L’autore di “Nafta”, “Attenti al cane” e “Le risorse umane” racconta i suoi libri e se stesso in questa intervista.

Prendiamola larga: sei nato a Fermo nel 1960. Mi dici come vedi “oggi” la tua generazione? Quello che ti chiedo è un mini bilancio…
“La vedo con rabbia ma anche con tenerezza. In realtà avevamo immaginato un futuro diverso. Mi viene in mente una scena di “Ecce bombo” di Moretti dove i protagonisti stanno aspettando l’alba dalla parte sbagliata. Ma una generazione è classicamente composita, divisa per dirla con Eco tra apocalittici e integrati. La mia è stata una generazione parecchio vitalistica che ha avuto un rapporto molto cruento con i padri, anche molto autodistruttiva e violenta, se penso a quanti miei amici sono morti per droga o sono finiti in galera negli anni di piombo…il bilancio è sicuramente fallimentare, ma senza rimpianti”
Dicevamo di Fermo, nelle Marche: che rapporto hai con la tua regione?
“Amo molto le Marche, i suoi paesaggi, la mitezza dei suoi abitanti. Considerando le derive in corso è ancora un luogo ospitale, dove resiste un minimo l’idea di comunità, di legame sociale, cose che altrove sembrano scomparse. Quindi direi che ho un buon rapporto, soprattutto con le Marche del sud, il Piceno, dove vivo”
Parlami un po’ delle tue prime letture: i libri furono una scoperta o un qualcosa che da sempre avevi avuto attorno a te?
“E’ una strana storia che ho raccontato nell’antologia “Strettamente personale”, quella curata da Gianni Paris. Mio padre, che non è un lettore, fondò un fantomatico “Circolo amici della cultura” con annessa biblioteca. Chiedeva alle case editrici libri in omaggio tanto che mi ritrovai la casa piena di volumi. A quattordici anni, convalescente dopo aver subito un incidente nel corso di una gara di atletica leggera, costretto a letto da una pesante gessatura, cominciai a leggere un libro al giorno. Fu una necessità”
Una volta t’ho sentito parlare con particolare trasporto di Bilenchi e Volponi…
“Sono scrittori che ho amato molto, ma se ci pensi sono diversissimi, anzi agli antipodi. Volponi massimalista, con l’idea dell’opera-mondo, Bilenchi così francescano nella scrittura e profondamente naturalista. Un altro scrittore che leggo e rileggo molto spesso è Beppe Fenoglio, secondo me è lui il più grande narratore italiano del secondo novecento”
Cos’è che ti piace leggere di più? Racconti, romanzi, poesia, saggistica?
“Ultimamente per piacere e mio interesse personale leggo soprattutto libri no fiction. Libri ibridi tra reportage e racconto, oppure libri di viaggi. Mi piacciono i libri senza trama dove la scrittura è ondivaga, non è schiava di una griglia, non è oppressa dai fatti. Si avvicina molto di più all’esperienza disorganizzata della nostra vita, che è un caos, un ininterrotto e lungo flusso di azioni e pensieri che non hanno un plot un artificio. Però siccome faccio parte di due giurie tecniche di premi letterari, il Napoli e il Volponi, sono anche costretto a leggere soprattutto libri di finzione”
Veniamo alla scrittura: quand’è che ti sei accorto che volevi scrivere?
“Ho sempre scritto, sin da ragazzino. In prima media scrivevo e quando c’era il tema in classe riempivo un sacco di fogli protocollo. Già allora mi era riconosciuta questa capacità”
Precisiamo la domanda: ti sei accorto che “volevi” o che “dovevi” scrivere? Ammesso si possa distinguere tra i due verbi…
“A quell’età non si riflette troppo sulle cose che si fanno. Per me era un fatto assolutamente naturale”
Quali furono le tue prime prove?
“Scrivevo poesie, delle brutte poesie. Adesso ho persino il terrore di ritrovarle in casa e magari doverle rileggere. Di alcune non riesco più a capire neanche il senso. Vagavo nel buio allora, scrivevo a vanvera. Parliamo della fine degli anni Settanta”
Il tuo primo libro è “Norvegia”, una raccolta di racconti. Come nacque questo libro?
“A metà degli anni ’80 scrissi il mio primo racconto. Era un giallo, lo scrissi per un concorso del Mystfest di Cattolica. Vinse Eraldo Baldini, ma io fui segnalato. In giuria c’erano Lucarelli e Fois. Insomma, il racconto non era proprio un granché, però questa cosa mi diede fiducia e decisi di cominciare a scrivere un libro di racconti che avesse una certa organicità. E cioè non racconti slegati tra di loro ma dentro uno stesso clima. Era il momento del minimalismo, ma più che ai giovani americani io pensavo a Carver e soprattutto a uno scrittore grandissimo come Sherwood Anderson. Lo feci leggere a Massimo Canalini, l’editor di Transeuropa, e dopo lunghe revisioni il libro finalmente vide la luce”
Cosa cambiò in te dopo averlo pubblicato?
“Poco o niente. Il libro beccò qualche recensione, una molto bella di Massimo Raffaeli sul “Manifesto”, ma niente di che”
Qual è la tua idea di racconto?
“Amo molto scrivere racconti, testi brevi. Secondo me il racconto, a differenza del romanzo, necessità di intensità e sintesi. E’ un po’ la diversità che può esserci tra una gara di cento metri piani e una maratona. E’ come una illuminazione, un lampo che rivela un lato oscuro della vita”
Hai pubblicato anche romanzi: “Nafta”, “Attenti al cane” e “Un poco di buono”. Ti va di dirmi qualcosa su ognuno?
“Io non credo di essere un romanziere, ma piuttosto un narratore, un raccontatore di storie. “Nafta” in realtà è un romanzo in miniatura, nel senso che ha la struttura del romanzo ma siccome è anche fatto di caselle mancanti, e cioè buchi della memoria, alla fine diventa un racconto lungo. E’ la storia di un vecchio camionista che colto da malore ripercorre come un viaggio all’indietro tutta la sua vita, che è la vita di un uomo qualunque che ho cercato però di raccontare con accenti epici. “Attenti al cane” è un romanzo a cornice, e cioè una storia principale che ne incrocia altre sette, il libro è ambientato in una periferia tipica della provincia italiana. In realtà è un libro sulla fine della provincia. “Un poco di buono” è un romanzo, ed è la storia di un ex tossicodipendente che fugge dalla comunità terapeutica e torna a casa. Ma sai, in realtà non ti ho detto niente. Come si fa a raccontare un libro?”
Cos’è per te un romanzo?
“Come ci sono tante letterature ci sono anche tante forme di uno stesso genere, quindi parlerei di romanzi. E’ un romanzo l’ “Ulisse” di Joyce come lo è “Herzog” di Saul Bellow o i libri di Simenon. Se poi dovessi dire quali sono quelli che preferisco, certo direi quelli dove la forza della scrittura prevale sulla costruzione romanzesca, tanto che non amo in genere i giallisti, a parte Simenon”
Che rapporto hai con la scrittura? Con la scrittura – voglio dire – intesa proprio come atto dello scrivere, come gesto. È un rapporto armonioso o conflittuale?
“Sono molto pigro e lento. Però in momenti di necessità posso anche scrivere parecchio. Dipende”
Quando scrivi sei metodico o ti affidi all’impulso?
“L’attività dello scrivere in parte per fortuna è inconsapevole. O almeno, anche se non lo è del tutto, devi illuderti che lo sia in modo da avere meno gabbie nella testa ed essere più libero e apprendere tu come primo lettore di te stesso. Anche se uno scrittore pensa sempre la scrittura”
Come si manifesta la necessità di scrivere? Un prurito alle mani? Una accelerazione emotiva?
“E’ una specie di abitudine. So che a una certa ora del giorno andrò in mansarda, accenderò il pc e mi metterò a scrivere. Questo può avvenire in qualsiasi momento libero della giornata, ma non debbo sentirlo come un obbligo, altrimenti diventa un lavoro, una costrizione, invece deve essere un momento di libertà”
“Nafta” ha una bella prefazione di Silvio Perrella. Siete amici, se non sbaglio?
“Sì, siamo amici. E prima che un raffinato critico letterario Silvio è una bella persona. Ricordo una sua lunga telefonata che mi fece dopo aver letto “Nafta”, che gli era piaciuto molto. Così quando è stato ristampato gli ho chiesto di fare una prefazione, che poi in realtà è un racconto, perché lui è un critico-narratore, e cioè si avvicina all’autore proprio attraverso la scrittura”
Senti, ma che si prova ad essere uno degli autori più rappresentativi della narrativa italiana d’oggi? E guarda che questo non lo sostengo io, lo dicono in molti. C’è anche un libro, “Costellazioni italiane”, che lo attesta…
“Sono un autore piuttosto marginale in realtà, non credo sia vero quello che dici. Però debbo ammettere che quando quel libro uscì mi fece molto piacere”
Restiamo su questo punto: qual è il tuo rapporto con i libri dei tuoi “colleghi”?
“Li ricevo, li leggo. Quando sono libri buoni, libri riusciti, tiro un sospiro di sollievo. So quanto è difficile scrivere, quanta fatica si fa, e la delusione che si prova se un libro va male, oppure viene stroncato”
Il tuo nuovo libro s’intitola “Le risorse umane” e parla di lavoro: come mai hai scelto di confrontarti con questo tipo di tematica?
“Quando cominciai a pensare al libro quello del lavoro era un tema rimosso, non ne parlava nessuno. In realtà l’idea è nata quando da Rizzoli Benedetta Centovalli stava organizzando una antologia sull’Italia al presente, “Patrie impure”, fatta da una quarantina di voci di scrittori. A me volevano farmi raccontare il carcere, ma io dissi: possibile che non c’è il lavoro? Il lavoro mi interessa perché è un buon osservatorio, sociale ed esistenziale, per intercettare certe traumatiche trasformazioni in corso”
Considerandoli nell’insieme, i tuoi libri rivelano tutti – io credo – un preciso rapporto con la realtà: se dovessi descriverlo, cosa diresti? E con l’autobiografismo che rapporto hai?
“Sto scrivendo un romanzo quasi completamente autobiografico, una sorta di elaborazione di un grave lutto che mi ha colpito lo scorso anno. Molti dei miei libri attingono dalla mia vita, anche se poi la letteratura è “una invenzione dalla realtà” come diceva Bilenchi, e il vero non esiste anche se gli scrittori realisti come me tendono verso il vero in modo anche molto viscerale. E’ la mia natura di scrittore che mi porta ad agire così e a vivere anche nella mente e nella vita questa esperienza. E cioè tutto quello che vedo, vivo, sento, percepisco, so che in un determinato momento potrà trasformarsi in scrittura”
Se ci guardiamo intorno, ci rendiamo conto che oggi c’è un bel po’ di confusione. Forse c’era pure ieri e forse ci sarà domani, fatto sta che oggi la situazione generale è quella che è. Ecco, in questo contesto, qual è – secondo te – il ruolo dello scrittore?
“La responsabilità che ogni scrittore deve avere è nei confronti della propria forma, che è poi una modalità espressiva che si è dato per guardare con una lente deformata, non usurata, la realtà. Credo anche però che tutti i grandi romanzi, tutte le grandi narrazioni non abbiano solo una responsabilità di tipo espressivo, stilistico, ma anche comunicativo – anche se poi quello che più attrae della leggenda dell’individuo è proprio quella parte di destino che è dell’imperscrutabile, la parte misteriosa e inafferrabile dell’esistenza. Ma poi in ogni buon romanzo c’è anche fortemente la società, l’epoca che fa da fondale, da contesto, e questo corrisponde all’impegno morale dello scrittore nell’assumerne un punto di vista proprio, una capacità di visione, di rappresentazione. Inoltre gli scrittori concorrono, insieme agli storici, agli studiosi della società, ai filosofi, anche a creare parte della memoria del proprio tempo. A questo si deve aggiungere che c’è un impegno legato ai temi, che è un altro aspetto, e anche un grado di partecipazione emotiva, corporale nel farsi della scrittura. In tutte queste cose messe insieme credo si possa riassumere il concetto di responsabilità. Ma è una responsabilità legata a un fare specifico. Anche se poi io amo gli scrittori che oltre a scrivere dei buoni libri si impegnano e si indignano: Pinter, Rushdie, Vonnegut, Vidal, gente che letteralmente “prende la parola” perché sa di avere un potere e lo esercita. Ma è un impegno diverso dallo scrivere”
Tempo fa mi parlavi del tuo interesse per il reportage. Ti va di tornare sull’argomento?
“La scrittura dal vero per farla devi viverla, devi andare nei luoghi. E per capire, sei costretto a tornarci più volte. Quando scrivevo “Le risorse umane”, per raccontare la storia dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, o i cinesi del tessile a Prato, è andata così. La difficoltà a volte è quella di trovare una forma, un taglio, e poi di cucire insieme tanti pezzi sconnessi e complessi che poi, miracolosamente, trovano una sistemazione definitiva”
Il reportage, quindi, è una sorta di chiave per aprire la realtà: magari settorializzandola, ma comunque per aprirla?
“Oggi c’è un ritorno molto forte del reportage come del documentario, e sono contento che questo ritorno sia potuto avvenire mentre anche io davo un contributo personale affinché questo potesse succedere. Il reportage intanto è una forma di scrittura molto duttile, dentro ci può finire di tutto, da un libro che stai leggendo a una persona incontrata, oppure un tuo ricordo lontano che riemerge all’improvviso. Quindi non ti lega. E poi ha qualcosa di rabdomantico, è come se captassi quello che vedi, che ascolti, per poi trasformarlo in racconto. La cosa più importante è restituire l’emozione che hai provato, la meraviglia, lo stupore”
È per questo che scrivi anche di viaggi?
“Anche nei racconti di viaggio succede questo. Tu è come se dovessi cercare l’anima di un luogo, che è una cosa molto empirica, è tutto e niente. Alla fine te la inventi. Il reportage ha un grado di soggettività assoluto”
Hai scritto anche di teatro: “Non avere paura del buio”. Ma quante possibilità ha la scrittura?
“Il teatro mi piace scriverlo e anche leggerlo. Anzi, proprio in questi giorni sto finendo un testo breve che si intitola “Comunista!”. Me lo ha chiesto un mio amico attore”
Un gioco di parole: “Non avere paura del buio”, “Attenti al cane”, due titoli che sono un’esortazione e un monito. In ogni caso il punto d’arrivo (o di partenza) è la consapevolezza…
“In realtà viviamo in anni difficili, di grande trasformazione degli stili di vita, c’è un rimescolamento globale, quasi una esplosione. Viviamo in un clima ansiogeno, dove ci sentiamo continuamente minacciati, e le tecnologie che usiamo amplificano questa nostra percezione angosciata. E poi ci chiedono di essere più flessibili, nel lavoro, nella vita. Ma la nostra unica vita è questa, non dobbiamo sprecarla, e allora siamo costretti anche ad essere un po’ ottimisti, continuare a batterci, a lottare. E’ la consapevolezza che non possiamo sfuggire alla nostra storia di persone”
Intervista di Simone Gambacorta


