All’inizio del secolo scorso il poeta abruzzese Fedele Romani si trovava in Germania, a Colonia sul Reno. Nella vetrina d’un negozio di frutta scorse al posto d’onore «alcune scatole d’uva fresca, d’un biondo così puro e trasparente – racconta il poeta – che pareva staccarsi allora dalla vite». Quell’uva era indicata col nome di Goldtrauben, ossia “uva d’oro”, appellativo usato generalmente dai tedeschi nei riguardi dell’uva di Silvi. Fu essa a porgere al poeta il nostalgico saluto della terra d’Abruzzo.
Silvi.
Fedele Romani, l’indimenticabile poeta di Colledara avrà più volte occasione nella sua vita di visitare questo «villaggio d’Abruzzo», come egli lo chiama, tutta verdeggiante di vigne e ulivi, tutta ridente di villette, variamente sparse. Romani scriveva questa pagina nel 1909 quando il litorale Adriatico aveva ancora un aspetto selvaggio: egli torna con la mente al passato, quando quella spiaggia e le colline circostanti erano ancora ricoperte di boschi.
Il nome Silvi, dal latino “Silvae” indica proprio questa antica conformazione della costa abruzzese. L’armonia di quel verde-bottiglia dei boschi collimava bruscamente e piacevolmente con il verde-turchese di quell’Adriatico che Gabriele D’Annunzio, il “Vate”, chiamò “selvaggio” ed il cui colore gli sembrò «verde come i pascoli dei monti».
Dove sono le vele dipinte e vivacemente colorate che solcavano l’Adriatico fino a mezzo secolo fa e le cui pitture suscitavano nella mente di Fedele Romani «un non so che di barbarico e orientale, che dirò di turchesco»?. «Andavano vagando qua e là per il mare le paranze delle vele dipinti a vivi colori – annota il poeta godendosi lo spettacolo dall’altura dove sorge Silvi Paese – i quali, poiché tra essi predominava il giallo e il rosso, formavano mirabili e liete armonie col verde e l’azzurro delle acque marine».
Nel primo decennio del ‘900, fra il Tronto e il Biferno si contavano 500 imbarcazioni a vela. A San Vito si aveva la maggiore produzione ittica, mentre la pesca dei molluschi «con prevalenza di ostriche veniva effettuata a Silvi», come ricorda “Abruzzo nel tempo” (Pescara, 1979), storico volume d’abruzzesistica. In poco più di mezzo secolo, dunque, dall’Unità d’Italia in poi, Silvi era riuscita ad affermarsi.
Merito essenzialmente del suo popolo “forte e gentile”, serbando ricordo del buon Primo Levi, il quale nonostante la raccolta dell’”uva d’oro” sembrava avere il destino segnato: come in un connubio inscindibile, l’approccio al suo mare, a questo “azzurrissimo” di dannunziana memoria, ha determinato la storia e la vita del suo popolo.
Paolo Martocchia
Gia pubblicato su Periscopio