Anna Seccia, “La Stanza del colore”

Intervista alla pittrice attiva a Pescara che dal 1998 porta avanti sul territorio un interessante progetto di arte ‘sociale’ denominato “La Stanza del colore”, in cui la creatività diventa strumento di conoscenza di sé e occasione d’incontro con altri modi di essere.

La “Stanza del colore” è un’importante realtà che ormai da anni trova realizzazione sia attraverso laboratori nelle scuole che come evento/“performance” da realizzarsi in spazi all’aperto. Vuoi spiegarci meglio in cosa consiste questo tuo progetto?

“La Stanza del colore” è un luogo, una situazione, un’installazione, un evento che mira alla definizione globale dell’identità del singolo e della collettività attraverso la realizzazione di un’opera corale, basata sull’interazione tra le arti (pittura, musica, danza, meditazione), al fine di condividere emozioni ed espressività. Il risultato è una grande tela dipinta in cui ciascuno si riconosce nella propria opera e insieme in quella degli altri, in un processo di confronto e crescita collettiva. Il concorrere di più gestualità espressive – e quindi di più personalità, dagli adulti ai bambini – è il fulcro di questa operazione basata sulla libera creazione, che produce ogni volta (sotto il profilo sia umano che artistico) un esito unico e irripetibile.

Tu sei stata un’insegnante; ne “La stanza del colore” è evidente l’intento pedagogico che fa da filo conduttore all’iniziativa…

Sì, è così. Ho ideato, ormai più di dieci anni fa, “La stanza del colore” affinché i bambini – come gli adulti – possano imparare a percepire più profondamente le proprie emozioni e a lavorare insieme con regole condivise secondo un metodo che rende possibile la produzione di un’arte collettiva senza spegnere l’individualità. Attraverso le tecniche della Global Art, si arriva infatti alla piena espressione della libera creatività che permette l’acquisizione di quegli strumenti critici necessari per conoscere meglio se stessi, gli altri e la realtà circostante.

Qual è il tuo ruolo in questo singolare processo creativo?

Il mio ruolo è un po’ simile a quello di un regista, perché si tratta di guidare i partecipanti nelle fasi preparatorie all’atto creativo e poi di coordinare i vari interventi dall’esterno, stando attenta a far interagire (‘ruotando’, cioè, di volta in volta) i diversi fruitori dell’esperienza espressiva tra di loro, oltre che a bilanciare – dal punto di vista artistico – colori e composizioni. A questo fa seguito un re-intervento finale da parte mia che serve a dare equilibrio ed ordine a tutto l’insieme, ma senza alterare la riconoscibilità dei contributi artistici apportati da ognuno.

Quali sono i materiali che vengono usati per realizzare “La Stanza del colore”?

Il supporto utilizzato è una grande tela (è molto pratica perché può essere arrotolata) delle dimensioni di circa 9 x 1.60 metri, su cui si dipinge con colori ad acrilico, che asciugano in fretta.

E può partecipare chiunque?

Certamente. Non ci sono limiti di età, né requisiti particolari per partecipare. La creatività è qualcosa che appartiene a tutti, è nel DNA di ciascuno di noi: va soltanto tirata fuori attraverso i ‘canali’ giusti.

Un’operazione di “artemaieutica” quindi…

Esattamente. Con “La Stanza del colore” si assiste alla creazione di qualcosa che nasce come un semplice manufatto ma che poi diventa un’opera d’arte reale, ‘viva’. È l’esperienza di un fare arte che è relazione, condivisione (non più, quindi, la produzione del singolo artista all’interno del proprio studio), interazione tra l’individuo e il gruppo, attraverso un percorso che si compie insieme, dal punto di partenza fino a quello di arrivo.

Da dove nasce questa tua concezione?

Io credo che l’arte abbia un importante valore dal punto di vista culturale: essa ha il dovere morale di contribuire alla crescita e al miglioramento degli esseri umani, e si cresce e si migliora solo attraverso il confronto con gli altri. L’arte, inoltre, può servire come terapia, perché la creatività aiuta a risolvere e a superare quelle problematiche ‘spirituali’ – ovvero intime, interne – che tormentano l’uomo e la società.

A questo proposito, so che stai lavorando ad un nuovo progetto di arte ‘sociale’, legato al recente e terribile terremoto de L’Aquila …

Sì, si tratta di un evento “in progress” – basato sull’applicazione della metodologia de “La Stanza del colore” – finalizzato alla creazione di due dipinti monumentali e che sarà prossimamente realizzato a L’Aquila in concomitanza con il G8. L’esperienza creativo-espressiva questa volta si svolgerà all’interno di una tenda appositamente fornita per l’occasione dalla Croce Rossa Italiana: essa coinvolgerà da un lato una ventina di artisti abruzzesi appartenenti alle quattro province, e dall’altro gli abitanti delle tendopoli, che parteciperanno ad un “happening” sotto la mia supervisione.

Il terremoto ha prodotto una forte perdita – materiale e psicologica – in termini di memoria e identità collettiva. Tu come hai vissuto tutto questo?

Inizialmente ho provato una sensazione di grande impotenza. Una volta il mio studio si è allagato, per cui quando è successa la tragedia ho ricordato di aver sperimentato – sebbene in modo meno traumatico – cosa significhi per un artista perdere le proprie opere (che rappresentano tutto il suo mondo) e quanto ciò possa essere doloroso. Allora ho capito che potevo e dovevo anch’io contribuire a superare questo momento di difficoltà mettendo a disposizione la mia persona e le mie competenze, e cioè il mio essere artista e la mia maniera di fare arte.

Ecco allora nascere l’idea di un’arte per il terremoto…

Sì, riunire gli artisti che hanno vissuto in prima persona questo luttuoso evento e lavorare insieme alla produzione di un’opera collettiva può servire, secondo me, ad ‘esorcizzare’ la perdita subìta e a ritrovare le motivazioni e gli stimoli positivi necessari per andare avanti.
Hai pensato anche di coinvolgere bambini e ragazzi in un progetto simile che vede loro protagonisti.

Di che si tratta?

Nel prossimo autunno, dopo la riapertura delle scuole, vorrei realizzare una grande “performance” a Pineto con tutti i bambini terremotati, per produrre un’opera d’arte corale (da destinarsi ancora non si sa dove) che, anche in questo caso, possa essere il frutto di una ‘storia’ vissuta insieme. Ho già condotto un’esperienza simile l’estate scorsa a Pescara, sulla terrazza del Museo d’Arte Moderna Vittoria Colonna, e devo dire che la sfida è stata vinta con successo.

“La stanza del colore” è un’operazione – non solo artistica – indubbiamente innovativa e stimolante, tuttavia sconosciuta ad una città come Teramo. Pensi in futuro di realizzare questo tipo di esperienza anche qui?

E perché no? Mi piacerebbe molto, anzi spero con il tuo aiuto (e con quello delle amministrazioni locali) di poterla realizzare al più presto.