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Un giovane romanziere italiano: intervista ad Andrea Malabaila

pubblicato il 28 settembre 2007 alle 16:01
scritto da S. G.
tematiche affrontate: Nazionale, interviste, narrativa

Intervista all’autore di “Quelli di Goldrake” (Di Salvo) e “Bambole cattive a Green Park” (Marsilio).

Quanto ai libri e agli scrittori, su AbruzzoCultura ci piace guardare oltre la siepe. Per la serie “buttiamo uno sguardo fuori casa nostra”, abbiamo intervistato Andrea Malabaila, “giovane” scrittore italiano. Chi è, chi non è, cosa fa e cosa non fa, lo scoprirete leggendo questa intervista.

Quante e quali letture ci sono dietro i tuoi romanzi e i tuoi racconti?

“Quantificare le letture è difficile, ma è difficile anche dire quali siano le letture che mi hanno influenzato di più, perché spesso gli spunti arrivano da dove meno te l’aspetti. Il primo modello a cui mi sono ispirato è il Culicchia degli esordi. Poi sicuramente Salinger, McInerney, Ellis”

Mentre preparavo quest’intervista mi ha colpito un fatto: ti sei laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi su Sergio Atzeni. Come è nata questa scelta?

“E’ nata per caso. Avevo intenzione di fare una tesi sui giovani scrittori oppure sui giovani nella narrativa del Novecento, ma erano argomenti troppo vasti e così Dario Voltolini ha suggerito alla mia professoressa il nome di Atzeni. Sergio Atzeni è stato anche lui un giovane scrittore, sicuramente sui generis, che ha pubblicato quattro romanzi prima di morire nelle acque della sua Sardegna, a soli 43 anni. Un autore un po’ dimenticato che meriterebbe di essere riscoperto”

Sei nato nel ’77 ma hai gia pubblicato due romanzi, “Quelli di Goldrake” (Di Salvo, 2000) e “Bambole cattive a Green Park” (Marsilio, 2003). Vorrei che li raccontassi: come sono nati, quanto impegno hanno richiesto, cosa hanno in comune – sempre che abbiano qualcosa in comune – e cosa non hanno in comune.

“Quelli di Goldrake” e “Bambole cattive a Green Park” li considero i miei figli, quindi tra loro sono fratelli e hanno alcune caratteristiche in comune e altre no. Il primo è nato in seguito ad un mio momento di crisi, in cui ho convogliato tutte le energie nella scrittura. E’ un romanzo forse un po’ ingenuo (come quasi tutti gli esordi), ma di certo molto onesto, e sono contento di essere riuscito a pubblicarlo, seppur per un piccolo editore. Il secondo è più maturo e consapevole, e il fatto di essere stato pubblicato dalla Marsilio gli ha dato sicuramente maggior visibilità. E le soddisfazioni ti ripagano sempre dell’impegno”

Ma oltre che romanzi, tu hai anche scritto e pubblicato numerosi racconti, in antologie e riviste. Cos’è per te un racconto?

“Per scrivere un racconto parto da uno spunto, da una specie di flash. Tutto questo non basta di certo per scrivere un romanzo, che deve essere meditato, e di cui ci si deve davvero innamorare per non abbandonarlo a pagina dieci. Un racconto, al di là delle revisioni, può essere scritto in un’unica volta. E’ come una fotografia del te stesso di quel momento”

Com’è fatto, come funziona, il cantiere della tua scrittura?

“Semplice. Sono un curioso in perenne incubazione. Quando sento che è ora di scrivere, allora scrivo. Se non ho niente da dire, sto zitto. Per quanto riguarda i romanzi, parto da una scaletta che poi i personaggi mi obbligheranno a disattendere”

Quand’è che senti che un romanzo o un racconto sono pronti per camminare con le proprie gambe?

“Quando non ne posso più di avere sotto gli occhi un romanzo, e questo accade dopo infinite riletture, allora taglio il cordone ombelicale. In realtà si rischia di non essere mai soddisfatti del tutto, ma credo sia più sano scrivere dieci romanzi che riscrivere lo stesso per tutta la vita”

In “Bambole cattive a Green Park” la musica riveste un ruolo fondamentale. Direi, anzi, e correggimi se sbaglio, che in quel romanzo, più che semplici riferimenti o citazioni, emerge una vera e propria dimensione musicale, una latitudine che in certo modo diviene anche il sostrato delle pagine. Di quanta musica si nutre Andrea Malabaila?

“Parecchia. Mi fa sempre molto piacere quando qualcuno mi dice che le mie pagine hanno un ritmo musicale. Mentre scrivo, spesso ascolto musica, ma non italiana perché le parole mi distrarrebbero. In realtà, appena mi immergo nella scrittura, la musica scompare e forse rimane solo ad un livello di semicoscienza.

Sempre a proposito di “Bambole cattive a Green Park”, Alberto Ghiraldo, che ti ha intervistato per “Il Foglio Letterario”, ha giustamente individuato un altro aspetto fondamentale del romanzo, ossia “l’impossibilità di comunicare”. Vorrei tornassi sull’argomento, anche perché – come dicevo – sei laureato in Scienze della Comunicazione e ciò rende il discorso particolarmente ghiotto”

“La prima cosa che ci hanno insegnato a Scienze della Comunicazione è che un messaggio non è mai neutro. C’è un mittente che lo lancia nello spazio e un destinatario che lo deve ricevere ma può benissimo interpretarlo male, magari perché il canale è disturbato, magari perché il mittente non si è spiegato bene, magari perché il destinatario era distratto, magari perché i due usano linguaggi o codici diversi. Chi lo dice che ciò che per me è verde lo è anche per gli altri? Oggi abbiamo molti più strumenti per comunicare, ma nessuno di questi strumenti ha migliorato la qualità della comunicazione. Anzi, le e-mail e ancor più gli sms spesso vengono fraintesi. E poi “le parole sono fonte di malintesi”, come diceva la volpe al Piccolo Principe!”

Cosa pensi della nostra attuale narrativa? E con quali “nuovi” scrittori ritieni di avere qualcosa in comune?

“La nostra narrativa è schiacciata dai grandi editori che spesso preferiscono tradurre autori “sicuri” o continuare ad investire sui soliti noti, e deve trovare rifugio tra i piccoli e medi editori, col risultato che ci sono troppi editori, troppi libri sul mercato e poche possibilità di emergere. Per quanto riguarda i nuovi scrittori con cui ho qualcosa in comune, non faccio nomi perché li fanno già gli altri e molte volte non mi trovano d’accordo”

Simone Gambacorta

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