di Chiara Strozzieri
2nd Avenue, Manhattan, New York City. Ricomincia da qui l’attività espositiva di un’artista italiana di raro vigore gestuale, esplosa negli anni ’70 e poi improvvisamente sottrattasi agli occhi del suo pubblico per diversi, troppi anni. Adele Giuliana De Matteis ha seguito l’istinto creativo che la allontanava dal sistema corrotto dell’arte, concentrandosi per molto tempo solo ed esclusivamente sulla propria ricerca, senza ascoltare il sincero bisogno che ogni artista ha di mostrare al mondo le proprie creature per ricevere consensi e critiche utili ad una personale evoluzione.
Ora sceglie lo stimolante ambiente americano per presentare opere nate nel suo studio di Alba Adriatica dall’incontro tra originalità italiana e passione, coltivata da sempre, per un espressionismo europeo vissuto in prima persona, quando negli anni ’60 è in Belgio e segue la lezione di Geo De Vlaminck, col quale si diploma all’Academie Royale des Beaux Arts di Bruxelles.
Di quel periodo rimangono aneliti di due correnti, come quelle della Die Brücke e del Fauvismo, che hanno segnato la sua opera soprattutto dal punto di vista formale, non mancando tuttavia di coinvolgerla in un totale salto della tradizione accademica. Il gruppo de “Il Ponte” ancora stimola prospettive estreme, che raggiungono l’apice della loro potenza espressiva quando ricercano il cromatismo puro e intenso, mai sfumato o in qualche modo arricchito, bensì netto, violento, capace di assecondare in pittura la nota vocazione monumentale dell’artista. Si tratta infatti di costruzioni astratte che non mentono sull’esistenza di dati fenomenici, tutte lanciate come sono nello spazio, sì da costruire una realtà dettata dalla sola De Matteis, con regole formali proprie e un legame indissolubile col valore emotivo.
L’operazione è di immane brutalità: non si tratta di conferire al quadro un valore simbolico, di lasciare un messaggio più o meno autentico; l’autrice piuttosto rovescia la normale percezione della realtà, regala all’uomo dei codici nuovi con cui interpretare ogni cosa lo circonda. Questo comporta reinventare un microcosmo a propria immagine, sfruttando fluttuazioni di pieni e di vuoti per rappresentazioni odierne di quanto di più monotono ha il mondo da offrirci. Significativo in questo senso è il legame affettivo con un dipinto del ’65 che l’artista porta come stendardo della sua poetica, ripetendolo in ogni pubblicazione, Uccelli di fuoco, che segna proprio il passaggio da un’astrazione che guardava ai grandi Piet Mondrian e Vasilij Kandinskij, a un’antifigurazione lirica e completamente originale. In quest’opera il titolo tradisce il riferimento, iconograficamente appena accennato, a qualcosa di molto comune, a patto poi di trasformarlo in puro movimento utilizzando solamente il rosso e il nero.
È già presente uno studio sui piani, che Adele Giuliana De Matteis porterà avanti fino ad oggi, stupendo con dipinti che giocano sulla possibilità di mettere in risalto alcune astrazioni, piuttosto che altre, e di dare grande profondità al disegno. Anche la sua realtà, modellata secondo i propri moti interiori, non è una realtà piatta, esplode in una tridimensionalità assoluta e dimostra di poter sostituire alla perfezione tutto ciò che è percepibile secondo i sensi. Incredibile come sfoghi gestuali sulla carta paiano abbandonare il piano e muoversi nello spazio in assoluta libertà, attraendo certo su di sé l’occhio indagatore di chi osserva, ma dando anche ampio respiro alla zona retrostante e in particolare al colore, che si staglia vigoroso all’orizzonte. Basti guardare Composizione con rullo del 2004, devoto omaggio alla coscienza soggettiva, dove si smaschera il finto rigore formale di un fondo neutro di rimando geometrico con una sfera vibrante, che fa scatenare i dinamismi più irrequieti dell’animo dell’autrice.
Soprattutto è uno studio che ci porta a scoprire tutta la sua produzione plastica, che in ultima istanza appare come il punto massimo della sua arte, la motivazione intrinseca all’inconscio stesso dell’artista, che la eleva a grande rappresentante dell’arte italiana contemporanea. Con la scultura De Matteis raggiunge l’armonia: nonostante l’espansione dei volumi in senso ascensionale, laddove l’origine dell’opera si sviluppa in altezza seguendo ritmi iperbolici, lei riesce, attraverso la compenetrazione dei piani, a conferire grande leggerezza alla composizione e a farla librare nell’aria, collocandola perfettamente nello spazio. Quello che fa con le sue opere a tutto tondo è seguire i principi della Scuola fiamminga e rifarsi perfino alle ancone del XVI secolo, dove i piani di fondo venivano trattati in rilievo per mettere in risalto al massimo le figure in primo piano. Allo stesso modo alcune opere dell’autrice abruzzese cercano immediatamente un’ispirazione per i piani retrostanti, in modo che la struttura sembri spingersi in profondità con grande dominio delle proprie forme.
Ritorna l’indipendenza dell’opera d’arte, che vive delle proprie pulsazioni, senza tuttavia scadere in un movimento anarchico: la mano dell’artista si fa particolarmente presente in scultura, perché riesce a trattenere un’esplosione di energia all’origine troppo violenta, che rischierebbe di essere letale per la giustezza della composizione, se non venisse adottata una qualche soluzione sintetica. Questa è anche la maniera più sofferta di raggiungere una raffinatezza unica, andando a togliere, piuttosto che ad aggiungere, rendendo il segno scarno, ma proprio per questo dirompente e drammatico. C’è una sorta di autocelebrazione dei volumi plastici, che intendono farsi guardare in tutta la loro bellezza e hanno la pretesa di essere arte uguale a nessun’altra.
Ed è allora che si conclude la ricerca, avviata nei dipinti, di una realtà alternativa, allora che nasce la natura meccanica di Adele Giuliana De Matteis. La scarnificazione della figura contribuisce alla presa di coscienza dell’ingranaggio che sta alla base di qualsiasi virtuosismo estetico; aiuta molto la freddezza del bronzo e dell’alluminio, che permette al movimento di concentrarsi sull’esattezza dei suoi gettiti e di trasformare i modi flessuosi presenti in natura in mosse spigolose possibili solo in un sistema meccanico.
Una volta raggiunta la pienezza della propria poetica, l’autrice si abbandona a un ciclo di dipinti così materici da considerarsi dei bassorilievi. Qui è lo stimolo a livello sensoriale a dominare in assoluto le intenzioni creative, tanto che il microcosmo appena costruito viene parcellizzato in interventi di bronzo fuso attaccato sulla tela. Spingere al contatto fisico con l’opera d’arte significa per De Matteis sfruttare in qualche modo la materia per entrare in sintonia con la pittura. Sì, perché i suoi bassorilievi vengono costruiti sulla base di tele dipinte, che di primo acchito perdono la loro funzione, salvo poi riacquistarla subito grazie a questa mistione di tecniche.
Così lei ci suggerisce la possibilità di giocare con l’arte, di andare oltre i canoni classici che continuano a dettare le regole nel giudizio critico di un’opera. Un’artista può essere credibile anche quando si lascia andare alla sperimentazione, l’importante è che le sue creazioni rimangano godibili e sviluppino un certo piacere estetico nello spettatore. E se questo basta a mettere in dubbio la sua bravura, ecco tornare la preparazione accademica in una serie di busti in legno di grande intensità espressiva, dove la donna viene isolata e magnificata nelle sue fattezze in un’interpretazione drammatica del suo ruolo sociale.
Di gusto classico sembrerebbero anche alcuni vasi bronzei, se non fosse che l’autrice non può fare a meno di spaccarli a metà e trasformarli sempre in qualcos’altro da loro, diventando artefice di una rottura col passato, che letteralmente si manifesta agli occhi dello spettatore. È in questo modo che giunge a un punto di non ritorno, spinta definitivamente verso le magnificenze dell’astrazione.
Adele Giuliana De Matteis dimostra nell’importante occasione di New York, che verrà a fine anno ripetuta in una sede prestigiosa a Zurigo, di aggredire l’arte, di rivoluzionare l’uomo, di vincere sempre la natura.