Sarà presentato domani, sabato 29 agosto, il volume fotografico “Carezze sopra le rughe” di Paolo Di Giosia. La presentazione si svolgerà presso il Chiostro degli Zoccolanti di Montorio al Vomano (Teramo) alle 21:00. In questa intervista, Di Giosia parla di sè e dei suoi scatti.
Quand’è che ti sei innamorato della fotografia?
«Me ne sono innamorato da adolescente, sicuramente questo amore è nato nell’istinto di emulare mio fratello maggiore, appassionato di fotografia».
Parlami un po’ del tuo apprendistato?
«Ho iniziato a quindici anni con un corso di Fotografia Fondamentale, mi arrivavano delle dispense ogni mese a casa e con esse iniziai ad allestire una piccola camera oscura dove sviluppavo foto, ma senza avere una macchina fotografica tutta per me».
Modelli, maestri o amici cui devi qualcosa?
«L’unico, penso sia sempre mio fratello, un giorno mi portò anche ad acquistare la mia prima macchina fotografica, una reflex Olympus con un 50 mm come obbiettivo con cui ho ho fatto foto per vent’anni, insieme alla macchina comperammo un proiettore per diapositive con relativo schermo e da lì iniziai a lavorare con i miei primi rullini di diapositive. Modelli o riferimenti particolarmente determinanti non ne ho avuti, anche se ho sempre guardato i Grandi Fotografi, soprattutto per il bisogno di nutrire il mio bagaglio culturale. Ma forse un maestro c’è nella mia vita in Fotografia… Antonio Valleriani, studioso di Ermeneutica dell’Educazione, molto apprezzato nelle università, soprattutto quelle estere; con lui mi sono avvicinato un po’ allo studio della filosofia, e la mia fotografia è cambiata. Infatti da un po’ di anni scatto meno in quanto ho le idee e gli obiettivi più chiari, e questo è dovuto alla lettura e allo studio».
Qual è quindi la tua idea di fotografia?
«La fotografia per me è Arte con la A maiuscola. È uno dei tanti linguaggi visivi con cui un artista può esprimere la propria interiorità e la propria sensibilità, chiaramente l’espressione è legata al proprio background culturale e sociale. Quindi fotografia sì, ma tanto studio. E sinceramente se potessi tornare indietro, l’unico rimpianto è che ho studiato altro nella mia vita».
Che cosa cerchi di cogliere attraverso il linguaggio fotografico?
«Più che cogliere, mi dà la possibilità di approfondire me stesso».
Perciò quali possibilità di riflessione, magari anche di speculazione, ti offre il linguaggio fotografico?
«Da un po’ di anni il linguaggio fotografico mi ha dato la possibilità di entrare in una dimensione, quella delle problematiche e delle tematiche sociali importanti della vita. Questo chiaramente, lo ripeto, è avvenuto con lo studio».
Nel 2004 hai pubblicato il volume fotografico “Il Silenzio”. Da quale ricerca nacque quel lavoro?
«È nato dall’istintualità interiore nel vedere abbandonati inspiegabilmente tesori di arte, storia e religione del mio paese».
A rivederlo oggi, cos’è che ti piace e cosa no di quella tua fatica?
«Sinceramente con il passare degli anni sto imparando a guardare sempre avanti, penso continuamente ai miei nuovi progetti, e quel volume era giusto così in quel momento, non sento la necessità di tornare indietro, perché non ha senso analizzare col senno di poi il tanto studiato e faticoso lavoro di quel tempo, ciò che si impara serve per il lavoro successivo. Anche perché un libro una volta creato e realizzato non è più mio ma gode di una sua vita».
Del 2007 è invece “Solitudini”, che era, al tempo stesso, uno sguardo su di te e uno sguardo sul mondo. O uno sguardo sul mondo attraverso te…
«Penso che la risposta sia nella tua domanda… ma non nascondo che è anche nato in un momento difficile della mia vita».
Ti chiedo quello che ti ho chiesto prima: a rivederlo oggi, cos’è che ti piace e cosa no di quel libro?
«Vorrei darti la risposta di prima, invece ti dico che se tornassi indietro farei scrivere anche un critico su quel volume, ma alla fine per me è un capolavoro intimo lo stesso, pensa che ultimamente è stato recensito anche da una grande rivista del settore… posso dirlo?… “Gente di Fotografia”. Anzi! Citato anche da un filosofo spagnolo Joaquin Esteban Ortega negli atti di un Simposio Internazionale di Ermeneutica dell’Educazione dell’Università di Città del Messico. Certo non ti nascondo che qualsiasi sia il prodotto, le difficoltà dovute all’assenza di un editore sono tante».
Nel 2004 “Il Silenzio”, nel 2007 “Solitudini” e adesso, nel 2009, “Carezze sopra le rughe”: come nasce, e perché, questo nuovo libro?
«“Carezze sopra le rughe” diciamo che nasce sulla scia de “Il Silenzio”;
è un volume che racchiude tanti sguardi rivolti al mio paese (Montorio al Vomano, in provincia di Teramo, ndr), al tempo che passa, ed è anche contestazione nei confronti dell’insensibilità dell’uomo verso l’abbandono dei beni artistici, architettonici e storici».
Com’è strutturato il volume?
«È formato da una prima parte con foto in bianco e nero e da una seconda a colori. Spazia da particolari architettonici a vedute più ampie del paese, fino ad arrivare al paesaggio agreste circostante. Contiene alcuni testi scritti da Maria Teresa Barnabei, Barbara Probo e Nicolino Farina. Ho scritto qualcosa anche io».
Quanto tempo e quanto lavoro ti ha richiesto questo libro?
«Se mi stai chiedendo a livello fotografico ti rispondo che ci sono degli “sguardi” di quando ero ragazzino… fino ad arrivare a quelli di oggi. Dentro me il processo di elaborazione e di maturazione del progetto è iniziato silenziosamente qualche anno fa, fino a diventare un’esigenza quando mi sono reso conto di lavorare ad importanti e grandi progetti e ho avuto il timore di dimenticare l’origine della mia fotografia, quindi ho sentito il dovere/bisogno di lasciare “stampato” ciò che avevo sentito e sento della mia terra. Per la creazione e la lavorazione del volume sono bastati pochi mesi, avendo ormai ben chiaro in me il progetto».
In cosa si differenzia dagli altri due?
«Non so risponderti… Però in comune hanno tanto».
Proviamo a fare il punto: se dovessi descrivere l’itinerario artistico di cui sono espressione le tue tre pubblicazioni, cosa diresti?
«Penso sia un itinerario dove cerco di gridare agli altri di tentare di “vedere” e non solo di guardare, per non perdere frammenti importanti di vita e a tal proposito mi viene in mente una frase recitata da Stefano Accorsi nel film “Le fate ignoranti”: “La vita ci passa accanto e noi neanche ce ne accorgiamo”».
Quand’è che una tua fotografia ti convince e quando no.
«Se guardo indietro negli anni, nel mio archivio, toglierei tanti ma proprio tanti scatti; però, come in tutte le cose, c’è bisogno di maturazione. Da un po’ di tempo invece mi succede che riesco a “vedere” la foto già al momento dell’inquadratura e quindi se non mi piace è difficile che proceda, perciò non scatto…forse ho perso un po’ d’istintività».
Lavori in digitale o in pellicola?
«Chiaramente in pellicola».
Non è così scontato, in fondo. E perché la pellicola?
«I perché sono diversi… sono nato con la pellicola e sinceramente mi è difficile distaccarmene. Potrei dire, essendo anche un chimico, che la pellicola è capace di catturare un’incredibile quantità di dettagli soprattutto nelle zone d’ombra, e siccome lavoro in bianco e nero, tutto questo è di vitale importanza. Aggiungo anche che facendo una fotografia prettamente artistica, mi posso anche, tra virgolette, permettere di insistere».
Pellicola: quindi sviluppo e stampa. Quanto contano queste operazioni per te?
«Sono fondamentali. Non potrei mai rinunciare al fascino dell’attesa che lo sviluppo della pellicola impone. Preferisco stampare, ove sia possibile, lavori importanti su carta baritata perché penso sia il massimo per il bianco e nero… senza parlare dell’importanza museale che ha la stessa».
Ma la selezione c’è sempre…
«È naturale che ci sia».
Ed è un’attività dolorosa?
«No! A volte è semplicemente complicata».
I tuoi lavori hanno incontrato da subito una considerevole attenzione, tanto che sulle tue foto e sui tuoi libri c’è già una bibliografia critica piuttosto ampia: quali sono gli interventi che, senza nulla togliere agli altri, più ti hanno aiutato a comprendere il senso del tuo impegno fotografico?
«Questa domanda è un po’ imbarazzante… Tutte le persone che hanno scritto sui miei lavori fotografici mi hanno aiutato a comprendere il senso di ciò che faccio e non posso che ringraziarle… è normale, comunque, che il contributo maggiore arrivi da quelle persone che riescono a fondere lo studio con la sensibilità».


profondamente toccante la mia sensibilita’ anche se chi mi conosce non lo direbbe , per questo mi piace leggere i tuoi libri . tanti auguri
Nelle tue foto tutto cio’ che appare inanimato ai piu’,prende vita.Allarga senza timore ,i tuoi orizzonti anche alla ricerca della meravigliosa varieta’ umana che ci circonda.Con affetto. ANNA