di decine di pagine di sue lettere autografe nella pesante carta di Fabriano con i caratteristici motti, mai mostrate in originale, insieme ai suoi doni: dal “ritratto di giovine gatto, fuso nel bronzo da Renato Brozzi, che per più di quindici anni ha premuto le mie carte su la mia tavola attento a me come un mite démone familiare”, alla medaglia con gli “Elefanti guerrieri” anch’essa dello scultore Brozzi; dalla “custodietta dell’oblio e del fumo” il portasigarette d’argento firmato, al bocchino d’oro e lapislazzuli, dallo “scialle con le rose lunari” scelte da lui all’anello d’oro con l’Angelo portafortuna nel periglioso atterraggio di Grado, dal bracciale d’oro e di zaffiri alla “lunga collana di agate malinconiche” opere di Mario Buccellati, “Mastro Paragon Coppella” orafo del Vittoriale.
Tutto è descritto nel nostro “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”, si può materializzare in questa mitica “cave” a saldare arte e letteratura anche con la vita vissuta, i cimeli sono disponibili, la volontà c’è. I castelli in aria nella “notte di ferragosto” non sono solo la “Giulia in bici” vagheggiata dal Sindaco, sono anche i nostri, di un D’Annunzio a Giulianova, sentiamo l’eco della canzone di Gianni Morandi, anni sessanta, su questa magica “notte di ferragosto”. Potrà esserci la cena dannunziana da Beccaceci, e non è esclusa una saldatura a coronamento della mostra sul Futurismo. Del resto, Marinetti disse di essere “figlio di una turbina e di Gabriele d’Annunzio”, e lo definì “lampada che illumina”, riconoscendone la grandezza e cercando di emularne le gesta.
Il premio di scultura al “nuovo futurismo” intitolato a Venanzo Crocetti
Andiamo nell’altro edificio per la mostra di scultura, con il ritorno di Venanzo Crocetti. La sua figura è descritta nel catalogo con dovizia di particolari da chi lo conosceva bene e ora ne cura la memoria anche come Presidente della Fondazione a lui intitolata con sede a Roma: Antonio Tancredi, sodale e da sempre instancabile promotore, nei meandri delle istituzioni e del mondo dell’arte, di un artista la cui ben nota ritrosia lo avrebbe portato all’isolamento; mentre il suo “Giovane cavaliere della pace” è divenuto un messaggero nel mondo del valore più ambito dall’intera umanità nel corso sella sua storia millenaria.
Ed è bello il logo del premio, la testa stilizzata appena riconoscibile ma con il serto in evidenza; particolarità di una versione che ci richiama il volto febbrile del giovane studente i cui sogni si spengono in “L’attimo fuggente”, il film cult per i simboli e i valori che racchiude.
Giulianova è la terra dove il grande artista nacque il 3 agosto 1913 ed ebbe i primi stimoli artistici nelle scene di vita quotidiana che si ritrovano nei suoi disegni; la lasciò presto – a 15 anni andò a Roma – in una vita che lo colpì da piccolo negli affetti più cari, premiandolo poi con i grandi riconoscimenti alla sua arte. Ora ha intitolato a lui il concorso di scultura al quale è stato dato come tema “Nuovo Futurismo”.
Nella mostra di Roma “Mitografie” avevamo già verificato un concorso a “tema” previa selezione degli autori, il “mito” veniva declinato nelle forme più diverse e lontane dalla classicità, anche se non era stato dato l’attributo di “nuovo” come giustamente ha fatto la mostra giuliese. Come avranno espresso il “nuovo futurismo” nelle loro opere i 12 artisti selezionati su 42 partecipanti? Lo vediamo subito non solo da cronisti, ma come membri della giuria popolare composta dai visitatori chiamati a votare l’opera preferita tra quelle esposte per designare il vincitore al quale va un premio finale di tremila euro, un bel riconoscimento, e l’onore di vedere realizzata in grandi dimensioni la sua scultura come arredo urbano di prestigio.
Le guardiamo in base a due criteri di giudizio, l’innovazione nei materiali e nella forma e l’interpretazione dell’anima del futurismo, rendendo una sintesi della sua più profonda ispirazione. Una spanna sopra le altre ci appaiono due opere: la delicata composizione “Verso il futuro” dell’esperto e quotato Nevio de Luca, nuova nell’alluminio e smalto utilizzati e nella forma, espressiva del movimento attraverso una sorta di “Nike” sospinta in avanti per un effetto realizzato con straordinaria semplicità; la forte immagine del “Nuovo ciclista”, il cui notevole effetto dinamico è realizzato con la carta di giornale su ferro resinato, materiale povero, dunque, su una figura in bicicletta, altro simbolo futurista nella russa Goncarova e in Depero ai quali così si aggiunge la giovane Gloria Sulli. Un gradino al di sotto, per i criteri prescelti, il “Protendersi verso…”, nelle volute che s’innalzano in una sorta di Torre di Babele, originale “citazione” futurista, seguito da il “Guerriero” e il “Ciclope”, il primo l’originale elaborazione di una forma metafisica, il secondo una figura protesa che guarda lontano con fasci muscolari leonardeschi.
La conclusione della serata di ferragosto e il vincitore del premio “Venanzo Crocetti”
Lasciamo “Piazza Dante” e il gentile collega che ci ha accompagnato, sentiamo il bisogno di tornare subito a Teramo per rivedere ancora una volta, dopo tanta evocazione di cultura, la Piazza Dante della nostra adolescenza al Liceo-ginnasio “Melchiorre Delfico”. E’ una trincea di scavi e di transenne, rinunciamo, forse sta trasmutando per un futuro diverso. Ormai siamo nelle ore più buie della calda notte di ferragosto, cerchiamo invano un locale per una rapida cena, chiusura diffusa, altro che “museo diffuso”. Fa eccezione un’isola felice, ed è proprio al culmine della città, Piazza Garibaldi, nel locale della memoria di cui ricordiamo la lontanissima apertura nel 1951 come tavola calda, genere fino ad allora quasi sconosciuto.
E’ aperto, “Don Miguel”, per i pochi avventori naufragati come noi nella “città vuota”; ci è successo dopo l’ubriacatura di futuro e la voglia di riannodarlo con il lontano passato. Nel prendere il pane, oltre a tutto il resto – è disponibile l’ intero menu – ci tornano in mente le parole di D’Annunzio nella “Licenza” della “Leda”: “Mordo crosta e mollica. Ed è il miglior pane che abbia mangiato, in verità, da che ho denti d’uomo”; quello era il pane dell’umiltà e della fraternità insieme, questo è il pane della solidarietà e del civismo.
Rendiamo onore al merito di un imprenditore privato che ha svolto di fatto un servizio pubblico, ripetuto l’indomani a ferragosto e il giorno dopo domenica, per pochi intimi, un “trittico” da incorniciare e ricordare. L’apertura fino a tarda notte nei tre giorni sacri alla vacanza, in una città deserta, è stata preziosa: “aperto per ferie”, quelle altrui, rispetto al “chiuso per ferie”, quelle proprie, che figura nei cartelli di tutti. Ci ricorda con orgoglio l’insegnamento di suo padre: “Di lavoro non è morto mai nessuno, il lavoro è sacro, le vacanze no, non sono necessarie”. E il padre non ne faceva, “vecchi fusti”. Ma i nuovi non sono da meno, come si vede, pur consapevoli dell’antieconomicità dell’apertura lo hanno fatto per un senso di responsabilità verso la città.
Come abbiamo citato il senso civico del Presidente per la sua rinuncia all’aereo di Stato, così citiamo questa forma di civismo che riteniamo esemplare perché non mossa da intenti dimostrativi, ma dalla mera coscienza professionale e dalla lodevole attenzione alle giuste esigenze dei cittadini.
Una settimana è trascorsa, è la sera del 23 agosto 2009, torniamo alla mostra che si chiude con la proclamazione del vincitore del concorso di scultura e troviamo una sorpresa particolarmente gradita. Sempre in Piazza Dante, appositamente attrezzata, c’è un incontro dedicato alla poesia: la terza serata consecutiva della rassegna “Versi verso il mare”, la prima e la terza condotte con leggerezza e perizia dal nostro Simone Gambacorta attraverso un’amabile conversazione con gli autori fatta di penetranti domande e risposte intorno allo spirito poetico sul piano personale e generale. Questa sera sono Maria Di Blasio Ricci con “Emozioni” e Domenico Andrea Asfalto con “Aceto di vino” gli autori intervistati, la bella attrice Anita di Marcoberardino è la sensibile lettrice dei versi con toccante intensità nei toni e rara maestria nelle pause.
Terminano le evocazioni poetiche, e viene dato il risultato del premio Venanzo Crocetti: ha vinto la scultura “Nuovo Ciclista”, viene premiata dall’Assessore alla cultura del Comune Luciano Crescentini l’autrice Gloria Sulli di Pescara. Le abbiamo chiesto se si è ispirata al “Ciclista” della pittrice futurista russa Goncarova. Ci ha risposto così: “Non a lei in particolare, che non conosco, ma al tema futurista, la bicicletta, scelto tra i vari possibili in quanto mi è apparso il più adatto alla destinazione finale, come arredo urbano a contatto con il pubblico, che deve quindi trovarvi qualcosa di familiare”. Ha pensato in grande, dunque, e in grande sarà riprodotta la sua scultura e collocata in una piazza da individuare, certamente degna del suo valore e significato.
La vittoria del “Nuovo Ciclista” e il modo con cui l’opera è stata concepita, ci sembra il migliore sigillo a questa originale e prestigiosa celebrazione del centenario del Futurismo. Infatti ne erano il cuore la comunicazione e il coinvolgimento del pubblico, quello a cui ha pensato l’autrice fin dall’inizio. E poi non è straordinaria la saldatura con il Sindaco ciclista di cui abbiamo parlato all’inizio? Tanto più che si è trattato di voto popolare. La statua potrà divenire il “logo” ideale di “Giulia in bici”, per il senso di liberazione che danno la chioma e le vesti al vento. E il rilancio del servizio opportunamente adeguato, se avrà avuto successo l’esperimento iniziale, potrebbe avvenire con il Sindaco in bici davanti al monumento che sarà realizzato, insieme con la sua inaugurazione.
Per ora, mentre la mostra sul Futurismo si chiude, un’altra manifestazione si apre, ne abbiamo parlato all’inizio. Il 2° Campionato mondiale di pesca d’altura riunisce la “pesca”, attività antica come il mondo simbolo di attesa e pazienza, e l’“altura” qui riferita alla pesca, ma evocatrice delle corse dei “motoscafi d’altura”, i mostri superveloci che avrebbero fatto la gioia del futurismo.
Tante diverse emozioni a Giulianova, che ci ha regalato una inattesa notte di ferragosto futurista, cui è seguita una settimana di manifestazioni e iniziative culturali che non si possono dimenticare.